Il manifesto del libero lettore
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Il manifesto del libero lettore

Otto scrittori di cui non so fare a meno

  1. 156 pagine
  2. Italian
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Il manifesto del libero lettore

Otto scrittori di cui non so fare a meno

Informazioni su questo libro

"I libri sono strumenti di piacere, come la droga, l'alcol, il sesso, non il fine ultimo della vita." Questo l'assunto da cui muove Il manifesto del libero lettore. Un grido di gioia, un'invocazione al capriccio, alla voluttà, ma anche all'indolenza e all'insubordinazione: perché leggere è un vizio, mica una virtù; diritto, intima necessità, non certo un obbligo istituzionale.

Ecco chi è il libero lettore: un individuo un po' strambo, allo stesso tempo credulone e diffidente, squisito e volgare, sentimentale e cinico, devoto e apostata; un rompiscatole che diffida della gente ma ha un debole per i personaggi, che alle fauste bellezze della natura preferisce le gioie segrete della fantasia, convinto com'è che non c'è verità senza eleganza, né arte senza rigore.

È così che Alessandro Piperno ripercorre la storia di un precoce amore mai venuto meno, quello per i romanzi, lungo le rotte tracciate da otto giganti della narrativa universale: Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov. Affrontandoli "con amore, certo, ma senza alcun ossequio, con il piglio del guastafeste ansioso di svelare i segreti del prestigiatore".

Del resto, il genio letterario è un mago spregiudicato e immaginifico. Jane Austen ha creato dal nulla un genere tutto suo, tra fiaba e romanzo, che non smette di incantarci; l'arte di Tolstoj di introdurre i personaggi non ha precedenti né epigoni all'altezza; l'ossessione di Proust per i tempi verbali illustra come nient'altro la dedizione a un passato irrecuperabile.

Il manifesto del libero lettore è un libro atteso e formidabile, un'eccitante trasvolata verso il magico paese della letteratura, sotto la guida di uno dei più grandi scrittori italiani. Un'opera che esprime l'entusiasmo di chi, non dimenticando le ragioni per cui, appena adolescente, contrasse il vizio di leggere, ritiene che i grandi romanzi, per essere assaporati, pretendano il piglio, l'ironia e il disincanto della maturità.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852082443
Print ISBN
9788804674016

I cittadini del magico paese della narrativa

I cento libri dell’umanità

Conoscete la storia dello stimabile slavista che, alla soglia dei cinquant’anni, decise di sbarazzarsi dei suoi libri?
Quando gli chiedevano cosa avesse ispirato un gesto così drastico, spiegava che era questione di spazio. I libri proliferavano in casa come canneti in una palude. Aveva più libri che ricordi. Continuava a riceverne da editori, amici e colleghi; ogni volta che usciva per una commissione faceva provviste in libreria. Ormai i volumi stipavano ogni scaffale (persino quelli del bagno, a scapito di deodoranti e collutori). Non sapeva più dove metterli. All’inizio si era sentito costretto a dividerli in due gruppi – essenziali e trascurabili –, deciso a tenersi i primi e regalare gli altri. Era stato più o meno allora, nel pieno dello sfiancante censimento, che gli era venuta quell’idea bizzarra: conservarne solo cento.
Detto fatto. Da quel momento aveva iniziato a chiamarli con una certa pompa “I cento libri dell’umanità”. Da Omero a Kafka. Aveva preso talmente alla lettera l’idea di Canone da agire di conseguenza. In realtà continuava a leggere un po’ di tutto: classici, gialli, poesie, saggistica, primizie editoriali. Per un po’ soggiornavano sul fratino di mogano all’ingresso vicino alla portafinestra, pronti per la defenestrazione.
Quando si era persuaso di aver trovato la ricetta della felicità ci pensò Il nipote di Rameau di Diderot a metterlo in crisi. «Non ricordavo fosse così bello» confessava agli amici con la voce angustiata e libidinosa di certi uomini che rimpiangono le ex. La sua nevrosi gli vietava di tenere in casa il centunesimo. Ma chi sacrificare al suo posto? Chi sfrattare? I due capolavori a rischio erano Finzioni di Borges e un altro libro non meglio identificato (indiano, se non erro).
Non so come finì la contesa, chi ebbe la meglio tra Diderot, Borges o il misterioso autore asiatico. Ciò che mi preme rilevare è come un uomo, animato dal desiderio di semplificarsi la vita, abbia finito per smarrirsi nei labirinti dell’ossessione. Tale storia va intesa come un monito per lettori compulsivi e bibliomani bulimici, come deterrente al feticismo librario. Chi vive di libri e per i libri, chi li maneggia dalla mattina alla sera, è continuamente tentato da canoni, classifiche e tassonomie, come il personaggio di quel famoso libro di Nick Hornby. Giochetti pericolosi che cambiano la natura stessa dell’amore esponendoci all’idolatria. Dopotutto, i libri sono strumenti di piacere, come la droga, l’alcol, il sesso, non il fine ultimo della vita. Che poi dico libri, ma di fatto è di romanzi che voglio parlare, ed è di romanzi che parlerò. Di quel patto, un po’ folle a pensarci bene, che lega chi li scrive a chi li legge. Di quanto sia difficile scriverli e quanto leggerli sia eccitante.

