Irène
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Irène

  1. 360 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

"C'è stato un omicidio a Courbevoie..." Messaggio laconico per un crimine a dir poco spaventoso. Quando il commissario Camille Verhoeven, felicemente sposato con Irène e in attesa del primo figlio, giunge sul luogo del delitto - un elegante loft - trova due, non uno, cadaveri di donne decapitate e fatte a pezzi e di fronte a una scena così estrema capisce subito, come in un presentimento, che in casi come questi le spiegazioni razionali non servono a nulla. E ha ragione, perché questo è solo l'inizio e uno dopo l'altro si susseguono dei crimini orribili e soprattutto illogici. La stampa e persino il giudice e il prefetto si scatenano contro il "metodo Verhoeven", specie perché l'indisciplinato poliziotto formula un'ipotesi cui nessuno vuole credere: chi sta uccidendo in maniera tanto selvaggia mette in scena delle macabre rappresentazioni ispirate a famosi romanzi noir e questa non può essere una coincidenza. Camille viene lasciato solo di fronte a un serial killer che sembra avere capito tutto di lui, nei minimi dettagli segreti della sua vita, e ha già previsto ogni sua mossa. E in questa sfida crudele ci può essere un solo vincitore. Per questo Camille non potrà sfuggire all'orrendo spettacolo che l'assassino ha preparato con tanta cura solo per lui. In Irène lo stile inconfondibile di Pierre Lemaitre lascia il segno: teso, intenso, non convenzionale, con una trama originale e diabolica e un protagonista fuori dal comune, lo straordinario commissario Camille Verhoeven con i suoi formidabili metodi d'indagine, e una Parigi spenta d'ogni luce romantica, cupo teatro di mostruosi assassini. Questo è il primo romanzo di una trilogia noir ad altissima tensione.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804644620
eBook ISBN
9788852060168

