Le gesta di Stephen
  1. 320 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

I problemi esistenziali di un giovane intellettuale nella società dublinese nei primi del secolo: Stephen Hero (è il titolo originale) adombra le esperienze del giovane Joyce, prigioniero di un ambiente ipocrita e conformista.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804366720
eBook ISBN
9788852062186

XVIII

La conferenza di Stephen fu fissata per il secondo sabato di marzo. Correva dunque fra Natale e quel giorno un ampio spazio di tempo sufficiente per prepararvisi. I suoi quaranta giorni furono prodigati in passeggiate solitarie e senza meta durante le quali egli mise insieme il suo lavoro, per modo che l’ebbe in mente tutto quanto dalla prima parola all’ultima, avanti che ne avesse steso una sola frase sulla carta. Nel meditare e nel dar consistenza al suo scritto, lo impacciava lo star seduto; il corpo lo disturbava ed egli adottava l’espediente di placarlo con un po’ di moto. Talvolta durante quelle camminate gli accadeva di perdere il filo del discorso, e ogni volta che il vuoto della sua mente era irreparabile egli lo richiamava all’ordine con esclamazioni piene di fervore. Le sue passeggiate mattutine erano critiche, quelle serali dedite all’immaginazione, e tutto ciò che, concepito di sera, gli era sembrato passabile, lo riesaminava per scrupolo alla luce del giorno. Questi vagabondaggi solitari vennero riferiti da diverse parti al signor Daedalus il quale domandò un giorno al figlio che cosa diavolo fosse andato a fare a Dolphin Barn. Stephen rispose che aveva fatto un buon tratto della strada con un compagno di collegio abitante da quelle parti, al che il signor Daedalus ribatté che il compagno, dato che c’era, poteva anche arrivare fino alla contea di Meath. Stephen del resto non permetteva a nessun conoscente incontrato per strada di interrompere con chiacchiere le sue meditazioni, cosa che d’altronde costoro sapevano evitare facendogli soltanto un deferente saluto. Fu dunque molto sorpreso una sera in cui, passeggiando oltre la Scuola dei Fratelli Cristiani, in North Richmond Street, si sentì agguantare un braccio e si udì dire da una voce piuttosto rozza e volgare:
«Hello, Daedalus, vecchio mio, ma sei proprio tu?»
Stephen si volse e si trovò davanti un giovane alto con molti brufoli sul viso e vestito completamente di nero. Lo fissò per un istante cercando di rammentarsi quel volto.
«Non ti ricordi più di me? Io ti ho riconosciuto subito.»
«Oh, sì, adesso ti riconosco anch’io. Ma sei cambiato.»
«Ti pare?»
«Non ti avrei riconosciuto… Sei… in lutto?»
Wells rise:
«Per Giove, questa è buona. Evidentemente tu non riconosci più la tua Chiesa quando le sei davanti.»
«Che cosa? Non mi vorresti dire che studi da prete?»
«Proprio così, vecchio mio. Mi trovo al Clonliffe, adesso. Sono qui oggi in vacanza a Balbriggan: il principale è molto cattivo. Poveretto!»
«Davvero!»
«Tu frequenti l’università ora, me l’ha detto Boland. Lo conosci? Mi ha detto che eri al Belvedere con lui.»
«Ah, è con te adesso? Sì, lo conosco.»
«Ti stima molto, dice che ora fai il letterato.»
Stephen sorrise, poi non seppe più che dire, e si chiese fin dove quello studente dal grosso vocione intendesse accompagnarlo.
«Accompagnami un po’: debbo giusto andare a prendere il tram ad Amiens Street. Fo venir l’ora del pranzo.»
«Certo che ti accompagno.»
E così ripresero a passeggiare l’uno a fianco dell’altro.
«Ebbene, come te la passi? Ti diverti, eh, giù a Bray?»
«Oh, la solita vita» disse Stephen.
«Lo so, lo so, vai dietro alle ragazze dell’Esplanade, no? Sciocchezze, vecchio mio, sciocchezze… te ne stancherai.»
«Tu evidentemente te ne sei già stancato.»
«Credo bene, era ora… Non vedi mai qualcuno dei nostri compagni?»
«Nessuno.»