Elogio del libero lettore

Se lo scrittore è minacciato da un mucchio di remore e divieti, il lettore ha solo diritti. Può aprire qualsiasi libro e, se proprio non gli va a genio, chiuderlo al secondo capoverso e volgersi altrove. Virginia Woolf chiamava questo tipo umano “il lettore comune”, per distinguerlo dal critico e dallo studioso. Noi, per ragioni analoghe, lo chiameremo il “libero lettore”.
Una cosa l’ho capita negli ultimi trent’anni, per lo più trascorsi a leggere e scrivere romanzi: il numero di persone a cui piace realmente la narrativa è relativamente modesto, persino e soprattutto tra coloro che ne hanno fatto un mestiere: editori, accademici, critici, giornalisti, e talvolta i romanzieri stessi. Parlo di quella variegata classe di lettori professionisti che compulsa romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo. Ansiosi di pubblicare, definire, riassumere, promuovere, stroncare, canonizzare, rivoluzionare, costruire sofisticati sistemi ermeneutici, hanno dimenticato il piacere primigenio di aprire un romanzo per il gusto di perdersi ed essere trascinati altrove.
A questa categoria umana oppongo volentieri quella del libero lettore. Ovvero di colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità. Il libero lettore è un dilettante, e come tale aspira al diletto. È il tipo che immergendosi in un’opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria; né si chiede se sia realista, vittoriana, modernista, tradizionale, sperimentale, di genere. Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell’autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente, se non talvolta l’umore. E tuttavia è abbastanza temperante da ritenere ogni libro, persino il più esecrabile, meritevole di cittadinanza nel magico paese della narrativa. Il libero lettore è un tipo volubile, va bene, le sue esigenze mutano a seconda delle circostanze, degli stati d’animo e dell’età. Ma questa è la sua forza. L’euforia della libertà. Come il sommelier, adora gli abbinamenti. Intirizzito dai primi geli invernali trova ristoro nella pipa di Sherlock Holmes; sfibrato dalla canicola estiva si inerpica volentieri sui picchi innevati con Rigoni Stern.
Perché il libero lettore è naturalmente dotato di buon senso borghese. All’affabile Stefan Zweig non chiederà mai il genio di Musil o l’amore per le idee generali di Broch. Dall’ottimo John Irving non pretenderà i foschi toni shakespeariani del Roth stagionato. Ma sarà contento di accoglierli sugli scaffali congestionati della libreria in corridoio. Perché per il libero lettore i romanzi sono un vizio. Adora sdilinquirsi sugli autori che ama e insolentire quelli che detesta. Quando i suoi occhi miopi devono scegliere fra un tramonto sul mare e una pagina scritta non vacillano mai, piegando decisi verso il basso. Se è vero che noi siamo ciò che amiamo, allora si può affermare che il libero lettore è una busta della spesa stipata di romanzi, non sempre indimenticabili.
Il santo patrono del libero lettore è Michel Montaigne, il decano delle Lettere Francesi. Dall’esterno può sembrare un erudito dilettante nella tipica accezione rinascimentale. Ritiratosi relativamente presto dall’attività politica, allestisce una biblioteca nella torre del suo castello e vi si trasferisce armi e bagagli, lasciando fuori il resto (moglie, figlia, domestici e persino le guerre religiose che infestano la sua epoca). È lì che vive adesso, in mezzo ai suoi volumi, scribacchiando, meditando, guardando il panorama, trastullandosi in oziose fantasie. Lo fa perché ha tempo e denaro, se dovesse procacciarsi da vivere non si perderebbe dietro ai libri. In uno dei saggi più famosi dice esplicitamente che, arrivato a una certa età, avendo perso l’amico del cuore e non potendo più godere dell’intimità con una donna (non esisteva ancora il Viagra), non gli restano che i libri. Ma non considera certo la lettura una missione, né vi cerca alcuna elevazione spirituale. “Nei libri” scrive, “cerco solo di procurarmi un po’ di piacere con un onesto passatempo.” Detesta i libri difficili. Se un libro lo infastidisce lo abbandona e ne prende un altro. Adora il colpo d’occhio della sua biblioteca schierata e scintillante, ha la buonafede di confessare che non solo non ha letto tutti i volumi, ma si guarderà bene dal farlo in futuro. Non viaggia mai senza una bella scorta in valigia, anche se possono passare diverse settimane senza che li prenda in mano. I libri per lui sono oggetti, feticci, scacciapensieri, niente di più. “Sfoglio un libro, ora un altro, senz’ordine e senza proposito, come capita: ora medito, ora annoto o detto, passeggiando, queste mie fantasticherie.” Montaigne rivendica l’uso prettamente edonistico dei libri. Legge per divertirsi, “mai per il profitto”. Del resto i libri, come qualsiasi altro piacere, hanno parecchi inconvenienti. Se ne leggi troppi il corpo “si avvilisce e intristisce”. L’eccesso di vita interiore non è meno pernicioso di una spericolata attività sportiva. Montaigne sa bene che per capire un libro non occorre leggerlo tutto. Basta assaggiarlo.

