Cuore oscuro
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Cuore oscuro

  1. 432 pagine
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Cuore oscuro

Informazioni su questo libro

Agnieszka è una contadina diciassettenne goffa e sgraziata che vive insieme alla famiglia in un piccolo villaggio del regno di Polnya. Su tutti loro incombe la presenza maligna del Bosco, che sta progressivamente divorando l'intera regione. Per mantenere al sicuro se stessi e i loro villaggi dalle minacciose creature del Bosco e dai sortilegi mortali che lì si compiono, tutti gli abitanti della valle si affidano a un misterioso e solitario mago noto con il nome di Drago. Quest'ultimo sembra l'unico, infatti, in grado di controllare con la sua magia il potere imperscrutabile e oscuro del Bosco. In cambio della sua protezione, però, l'uomo pretende un tributo: ogni dieci anni avrà la possibilità di scegliere una ragazza tra le diciassettenni della valle e di portarla con sé nella sua torre. Un destino a detta di tutti terribile quasi quanto finire nelle grinfie del Bosco. Con l'avvicinarsi del giorno della scelta, Agnieszka ha sempre più paura. Come tutti dà infatti per scontato che il Drago non potrà che scegliere Kasia, la più bella e coraggiosa delle "candidate" nonché sua migliore amica. Ma quando il Drago comunica la sua decisione, lo sgomento è generale.

In Cuore oscuro, Naomi Novik tesse una storia ricca di colpi di scena, che affonda le radici nella mitologia e nelle leggende dell'Europa orientale e trae forza da una protagonista potente e per niente convenzionale. Un fantasy originale e sapientemente scritto che avvince fino all'ultima pagina.

Naomi Novik è nata a New York ma è cresciuta ascoltando le storie della tradizione polacca, di Baba Yaga e Tolkien. Vive a New York con il marito e la figlia. Con questo romanzo si è aggiudicata diversi premi, tra cui, nel 2016, il British Fantasy Society Award.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804678854
eBook ISBN
9788852082726

1

Fuori dalla valle possono dire quello che vogliono, ma il nostro Drago non si mangia le ragazze che prende. A volte ci capita di sentire le storie che raccontano i viaggiatori di passaggio: parlano come se praticassimo sacrifici umani, come se lui fosse un drago vero e proprio. Ovviamente non è così: sarà anche uno stregone immortale, ma resta comunque un uomo, e i nostri padri farebbero fronte comune per ucciderlo, se volesse divorarsi una di noi ogni dieci anni. Lui ci protegge dal Bosco, e noi gli siamo riconoscenti, ma non fino a quel punto.
Non le divora realmente, però la sensazione è quella. Si porta una ragazza nella torre e dieci anni dopo la lascia andare, ma a quel punto lei è una persona diversa. Indossa vestiti troppo raffinati, parla come una donna di corte, e poi ha alle spalle dieci anni di convivenza con un uomo, perciò ovvio che a quel punto sia perduta, anche se tutte sostengono di non essere mai state sfiorate con un dito. Cos’altro potrebbero dire, del resto? E c’è anche di peggio: quando le libera, il Drago dona loro, come dote, una borsa colma d’argento, così chiunque sarebbe felice di diventarne il marito, perdute o no.
Le ragazze però non vogliono sposare nessuno. Non vogliono affatto restare qui.
“Dimenticano come si vive qui” mi aveva detto una volta mio padre, sorprendendomi. Stavo viaggiando accanto a lui sul sedile del suo grosso carro vuoto. Tornavamo a casa dopo la consegna settimanale di legna da ardere. Vivevamo a Dvernik, che non era il villaggio più grande della valle né il più piccolo, e neppure il più vicino al Bosco: distavamo sette miglia. La strada però ci stava portando su per un’alta collina e, nelle giornate terse, dalla cima si riusciva a vedere in basso, lungo il fiume, fino alla striscia di terra bruciata color grigio chiaro che ne demarcava il confine anteriore, oltre la quale si ergeva un muro di alberi fitto e buio.
La torre del Drago era molto più lontana, nella direzione opposta, un pezzo di gesso bianco ai piedi delle montagne occidentali.
