Controllò per la terza volta il contenuto della busta sul tavolo. Il giornalista sapeva che il materiale era buono, ma non si decideva a scrivere il pezzo per la sua rubrica. Jaime gli aveva messo in mano dati e cifre inediti sulla portata e sul modus operandi dei due principali cartelli della droga in Messico: quello del Sinaloa sul Pacifico e quello degli Zetas nel Golfo. La busta, consegnata quel mattino da una persona di fiducia del suo amico, comprendeva grafici, mappe e descrizioni dettagliate di operazioni clandestine. Avrebbe soddisfatto le aspettative suscitate dagli ultimi articoli: il nuovo pezzo sarebbe stato citato da molti altri giornali e commentatori nei giorni successivi.
Tuttavia, qualcosa non gli tornava, quella roba era troppo manichea per i suoi gusti; gli Zetas erano i cattivissimi e quelli del Sinaloa quasi eroi e paladini del sociale. Stando a quei dati, i primi stavano già estorcendo mazzette ad alcuni negozi sulla Masaryk, la via più glamour dello shopping di lusso a Città del Messico, nell’elegante quartiere di Polanco. Avevano cominciato chiedendo ai locali notturni un contributo settimanale per la protezione, come prima avevano fatto a Playa del Carmen o ad Acapulco, poi ai ristoranti e di recente anche ai negozi di abbigliamento e alle boutique delle grandi marche. Il fatto era allarmante perché per anni le élite di Città del Messico si erano ritenute al riparo dall’ondata di violenza che flagellava il paese. Si supponeva che la capitale, essendo la sede dei poteri federali, incutesse timore o almeno rispetto nei cartelli del narcotraffico, ma il materiale che stava sul suo tavolo riduceva a leggenda metropolitana quella tranquillizzante convinzione.
Secondo Jaime, gli Zetas avevano addirittura piazzato nelle strade di Polanco il cosiddetto “contabile”, un uomo che tutti i giorni della settimana andava nei ristoranti per prendere nota dei clienti. Il contabile calcolava grosso modo le entrate per evitare che i proprietari sostenessero di aver avuto una brutta settimana quando un emissario degli Zetas si presentava per incassare.
I documenti sul tavolo comprendevano due casi di cui a suo tempo la stampa si era largamente occupata: un incendio e una sparatoria che avevano costretto alla chiusura due ristoranti; quello che non si era mai saputo era che si trattava in entrambi i casi di vendette dei narcos perché i gestori non avevano accettato il ricatto degli Zetas.
I sinaloensi, invece, non facevano estorsioni né sequestravano persone per chiederne il riscatto: i dati forniti da Jaime dimostravano come il riciclaggio di denaro sporco in locali di medie e piccole dimensioni mantenesse buona parte dell’area del Pacifico fuori dalla crisi. Chapo e i suoi luogotenenti elargivano cospicue donazioni per opere pubbliche in innumerevoli comunità agricole e villaggi; per il Giorno del Bambino o della Mamma organizzavano enormi feste e consegnavano fior di regali a centinaia di famiglie nel Sinaloa e nel Sonora.
Tomás nutriva dubbi su quell’immagine benevola dei sinaloensi, ma non aveva scelta. Non gli era stato ancora possibile indagare sulle estrazioni di petrolio clandestine dagli oleodotti della Pemex, e Amelia non gli aveva fornito la documentazione promessa. Pensando a lei si distrasse per qualche istante: i piccoli caratteri giapponesi che si era fatta tatuare sulla schiena gli provocarono un formicolio ai polpastrelli con cui li aveva accarezzati. Forse l’avrebbe vista più tardi, magari con la scusa dei dati per il suo articolo; pensò di mandarle un messaggio a doppio senso sulla promessa fatta, ma poi ritenne che sarebbe apparso volgare.
Il giornalista si costrinse a riportare l’attenzione sul tavolo da lavoro e con un sospiro si concentrò sul materiale che, come diceva Jaime, “era troppo allettante per ignorarlo”. Quella frase gli fece venire i nervi, ma poi si calmò.
Un’ora e mezzo dopo, aveva scritto un pezzo solido e ben documentato in cui rivelava i retroscena del modo di operare dei cartelli. Suo malgrado, Tomás si sentì obbligato a concluderlo con un paragrafo in cui appoggiava la strategia di evitare lo scontro con l’organizzazione di Chapo Guzmán per concentrare il fuoco sugli abominevoli Zetas. Quando alla fine cliccò per inviare il testo in redazione, si sentì come una pedina sulla scacchiera di Jaime. Si consolò pensando che l’articolo avrebbe suscitato clamore non tanto per le sue conclusioni, condivise da buona parte dell’opinione pubblica, quanto per i dati allarmanti sulla penetrazione degli Zetas nella capitale.