«Sempre così. Ci si lascia, poi ci si perde di vista. Ti ricordi di Roth?»
«Sì.»
«È in Australia, adesso, lavora in un ranch o in qualcosa di simile. Tu sei tutto preso dalla letteratura, suppongo.»
«Non so ancora in realtà da che cosa io sia preso.»
«Lo so, lo so… ti dai buon tempo, non è vero? Sono stato così anch’io.»
«Be’, non proprio…» cominciò Stephen.
«Già, già, naturalmente!» disse in fretta Wells con una grossa risata.
Passando per Jones’s Row videro il chiassoso cartellone a forti colori di un melodramma. Wells domandò a Stephen se aveva letto Trilby.
«L’hai letto? È un libro famoso, e penso che lo stile dev’essere di tuo gusto. Naturalmente è un po’… scabrosetto.»
«In che modo?»
«Oh, sai bene, vi si parla di Parigi… di artisti.»
«È un tipo di libro così?»
«Non che ci sia niente di male, a parer mio. Soltanto alcuni lo ritengono immorale.»
«L’avete nella vostra biblioteca di Clonliffe?»
«No, non è probabile… oh, come vorrei esserne fuori!»
«Pensi di lasciare Clonliffe?»
«L’anno venturo, e fors’anche quest’anno. Vado a Parigi per la mia teologia.»
«Non ti spiacerà, credo.»
«Puoi immaginarlo. È un posto schifo. Il vitto non è male, ma è così noioso laggiù, sai.»
«E ci son molti studenti, ora?»
«Oh sì… Ma non me la faccio troppo con loro… Ce n’è un bel po’.»
«Penso che quanto prima sarai parroco, dunque.»
«Lo spero. Verrai a trovarmi quando lo sarò.»
«Va bene.»
«Quando sarai un grande scrittore, l’autore di un secondo Trilby o di qualcosa del genere… Vuoi entrare?»
«Si può?»
«Insieme con me puoi entrare.»
I due giovani entrarono nel giardino del seminario seguendo il viale riservato alle carrozze. Era una sera umida e piuttosto buia. S’intravvedevano nella luce incerta alcuni seminaristi che giocavano vigorosamente a palla in un vialetto laterale e i tonfi della palla umida contro il muro si alternavano alle loro grida allegre. La maggior parte però passeggiava in piccoli gruppi, alcuni con gli zucchetti all’indietro sulla nuca, altri tenendo sollevate le sottane come fanno le signore quando attraversano una strada fangosa.
«Puoi andare con chiunque ti piaccia?» chiese Stephen.
«I compagni non sono permessi. Devi unirti al primo gruppo che trovi.»
«Perché non sei entrato nell’ordine dei gesuiti?»
«Ci mancherebbe altro, caro mio. Sedici anni di noviziato, nessuna probabilità di una sistemazione. Oggi qui, domani là…»
Guardando il grosso edificio quadrato che grandeggiava dinanzi a loro nella luce incerta, tornò in mente a Stephen la vita di seminarista che egli aveva pur condotto per tanti anni, quelle attività ristrette che poteva considerare adesso con lo spirito acuto e comprensivo di un estraneo. Ritrovava subito la mente marziale della Chiesa irlandese nello stile di quella sua caserma ecclesiastica, e cercava invano sulle figure e sulle facce che gli passavano accanto qualche segno di elevazione morale: erano untuosi senz’essere umili, manierosi senz’essere semplici di modi. Alcuni salutavano Wells, ma ne avevano in risposta un cenno a malapena, poiché egli avrebbe voluto che Stephen credesse che lui li guardava tutti dall’alto in basso, e che non era sua colpa se essi lo consideravano una persona importante. Giunti ai piedi della scalinata si volse a Stephen:
«Debbo salire per un attimo dal decano. Temo che sia troppo tardi per farti vedere il posto questa sera.»
«Oh, non fa nulla. Sarà per un’altra volta.»
«Ebbene, allora vuoi attendermi un minuto? Puoi far due passi verso la cappella. Torno subito.»
