Sono stato adottato quando avevo tre giorni di vita e, come immagino che accada in tutte le famiglie, i miei genitori adottivi, che io chiamo semplicemente i miei genitori, raccontavano spesso la storia di quando mi avevano portato a casa dall’ospedale del New Jersey. Avevano dovuto attendere un po’ di tempo per l’adozione, avvenuta tramite i Servizi sociali luterani e, quel giorno di metà marzo in cui erano venuti a prendermi, ci fu una terribile tormenta, che rese le strade pericolose, se non addirittura impercorribili, e che rischiò di mandare tutto all’aria.
Di quel giorno, naturalmente, c’erano parecchie vecchie istantanee scattate con la Polaroid, che con gli anni ho finito per considerare una sorta di accompagnamento a questa piccola saga familiare della bufera: io che passavo dalle braccia di uno a quelle di un altro o che posavo con i nonni e il papà davanti alla porta finestra del soggiorno, dietro i cui vetri si vedevano mucchi di neve alti fino alla vita. A casa ci arrivai, nonostante tutto: a casa degli Hopcke, come un Hopcke, e il racconto dei miei genitori aveva un tono del tipo «né pioggia, né vento, né grandine, né neve, né il buio della notte ha potuto fermarci», come se mi avessero strappato alla furia degli elementi mentre giacevo, abbandonato, sulla soglia di una porta. In realtà, la mia era stata un’adozione molto tranquilla, nient’affatto drammatica.
Sono cresciuto sapendo di essere un figlio adottivo. Quando ho cominciato a leggere, a tre anni, uno dei miei primi libri era intitolato The Chosen Baby (Il bambino scelto) e spiegava ai bambini l’adozione (non è escluso che sia ancora in qualche scatolone a casa di mia sorella). Ogni tanto, quando ero piccolo, i compagni mi chiedevano che cosa sapevo degli «altri miei genitori». Ricordo che la mia amica Stephanie mi raccontò una storia molto drammatica: forse, diceva, erano morti in un incendio mentre mio padre cercava di salvare mia mamma, arrampicandosi da una finestra del secondo piano, da cui era caduto, morendo. Tutto inventato, naturalmente. In realtà, a parte i normali conflitti che si verificano in tutte le famiglie e le particolari differenze di personalità e temperamento, sono cresciuto in un ambiente stabile, di periferia, e con i miei genitori ho avuto rapporti buoni e molto stretti. Di conseguenza, per la maggior parte della mia vita non ho sentito una vera curiosità nei confronti dei miei genitori biologici, né da bambino, né da adolescente e neppure al college.
All’ottavo anno di scuola, ho scelto come seconda lingua il francese e ho cominciato una corrispondenza con un ragazzo della mia età, che viveva nei sobborghi di Parigi. Ci scrivevamo regolarmente e di frequente e, alla fine dell’anno, la sua famiglia mi ha invitato ad andare in Francia. Avevo quattordici anni: a quell’età un adolescente assorbe una lingua straniera come una spugna, tanto più che la famiglia del mio amico non conosceva una parola d’inglese. Fu una vera e propria esperienza di full immersion, e pare che io abbia dimostrato, fin da piccolissimo, una particolare predisposizione per le lingue: ho imparato a leggere presto e in terza scrivevo già racconti e poesie. Così, tornai a casa parlando bene il francese e allora, anziché perdere tempo per altri quattro anni con il francese scolastico, decisi di mettermi alla prova. Scelsi di studiare anche l’italiano.
Se me lo avessero chiesto, non avrei saputo dire perché l’italiano e non lo spagnolo, che sarebbe stata una scelta sensata, non soltanto perché è anch’esso una lingua romanza, ma perché sarebbe stato più utile con i tanti ispanici che vivono negli Stati Uniti. Nell’italiano, però, e negli italiani, c’era qualcosa per cui avevo sempre sentito un’affinità particolare. La nostra insegnante di italiano era madrelingua, cosa rara nella scuola pubblica, e gli studenti iscritti ai suoi corsi erano, per la maggior parte, o immigrati italiani o figli di immigrati. Dopo l’estate trascorsa in Francia, la lingua e la cultura francesi mi piacevano, ma per l’italiano avevo una vera passione: ne amavo la musicalità, le risonanze emotive, l’estroversione dello stile culturale. Da quel momento in poi divenni simile al protagonista del film All American Boys: un ragazzo con un cognome tedesco, che però aveva l’aspetto e i modi di un italiano, e che adesso parlava e cantava in quella lingua, tanto che per i molti amici italiani della mia classe e per le loro famiglie diventai ben presto, e inevitabilmente, «Roberto».
