Adolf Hitler prestò giuramento come cancelliere il 30 gennaio 1933, al termine di una crisi durante la quale le forme democratico-elettorali erano state sostanzialmente rispettate. Egli si presentava come il capo di un governo di coalizione appoggiato da altre forze di centrodestra: tuttavia, attraverso la tempestiva emanazione di un programma «per la protezione del popolo tedesco» che consentiva di controllare le riunioni politiche e la stampa e l’abile sfruttamento di un episodio sul quale ancora si discute, l’incendio dell’edificio del Reichstag, egli riuscì a far proscrivere e ad arrestare i deputati dell’opposizione di sinistra e a varare una legge che trasferiva il potere legislativo dal Parlamento al governo. Intanto esercito e grande industria venivano indotti a collaborare e i vari gruppi paramilitari delle formazioni nazionaliste erano assorbiti nella milizia di partito, le SA (le Sturmabteilungen, «reparti d’assalto»). Il 14 luglio la NSDAP divenne l’unico partito politico legale; i sindacati sostituiti da un’unica formazione sindacalistica «verticale» (lo Arbeitsfront, «Fronte del Lavoro»); la magistratura, la scuola e l’università progressivamente nazificate.
Presto il nascente regime si rivelò attraversato da una crisi profonda, attanagliato da una sorta di schizofrenia. Se le forze di sinistra e le varie espressioni del movimento proletario organizzato sembravano magicamente scomparse – erano in realtà state oggetto di una rapida e violentissima repressione –, qualcosa di più delle residue frange di esse erano state fagocitate e metabolizzate proprio all’interno del partito unico, fornendone anche la base di massa. Perfino migliaia di ex aderenti al vecchio «movimento spartachista», che anni prima aveva fatto temere la nascita di un bolscevismo tedesco dalla Baviera all’Austria e alla stessa Berlino, si erano riversati nei ranghi delle «camicie brune». Le SA guidate dal truce e ambiguo ma intraprendente e coraggioso Ernst Röhm, che Hitler – avendo forse presente l’esempio italiano del trasferimento delle «squadre d’azione» in una milizia volontaria parte delle forze armate – avrebbe voluto disciplinare e regolamentare, rischiavano continuamente di sfuggir di mano al governo e di comprometterlo nelle loro azioni violente. Esse erano inoltre preda di un forte spirito sociale eversivo, mostravano di odiare e disprezzare i capitalisti, i banchieri, la borghesia, l’esercito, i membri delle Chiese cristiane, i loro stessi camerati che vedevano nel partito uno strumento di reimposizione dell’ordine civile. Le SA parlavano a voce sempre più alta di una «seconda ondata rivoluzionaria» che, dopo avere spazzato via il pericolo bolscevico, avrebbe fatto definitivamente i conti con il capitalismo e la borghesia; e tra i loro slogan quello che suonava più minaccioso per un establishment che aveva appoggiato il nazismo come rimedio d’emergenza contro le istanze rivoluzionarie era «Hitler sarà il nostro Lenin». Presto aveva preso a circolare una battuta secondo la quale la sigla SA significava Steakabteilungen, non quindi «reparti d’assalto» bensì «reparti bistecca»: perché, al pari di una trancia di carne ben cotta, i miliziani di Röhm erano «bruni di fuori e rossi di dentro».
Hitler non poteva tollerare tutto ciò. Anzitutto, posizioni politiche del genere gli ripugnavano; inoltre rischiavano di alienargli quegli ambienti delle classi dirigenti del paese, dell’esercito e della borghesia «rispettabile» ch’egli aveva faticato non poco a tirare dalla sua parte e che erano al tempo stesso i suoi principali sostenitori e finanziatori nonché i suoi garanti presso il mondo della destra istituzionale sia in Germania sia nell’intera Europa, che guardava con sospetto a un partito di fanatici e di plebei ch’erano arrivati alla fusione blasfema tra le gloriose insegne nazionali ereditate dalla tradizione prussiana e la bandiera rossa.