La religione del romanzo

Eppure, a dispetto di tale professione di laicismo estetico, come dissentire da Chesterton quando ravvisa una contiguità tra religione e romanzo?
Dotata di un pantheon variegato e intercambiabile, la narrativa è una delle poche fedi pagane ancora in voga. Mentre il consumatore di saggistica pretende dai libri una miscela calibrata di serietà e buonafede, un rigoroso fact checking, il divoratore di romanzi chiede solo di essere ingannato. L’accusa più frequente che rivolge a un’opera di cui è insoddisfatto è di non averlo frodato in modo abbastanza convincente.
Ecco perché il lettore di fiction, soprattutto quello alle prime armi, è il fedele per antonomasia. La sua disposizione d’animo è aperta e accogliente: se vuole divertirsi deve tenere a bada diffidenze e scetticismo. Non si interroga sulla verosimiglianza dei miracoli, è disposto a credere all’incredibile. Il suo godimento è direttamente proporzionale al grado della sua credulità. L’autoinganno è la risorsa più preziosa di cui dispone. È un povero di spirito. E proprio per questo è così severo quando si abusa troppo della sua dabbenaggine.
Con gli anni la fede inizia a vacillare. La maturità insegna l’agnosticismo tipico della lunga consuetudine. I dissesti del sesso coniugale che spinge molte coppie all’astinenza, all’adulterio e al cinismo.
Così il lettore, inasprito dai decenni, scopre il piacere maturo dell’apostasia: impara a godere nel demolire qualsiasi romanzo che gli capiti a tiro. Il suo territorio di caccia è talmente vasto da coinvolgere sia le nuove uscite pompate dalla stampa, che i classici canonizzati. È come se tutte le sue delusioni di uomo attempato si convogliassero sul più vecchio amore: i romanzi. Sogghigna di disprezzo e soddisfazione ogni volta che sulla pagina un detective non trova di meglio che accendersi una sigaretta, un mondano sorseggiare un cocktail, un boss pippare cocaina con banconote arrotolate; si irrita quando un temporale coglie il protagonista senza ombrello o gli occhi dell’ingenua modista sono azzurri ed enigmatici come un cielo di maggio.
Eppure ogni tanto capita. Apre un libro, scarica un e-book, e zac, il miracolo si compie: ecco lo spirito schiudersi, i sensi vibrare, la mente esultare. Ah, lo sterile gratuito fascino degli amori senili. Un piacere così diverso rispetto a quello che provava da ragazzo. L’orgasmo del lettore stagionato è diluito. Se il pivello esclama: “L’ho letto d’un fiato!”, il veterano sa che i grandi romanzi sono talmente rari che divorarli è un peccato. Un incipit sfavillante, una bella frase o uno snodo memorabile sono talmente preziosi che è meglio farli decantare, masticarli interiormente fin dove è possibile, scarnificarli come il cane con il suo osso preistorico.
È allora che d’un tratto la fede riprende vigore. Non è più quella di una volta, ingenua e credulona. È matura, colta, dolente, e per questo continuamente minacciata dall’eresia, ma può dare piaceri intellettuali e morali che il giovane seminarista non conoscerà mai.
Una volta Flaubert scrisse a Louise Colet: “Come saremmo colti se conoscessimo bene soltanto cinque o sei libri”. Allora era poco più che un ragazzo, ma si sa: la sua giovinezza era una perversione anagrafica; di fatto era un giovane vecchio con gusti e prospettive a dir poco senili. Non a caso Flaubert ci offre la ricetta più matura per il libero lettore. Non occorre aver letto migliaia di romanzi, basta conoscerne una manciata, ma non superficialmente, bensì a fondo: trucchi, sfumature, strutture, sia palesi che occulte, linee tematiche, movimenti sinfonici. Mettere nella lettura di un romanzo la stessa cura che lo scrittore ha messo nello scriverlo. Questa è sapienza.
Il solo rischio del lettore di lungo corso è dimenticare la ragione per cui appena adolescente contrasse il vizio di leggere.
È meglio che quel piacere non venga mai meno.

