Cina, anni Sessanta. All'inizio della Rivoluzione Culturale, il giovane Chen lascia Pechino per «educarsi al lavoro» nella Mongolia Interna ed entrare in relazione con le popolazioni locali, poco inclini ad assoggettarsi ai principi che informano il nuovo governo cinese. In una terra estrema e affascinante, sullo sfondo delle crescenti tensioni con l'esercito sovietico, Chen entra così per la prima volta in contatto con un mondo ancestrale in cui le dimensioni del sacro e del soprannaturale permeano ogni cosa, compresa la quotidiana e delicata relazione con i lupi, i grandi predatori che contendono all'uomo la supremazia in quell'inospitale territorio. A lui, rappresentante del popolo cinese e del mondo moderno, si imporranno scelte difficili, talvolta drammatiche, da cui emergerà profondamente mutato. Nato dall'esperienza diretta dell'autore, vissuto per undici anni nella Mongolia Interna, Il totem del lupo è il frutto di un lavoro di studio trentennale nel quale leggenda, storia e avventura si fondono per dare vita a un'opera intensa e controversa, che scuote dalle fondamenta il nostro modo di giudicare non solo la Cina di oggi, ma la storia stessa dell'umanità.

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Il totem del lupo
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Il totem del lupo
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1
Nascosto in un’insenatura nella neve, il giovane Chen puntò il cannocchiale verso un lupo della prateria mongola e ne incrociò lo sguardo d’acciaio. I radi peli del giovane si rizzarono come aculei quasi a voler sollevare la camicia. Aveva accanto a sé il vecchio Bileg. Stavolta Chen non provava la sensazione che l’anima gli fosse volata via dal corpo, ma sudava freddo da ogni poro. Viveva nella prateria da due anni eppure i lupi di quelle regioni gli incutevano ancora terrore, soprattutto se erano più di uno. Ora, faccia a faccia con un grosso branco, ancor più minaccioso su quell’altopiano selvaggio, il fiato gli si mozzava nell’aria gelida. Non si erano portati dietro né fucili né coltelli. Non avevano nemmeno l’urga o un attrezzo di ferro, speroni per esempio. Possedevano soltanto due corte mazze per spronare i cavalli. Sarebbero finiti al cimitero prima del previsto, se soltanto i lupi avessero fiutato il loro odore.
Chen esalò un respiro agitato e si voltò verso il compagno. A sua volta Bileg teneva sotto controllo con il cannocchiale i movimenti dei lupi che si apprestavano ad accerchiare una mandria di gazzelle.
«Sta’ calmo! Non fare rumore, se ci tieni alla pelle!» lo esortò sottovoce senza staccare gli occhi dalla scena. «Voi cinesi la paura del lupo l’avete fin dentro le ossa. Per questo perdete tutte le battaglie nelle praterie.» Non ricevendo risposta, si chinò sul compagno e gli sibilò: «Se perdi la testa, siamo finiti: basta un passo falso e li abbiamo addosso».
Chen fece segno con il capo di avere capito e, afferrata una manciata di neve, la strinse forte nel pugno al punto da ridurla a un pezzo di ghiaccio.
Sul pendio vicino, le gazzelle erano intente a brucare, ignare dei lupi che stringevano il cerchio attorno a loro, avvicinandosi all’insenatura nella neve. Chen non osava muoversi, divenne una statua di ghiaccio. Era la seconda volta che si trovava di fronte ai lupi della prateria. E, come la prima, la paura gli ribollì nelle vene.
Era arrivato due anni prima in quella regione, nel Nord della Repubblica Popolare, per unirsi a una brigata di produzione in un pascolo di confine. Era la fine di novembre e la prateria dell’Olon Bulag era coperta di neve a perdita d’occhio. L’Olon Bulag si trova a sudest della catena montuosa del Grande Xing’an, a nord di Pechino, al confine con la Mongolia Esterna. Da sempre il passaggio meridionale tra la Manciuria e le steppe mongole era stato teatro di battaglie tra popoli e tribù nomadi, nonché un potenziale terreno di scontro per i nomadi e i contadini, tra cui aleggiava la minaccia della contesa.
Le yurte che avrebbero dovuto ospitare i “giovani intellettuali” – come venivano chiamati gli studenti di Pechino – non erano ancora state assegnate, così Chen fu sistemato presso il vecchio Bileg con l’incarico di accudire le pecore. Circa un mese dopo, lui e il vecchio vennero chiamati al comando distrettuale, a ottanta li dall’accampamento, per ritirare materiale di studio e comprare beni di prima necessità. All’ora del rientro il vecchio, membro del Comitato rivoluzionario del pascolo, dovette trattenersi per una riunione. Le direttive prevedevano di portare il più presto possibile il materiale prelevato, Chen ricevette l’ordine di fare subito ritorno all’accampamento da solo.
