Da una notte all'altra
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Da una notte all'altra

Passeggiando tra i libri in attesa dell'alba

  1. 154 pagine
  2. Italian
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Da una notte all'altra

Passeggiando tra i libri in attesa dell'alba

Informazioni su questo libro

Il libro che avete tra le mani è davvero prezioso: non solo perché è un libro, e non solo perché ne contiene molti altri, ma soprattutto perché racchiude le ultime pagine scritte da Carlo Fruttero, sinora inedite. Per lui, come per ogni lettore vero, i grandi libri di ogni tempo stanno vicini, in un continuo dialogo: «non c'è nessun criterio, vanno sistemati così, come viene viene. È questo il loro bello» dice con il suo sorriso sornione in un dialogo immaginario con Fabio Fazio, insieme al quale aveva concepito questo progetto, «è la mania delle classifiche a rovinare sempre tutto». Così Fruttero raccoglie, per se stesso e per noi, i libri che più ha amato, dall'Iliade fino a Pinocchio, da Madame Bovary a Don Camillo, da Shakespeare a Calvino: e ce li racconta attraverso "schede" fulminanti per acume e ironia, spiegandoci senza mai salire in cattedra quanto un buon libro sia sempre "contemporaneo del futuro". Una galleria di "ritratti di romanzi" e di scrittori, da percorrere con passione e profondo divertimento, con lo stupore di chi può attraversare la biblioteca di uno straordinario narratore. Se Fruttero ci parla di sé attraverso i "suoi" libri, le pagine dell'Introduzione e il Backstage della figlia Maria Carla ci raccontano con infinito affetto un uomo che, come scrive Ernesto Ferrero, «di leggere, di scoprire autori nuovi, di incantarsi, di sorprendersi, non si è mai stancato».

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804654032
eBook ISBN
9788852063725