A quei tempi io ero ancora piccola, credo di non avere avuto più di cinque anni, però sapevo già che del Drago non si parlava, e nemmeno delle ragazze che prendeva, quindi il fatto che mio padre avesse infranto la regola mi aveva colpito molto.
“Ricordano di avere paura” aveva proseguito, senza aggiungere altro. A un suo cenno i cavalli avevano ripreso ad avanzare, scendendo giù per la collina e inoltrandosi di nuovo fra gli alberi.
Io non capivo. Avevamo tutti paura del Bosco, ma la valle era la nostra casa. Come potevi andartene? Eppure le ragazze non tornavano mai per restare. Il Drago le faceva uscire dalla torre, loro si fermavano con le famiglie per un po’, una settimana, a volte un mese, ma mai più a lungo, e infine se ne andavano con la loro dote d’argento. Molte di loro si trasferivano a Kralia e frequentavano l’università. Magari sposavano un uomo di città, oppure diventavano accademiche o negozianti, benché alcuni insinuassero che Jadwiga Bach, presa sessant’anni prima, fosse diventata cortigiana e quindi amante di un barone e di un duca. Quando venni al mondo io, però, era solo una ricca anziana che inviava splendidi regali a tutti i suoi pronipoti e non veniva mai a trovarli.
Quindi non è come consegnare tua figlia perché venga divorata, però non è neppure una bella cosa. Nella valle i villaggi non sono tanto numerosi da rendere remota la possibilità di essere scelte, perché lui prende solo ragazze di diciassette anni, nate tra un ottobre e l’altro. Nel mio anno ce n’erano undici, quindi peggio che lanciare i dadi. Tutti dicono che, a una ragazza nata per il Drago, si vuole bene diversamente a mano a mano che cresce; non ne puoi fare a meno, sapendo quanto sia alto il rischio di perderla. Ma per me e per i miei genitori non è stato così. Quando fui abbastanza grande da capire che avrei potuto essere presa, sapevamo tutti che la prescelta sarebbe stata Kasia.
Solo i viaggiatori di passaggio, quelli che non sapevano, si complimentavano con i suoi genitori o dicevano loro quanto bella, intelligente e simpatica fosse la figlia. Il Drago non prendeva sempre l’adolescente più carina, ma quella più speciale sì, in un certo senso: e se c’era una ragazza che era di gran lunga la più gradevole, la più talentuosa, la più brava a ballare o la più gentile, lui la sceglieva sempre, anche se prima di farlo scambiava a stento, con le predilette, solo una o due parole.
Kasia era tutte quelle cose messe insieme. Aveva folti capelli biondo grano che portava raccolti in una treccia lunga fino alla vita e occhi castano intenso; quando rideva era come se cantasse, e ti faceva venire voglia di cantare con lei. Conosceva tutti i giochi più divertenti ed era capace di inventarsi di sana pianta racconti e balli nuovi. Avrebbe saputo cucinare per un banchetto e, quando filava la lana delle pecore di suo padre, il filo le veniva sempre liscio e uniforme, senza un solo nodo o groviglio.
So che descritta così potrebbe sembrare un personaggio uscito da una fiaba, ma in realtà era il contrario. Quando mia madre mi raccontava delle storie sulla principessa che filava, sulla coraggiosa guardiana di oche o sulla fanciulla del fiume, nella mia testa io le vedevo tutte un po’ come Kasia; era così che pensavo a lei. E non ero abbastanza grande da essere saggia, perciò le volevo più bene, non meno, sapendo che presto me l’avrebbero portata via.
Lei diceva che non le importava. Era anche impavida, grazie a sua madre Wensa. Ricordo che un giorno l’avevo sentita dire alla mia: “Dovrà essere coraggiosa”. Allora stava spronando Kasia ad arrampicarsi su un albero dal quale lei si era tenuta alla larga, e mia madre l’aveva abbracciata con le lacrime agli occhi.