Il giorno della partenza, Bileg gli cedette il suo cavallo, un destriero nero e veloce che conosceva alla perfezione la strada di casa, e gli raccomandò ripetutamente di non prendere scorciatoie. Era più prudente per lui seguire la strada carrabile: c’erano yurte a intervalli di venti-trenta li, se la sarebbe cavata senza inconvenienti.
Montato in sella, Chen si rese conto della potenza del purosangue mongolo e volle provare a lanciarlo al galoppo. Quando giunse su un crinale e vide in lontananza l’accampamento della sua brigata, ai piedi del monte Tsagaan Uul, aveva già dimenticato le raccomandazioni del vecchio. Abbandonata la via principale che si snodava per una ventina di li, prese un sentiero secondario pensando di far prima.
Faceva sempre più freddo ed era quasi a metà strada, quando il sole si avvizzì tremando oltre la linea dell’orizzonte. Dal terreno innevato si alzava una fastidiosa condensa, il cappotto in pelle si induriva e cristallizzava nella brina. Un manto bianco di sudore ghiacciato ricopriva il dorso del cavallo. La neve sempre più alta rallentava il loro passo, il profilo delle colline si faceva più ondulato. La civiltà era lontana, neppure un filo di fumo si scorgeva in lontananza. Il cavallo però procedeva tranquillo. Chen decise di allentare le briglie, lasciando che l’animale scegliesse la direzione e l’andatura che preferiva. Che fosse lui a decidere quanto faticare. Ma d’un tratto, senza una ragione apparente, Chen si sentì invadere il petto dalla paura. Paura che il cavallo smarrisse la strada, che il tempo peggiorasse di punto in bianco, che si alzasse la bufera, che finisse per morire assiderato in quel deserto di ghiaccio e neve. L’unica paura che tralasciò fu quella dei lupi.
All’improvviso, all’imbocco di una stretta gola, il cavallo si fermò a fissare un punto giù in fondo alla valle. Soffiò e scrollò la testa, riprese a trottare ma il suo passo era incerto. Prima di allora Chen non aveva mai percorso da solo un tratto di strada così lungo nella prateria innevata e non aveva idea del pericolo imminente. E quando il purosangue, spalancando gli occhi e dilatando le froge, accennò a cambiare strada, intuendo cosa li aspettava, Chen tirò le briglie per costringerlo a procedere ancora nella stessa direzione. L’andatura divenne più irregolare e nervosa. Il cavallo batteva con vigore gli zoccoli sul terreno, come se si preparasse a lanciarsi da un momento all’altro in una corsa. Chen tirò più forte le redini.
Non comprese i segnali di allarme che il destriero si ostinava a inviargli, finché quest’ultimo non si voltò a mordergli gli stivali di pelle, in un ultimo disperato tentativo di richiamare la sua attenzione. Soltanto allora Chen vide la paura negli occhi dell’animale. Troppo tardi. Il cavallo tremante aveva ormai imboccato la gola oscura.
Chen si guardò intorno e per poco non cadde di sella per il terrore. Eccolo, un branco di lupi dallo sguardo assassino, una quarantina di metri più avanti, sul versante riscaldato dagli ultimi raggi del sole che conferivano al mantello una spettrale sfumatura dorata. Le belve lo scrutavano dritto negli occhi, o lo occhieggiavano di sbieco, e i loro sguardi gli penetravano il corpo come gli aculei di un istrice. I lupi più vicini sembravano grossi come leopardi. Dal naso alla coda, erano grandi il doppio di quelli che aveva visto allo zoo di Pechino. Una decina di esemplari, che al suo arrivo erano sdraiati, si alzarono di scatto sbuffando, le lunghe code dritte come sciabole pronte a essere sguainate o corde tese di un arco. In mezzo a loro, al centro, il capobranco. Illuminato dai raggi dell’ultimo sole, sfoggiava un mantello argenteo, che andava sfumando verso il bianco sul collo, sul torace e sull’addome. Gli animali dovevano essere almeno una trentina, forse addirittura quaranta.
Quando in seguito ricostruì le circostanze con Bileg, il vecchio gli disse, asciugandosi il sudore da un sopracciglio: «Probabilmente stavano tenendo un raduno. Dovevano avere avvistato nei paraggi qualche mandria di cavalli e il capobranco stava dettando le istruzioni per sferrare l’attacco a sorpresa. Quando il mantello è lucido, vuol dire che sono ben nutriti. Non erano affamati. Avresti capito la tua fortuna se avessi conosciuto questo dettaglio».