Bisognava farla finita. Il 30 giugno 1934, con un colpo di mano cruento (la Langenmessernacht, la «Notte dei lunghi coltelli»), gli oppositori interni al regime – gran parte delle SA a cominciare dal comandante Röhm, alcuni esponenti della «sinistra» della NSDAP come Gregor Strasser, ma con apparente contraddizione anche un certo numero di rappresentanti della destra moderata, conservatrice e cattolica – vennero liquidati o messi da parte attraverso l’energica azione violenta di un gruppo d’élite delle SA, le SS (Schultz Staffeln, «nuclei di sicurezza»). Hitler era stato indotto a queste misure anche dalle urgenti e insostenibili pressioni di alcuni esponenti dell’apparato statale, dell’esercito e della grande industria, preoccupati a causa della forza acquisita all’interno del partito dalle componenti rivoluzionarie e socialisteggianti.
In seguito a quella svolta, che aveva sventato per sempre il pericolo della minacciata «seconda ondata rivoluzionaria» che, dopo aver eliminato i «marxisti», si sarebbe avventata contro i «reazionari», il regime si fornì di un apparato decisamente gerarchico e piramidale: le SA vennero confinate nel loro ruolo di milizia di partito rigorosamente separate dalle forze armate del nuovo esercito, la Wehrmacht («Forza di difesa»); le SS furono unite (per quanto mai veramente fuse) con il corpo della polizia di Stato; i Länder sostituiti con organizzazioni territoriali più piccole e controllabili guidate da «prefetti» (Gaulaiters) ch’erano al tempo stesso funzionari di Stato e di partito. In pochi mesi la compagine civile tedesca era divenuta un compatto organismo totalitario al quale le «leggi di Norimberga» del 1935 fornirono il supporto di un assetto giuridico in forza del quale i «non ariani» venivano praticamente esclusi non solo dalla vita pubblica, ma addirittura dal godimento dei diritti civili.
L’appoggio delle masse fu mantenuto e anche rafforzato grazie a una legislazione sociale vasta ed efficace (scolarità, salute, alloggi popolari, previdenza), a un’intensa attività nel campo dei lavori pubblici e dell’edilizia popolare, a un attivismo travolgente che creava una sempre più vasta e profonda «organizzazione del consenso» andando dallo sport alla politica culturale, alla lotta capillare alla disoccupazione (da 5 milioni e mezzo di disoccupati nel ’32 a meno di mezzo milione nel ’38), a un’altrettanto capillare militarizzazione della società ch’era particolarmente evidente e ostentata nel mondo del lavoro e in quello della scuola. Il Führerprinzip, il «principio del capo», costituiva un originale strumento di responsabilizzazione dei quadri e di fusione tra spirito aristocratico-gerarchico e istanze livellatrici espresse dalla Kamaradenschaft che presiedeva a vere e proprie liturgie di massa come l’Eintopf, il grande «rancio» collettivo nel quale tutti, dal Führer al più umile cittadino, mangiavano insieme attingendo con semplici stoviglie da enormi recipienti di zuppa, fino alla Winterhilfe, le iniziative invernali di sostegno agli strati più fragili della popolazione per meglio affrontare i rigori invernali, e alle cerimonie calendariali dei falò d’inverno e dell’albero della primavera adorno di fiori e di nastri.
Anche il tenore medio di vita della popolazione conobbe un notevole incremento, per quanto prezzi, stipendi, salari e consumi fossero costantemente tenuti bassi. Tuttavia, nel 1938, emerse con sempre maggiore chiarezza che la prosperità del sistema veniva progressivamente minacciata e fagocitata dalle spese per gli armamenti, ch’erano peraltro una delle cause della ridotta disoccupazione. La crisi mondiale avviata nel ’37 aggravò la situazione interna: gran parte delle spese pubbliche dovevano essere dedicate all’acquisto all’estero di minerali essenziali e di materie prime, d’altronde le spese necessarie al potenziamento delle forze armate non potevano venire compresse dato che la situazione internazionale si andava aggravando; né si poteva incidere troppo sulle spese sociali e sul livello di vita, ch’erano stati e restavano – insieme con l’organizzazione politica del consenso e la repressione poliziesca – le ragioni della popolarità che il regime aveva raggiunto.