Liberatosi dal compito principale della giornata, si concentrò su un altro dagli esiti più incerti: rintracciare l’avvocato Raúl Coronel. Lo stava cercando dal lunedì precedente, ma il cellulare era sempre spento. Ogni giorno della settimana aveva parlato con il suo studio, e sempre una segretaria gli ripeteva che l’avvocato era fuori città, anche se lo aspettavano da un momento all’altro. Richiamò, nonostante fosse domenica, e ascoltò per l’ennesima volta la risposta della segreteria telefonica. Lasciò un messaggio, chiedendo a Coronel di mettersi urgentemente in contatto con lui.
Fece la doccia pensando all’appuntamento a pranzo con Jimena, sua figlia; dopo mangiato, le avrebbe chiesto di accompagnarlo a comprare qualcosa per rinnovare il suo misero guardaroba. Jimena, a sedici anni, aveva più gusto di lui a quarantadue, e di sicuro era più aggiornata in fatto di moda. Sapeva che a lei piaceva influire in qualche modo sulla vita del padre, anche soltanto migliorandone l’aspetto.
Aveva appena finito di radersi quando suonò il telefono. Si illuse che fosse la segretaria di Coronel: aveva urgente bisogno di sapere da dove provenisse l’informazione sul cadavere della Dosantos abbandonato nei pressi dell’ufficio di Salazar. Invece era Mario, che lo chiamava con il radiotelefono.
«Tomás, ho bisogno di vederti da solo. È urgente. Rimani a casa ancora un po’?»
«Sto per uscire a pranzo con Jimena e dopo faremo un po’ di shopping.»
«Ti ricordi con chi mi hai lasciato lunedì mattina? Ne è venuto fuori del materiale interessante. Devi assolutamente vederlo.»
Alla fine gli archivi di don Plutarco contenevano qualche elemento concreto. Probabilmente Mario ne esagerava l’importanza, nella sua ansia di rendersi utile, tuttavia, le ricerche erano a un punto morto e non bisognava trascurare niente.
«Allora ci vediamo nella gelateria preferita di Jimena verso le cinque, ce la fai?» disse Tomás. «Così la saluti e vedi quanto è diventata bella.»
Mario fece una pausa cercando di ricordare i tempi in cui portavano a passeggio Vidal e Jimena al sabato mattina, nei primi anni dopo il divorzio di Tomás; a un tratto gli tornò in mente la gelateria Roxy sulla Alfonso Reyes, dove erano soliti concludere la giornata dopo un cinema o il parco México. Disse di sì e riattaccò.
Tomás mise la sua migliore camicia bianca, un paio di jeans che cominciavano a stringere sulla pancia e i mocassini per fare più in fretta a cambiarsi nei camerini. Stavolta affidò a una giacca nera il compito di trasportare tutte le sue cianfrusaglie. All’ultimo minuto decise di non prendere l’iPad a cui ultimamente si era tanto affezionato; comunque, non avrebbe avuto tempo né motivo di consultare i libri e le riviste che accumulava sul piccolo schermo. Da quando si era messa di mezzo Pamela Dosantos, le abitudini di appena una settimana prima sembravano ricordi di un’altra vita. Chiamò la macchina con autista che aveva usato negli ultimi giorni e mezz’ora dopo era già al Contramar, il ristorante preferito di Jimena, in calle Durango, accanto alla fontana di Cibeles messicana, copia di quella madrilena.
Il locale era affollato come sempre, e sebbene fossero soltanto le due e mezzo, Tomás temette che non ci fossero più tavoli disponibili, ma Jimena ne aveva già occupato uno e stava bevendo una limonata.
«Non hanno voluto servirmi una birra» esordì a mo’ di saluto.
«Adesso ne ordino una e te la passo» ribatté lui facendosi una risata. Era sempre stato un padre permissivo; del resto, Jimena era una piccola adulta fin dall’età di dieci anni, dotata dell’autodisciplina che era mancata ai genitori.
Non si vedevano da un paio di settimane, eppure a Tomás sembrava che in quel breve lasso di tempo sua figlia avesse bruciato altre tappe sulla strada per la maggiore età, o forse era il rimmel che notava sulle ciglia e una lieve ombra scura sulle palpebre. Le stava bene sui grandi occhi scuri, considerò; quelli e i capelli neri ricci dovevano far strage fra i compagni di scuola, pensò con orgoglio di padre.
Si fece raccontare da Jimena le ultime novità sulla vita domestica e scolastica, le lezioni di tedesco e a che punto erano le sue serie televisive preferite, The Big Bang Theory e American Horror Story. Nessuno dei due accennò alla recente celebrità conquistata da Tomás. Non sapeva se la figlia fosse a conoscenza del clamore suscitato dai suoi articoli e delle numerose interviste rilasciate: di solito, era piuttosto scettica sui risultati ottenuti dal padre come giornalista, e aspramente critica sul suo modo di vivere. Gli voleva bene, e anche per questo metteva spesso in discussione le sue abitudini alimentari e la sciatteria che regnava nel suo appartamento da divorziato, come se parlasse a un ventenne irresponsabile. Lui la lasciava dire, divertito nel constatare che Jimena stava diventando una persona giudiziosa e dal carattere determinato.