Prima parte

Lunedì 7 aprile 2003

1

«Alice...» disse guardando quella che nessun altro avrebbe definito una ragazza.
L’aveva chiamata per nome in segno di complicità, ma senza riuscire a fare in lei la minima breccia. Abbassò gli occhi sugli appunti scritti di getto da Armand nel corso del primo interrogatorio: Alice Vandenbosch, ventiquattro anni. Provò a immaginare come fosse fatta un’Alice Vandenbosch di ventiquattro anni. Doveva essere una ragazza giovane, con il viso lungo, i capelli castano chiaro, lo sguardo deciso. Alzò gli occhi e quello che vide gli parve del tutto improbabile. Quella ragazza non assomigliava a se stessa: i capelli di un biondo stinto con lunghe radici scure incollati in testa, un pallore cadaverico, un grosso ematoma violaceo sullo zigomo destro, un esile filo di sangue secco all’estremità del labbro... e due occhi sconvolti e sfuggenti che di umano avevano solo la paura, una paura tremenda che le dava ancora i brividi come se fosse uscita senza cappotto in pieno inverno. Con il suo caffè in un bicchiere di carta tra le mani, sembrava la superstite di un naufragio.
Di solito, il semplice ingresso di Camille Verhœven suscitava reazioni anche nei più impavidi. Ma con lei no. Alice era chiusa in se stessa, tremante.
Erano le otto e mezzo del mattino.
Camille, giunto da poco alla Squadra Omicidi, si sentiva stanco. La cena della sera prima si era conclusa all’una di notte. Gente che non conosceva, amici di Irène. Si era parlato di televisione, con aneddoti che Camille avrebbe anche trovato piuttosto divertenti se di fronte non avesse avuto una donna che gli ricordava terribilmente sua madre. Per tutta la cena aveva lottato per staccarsi da quella immagine, ma erano proprio lo stesso sguardo, la stessa bocca e le stesse sigarette accese una dopo l’altra. Camille era ripiombato indietro di vent’anni, ai bei tempi in cui la madre usciva ancora dal suo atelier con il camice chiazzato di colori, la sigaretta in bocca, i capelli arruffati. Erano i tempi in cui andava ancora a guardarla dipingere. Donna forte. Solida e concentrata, dalla pennellata un po’ rabbiosa. Era così assorta nel proprio lavoro che a volte sembrava non accorgersi della sua presenza. Momenti lunghi e silenziosi durante i quali Camille rimaneva in adorazione dei suoi dipinti e osservava ogni gesto come se fosse la chiave di un mistero che lo avrebbe riguardato personalmente. Tutto questo prima. Prima che le migliaia di sigarette fumate dalla madre gli dichiarassero guerra aperta, ma molto dopo che quell’ipotrofia fetale che aveva segnato la sua nascita avesse attecchito in lui. Con il suo metro e quarantacinque definitivo, Camille, all’epoca, non sapeva cosa odiasse di più tra la madre avvelenatrice che lo aveva sfornato come una pallida copia di Toulouse-Lautrec, solo meno deforme, il padre serafico e inerme, che guardava la moglie con l’ammirazione di un debole, e la propria immagine riflessa nello specchio: già uomo a sedici anni, ma incompiuto a vita. Mentre la madre accumulava le tele nell’atelier e il padre, sempre silenzioso, gestiva la sua farmacia, Camille, col passare degli anni, cercava di riconciliarsi con la sua statura: non si accaniva più ad alzarsi sulla punta dei piedi, si abituava a guardare il prossimo dal basso, rinunciava a tentare di raggiungere gli scaffali senza prima trascinare una sedia, organizzava il suo spazio personale all’altezza di una casa di bambola. E quella miniatura d’uomo guardava, senza realmente capirle, le immense tele che la madre doveva far uscire arrotolate per portarle dai galleristi. A volte lei gli diceva: “Camille, vieni qua...”. Seduta sullo sgabello, si passava la mano tra i capelli senza dire nulla, e allora Camille percepiva tutto il suo amore per lei, credeva persino che non avrebbe mai amato nessun’altra donna.
Erano ancora bei tempi, quelli, pensava Camille durante la cena, guardando la donna di fronte a lui che rideva a crepapelle, beveva poco e fumava per quattro. Di lì a breve, sua madre avrebbe passato le giornate inginocchiata ai piedi del letto, la guancia sulle coperte, nella sola posizione in cui il cancro le concedeva un po’ di tregua. La malattia l’aveva messa letteralmente in ginocchio. E quei momenti erano i primi in cui i loro sguardi, diventati reciprocamente impenetrabili, potevano incrociarsi alla stessa altezza. All’epoca, Camille disegnava molto. Trascorreva lunghe ore nell’atelier della madre ormai deserto. Quando finalmente si decideva a entrare nella sua camera, ci trovava il padre che trascorreva l’altra metà della propria vita in ginocchio anche lui, raggomitolato accanto alla moglie, tenendole le spalle in silenzio, respirando al suo stesso ritmo. Camille era solo. Disegnava. Occupava il tempo e aspettava.
Quando si era iscritto a Giurisprudenza, la madre era magra come un fuscello. Appena tornava a casa, il padre gli appariva avvolto nel plumbeo silenzio del dolore. E tutto questo si era trascinato nel tempo. Con Camille che chinava il suo corpo di eterno fanciullo sui testi di diritto in attesa della fine.
Fine che arrivò in un giorno di maggio qualunque. Con una telefonata impersonale. “Bisognerebbe che tornassi a casa.” Il padre non gli disse altro e lui realizzò subito che da quel momento avrebbe dovuto vivere soltanto con se stesso, senza la compagnia di nessuno.