Hitler era rimasto, prima dell’ascesa al potere, fedele a un suo programma che, una volta divenuto capo dello Stato e del governo (Führer und Kanzler), fece di tutto per rispettare: unificazione del territorio tedesco e delle genti tedesche in un solo grande nuovo Stato (Das Dritte Reich, «il Terzo Impero», dopo il primo, quello medievale romano-germanico, e il secondo, quello federale della dinastia Hohenzollern); rigorosa politica di «purificazione» razziale attraverso l’emarginazione e poi la segregazione dei «non ariani»; cancellazione dell’onta della sconfitta del 1918 e quindi degli esiti prossimi e remoti dei trattati di Versailles. Ma il destino e la missione del popolo tedesco, com’egli aveva concepito ed espresso nel suo celebre libro Mein Kampf, andavano ben al di là di tali confini: egli pensava a un futuro dominio universale del popolo germanico e della razza ariana e a una trasvalutazione dei valori etici che alla morale cristiana e a quella «democratica» ne sostituisse una fondata sull’ordine e l’autorità del potere espresso in termini «politico-sacrali», nella lotta contro l’individualismo, nell’affermazione di un’etica comunitaria, eroica, guerriera. Rigoroso nell’enunciazione dei fondamenti, egli era d’altro canto flessibile e pragmatico sul piano dell’attuazione dei suoi scopi. Il suo programma – al quale per molto tempo sembrò arridere una straordinaria fortuna – era graduale: prima l’attuazione degli scopi politici legati alla cancellazione dell’onta subita dalla Germania; poi il cammino verso il conseguimento del Lebensraum, lo spazio vitale necessario al popolo germanico (secondo un programma che non si limitava bismarckianamente ai «tedeschi», ma che riprendeva le formulazioni pangermanistiche) e infine la conquista dell’egemonia di esso sul mondo.
Già prima dell’avvento di Hitler al potere, la maggioranza politica espressa dalla società civile tedesca durante il duro triennio 1929-32 aveva apertamente avanzato, in sede di confronto con la Società delle Nazioni, una precisa esigenza: il riarmo in quanto garanzia d’indipendenza internazionale. Di tale istanza si sarebbe fatto interprete nel ’32 il cancelliere Heinrich Brüning, ufficialmente rivendicando a viso aperto presso la Società delle Nazioni il pieno diritto della Germania alla «parità» rispetto agli altri paesi: il che significava il diritto da parte del popolo tedesco sia di accedere a un programma di riarmo, sia di sospendere la corresponsione delle rate previste per il pagamento dei debiti di guerra. Tutto ciò sottintendeva che la regolamentazione internazionale imposta a Versailles aveva fatto il suo tempo e che i debiti di guerra pretesi dalla Germania da parte dei vincitori non sarebbero di fatto più stati pagati.
Brüning si presentava inoltre come fautore di una sorta di «unione doganale» tra Germania e Austria che andava obiettivamente contro il trattato di Versailles il quale, imponendo l’obbligatoria indipendenza degli austriaci rispetto ai tedeschi, si poneva da parte sua in aperto contrasto con il più e più volte disatteso principio wilsoniano del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Date le disastrose condizioni della Creditanstalt, la principale banca austriaca che dovette essere sostenuta dal suo governo per non fare bancarotta, il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss fu a sua volta costretto a ricorrere all’appoggio finanziario internazionale: il governo francese intendeva negarglielo, ma quello britannico glielo concesse. La situazione restava insostenibile: alla fine, l’insistenza francese tesa a far fallire l’esperimento dell’unione doganale austro-tedesca ebbe la meglio, ma ciò radicò ancor più nell’opinione pubblica tedesca l’idea – non infondata – che la Francia fosse il primo nemico della rinascita della Germania. Era la fine di quel che restava di un’anticipazione di una qualche forma di federalismo europeo che sembrava essersi affacciata ai tempi di Briand, di Stresemann e dello «spirito di Locarno».