Abitavamo a solo tre case di distanza, e io non avevo sorelle, ma solo tre fratelli molto più grandi di me. Kasia era la mia amica più cara. Avevamo giocato insieme sin dalla culla, prima nelle cucine delle nostre madri, cercando di non stare troppo tra i piedi, e poi nelle strade davanti alle nostre abitazioni, finché non fummo abbastanza grandi da poter correre liberamente tra i boschi. Non ho mai desiderato starmene rinchiusa da qualche parte quando potevamo correre mano nella mano sotto i rami, che nella mia fantasia erano braccia tese dagli alberi per proteggerci. Non sapevo cosa avrei fatto, quando il Drago l’avesse presa.
Anche se non ci fosse stata Kasia, i miei genitori non avrebbero avuto di che temere per me, non troppo. A diciassette anni ero ancora una ragazzetta molto magra, con i piedi sproporzionati e i capelli castano sporco tutti arruffati, e il mio unico talento, se così lo si poteva definire, era il fatto che strappavo, macchiavo o perdevo nel giro di una giornata qualsiasi cosa mi mettessero addosso. Compiuti i dodici anni mia madre perse le speranze e iniziò a farmi indossare i vestiti smessi dai miei fratelli, tranne nei giorni di festa, quando ero obbligata a cambiarmi solo venti minuti prima che uscissimo di casa e a rimanere poi seduta sulla panca davanti alla porta fino al momento di andare in chiesa. Nonostante ciò, riuscire a raggiungere il prato che fungeva da piazza del villaggio senza restare impigliata in un ramo o imbrattarmi di fango era un obiettivo per nulla scontato.
“Dovrai sposarti un sarto, mia piccola Agnieszka” diceva sempre mio padre, ridendo, quando la sera tornava a casa dalla foresta e io gli correvo incontro con la faccia sudicia, almeno uno strappo da qualche parte e nessun fazzoletto in testa. Lui mi sollevava tra le braccia e mi baciava; mia madre accennava solo un sospiro. Quale genitore avrebbe potuto davvero dispiacersi, se una ragazza nata per il Drago aveva qualche difetto?
La nostra ultima estate prima della scelta fu lunga, calda e piena di lacrime. Non quelle di Kasia, ma le mie. Restavamo fuori fino a tardi nei boschi, prolungando il più possibile ogni preziosa giornata, poi io tornavo a casa stanca e affamata e andavo subito a sdraiarmi al buio. Mia madre veniva ad accarezzarmi la testa, cantando dolcemente mentre piangevo fino ad addormentarmi, e lasciava un piatto di cibo accanto al letto per quando mi sarei alzata nel cuore della notte in preda ai morsi della fame. Non tentava di consolarmi in altro modo: come avrebbe potuto? Sapevamo entrambe che, per quanto bene volesse a Kasia e a Wensa, mia madre aveva dentro lo stomaco un tenue nodo di contentezza: non mia figlia, non la mia unica figlia femmina... E ovviamente io non avrei voluto che provasse altro.
Kasia e io trascorremmo insieme, da sole, quasi tutta quell’estate. Era stato così per molto tempo. Da piccole scorrazzavamo in compagnia degli altri bambini del villaggio, ma crescendo, con Kasia che diventava sempre più bella, sua madre le aveva detto: “È meglio se non stai troppo con i maschi. Meglio per te e per loro”. Io però le ero rimasta incollata, e mia madre voleva così bene sia a lei sia a Wensa che non tentò nemmeno di allontanarci, pur sapendo che alla fine avrei sofferto di più.
L’ultimo giorno trovai una radura in un bosco dove gli alberi avevano ancora le foglie: fruscii di oro e rosso fiammante sopra di noi, castagne mature tutto attorno, a terra. Accendemmo un piccolo falò di ramoscelli e foglie secche per arrostirne una manciata. L’indomani sarebbe stato il primo ottobre, giorno della grande festa in onore del nostro signore e patrono. Giorno dell’arrivo del Drago.
“Sarebbe bello fare il trovatore” aveva detto Kasia, sdraiata a pancia in su, con gli occhi chiusi. Canticchiava a labbra serrate: un cantore itinerante era venuto per la festa, e quel mattino aveva provato le sue melodie in piazza. Era tutta la settimana che arrivavano carri dei tributi. “Girare tutta la Polnya e cantare per il re” aveva aggiunto.