Al momento di andare all’università, siccome conoscevo molto bene il francese e l’italiano, mi sono iscritto a Georgetown, scegliendo come discipline principali le due lingue e ho trascorso il mio terzo anno di college all’estero, come studente di italiano alla facoltà di Lettere e filosofia dell’università di Firenze. Il clima era un po’ quello di un centro addestramento reclute, perché nel mio corso tutti noi americani, provenienti da un altro paese e da un sistema educativo completamente diverso, eravamo mescolati a universitari italiani che seguivano corsi di storia dell’arte, letteratura italiana e storia europea a un livello simile a quello del primo o secondo anno del dottorato negli Stati Uniti, con lezioni frontali, discussioni, letture e lezioni completamente in italiano. Immersione totale: nuotare o affondare.
In Italia, come scoprii presto, io non soltanto nuotavo, ma sguazzavo. Com’era successo alla scuola superiore, nel mio soggiorno fiorentino c’era semplicemente qualcosa di «adatto a me», tanto che, deposti i panni americani e passato allo stile italo-europeo allora di moda, alla fine dell’anno venivo spesso scambiato per italiano, soprattutto al Sud. Le persone coglievano un lieve accento o una leggera intonazione straniera quando aprivo bocca, ma la folta capigliatura di ricci neri, la gestualità che avevo imparato (i movimenti delle mani e le espressioni del viso sono una componente indispensabile di qualsiasi conversazione: alcuni stereotipi, dopotutto, sono fondati), il linguaggio forbito e la profonda familiarità con la cultura dopo oltre un anno di soggiorno in Italia, facevano sì che moltissimi meridionali spesso mi considerassero un paesanoa del Nord.
Quell’anno segnò per me uno spartiacque e mi cambiò la vita. Pur non essendo diventato professore di francese e italiano, ho finito per insegnare italiano e tradurre da questa lingua per mantenermi agli studi in California. Il mio compagno, e poi marito, Paul aveva vissuto a Montréal e parlava molto bene il francese. Entrambi amavamo l’Europa e l’Italia, e perciò andavamo quasi ogni anno in Francia o in Italia o in tutti e due i paesi, spesso ospitati da alcuni amici di Roma, che conoscevo dai tempi di Firenze. L’Italia, perciò, faceva parte di ciò che ero.
A questo punto il lettore si sarà domandato, come ho fatto anch’io rileggendo quello che ho appena scritto: «Ma perché non gli è venuta in mente la cosa più ovvia?». Bambino adottato, palesi affinità, persino evidenti caratteristiche fisiche, parla bene e con facilità l’italiano, il tutto accompagnato da diverse scelte ed esperienze apparentemente casuali che rinforzavano in modo coerente un rapporto con l’Italia e la cultura italiana, che diventava sempre più profondo e ricco di anno in anno. Con il senno di poi, quello che mi accadeva sembra piuttosto evidente. Ma, in gran parte per una forma inconscia di riguardo nei confronti dei sentimenti di papà e mamma Hopcke, fu soltanto nel periodo della mia analisi junghiana che, dopo una serie lunga e persistente di sogni sui miei genitori biologici, il mio analista sollevò con tatto ma con insistenza la questione: «Credo che il tuo inconscio ti stia dicendo che è ora di scoprire chi sono i tuoi genitori naturali». E alla fine, dopo una certa resistenza, gli diedi ragione.
Quando sento parlare delle difficoltà degli adottati a rintracciare i propri genitori naturali, mi stupisce che per me sia stato così facile. Anzitutto, l’assistente dei Servizi sociali luterani che si era occupata della mia adozione ventisette anni prima era ancora in servizio e ricordava molto bene sia la mia pratica sia i miei genitori. (Ora, dopo trentacinque anni di attività come psicoterapeuta, capisco che non è una cosa strana, perché io non avrei nessuna difficoltà a rammentare un paziente visto durante il mio internato, trent’anni fa.) L’impiegata mi suggerì di partire dalle informazioni non identificative, che potevo consultare senza chiedere nessun permesso, e così, quando queste informazioni mi arrivarono, ricevetti senza troppa sorpresa la conferma di ciò che a un certo livello ero arrivato a capire da solo: la donna che mi aveva messo al mondo era italoamericana. Su mio padre non c’era quasi nulla, perché, mi spiegò l’assistente, dai documenti risultava che non era stato coinvolto nel processo dell’adozione.