Introduzione

di Ernesto Ferrero
Gli scritti autobiografici di solito sono da prendere con cautela, perché l’autore racconta non quello che veramente è, ma quello che vorrebbe apparire agli occhi degli altri. Sono per lo più un’operazione di marketing personale, una finzione narcisistica in cui l’Io, pur animato da oneste intenzioni, finisce per appalesarsi in tutta la sua molesta supponenza. «Per scrivere una vera autobiografia» diceva Carlo Fruttero «bisogna avere un’idea statuaria di se stessi o l’ambizione di lasciare una traccia.» Figurarsi lui, che ripeteva che dopo Manzoni uno scrittore non può coltivare ambizioni spropositate. Nelle «memorie retribuite», cioè scritte su commissione, come lui le chiamava, poi raccolte nel delizioso Mutandine di chiffon, parla soprattutto degli altri, parenti, amici, compagni di lavoro, assumendo il profilo basso del testimone. Ogni volta che le rileggo, ne ammiro la misura, l’eleganza, il modo con cui mettono a proprio agio il lettore. Fruttero sa tenere salotto, sa intrattenere senza mai imporre la propria voce, nel segno del suo apprezzatissimo humour.
Diceva Wisława Szymborska (che potrebbe anche essere una cugina polacca di Carlo): «L’umorismo è una grande tristezza che riesce a cogliere il ridicolo delle cose». Nel nostro caso l’eventuale tristezza produce una nota lievemente malinconica, anche quella dissimulata. Mi commuovo ogni volta davanti alle poche righe in cui ricorda l’incontro parigino con Franco Lucentini, da cui sarebbe scattata un’amicizia cinquantennale. Nel corso delle prime frasi che si scambiano, Franco farfuglia qualcosa e gli scappa un sorriso. Quel sorriso conteneva, scriverà Carlo vent’anni dopo, «in superficie, confusione, impaccio, una sorta di sbigottito deglutimento da recluta, che coprivano appena una tremula richiesta di perdono, un’ammissione d’inettitudine a vivere, di completa vulnerabilità, e un fondo di sconfinata, disastrosa tenerezza verso le minime cose del creato, di compassione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione». Sono parole che basterebbero a dire da sole la qualità d’uno scrittore, e prima ancora di un uomo. La «disastrosa tenerezza», la «compassione» erano anche di Carlo. Per questo i due si capivano così bene.
Una delle poche volte che nel corso delle sue memorie Fruttero si decide a parlare di sé è quando racconta la scoperta dei piaceri della lettura, a sedici o diciassette anni. Questa scena primaria si svolge al castello di Passerano Marmorito, paesino arroccato sulle colline tufacee del Monferrato (lo stesso da cui dichiarava di provenire un fortunato personaggio televisivo di Giorgio Faletti, ai tempi del Drive In). Un vero, nobilissimo imponente castello abitato dalla stessa famiglia sin dal 1300, un labirinto a più piani, scandito da un numero imprecisabile di sale e saloni, soffitti a cassettoni, nobili parquet. Un ambiente fiabesco-avventuroso che può competere con il castello di Fratta di Nievo o con la residenza del Gattopardo a Donnafugata.
Nelle adiacenze del fascinoso monumento stava la casetta con vigna della nonna materna di Carlo, che era diventato amico di uno dei giovani castellani suoi coetanei, Roberto. Scoppiata la guerra, cominciati i bombardamenti su Torino, il castello ospiterà una combriccola di sfollati e di ragazzi: «ciondolanti, immusoniti, combattevamo la noia di quella non voluta Arcadia con vari rimedi più o meno soddisfacenti, il migliore dei quali era, almeno per me, la lettura di Agatha Christie & Co». Poi la rivelazione, la folgorazione, propiziata dall’amico che gli aveva consigliato un romanzo di John Dos Passos, Il 42° parallelo.
Chiosa Carlo: «Il primo incontro con la letteratura è una faccenda soggettiva e accidentale, del tutto indipendente dal valore del libro incontrato. Ad altri, quel senso violento di scoperta, di sbalordimento, di eccitazione febbrile, quella incredibile visione di ricchezze a perdita d’occhio, sono venute attraverso Orazio o Plutarco, Ariosto, Shakespeare o D’Annunzio. A me – che pure avevo frequentato scolasticamente quegli autori illustri – fu Dos Passos a spalancare una volta per tutte le porte del grande deposito».
Una volta caduto preda della nuovissima dipendenza libresca, il giovane Carlo ha di che soddisfare le proprie brame. Le altissime pareti del castello ospitano ripiani e scansie provviste d’ogni ben di Dio: l’intera Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, i dorsi rosso e verde scuro dei classici inglesi, quelli gialli dei classici francesi di Garnier, rare edizioni di La Fontaine, Bossuet, Madame de Sévigné. Sdraiati sulle due poltrone e il divano di una cameretta attigua, i due amici si abbandonano a quella che si configura come «una vera passione, feroce, esclusiva, come il gioco o il terrorismo, che fa sembrare insignificante qualsiasi altra cosa». Si impossessano dei “loro” Stendhal, dei “loro” Dostoevskij, dei “loro” Flaubert, leggendo fino a quattro o cinque libri contemporaneamente: un romanzo moderno la mattina, un classico nel primo pomeriggio, qualche pagina di memorie prima di spegnere la luce, scambiandosi «rari grugniti di soddisfazione, sogghigni e mugolii di critica letteraria».
Che cosa sappiamo delle cose che amiamo di più? Spesso restiamo bloccati dall’incapacità di dire proprio i sentimenti più ovvi, l’attrazione, il desiderio. Se proviamo a descriverli, a scomporre razionalmente i motivi della nostra fascinazione, ci sembra di immiserirli, di ridurli al nostro modesto livello. I veri amori, come la vera fede, sono forse indicibili; provare a esternarli è una sfida continua, che sappiamo di perdere sin dall’inizio. E tuttavia ci proviamo ogni volta, perché il piacere di comunicare ad altri quello che ci ha sorpreso, incantato, appassionato è probabilmente la stessa pulsione che nelle società primitive ha creato il linguaggio, la gratificazione del racconto, e con quello ha cementato un gruppo, gli ha dato un’identità. È il principio, elementare e potente, della condivisione.