Il suo tono era riflessivo, non quello di una bambina che faceva castelli in aria, ma di qualcuno davvero intenzionato a lasciare la valle, ad andarsene per sempre. Le avevo stretto la mano. “E torneresti a casa per Mezz’inverno” avevo detto “cantandoci tutte le canzoni imparate nel frattempo.” Ci eravamo tenute forte, e non avevo permesso a me stessa di ricordare che le ragazze prese dal Drago non volevano mai fare ritorno.
Va da sé che in quel momento lo odiassi ferocemente. Però non era un cattivo signore. Sull’altro versante delle montagne settentrionali, il barone delle Paludi Gialle aveva un esercito di cinquemila uomini da portare alle guerre della Polnya, un castello con quattro torri e una moglie che indossava gioielli color del sangue e una pelliccia di volpe bianca, tutto in un dominio non più ricco della nostra valle. Gli uomini dovevano dedicare un giorno di lavoro la settimana ai suoi campi, che sorgevano sui terreni migliori, e lui si prendeva anche i figli maschi più promettenti per il suo esercito. Con tutti quei soldati in giro, una volta raggiunta la pubertà, le ragazze dovevano restare in casa, sempre in compagnia. E persino quello non era un cattivo signore.
Il Drago aveva una torre sola, nessun soldato e neppure un servitore, a parte la giovane che prendeva. Non aveva bisogno di mantenere una forza militare: ciò che doveva al re era il suo stesso lavoro, la sua magia. A volte era tenuto a recarsi a corte, per rinnovare il giuramento di fedeltà, e suppongo che il sovrano avrebbe potuto chiamarlo in guerra, ma di fatto il suo compito consisteva per lo più nel rimanere a sorvegliare il Bosco, proteggendo il regno dalla sua malvagità.
L’unico lusso che si concedeva erano i libri. Per essere dei paesani noi eravamo piuttosto colti, perché lui pagava oro anche un unico testo di qualità. Per questo i venditori ambulanti non mancavano mai di passare dalle nostre parti benché fossimo ai confini della Polnya. E finché loro avessero continuato a farsi vedere, noi avremmo continuato a comprare per pochi spiccioli ogni genere di libri, logori o economici, di cui si erano riempiti le bisacce. Era una povera casa quella che, nella valle, non aveva almeno due o tre volumi orgogliosamente in mostra sulle pareti.
Potranno sembrare piccole cose, futili dettagli che, per chiunque non viva abbastanza vicino al Bosco da poter capire, non rappresentano un buon motivo per cedere una figlia. Io però avevo vissuto l’Estate Verde, quando un vento caldo aveva spinto i pollini del Bosco molto in profondità dentro la valle, investendo i nostri campi e i nostri giardini. I raccolti furono rigogliosi, ma anche strani, deformi. Chiunque se ne cibava impazziva di rabbia, diventava violento con la famiglia e alla fine, se non era legato, correva nel Bosco e scompariva.
Io allora avevo sei anni. I miei genitori cercarono di proteggermi il più possibile, ma nonostante ciò ricordo bene quell’umido e freddo senso di terrore ovunque, lo spavento generale e, nello stomaco, i morsi implacabili della fame. A quel punto avevamo già fatto fuori tutte le scorte dell’anno passato, contando sulla primavera. Uno dei nostri vicini, arrivato allo stremo, mangiò dei fagiolini. Quella notte ricordo di aver sentito le urla salire da casa sua, e di aver sbirciato fuori dalla finestra per vedere mio padre che correva in suo soccorso, prendendo il forcone appoggiato alla parete del fienile.