Tuttavia, siccome parlavo italiano, ero vissuto e avevo studiato in Italia e ci tornavo continuamente, ho capito quasi subito che la questione non era per niente chiusa. E, infatti, provai immediatamente la necessità impellente di conoscere il luogo di origine della mia famiglia. In parte questo desiderio dipendeva dalla natura particolare dell’Italia che, come nazione unitaria, è relativamente recente, tanto che gli italiani si considerano tali per nazionalità ma, data la lunga storia di Stati, ducati e regni indipendenti, ognuno di loro porta in sé anche una forte identità regionale. Per me valeva lo stesso discorso: non mi bastava sapere genericamente di essere italiano, avevo bisogno di scoprire con esattezza da dove venivo e dove era radicata la mia storia ancestrale.
Purtroppo, quando mi decisi a interpellare di nuovo l’agenzia per ottenere particolari più precisi sul mio retroterra, l’assistente sociale con cui avevo avuto contatti era andata in pensione e ora, al suo posto, c’era un uomo dai modi burocratici, freddi e poco comunicativi. «No, non ci sono informazioni su questo punto. No, non so né dove né come potrebbe ottenerle. Potrei effettuare altre ricerche, ma ho qui il suo fascicolo e dentro non c’è niente.» A questo punto, io ero già un terapeuta matrimoniale e familiare, ero iscritto all’albo qui in California, avevo un mio studio, dirigevo un programma per la prevenzione dell’AIDS a San Francisco, ero supervisore dei tirocinanti e avevo già scritto due libri. Così, l’inamovibile burocrate, nella sua indifferenza, stava per entrare in rotta di collisione con la forza irrefrenabile della mia determinazione a conoscere la mia storia e a essere trattato con il rispetto e la collaborazione cui sentivo di avere diritto. A furia di insistere, l’uomo disse che l’unico modo per ottenere informazioni sul mio background italiano era avviare una ricerca della madre naturale in vista di un contatto diretto, ricerca che, al costo di 300 dollari, l’agenzia avrebbe condotto per mio conto.
Che un adulto e un professionista fosse costretto a barcamenarsi fra tanti ostacoli solo per ottenere informazioni sulla propria storia mi irritò non poco, ma per fortuna adesso l’atteggiamento verso il diritto di un figlio adottato a conoscere il proprio retroterra è cambiato moltissimo, così come l’atteggiamento verso i diritti dei genitori adottivi e naturali. Dover pagare 300 dollari a un’agenzia per ottenere qualcosa che mi spettava moralmente ed emotivamente – il mio retaggio ancestrale – non mi andava giù.
Che io, senza la minima conoscenza della mia ascendenza italiana e senza una vera curiosità, scoprissi da adulto un’identificazione così totale con la cultura italiana, parlassi la lingua, vivessi in Italia per poi scoprire che, sì, effettivamente ero di origine italiana, è già una storia piuttosto sincronistica. Ma lo diventa anche di più in seguito: se non si fosse verificato un evento sincronistico anche più clamoroso, sotto forma di sogno, forse non ci sarebbe stata nessuna conclusione alla mia ricerca sul luogo di provenienza della mia famiglia.
Passarono i mesi e io non ebbi più notizie dall’agenzia, poi, però, la questione divenne più urgente, perché quell’anno Paul e io avevamo deciso di trascorrere il mese di agosto in Italia e, per quella data, volevo conoscere i luoghi nativi della mia famiglia per visitarli durante il soggiorno. Mancava circa un mese alla partenza e una notte, preso com’ero da questo problema, feci un sogno molto semplice; una voce femminile, dolce come quella di un angelo, mi disse: «Tua madre si chiama Gloria». Mi svegliai, colpito dalla potenza dell’assoluta semplicità del sogno, e pensai: «Be’, è ovvio». Il nome della mia madre adottiva, infatti, è Gloria, Gloria Hopcke. Ricordo di averne parlato durante l’analisi, ma l’unica interpretazione cui arrivammo io e l’analista fu che si trattava di un sogno di conferma, che rinforzava l’appropriatezza emotiva della mia insistenza nel cercare informazioni sul mio retroterra familiare.
Feci diverse telefonate all’agenzia, a mano a mano che la data della partenza per l’Italia si avvicinava, ma l’impiegato o non rispondeva alla chiamata oppure lasciava un messaggio vago per dire che stavano indagando, ma che non avevano trovato niente. Poi, però, quando mancava appena una settimana al viaggio, persi la pazienza. Furente, chiamai l’agenzia, insistetti per restare in linea finché non mi fosse stato passato l’impiegato e, quando finalmente quello venne al telefono, lo misi alle strette, chiedendogli che cosa aveva fatto, per 300 dollari, per ritrovare la mia madre naturale. Emise una serie di imbarazzati «ehm» e «ah…» senza dare nessuna informazione specifica, finché alla fine sbottai: «Senta, io so che lei ha le informazioni identificative nel fascicolo davanti ai suoi occhi. Sono un terapeuta professionista. So come funzionano queste cose. Credo che lei non abbia fatto molto in tutti questi mesi per rintracciarla e perciò voglio sapere il nome di mia madre e qualsiasi notizia contenuta nel fascicolo che serva a identificarla».