Sarà anche stato così, ma a quello spettacolo la mente di Chen si era annebbiata. L’ultima cosa che ricordava era di avere avvertito dentro di sé un suono lieve, metallico, simile a quello che, vibrando, produce una moneta d’argento purissimo in balia del vento. Solo in un secondo tempo capì che quello era il peculiare suono dell’anima che rompeva l’involucro del corpo, abbandonandolo. Per un interminabile istante la vita di Chen si interruppe.
Ancora molto tempo dopo, quando ripensava a quell’esperienza spaventosa, il giovane provava un profondo senso di gratitudine verso Bileg e il suo cavallo nero. L’unica ragione per cui non era caduto di sella era che l’animale, cresciuto in quella terra di lupi, sapeva come comportarsi. Quando tutto sembrava perduto e le loro vite erano appese a un filo, il destriero divenne improvvisamente calmo. Finse di non aver visto i lupi e proseguì con indifferenza, dando mostra di non voler disturbare, col passo spensierato di chi passasse lì per caso. Radunato tutto il suo coraggio, procedeva nel pieno controllo di sé, senza scatti, moderando l’andatura in modo che il suo cavaliere mantenesse una postura stabile ed eretta.
Forse fu proprio il coraggio straordinario del cavallo a richiamare indietro lo spirito di Chen. Nel preciso istante in cui l’anima ritornò al suo posto dopo aver fluttuato nell’aria gelida, Chen si sentì rinato e una strana calma si impossessò di lui.
Si impose di restare saldo in sella. Prendendo esempio dal cavallo, finse di non aver badato ai lupi, anche se li controllava con nervose occhiate furtive. Sapeva quanto fossero rapidi nella corsa: potevano coprire i metri che li separavano in una manciata di secondi. Sapeva anche quanto fosse importante non mostrare segni di paura. Era l’unico modo per evitare un attacco.
Sentì gli occhi del capobranco puntati sulla collina alle sue spalle. Gli altri lupi ruotarono le orecchie appuntite nella stessa direzione, come radar all’inseguimento dell’obiettivo. In silenzio, attendevano gli ordini del capobranco, mentre quell’uomo disarmato e il suo cavallo passavano loro accanto come se nulla fosse. Le bestie e il loro leader non sapevano come interpretare quanto stava accadendo.
Le ultime luci del crepuscolo si andavano smorzando, mentre l’uomo a cavallo si avvicinava sempre di più. Gli ultimi passi furono per Chen i più lunghi della sua vita. Stava percorrendo l’ultimo tratto quando vide che uno dei lupi si era staccato dal branco per raggiungere il pendio alle sue spalle. Evidentemente era un esploratore mandato in avanscoperta a verificare che non ci fossero altri uomini a proteggerlo. Chen ebbe il timore che l’anima lo abbandonasse di nuovo.
Anche il cavallo sembrava aver perso il suo autocontrollo, le gambe di Chen e i fianchi della bestia tremavano all’unisono. Il cavallo tirò le orecchie all’indietro nel nervoso tentativo di controllare i movimenti del lupo. Chen si vide tra le fauci di un enorme lupo, file di denti aguzzi come rasoi attorno alla sua testa si sarebbero serrate su di lui. Il cavallo spostò cautamente il peso sulle zampe posteriori, preparandosi al combattimento, ma il peso del suo cavaliere rappresentava un enorme svantaggio.
Chen fece, allora, quello che fanno i pastori nei momenti di pericolo. Pregò. «Cielo eterno, Tengger, aiutami. Tendimi una mano!» Poi sussurrò il nome del vecchio Bileg, che nella lingua dei mongoli significa “il saggio”. Sperava che il suo spirito gli trasmettesse il sapere dei nomadi della prateria. Ma nessuna voce infranse il silenzio dell’Olon Bulag. E al giovane non rimase che alzare di nuovo gli occhi al cielo, rassegnato a contemplarne per un’ultima volta il meraviglioso colore blu ghiaccio.
Poi, con il fragore di un tuono gli riecheggiò nelle orecchie una frase che una volta aveva sentito pronunciare dal vecchio: “I lupi hanno paura del fucile, dell’urga con il lazo, e di tutti gli oggetti di metallo”. Non portava armi con sé, ma aveva qualcosa di ferro? I piedi gli comunicarono una sensazione di calore. Sì! I suoi stivali poggiavano su grosse staffe di ferro. Le gambe scattarono in una fitta di eccitazione.
Bileg gli aveva ceduto il cavallo ma non la sella. Aveva fatto bene il vecchio a procurargliene una con le staffe larghe, quasi avesse presentito che un giorno sarebbero servite a salvare la vita di Chen. Quando gli aveva insegnato ad andare a cavallo, gli aveva spiegato che le staffe piccole rendevano più difficile mantenere la giusta postura e, nel caso in cui fosse stato disarcionato, avrebbe forse finito per impigliarsi e farsi trascinare dal cavallo, col pericolo di restare ferito o addirittura morire nell’incidente. Le staffe larghe, arrotondate e ben aperte, erano il doppio di quelle classiche per grandezza e peso.