A quarant’anni, quell’omino dal viso lungo e segnato, calvo come un uovo, sapeva che le cose erano andate diversamente da quando Irène era entrata nella sua vita. Ma con tutte quelle visioni del passato, la cena gli era sembrata davvero estenuante.
E poi, non digeriva la selvaggina.
Quasi nello stesso momento in cui portava a Irène il vassoio della colazione, Alice era stata raccolta sul boulevard Bonne-Nouvelle da una pattuglia del quartiere.
Camille saltò giù dalla sedia e si affacciò nell’ufficio di Armand, un uomo smilzo, con grandi orecchie e una tirchieria da manuale.
«Tra dieci minuti» disse Camille «vieni a dirmi che hanno trovato Marco. In uno stato pietoso.»
«Trovato...? Dove?» chiese Armand.
«Non ne ho idea, vedi tu.»
Camille tornò nel suo ufficio a piccoli passi spediti.
«Bene» riprese avvicinandosi ad Alice. «Ripartiamo da capo.»
Era in piedi di fronte a lei, i loro sguardi quasi alla stessa altezza. Alice sembrò uscire dal suo torpore. Lo guardava come se lo vedesse per la prima volta e dovette sentire più viva che mai l’assurdità del mondo nel rendersi conto che lei, Alice, pestata a sangue due ore prima, lo stomaco spappolato, si ritrovava all’improvviso alla Squadra Omicidi di fronte a un uomo di un metro e quarantacinque che le proponeva di ripartire da zero, come se lei non fosse già a quello stadio.
Camille passò dietro la scrivania e prese meccanicamente una matita tra la decina nel barattolo di pasta di vetro, regalo di Irène. Alzò gli occhi verso Alice. In realtà non era brutta. Anzi, piuttosto carina. Tratti delicati un po’ indefiniti che la sciatteria e le notti in bianco avevano già in parte alterato. Una pietà. Assomigliava a una falsa rovina antica.
«Da quand’è che lavori per Santeny?» le domandò mentre schizzava il profilo del suo viso su un bloc-notes.
«Non lavoro per lui!»
«Bene, diciamo da due anni. Tu lavori per lui e lui ti rifornisce, è così?»
«No.»
«E tu ci vedi un po’ d’amore in tutto questo, vero?»
Lei lo fissò. Lui le sorrise e tornò a concentrarsi sul disegno. Seguì un lungo silenzio. Camille ricordò una delle frasi frequenti di sua madre: “È sempre il cuore dell’artista che batte nel corpo del modello”.
Sul taccuino, in pochi tratti di matita, emerse ben presto un’altra Alice, ancora più giovane di quella reale, con un’espressione altrettanto dolorosa ma senza ecchimosi. Camille sollevò lo sguardo verso di lei e sembrò maturare una decisione. Alice lo osservò avvicinarsi trascinando una sedia e saltandoci sopra come un bambino, i piedi penzoloni a trenta centimetri da terra.
«Posso fumare?» domandò la ragazza.
«Santeny si è cacciato in un bel casino» disse Camille, come se non avesse sentito niente. «Lo cercano tutti. Nessuno dovrebbe saperlo meglio di te» aggiunse indicando i suoi lividi. «È gente che non scherza, eh? Sarebbe meglio se lo trovassimo prima noi, non credi?»
Alice sembrò ipnotizzata dai piedi di Camille che oscillavano come un pendolo.
«Non ha abbastanza amicizie per venirne fuori. Gli do due giorni, nel migliore dei casi. Ma neanche tu hai abbastanza amicizie, ti troveranno... Dov’è Santeny?»
Niente da fare. La ragazza si incaponiva come quei bambini consapevoli che la stanno facendo grossa, eppure continuano imperterriti.
«E va bene, ti lascio libera» disse Camille come se parlasse a se stesso. «La prossima volta, spero di non vederti in fondo a un cassonetto dell’immondizia.»
In quel momento spuntò Armand.
«Abbiamo trovato Marco. Aveva ragione, è in uno stato pietoso.»
Camille, fintamente sorpreso, guardò Armand.
«Dove?»
«A casa sua.»
Camille guardò il collega con un’aria delusa: la parsimonia di Armand si estendeva addirittura al suo immaginario.
«Bene. Allora possiamo liberare la ragazza» concluse balzando giù dalla sedia.
Una lieve ondata di panico, poi: «È a Rambouillet» rivelò Alice con un sospiro.
«Ah» disse Camille con voce neutra.
«Boulevard Delagrange. Numero 18.»
«Numero 18» ripeté Camille, come se il fatto di pronunciare quella semplice cifra lo esimesse dal ringraziare la ragazza.
Alice, senza chiedere il permesso, prese dalla tasca un pacchetto di sigarette ammaccato e ne accese una.
«Il fumo fa male» sentenziò Camille.

2

Camille stava facendo cenno ad Armand di mandare rapidamente una squadra sul posto quando squillò il telefono.
All’altro capo del filo, Louis sembrava trafelato. Ansimava.
«Siamo a Courbevoie, impietriti…»
«Dimmi tutto» chiese lapidario Camille afferrando la penna.
«Una telefonata anonima. Stamattina. Sono sul posto. È una cosa... non so come dire...»
«Be’, se non ci provi» tagliò corto Camille, un po’ spazientito.
«È un orrore» farfugliò Louis. La sua voce era alterata. «Un macello. Non di quelli soliti, non so se rendo l’idea...»
«Non molto, Louis, non molto...»
«Mai vista una cosa simile...»

3

Dal momento che la sua linea era occupata, Camille si spostò nell’ufficio del commissario capo Le Guen. Bussò piano e non aspettò la risposta. Aveva libero accesso.
Le Guen era un pezzo d’uomo perennemente a dieta da vent’anni senza mai perdere un gr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prima parte
  4. Seconda parte
  5. Copyright