D’altro canto, la crisi che inaugurò il quarto decennio del XX secolo era come sappiamo ampiamente generale. Nel giugno del ’31 il presidente della Reichsbank, Schacht, aveva dichiarato una perdita in termini di oro e di valuta estera pregiata da parte del suo istituto tale da determinare non solo la sospensione dell’appoggio al governo austriaco nella questione dell’unione doganale, ma addirittura il blocco di qualunque forma di pagamento. La Francia protestò, denunciando come il denaro che ancora la Germania le doveva venisse invece impiegato per accelerare il programma di riarmo clandestino; ma essa a sua volta, trovandosi creditrice insieme con l’Inghilterra e altri paesi vincitori della guerra nei confronti della Germania, era allo stesso tempo debitrice degli Stati Uniti d’America per le grosse somme elargite sotto forma di prestito durante il conflitto. A questo punto fu il presidente statunitense Herbert Hoover a intervenire proponendo la sospensione generale dei debiti e di tutte le forme di riparazione per i danni di guerra.
In seguito alla «moratoria Hoover», che fu accolta con un misto di sollievo e di aspre polemiche e recriminazioni, un comitato speciale di consulenza insediato nel luglio del ’31 finì con il concludere, nel suo rapporto presentato sei mesi dopo, nel dicembre, che in pratica la «sistemazione» (vale a dire l’azzeramento) di tutti i debiti e le riparazioni di guerra era l’unico modo di uscire dall’impasse internazionale. Le resistenze dinanzi a tale provvedimento, che venivano espresse in particolare dalla Francia la quale avrebbe dovuto sostenere il danno economico maggiore della fine del piano Young, cedettero durante la conferenza internazionale di Losanna del giugno-luglio 1932: anche se in quella sede si dovettero elaborare complesse misure di camuffamento pratico (una serie di finti accordi) per attutire il contrasto fra il bisogno da parte del governo francese, per motivi di stabilità interna e di mantenimento del consenso, che la cancellazione pratica dei debiti fosse almeno tenuta il più possibile segreta, e quello esattamente contrario da parte dell’allora cancelliere tedesco Franz von Papen al quale serviva dare il massimo risalto alla notizia per analoghe ragioni di popolarità interna (si sarebbe così sottratta un’arma potentissima all’opposizione nazista, attribuendo il successo al governo in carica). La questione si trascinò in effetti a lungo finché, nel ’34, i pagamenti incrociati cessarono. A quel punto, rispetto al debito di 120 miliardi di marchi oro che la Germania era stata costretta ad accettare nel ’21, essa ne aveva versati meno di 23: il nuovo governo tedesco, presieduto da Hitler, incassò il successo mediatico del grosso sconto del quale il paese aveva goduto mentre in termini di perdita di capitali la Francia uscì dalla vicenda come la grande sconfitta.
Cadeva intanto un’altra delle grandi illusioni aperte dai trattati di Versailles: quella del disarmo internazionale, strettamente connessa alla questione dei debiti di guerra nella misura in cui il rapporto tra i capitali che avrebbero dovuto essere impiegati nei pagamenti e quelli utilizzabili nelle spese militari era com’è ovvio inversamente proporzionale. Come abbiamo or ora accennato, nel febbraio 1932 Brüning aveva rivendicato per il suo paese il «diritto alla parità» di trattamento rispetto agli altri: ciò avvenne poco dopo l’apertura della conferenza internazionale per il disarmo ch’era stata prevista dalla Società delle Nazioni fino dal 1925 (non a caso, il «magico» anno delle grandi speranze aperte dal trattato di Locarno) ma che non si era potuta riunire fino al febbraio del ’32.
Quando nel luglio la conferenza si aggiornò, in coincidenza con la chiusura di quella di Losanna, il governo tedesco fece sapere che da parte sua non avrebbe più partecipato ai lavori finché non venisse formalmente accettata la sua richiesta di parità di diritti rispetto agli altri paesi. Poiché la parità di diritti includeva quello all’autodifesa, quindi a un riarmo dal momento che le forze armate della Reichswehr erano almeno ufficialmente poco più che simboliche, la diserzione dalla conferenza per il disarmo equivaleva in pratica alla scelta opposta. Anche in questo caso, le pressioni dell’industria pesante e la presenza della forte componente nazionalsocialista nel Reichstag si facevano sentire condizionando sempre di più la politica della cancelleria conservatrice.