L’uomo, benché chiaramente agitato, rispose in puro burocratese: no, non era possibile senza il consenso dell’interessata o senza il permesso del tribunale, perché le informazione sull’identificazione erano… blablabla…
Lo interruppi: «Senta, Dio vuole che io abbia queste informazioni».
Silenzio dall’altra parte. Lentamente, l’uomo replicò: «Tanto perché lo sappia, io sono un ministro del culto luterano e perciò non penso che debba usare come inutile minaccia una cosa del genere».
«Ma io non la sto affatto minacciando. Le ripeto: Dio mi ha mandato in sogno un angelo, che mi ha rivelato il nome di mia madre.»
Dopo un lunghissimo silenzio, sbalordito, l’uomo ripeté: «Un angelo le ha rivelato il suo nome?».
«Sì. Parto per l’Italia la settimana prossima con il mio compagno e voglio visitare i luoghi da cui proviene la mia famiglia, e così, una settimana fa, un angelo del Signore mi è apparso in sogno e mi ha detto il nome. Apra il fascicolo, guardi dov’è scritto questo nome e io le dirò quello che Dio stesso mi ha rivelato come segno che Egli vuole che io abbia questa informazione per la mia salute e la mia salvezza.»
L’uomo deglutì e disse: «D’accordo. Ce l’ho davanti agli occhi».
A questo punto ripetei semplicemente, parola per parola, il messaggio che avevo ricevuto in sogno dalla voce angelica: «Il nome di mia madre è Gloria».
L’uomo emise una sorta di grido e sentii il telefono cadere a terra. Aspettai alcuni istanti che recuperasse l’apparecchio e la compostezza, e quando tornò in linea era molto diverso, con la voce tremante, in preda a quello che mi parve vero e proprio terrore. Infine riuscì a dire: «Oh, mio Dio. Si chiama proprio così. Gloria. Il nome di entrambe le sue madri è Gloria». E a questo punto, senza neanche fermarsi a pensare, mi lesse il nome completo, l’ultimo indirizzo noto e il nome della sorella che l’aveva accompagnata all’ospedale.
Lo ringraziai e riagganciai. Con quell’informazione, il giorno stesso andai alla biblioteca pubblica di Berkeley, presi la guida telefonica del New Jersey, dov’era l’ultimo indirizzo noto di mia madre, chiamai la prima persona dell’elenco con quel cognome e scoprii che era mio zio, il fratello di mia mamma. E il giorno successivo, dopo ventinove anni di separazione, parlavo al telefono con la donna che mi aveva messo al mondo.
Ma la storia e le sincronicità non finiscono qui. Uno degli aspetti più curiosi della mia carriera di scrittore è che né i miei familiari né i miei amici, in genere, leggono i miei libri. Nessuno degli Hopcke, tanto per cominciare, è un buon lettore e quasi nessuno dei miei amici aveva interesse per scritti piuttosto accademici di psicologia junghiana o di spiritualità cattolica come sono quasi tutti i miei. So per certo che mio marito Paul, pur essendo anch’egli professore universitario, non ha mai letto neanche una parola di quanto ho scritto. Forse mi sbaglio, forse qualcuno di loro ha infilato uno dei miei libri tra le sue letture, ma, se l’ha fatto, non me l’ha mai detto né ne ha mai discusso con me. L’unica, piccola eccezione è stato Nulla succede per caso: poiché avevo chiesto a molti miei amici di raccontarmi le storie che vi sono riportate, le persone coinvolte sono andate a controllare. Quanto ai miei genitori, tenevano i volumi bene in vista sullo scaffale, ma non ho mai avuto la minima impressione che li avessero letti.
Otto anni dopo la pubblicazione di Niente succede per caso, un giorno mi arriva del tutto inaspettata la telefonata di mamma Hopcke, che con voce turbata e quasi in lacrime, mi dice: «Devo chiederti una cosa. Stavo spostando i libri giù da basso, e mi è caduto in terra quel libro che hai scritto sulla sincronicità. L’ho raccolto e ho pensato di dargli un’occhiata, e così l’ho aperto a caso e ho letto la storia di quel tuo paziente che ha scoperto che la madre naturale aveva lo stesso nome di quella adottiva». Poi, con grande sforzo domandò: «Eri tu, quello?».
Restai di stucco. Quante erano la probabilità che mia madre, la quale non aveva mai letto una parola dei miei scritti, aprisse per puro caso il mio libro proprio alla pagina dove io raccontavo, in forma concisa e mascherata, la mia storia, in un capitolo sui sogni e la sincronicit...