Fece un cenno di saluto e scomparve su per le scale. Stephen s’incamminò verso la chiesa facendo ruzzolare davanti a sé col piede una pietra lungo il sentiero ghiaioso. Non era probabile che egli fosse stato ingannato dalle sue parole ad accettare quel giovane come una persona moralmente viziosa. Immaginava che Wells si era dato aria da libertino al fine di nascondere il suo senso di mortificazione con uno che non aveva abbandonato il mondo, la carne e il demonio e sospettò che, se c’era nell’anima dello studente qualche tendenza a oscillare, la mano ferrea della Chiesa sarebbe intervenuta a ristabilire in lui l’equilibrio. Nel medesimo tempo Stephen si sentiva alquanto irritato al pensiero che taluno potesse ritenerlo capace di confidare i suoi scrupoli spirituali a un simile confessore o ad accogliere con sentimenti devoti qualche sacramento o benedizione dalle mani di quei giovani seminaristi che vedeva muoversi attorno a sé. E non per orgoglio pensava questo ma per il fatto di riconoscere tra loro l’incompatibilità di due nature, l’una disciplinata per dare forza e incremento, anche con la repressione, a un credo, l’altra invece dotata di una visuale la cui mira non si sarebbe mai messa a punto per accogliere allucinazioni e un’intelligenza che amava il riso non meno della lotta.
La nebbia della sera aveva incominciato a infittire in lenta e fine pioggia, quando Stephen si fermò al termine di uno stretto sentiero che correva a fianco di una rada macchia di lauri; e lì stette un po’ a osservare una goccia che si era formata sulla punta di una foglia, una piccola goccia che brillava ed esitava e finalmente si lasciava cadere a capofitto sull’argilla fangosa del sentiero. Si domandò se piovesse in Westmeath dove la mandria se ne stava pazientemente raccolta al riparo delle siepi. Al di là dei cespugli dei lauri passò un gruppetto di studenti che ciarlavan tra loro:
«Hai visto la signora Bergin?»
«Oh, l’ho vista. Aveva un boa bianco e nero.»
«E c’eran pure le due signorine Kennedy.»
«Dove?»
«Proprio dietro il trono dell’arcivescovo.»
«Ho visto una di loro. Non aveva un cappello grigio con un uccellino in cima?»
«Sì, era lei… Un vero tipo da signora, non ti pare?»
Poi il gruppetto passò. Di lì a pochi istanti ne passò un altro, dietro i cespugli. Uno parlava forte e gli altri ascoltavano.
«Sì, e anche astronomo; ed è per questo che ha fabbricato quell’Osservatorio lassù a fianco del palazzo. Ho sentito una volta il prete che diceva che i tre più grandi uomini d’Europa sono Gladstone, Bismarck (il grande statista tedesco), e il nostro arcivescovo: uomini a tutto tondo. Egli lo conobbe a Maynooth; diceva che a Maynooth…»
Poi le parole si persero nel pestio dei grevi calzari sulla ghiaia, mentre la pioggia aumentava e gruppetti erranti di giovani volgevano i passi verso il collegio. Stephen rimase là ad aspettare il ritorno dell’amico, quando lo vide riapparire e scendere il sentiero rapidamente: s’accorse che aveva mutato l’abito d’uscita in una veste talare e che, nonostante si profondesse in scuse, i suoi modi erano meno familiari di prima. Stephen lo pregò di rientrare con gli altri, ma Wells insistette per riaccompagnare l’amico al cancello. Presero una scorciatoia lungo il muro e furono di faccia alla portineria. La porta di fianco era chiusa e Wells chiamò a gran voce la portinaia che venisse ad aprire. Poi strinse la mano a Stephen e gli raccomandò di tornare. La custode aprì la porta di fianco e Wells gittando fuori uno sguardo quasi d’invidia disse:
«Bene, arrivederci, vecchio mio. Debbo scappar dentro. Sarei felice di vederti ancora… rivedere uno dei vecchi compagni del Clongowes. Sta’ bene. Debbo scappare. Addio.»
Si tolse in braccio la sottana ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione di Giorgio Melchiori
  4. Le gesta di Stephen (Stephen Hero)
  5. [Gente di provincia]
  6. [Stephen all’università]
  7. XVI
  8. XVII
  9. XVIII
  10. XIX
  11. XX
  12. XXI
  13. XXII
  14. XXIII
  15. XXIV
  16. XXV
  17. Appendice Ritratto dell’artista
  18. Copyright