Un giorno, nella stessa estate, troppo giovane per rendermi seriamente conto del pericolo che correvo, sfuggii alla sorveglianza debole e stanca di mia madre e corsi nella foresta. Trovai un rovo mezzo morto, in una nicchia riparata dal vento. Affondai la mano tra i rami secchi per arrivare al cuore della pianta e ne estrassi una miracolosa manciata di more, per nulla deformi: erano integre, succose, perfette. Ognuna fu un’esplosione di gioia dentro la mia bocca. Ne mangiai due manciate e mi ci riempii la gonna; corsi a casa, macchiandomi tutta di viola, e quando mia madre vide la mia faccia sporca pianse di terrore. Non mi sentii male: in un modo o nell’altro la pianta di rovo era riuscita a scampare alla maledizione del Bosco, e le more erano buone. Le lacrime di mia madre però mi spaventarono molto, e ancora per anni dopo tale episodio continuai a tenermi alla larga dal frutto.
Quell’anno il Drago era stato convocato a corte. Tornò presto, cavalcò dritto verso i campi ed evocò il fuoco magico perché bruciasse tutti i raccolti contaminati, tutte le coltivazioni avvelenate. Era suo dovere, ma poi passò anche nelle case dei malati dando loro un tonico che faceva ritornare la mente lucida. Ordinò ai villaggi più a ovest, sfuggiti alla calamità, di condividere i raccolti con noi, e quell’anno rinunciò per intero al suo tributo personale così che nessuno sarebbe morto di fame. La primavera seguente, appena prima del periodo della semina, rifece il giro dei campi per estinguere i pochi residui corrotti prima che potessero mettere nuove radici.
Ci aveva salvato, sì, ma noi non lo amavamo. Non usciva mai dalla sua dimora per offrire da bere agli uomini durante il raccolto come invece faceva il barone delle Paludi Gialle, né veniva a comprare qualche ninnolo alla fiera come solevano la consorte del barone e le sue figlie. A volte le compagnie itineranti organizzavano degli spettacoli, oppure arrivavano cantori dal valico con Rosya. Lui non veniva a vederli. Quando i carrettieri gli portavano il suo tributo, le porte della torre si aprivano da sole, e gli uomini dovevano lasciare la merce nel seminterrato senza neanche vederlo. Non scambiava mai più di qualche parola con la nostra capovillaggio e nemmeno con il sindaco di Olshanka, la cittadina più grande della valle, molto vicina alla torre. Non faceva alcuno sforzo per cercare di conquistare il nostro affetto; nessuno di noi lo conosceva.
E ovviamente era anche un maestro di magia nera. Le notti in cui il cielo era sereno, persino d’inverno, attorno al suo pinnacolo si vedevano balenare dei lampi di luce. Fuochi fatui, che lui liberava dalle finestre, vagavano in giro per le strade e lungo il fiume di notte, andando nel Bosco per fargli da sentinelle. E talvolta, quando il Bosco catturava qualcuno, una pastorella che si era avvicinata troppo ai suoi confini mentre seguiva il gregge, un cacciatore che aveva bevuto dalla fonte sbagliata, uno sventurato viandante che aveva attraversato il valico tra le montagne canticchiando un motivetto che gli si era conficcato in testa, be’, anche per loro il Drago usciva dalla sua fortezza, e quelli che si prendeva non facevano mai più ritorno.
Non era crudele, ma distante e terribile sì. Inoltre si sarebbe portato via Kasia, perciò io lo odiavo ormai da anni e anni.
I miei sentimenti non cambiarono quell’ultima sera. Io e Kasia mangiammo le nostre castagne. Il sole tramontò e il falò si spense, ma indugiammo nella radura finché le braci rimasero ardenti. La mattina non avremmo avuto molta strada da fare. La festa del raccolto si teneva in genere a Olshanka, ma nell’anno di scelta veniva sempre organizzata in un villaggio dove viveva almeno una delle ragazze, in modo da facilitare un po’ il viaggio alle famiglie. E il nostro villaggio aveva Kasia.
Il giorno dopo, mentre indossavo la mia nuova sopravveste verde, sentii di odiare il Drago ancora di più. A mia madre tremavano le mani mentre mi intrecciava i capelli. Sapevamo che sarebbe stata Kasia, ma non per questo eravamo meno spaventati. Nonostante ciò, sollevai attentamente le gonne da terra e salii sul carro con tutto il riguardo di cui ero capace, facendo attenzione alle sc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CUORE OSCURO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. RINGRAZIAMENTI
  37. Copyright