| La Spera | Fillicò |
| Mita | Burrania |
| La Dia | Quanterba |
| Marella | Trentuno |
| Sidora | Ciminudù |
| Nela | Osso-di-Seppia |
| Currao | Il Riccio |
| Crocco | Nuccio d’Alagna |
| Tobba | Bacchi-Bacchi |
| Padron Nocio | Filaccione |
| Dorò | Pallotta |
| Papìa | |
Giovane contadino – Marinai – Pescatori - Uomini della ciurma – Guardie di dogana
La taverna di Nuccio d’Alagna nella calata del porto d’una città marinara del Mezzogiorno.
La parete di fondo è divisa in due parti che formano in mezzo un breve angolo. Nella parte sinistra, che rientra in quest’angolo, è inserita un’alta e stinta scaffalatura con polverose bottiglie di liquore, d’ogni colore, allineate sui palchetti. Davanti alla scaffalatura, un banco di méscita, di quelli all’antica, con la buchetta in mezzo per le monete. In questo banco, da un lato, l’acquaio, con attorno bottiglie, bicchieri, bicchierini: dall’altro lato, un fornelletto a spirito, con una vecchia cùccuma da caffè, di rame e il manico d’osso; e, attorno, rozze tazze di ferraglia, scheggiate. L’altra parte della parete di fondo, più sporgente, è quasi tutta presa da una sudicia vetrata scompartita da bacchette di ferro, la quale comincia a poco più d’un metro dal suolo e va su fin quasi al soffitto. Da questa vetrata si scorge appena la calata del porto, al lume d’un fanale acceso lì davanti.
Nella parete di destra è la comune, con la soglia illuminata dal lampioncino che, appeso sotto l’insegna esteriormente, non si vede.
Nella parete di sinistra, un usciolino all’angolo immette dal banco di mescita in cucina. Più avanti, nella sala, è un altro usciolo chiuso da cui si scende nel riposto.
Tavole e tavolini con panche e sedie davanti e intorno, lungo le pareti e nel mezzo.
La taverna è illuminata scarsamente da lampade che pendono dal soffitto: filo e padella. Ed è sporca e lugubre.
Fuori, il mare è agitato da un vento furioso.
Al levarsi della tela, il vecchio tavernajo Nuccio d’Alagna, storto e magro, con la barba a collana, s’aggira con uno strofinaccio tra i tavolini, pulisce e rassetta le seggiole. Porta in capo un rigido berretto di panno turchino, con larga visiera di cuoio; e, sulle spalle, un vecchio scialle grigio peloso, con un resto di pèneri pendenti lungo gli orli. Seduto al primo dei tavolini presso la parete di sinistra, sul davanti, il vecchio pescatore Tobba, sui sessant’anni, ha finito di cenare e ora fuma la pipa, sonnolento. Ha in capo una lunga e piatta berretta marinaresca, a forma di lingua, di color rosso, ma sporca e ingiallita, volta all’indietro e pendente sulla nuca; gli occhi bolsi e acquosi; la barba corta ma folta e schiumosa; appesa alle spalle, la decrepita giacca senza più colore, tutta toppe vecchie e toppe nuove, vivaci; invece del panciotto, una fascia rossa stinta rigirata attorno alla vita; i calzoni bianchi di tela; un po’ rimboccati sulle gambe cotte dal sole; e i piedi scalzi. Poco dopo, entra dalla comune, senza scostarsene, Padron Nocio, con sdegnosa superbia. È un vecchio stangone dalle spalle alte, ferrigno e adunco, accigliato, con occhi adirati. Veste da ricco padrone di paranze un abito di velluto turchino, dalla giacca a vita e i calzoni a campana: una fascia di seta celeste (non lucida), invece del panciotto, gli cinge la vita; porta in capo un grosso berretto di pelo, a barca; è senza baffi, con le basette allungate fino agli angoli della bocca.
PADRON NOCIO (chiamando dalla soglia) Oh –
un fischio, breve
– cannuccia di pipa!
NUCCIO (voltandosi al fischio e riparandosi con una mano gli occhi dalla luce) Chi è? – Ah, voi, Padron Nocio?
Accorre premuroso.
PADRON NOCIO (prima che Nuccio s’accosti) Sta’ in là, che puzzi.
Ma poi, accostandosi lui, guardandolo un po’ e sbattendogli un dito sulla punta del naso, leggermente, di qua e ...