A Passerano, le impressioni di lettura – ricorda Carlo – erano espresse nello stesso lessico famigliare con cui i padroni di casa, finito un ricevimento, commentavano quel che era appena accaduto, dal buffet agli ospiti, scambiandosi pettegolezzi. «Kafka era “niente male”, Valéry “un mostro”, Milton si beccava un perplesso “Sarà...”, Eschilo un caloroso “Bello, bello!“. Hemingway era “un po’ un salame”, Zola “una ciula completa”, D.H. Lawrence “un gran nuiùs”, Dante, a cercare un po’, “molto divertente”, de Sade “un mezzo ciapa ciapa” [un imbroglio, una mezza patacca].» Da questa immediatezza capace di andare al nocciolo delle cose Fruttero non si è distaccato. D’altra parte non doveva esibire a nessuno il suo sapere, né scalare cattedre universitarie, produrre titoli per concorsi, iscriversi nelle dotte corporazioni di studiosi come gli strutturalisti, i semiologi, i linguisti, i critici letterari.
All’università non si era forse nemmeno iscritto. Agli studi matti e disperatissimi preferiva la vita in diretta. Nel 1950, l’anno del Giubileo, si distingue, lui affabilmente ateo o per meglio dire agnostico nonchalant, per un pellegrinaggio a Roma. Un pellegrinaggio vero, a piedi, di ventisei giorni, quaranta chilometri al giorno, cercando ospitalità notturna in parrocchie e conventi. Dalla frequentazione degli amati classici aveva ricavato l’impulso a osservare con la curiosità d’un entomologo gli aspetti umani, anche minimi, di una grande città, Parigi, che era l’archetipo stesso di ogni creatività artistica e letteraria. È lì dove si trasferisce nel 1947 con il piglio di Jack London che va nel Klondike e dove incontra Lucentini. La vive dal basso, come in un vecchio film in bianco nero con Jean Gabin, intriso di fumi e nebbia e Pernod, di bistrot e alberghetti maleodoranti. Campa facendo l’imbianchino, il distributore di sidro, il giostraio in un autoscontro. Il bagno nella realtà più dimessa lo preserva dalle astrazioni virtuali di cui si nutre la teoria politica, l’ideologia che diventa teologia, e massimamente quella che vagheggia rivoluzioni, palingenesi, rigenerazioni, allora tanto di moda.
Tornato a Torino nel 1953, la sua conoscenza delle lingue gli procura un impiego alla corte di Giulio Einaudi come traduttore, revisore, redattore tuttofare (di lì a poco lo raggiungerà anche Lucentini). Al raffinato snobismo del «padrone» (come veniva ironicamente chiamato dai suoi), alle sue morbide giacche inglesi, oppone un pittoresco abbigliamento casual, impreziosito da sandali francescani che aveva costruito lui stesso con un vecchio copertone e due pezzi di legno.
Era, bisogna dirlo, un einaudiano alquanto anomalo per quei tempi. Non aveva metabolizzato i sacri testi di Marx e Gramsci, non citava Lukács, il maestro del “realismo critico”, né Adorno e filosofi della Scuola di Francoforte, che facevano a pezzi le pie illusioni dell’Illuminismo. Non firmava appelli, non partecipava a marce per la pace, non si estasiava davanti alle colombe di Picasso, non frequentava riunioni di partito e men che meno quelle della cellula interna alla casa editrice, non si interrogava pensosamente sulle funzioni del cosiddetto intellettuale organico, e sui difficili rapporti che aveva con il Partito per eccellenza. In compenso riusciva ad arricchire il catalogo dello Struzzo di autori come Borges e Beckett, che potevano persino apparire in sospetto di reazione.
Come racconta lui stesso in un’altra pagina autobiografica, quando all’inizio degli anni Sessanta si era ritrovato tra gli illustri giurati di un autorevolissimo premio letterario internazionale che si assegnava a Formentor, aveva avuto una specie di crisi esistenziale: «A quei tavoli [...] sedeva la crema intellettuale d’Occidente, il meglio del meglio, e tutto a un tratto pensai che anch’io sarei diventato col tempo uno di loro, un rispettato – anzi, distinguished, come dicevano gli inglesi – punto di riferimento culturale, premiato e agghindato da agghiaccianti onorificenze, invitato a tenere seminari in prestigiose università, collaboratore di importanti quotidiani, giurato dei massimi pr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Introduzione. di Ernesto Ferrero
  5. DA UNA NOTTE ALL’ALTRA
  6. Madame Bovary, Gustave Flaubert
  7. Adolphe, Benjamin Constant
  8. William Shakespeare
  9. Pinocchio, Carlo Collodi
  10. La guerra del Peloponneso, Tucidide
  11. Il corsaro nero, Emilio Salgari
  12. Giacomo Leopardi
  13. Vite parallele: Cicerone, Plutarco
  14. Commentarii de bello Gallico, Giulio Cesare
  15. Le relazioni pericolose, Pierre Choderlos de Laclos
  16. Anabasi, Senofonte
  17. Don Camillo, Giovanni Guareschi
  18. Lourdes, Rosa Matteucci
  19. Candide, Voltaire
  20. Aspettando Godot, Samuel Beckett
  21. Fiabe italiane, Italo Calvino
  22. Iliade, Odissea, Omero
  23. La Bibbia: Sansone
  24. Nelle tempeste d’acciaio, Ernst Jünger
  25. Addio alle armi, Ernest Hemingway
  26. Il bottone di Puškin, Serena Vitale
  27. Il papiro di Dongo, Luciano Canfora
  28. I miserabili, Victor Hugo
  29. Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern
  30. Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso, Vittorio Alfieri
  31. I promessi sposi, Alessandro Manzoni
  32. Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas
  33. Giro di vite, Henry James
  34. Dr Jekyll e Mr Hyde, Robert Louis Stevenson
  35. Cuore di tenebra, Joseph Conrad
  36. Il processo, Franz Kafka
  37. Backstage. di Maria Carla Fruttero
  38. L’elenco

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