Era ormai chiaro che le speranze aperte a Versailles sulla «pace per farla finita con tutte le guerre» stavano naufragando, e ciò peraltro anche a causa delle contraddizioni insite nella politica dei vincitori del ’18. Alla conferenza per il disarmo del febbraio 1932, destinata al fallimento, il primo ministro francese André Tardieu aveva presentato un piano secondo il quale ogni paese aderente alla Società delle Nazioni avrebbe dovuto porre a disposizione di essa alcuni contingenti militari; il presidente Édouard Herriot arrivò addirittura a proporre che la Società delle Nazioni gestisse direttamente il comando di tutte le forze armate dei paesi a essa aderenti, a parte piccolissimi contingenti di milizia territoriale.
Era evidente che la proposta tendeva, principalmente, a fornire alla Francia le garanzie necessarie contro l’aggressività revanscista della Germania sottintesa ai suoi progetti di riarmo. Essa fu discussa in sede di conferenza del disarmo ma, a dicembre, i lavori furono sospesi senza essere giunti alla svolta-chiave: accettazione della parità di diritti in favore della Germania, in modo da obbligarla a riprendere il suo posto e ad assumersi le sue responsabilità al riguardo. La conferenza fu aggiornata al 31 gennaio 1933: atroce beffa della sorte, si riaprì con un giorno di ritardo rispetto a quello del giuramento del nuovo cancelliere tedesco, Adolf Hitler.
Abbiamo visto com’egli bruciasse le tappe del suo progetto di trasformazione della Repubblica parlamentare di Weimar nel totalitario Terzo Reich: non possiamo pensare a un’intenzionalità strategica, anche perché egli stesso, prima del quadriennio 1929-33, mai avrebbe potuto prevedere la piega assunta dagli eventi europei e mondiali. Certo è ch’egli seppe agire con un pragmatismo e una tempestività sorprendenti, senza dubbio aiutato nella sua politica da una straordinaria buona dose di fortuna. Anche a livello internazionale la sua imprevedibile abilità, che di continuo spiazzava i suoi interlocutori diplomatici, fu soccorsa dalla piega assunta dai fatti. Il progetto della ricostituzione delle forze armate, nella «necessaria» prospettiva di un futuro conflitto a breve scadenza – ciò apparteneva alla sua visione deterministica, di stampo darwinista, della «lotta per l’esistenza» –, fu la sostanza dei rapporti ch’egli intavolò fin dall’inizio del suo governo con gli alti comandi dell’OKW (Oberkommando der Wehrmacht).
È stato calcolato che fra il ’33 e il ’38 la Germania spese in armamenti – compresi i fondi necessari per la ricerca scientifica e tecnologica – più di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia messi insieme: va d’altro canto tenuto presente il ritardo con il quale essa partiva rispetto ai paesi vincitori del ’18, ch’erano grandi potenze mentre le risorse belliche tedesche erano azzerate. Il sistema ideologico-propagandistico-culturale elaborato dallo Stato-partito nazionalsocialista era coerente e parallelo in rapporto allo sforzo economico-finanziario: si trattava di creare una società pronta alla guerra e attrezzata per la guerra, e ciò era avvertito, anche, come un alto obiettivo morale indipendentemente da se, come, quando e contro chi la guerra sarebbe scoppiata.
Pochi giorni dopo l’assunzione del cancellierato, Hitler aveva detto ufficialmente, parlando agli alti comandi di quella ch’era ancora la Reichswehr, che la politica sarebbe stata lo strumento per la realizzazione della conquista dello spazio vitale necessario alla nazione, e che la qualità dei capi di Stato stranieri, la loro lungimiranza di statisti, avrebbe dovuto essere valutata dalla rapidità e dall’energia con la quale essi avrebbero capito che il...