Non proibiteci l’identificazione

In questo corso ho cercato di rivelarvi i meccanismi di quei meravigliosi giocattoli che sono i capolavori letterari. Ho cercato di fare di voi dei buoni lettori che leggono libri non con lo scopo infantile d’identificarsi con i personaggi, non con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere, e non con lo scopo accademico di indulgere alle generalizzazioni.
Così il professor Vladimir Nabokov terminava uno dei suoi famosi corsi alla Cornell a metà degli anni Cinquanta, e nel trascrivere queste parole è difficile trattenere l’invidia per i suoi studenti (malgrado alcune testimonianze denuncino l’irritante balbuzie nabokoviana). E tuttavia, occorre diffidare persino dei Maestri più caustici e geniali.
Nabokov ha ragione quasi su tutto. È vero, i romanzi non sono niente meno e niente più che “meravigliosi giocattoli”. Del resto, è ridicolo cercare in un libro una guida per vivere meglio e per comportarsi in modo eticamente inappuntabile.
La storia (non solo quella recente) mostra come la cultura non abbia mai migliorato nessuno. Il consumo di musica colta e lo smercio di quadri di pregio nella Germania del Terzo Reich raggiunse un apice ineguagliato. E allora diffidiamo dei demagoghi che divulgano la frottola secondo cui i libri possono cambiare il mondo. Il solo libro che ha modificato il corso degli eventi nell’ultimo secolo è anche il più spregevole che sia mai stato scritto: il Mein Kampf. Non mi pare che il travolgente successo ottenuto da Se questo è un uomo abbia impedito alla gente di continuare a professarsi antisemita.
“Non inganno il lettore” si chiedeva Čechov, “col mio non saper dare una risposta agli interrogativi più importanti?” A questo serve la narrativa? A dare risposte agli interrogativi più importanti? C’è chi lo crede, e chi lo ha creduto: Tolstoj, per esempio, e anche Dostoevskij. A suo modo lo credeva anche Proust, per non dire di Sartre e Camus. E tuttavia le risposte da essi fornite sono decisamente al di sotto delle loro creazioni. Chi legge narrativa per avere risposte definitive fa un investimento sbagliato. Se non altro perché gli interrogativi davvero importanti sono quelli senza risposta.
E Nabokov non sbaglia neppure a sospettare di ciarlataneria certa critica accademica. I cosiddetti metodi critici che per lo spazio di un decennio seducono schiere di studiosi, illudendoli di aver trovato l’Eldorado ermeneutico, non sono altro che comode generalizzazioni da applicare a capolavori che per natura sfuggono a ogni astrazione. La differenza tra un critico di genio e uno qualunque è la stessa che corre tra una sartoria di tradizione e un grande magazzino. Se l’artigiano modella l’abito sul cliente, l’industriale pretende che sia l’acquirente a contentarsi di quel che passa il convento. È encomiabile la perentorietà con cui Nabokov esorta i suoi studenti a occuparsi di dati specifici e incantevoli minuzie (il buffo copricapo di Charles Bovary, la pianta dell’appartamento dei Samsa, la saponetta al limone di Barrington acquistata in farmacia da Leopold Bloom), mettendoli in guardia da teoremi pacchiani e inutili.