L’uomo e il cavallo ora fronteggiavano il branco, che se ne stava in attesa del ritorno del lupo mandato in avanscoperta. Chen sfilò velocemente le staffe dai piedi e ne afferrò una per mano, chiamando a raccolta il coraggio. Di colpo, voltò il cavallo di lato e si lanciò in direzione del branco battendo selvaggiamente le staffe una contro l’altra.
Clang, clang...
Il frastuono riecheggiò nella valle, nitido e assordante come il rumore che producono gli operai quando battono la strada ferrata, e perforò le orecchie dei lupi come una spada, minando la loro sicurezza. Li spaventò più di un tuono a ciel sereno e più dello scatto delle tagliole, con un effetto dirompente.
Le bestie tremarono quando i primi clangori risuonarono nell’aria e si diedero alla fuga quando il fragore continuò. Guidati dal capobranco, i lupi, orecchie abbassate e collo incassato, ripararono verso la cima del pendio con la furia di una tempesta di sabbia. Anche il lupo esploratore interruppe la missione e si affrettò a raggiungerli.
Chen non osava credere che due pezzi di ferro fossero bastati a mettere in fuga un branco di lupi. Si rianimò di colpo e, senza cessare di battere le staffe, agitò le braccia come aveva visto fare ai pastori quando nella prateria si chiamano fra loro.
«Presto, presto! Qui è pieno di lupi!»
Per quello che ne sapeva lui i lupi potevano anche comprendere la lingua mongola e il significato dei gesti degli uomini. Forse avevano pensato di essere caduti in una trappola di cacciatori, per questo si erano dati alla fuga.
Chen notò con sorpresa che mantenevano serrati i ranghi anche nella fase della ritirata. Lo schieramento era aperto dal capobranco e dai lupi più feroci, mentre quelli più grossi coprivano le spalle agli altri. Non era una fuga confusa, come quando gli uccelli o altri animali si disperdono disordinatamente. Il giovane ne era ammirato.
In un attimo i lupi erano spariti senza lasciare traccia e nella gola erano rimasti solo i fiocchi di neve nell’aria e una nebbia bianca.
Era ormai sceso il buio. Senza nemmeno lasciare a Chen il tempo di risistemarsi, il cavallo prese a correre al galoppo verso l’accampamento vicino. Il giovane sentiva il vento pungente che gli si infilava attraverso il colletto e le maniche, e gli raggelava il sudore.
Da quel giorno Chen ebbe sempre rispetto per il Tengger, il Cielo che gli abitanti della prateria venerano come un dio. Nei confronti dei lupi, invece, sentiva crescere dentro di sé un sentimento ambiguo, di attrazione e insieme di timore reverenziale. Gli avevano toccato l’anima. Come potevano esercitare una simile attrazione?
Nei due anni che seguirono, Chen non si trovò altre volte tanto vicino a un branco di lupi così numeroso. Mentre pascolava le pecore, gli era capitato di scorgerne qualche esemplare in lontananza. Ma, persino quando si spingeva più lontano, era raro che ne incontrasse più di quattro o cinque insieme. In compenso, quasi sempre si imbatteva in carcasse di pecore, di mucche o di cavalli, tutti vittime dei lupi. Ogni tanto si imbatteva in un paio di pecore morte, due o tre mucche, e magari anche quattro cavalli; a volte invece le carcasse erano sparse su un’area più grande. Quando andava in giro vedeva regolarmente pelli di lupo appese sulla cima di qualche palo, a ondeggiare al vento, come una bandiera.
Appostato nella neve, il vecchio Bileg non muoveva un muscolo, gli occhi incollati al branco che si avvicinava furtivo alle gazzelle sul pendio erboso. «Mantieni la calma» sussurrò rivolto a Chen. «Devi imparare a essere paziente, se vuoi diventare un bravo cacciatore.»
Accanto a Bileg il giovane si sentiva al sicuro e, dopo essersi tolto la neve dagli occhi, gli rispose con uno sguardo complice. Quindi controllò anche lui con il cannocchiale a che punto fosse arrivata la manovra di accerchiamento dei lupi. Non si erano ancora fatti notare dalle prede.
Nel periodo trascorso lì, Chen aveva capito che i popoli della prateria sono abituati a vivere a stretto contatto con i lupi. Quasi ogni sera gli capitava di distinguere sulla neve le impronte fresche, soprattutto durante gli inverni più rigidi. Gli accadeva spesso di notare nel...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il totem del lupo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
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- 12
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