Come supponeva, accolse con entusiasmo l’idea di accompagnarlo a scegliersi un nuovo guardaroba. Passarono un paio d’ore nel Palacio de Hierro, sulla stessa strada, a un isolato dal ristorante, e ne uscirono carichi di grosse buste che infilarono nel bagagliaio dell’auto che li aveva aspettati fuori. Quando arrivarono alla gelateria, Mario li attendeva sulla soglia del locale massaggiandosi l’anca.
Jimena e Mario parlarono di Vidal, e poi l’autista accompagnò la ragazza a casa; come sempre, Tomás la guardò andare via con uno strano miscuglio di soddisfazione e tristezza per la vita che li aveva separati.
I due amici si incamminarono e percorsero tre isolati fino al ristorante Los Primos, dove si sedettero a un tavolo. Mario ci mise almeno mezz’ora a spiegare a Tomás le scoperte fatte sui diari di don Plutarco, l’esistenza di Carmelita e le due visite a casa della sarta; il giornalista lo ascoltava interessato più all’inesauribile entusiasmo con cui raccontava le sue imprese che per i risultati delle stesse. A un certo punto perse il filo del discorso, finché Mario cominciò a descrivere il manichino dai larghi fianchi che ricalcava il corpo dell’attrice; per la prima volta da quando era morta, Tomás ebbe un’immagine erotica di Pamela Dosantos.
Ogni distrazione svanì quando Mario parlò dell’archivio segreto che la sinaloense custodiva a casa della sarta. Tomás smise di osservare le passanti e dal momento in cui gli riportò il contenuto della registrazione ascoltata fissò l’amico negli occhi; non ebbe alcuna reazione finché Mario spiegò come aveva trasportato le due grandi valigie e dove le aveva lasciate.
Tomás emise un lungo sospiro abbozzando un mezzo sorriso. Mario non capì se esprimesse nervosismo o stanchezza. Lo scintillio negli occhi dell’amico dissipò ogni dubbio: l’animale giornalistico che c’era in lui cominciò a salivare all’idea di mettere le mani nei segreti dell’archivio di Pamela.
«Non so se le cassette sono tutte piene, ma saranno più di un centinaio» aggiunse per la delizia di Tomás.
Questi stava per dire qualcosa, ma si trattenne. Capì che era il momento di Mario; lo guardò con affetto, si alzò in piedi e lo invitò a fare altrettanto. Poi lo abbracciò forte, lo baciò sulla guancia e mormorò un “Grazie, fratello”; sedendosi, i due avevano gli occhi umidi.
«Bene, adesso basta con le smancerie, che qui siamo nella Condesa; non sia mai che gli sbirri di Salazar ci scattino qualche foto mentre ci sbaciucchiamo» disse Tomás, ansioso di porre fine a quel momento di intimità che stava diventando imbarazzante. La Condesa, quartiere bohémien, era diventato il luogo prediletto dei gay di successo, al punto che lo definivano con ironia zona hetero-friendly. «Adesso bisogna portare via le valigie da casa di Raúl» aggiunse. «Se vogliamo ascoltare il resto del materiale, dovremmo andare lì ad ascoltarlo e prima o poi qualcuno ci seguirebbe. Non possiamo far correre rischi alla sua famiglia.»
«Lo so, le ho messe lì in attesa di decidere con voi cosa fare.»
«Io non ho un posto sicuro, magari Amelia o Jaime.»
«Volevo parlarti proprio di questo» disse Mario. «Credi sia una buona idea farlo sapere a Jaime? Non sappiamo ancora cosa ci sia in quelle registrazioni; e comunque, voglio lasciare Carmelita fuori da tutto ciò.»
Tomás tornò a guardare Mario con stima. A un tratto si rese conto che, in tutti quegli anni, anche loro due avevano costituito un sottogruppo all’interno degli Azules: erano uniti da una complicità incondizionata, che probabilmente aveva origine nell’incidente occorso a Mario venticinque anni addietro.
«Hai ragione. Vedremo se Amelia ha un nascondiglio migliore, un posto sicuro dove possiamo entrare e uscire senza dare nell’occhio. Suppongo che ci vorranno molte ore per ascoltare tutte le cassette.»
«E ci sono anche i video» aggiunse Mario, come per vantarsene.
«Cercherò di vederla stasera, domani ti faccio sapere. Comunque, non andare più a casa di Raúl e non parlarne mai al telefono: evitare che si sappia dell’esistenza di quelle valigie è il modo migliore per tenerle al riparo. Scrivimi l’indirizzo di tuo cognato su un foglietto.»
Tomás chiese il conto mentre Mario annotava l’indirizzo. In quell’istante si avvicinò al tavolo un uomo appena entrato nel locale; scorgendolo con la coda dell’occhio, Tomás pensò che fosse l’ennesimo venditore ambulante. Ma quando lo guardò in faccia, il giornalista si irrigidì, intimorito. Prima che potesse abbozzare una reazione, il tipo disse:
«Don Tomás, ch...