Dove mi sembra che Nabokov prenda una cantonata – eccesso di zelo o semplice snobismo? – è quando diffida i suoi allievi dall’identificazione. È una solfa vecchia come il romanzo. In un famoso passo della Bovary, Flaubert si prende gioco di Emma che s’identifica con le eroine romantiche. Comprendo che limitare il piacere di un romanzo alla sola immedesimazione è a dir poco riduttivo, ma ciò che vorrei chiedere a Nabokov è: come può un lettore capire le ragioni di un depravato come Humbert Humbert se non appropriandosi, almeno per il tempo della lettura, delle sue fantasie criminali? La nostra immaginazione non è sterile; anzi, è impastata con l’esperienza, e l’empatia è la forma più complessa di cui dispone. Non impediteci di aderire ai sogni di gloria di Julien Sorel, allo snobismo di Mathilde de La Mole, alle frustrazioni di Raskol’nikov, alla vigliaccheria di don Abbondio. L’immedesimazione è il ponte che unisce la vita all’arte, una ricchezza che non va sperperata, né declassata. La narrativa non vive solo di belle frasi e nature morte, ma anche di sospiri e di lacrime versate sulla tomba della sventurata eroina.
La verità è che i narratori ci danno parecchio ma in cambio si aspettano uno sforzo non meno portentoso. Lo stesso Nabokov, nella famosa scena dello stupro, mette in bocca a Humbert questa invocazione rivelatrice: “Ti prego, lettore: per quanto possa esasperarti il protagonista di questo libro, col suo cuore tenero, la sua sensibilità morbosa, la sua infinita circospezione, non saltare queste pagine essenziali! Prova a immaginarmi; se tu non mi immagini, io non esisterò”.
Be’, caro Humbert-Nabokov, non c’è immaginazione senza immedesimazione!
I romanzi riusciti sono come le planimetrie che l’architetto di interni presenta al committente prima dell’inizio lavori: per quanto possano essere dettagliate, sta al padrone di casa immaginare quale forma avrà il tinello o il bagno il giorno della consegna.
La delusione che proviamo per le trasposizioni cinematografiche di alcuni popolari capolavori letterari deriva in gran parte dal conflitto tra la nostra immaginazione e quella del regista. Cosa c’entrano John Perkins con Josef K...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il manifesto del libero lettore
  4. Prologo
  5. I cittadini del magico paese della narrativa
  6. Tolstoj o dell’arte di introdurre i personaggi
  7. Flaubert o dell’ambiguità del punto di vista
  8. Stendhal o dell’orgoglio di scrivere male
  9. Austen o quando la fiaba si fa romanzo
  10. Dickens o del genio di iniziare un romanzo
  11. Proust o dell’uso dei tempi verbali
  12. Svevo o del miglior modo di vendicarsi
  13. Nabokov o di come il gioco si fa tragedia
  14. Biografie dei personaggi citati nel prologo
  15. Nota dell’autore
  16. Ringraziamenti
  17. Copyright