La prima edizione (1879) della vicenda di Giacinta, ossessionata dai sensi di colpa per la violenza subita da bambina. Giudicato immorale e "immondo", il romanzo fu modificato nelle edizioni successive dall'autore (1839-1915).

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- Italian
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XI
Ma la Giacinta non sapeva tutto.
Se avesse, per esempio, potuto vedere quel che accadeva una mattina nella casa ove l’Andrea era tornato da quattro mesi, ne avrebbe appreso in pochi minuti più che la sua indegnazione e il suo dispetto di amante non l’avessero spinta a sospettare fino allora.
L’Andrea era sull’uscio di una stanzina poco più larga della palma della mano, formata con una specie di paravento tagliando a mezzo la sala di entrata. Un armadio a specchio, un divano, un piccolo tavolino rotondo e una sedia la ingombravano in modo che due persone vi si raggiravano a stento. Alla parete una cornicetta nera inquadrava un gruppo fotografico di una ventina di ragazze, ricordo di scuola della bella giovane che in quel punto sedeva sul divano, molto presso alla finestra. Un canino nero e peloso, raggomitolato, col muso poggiato sui fianchi e le grandi orecchie strascicanti, ringhiava guardando l’Andrea, acchetandosi soltanto quando la mano della padroncina veniva a palparlo o a lisciarlo. La finestra dava sulla corte e spandeva per la stanzina una luce pacata.
«Si riguardi» diceva l’Andrea con accento pieno di premura, fissando la ragazza che aveva smesso dal ricamare.
«Oh!» rispondeva questa, sorridendo. «Un bel giorno manderò a spasso il mio vecchio dottore e le sue pillole di digitale. Mi guarirò a modo mio.»
«Gli sbocchi di sangue non sono ancora cessati?» riprese l’Andrea, facendo un passo in dentro al gesto della ragazza che invitollo a sedere.
«Quasi; ma son cose da non impensierirsene punto. Mi dispiace per la mamma. Si figuri! La mamma piange di nascosto, tutto il giorno. Teme mi abbia a toccare la sorte del nostro povero Eugenio! Ma, lo dica lei: le par questo un viso da tisica? E poi, ho un appetito, un appetito!»
L’Elvira, la figliuola della nuova padrona di casa del Gerace, mostrava infatti la freschezza di una pesca non brancicata, di una rosa sulle foglie vellutate della quale non si siano posate nemmen le farfalle. Pareva proprio impossibile che quel fior di salute fosse minacciato di consunzione.
«L’appetito è una bella cosa» rispose l’Andrea, sedendosele rimpetto «ma la digitale, per ora, è meglio.»
L’Elvira accarezzava il canino tornato a ringhiare.
«Non mi vuol bene costui» riprese l’Andrea, stendendo il braccio per carezzarlo anch’egli. «Gli metto paura. Non ha imparato a conoscermi.»
«E il suo segreto?»
A quest’improvvisa domanda l’Andrea si pose a ridere.
«Ah!» egli disse, cercando di prendere un contegno di serietà. «Il mio segreto! Se ella avesse in pronto un cento mila lire, glielo insegnerei lì per lì.»
L’Elvira staccò un pezzettino di carta da uno dei tanti fogli sparsi alla rinfusa sul tavolino, vi scrisse sopra: lire cento mila, e lo porse all’Andrea, dicendogli:
«Eccole!»
Poi, rovistato in fondo al cestino:
«Le carte finalmente son qui» ella aggiunse, presentando all’Andrea un mazzo di carte da giuoco.
Egli cominciò a mescolarle con celerità disinvolta.
«Mamma! Babbo!» chiamò Elvira levandosi da sedere.
Comparvero dall’altra stanza il signor Domenico e la signora Emilia.
«Vieni, babbo; vieni, mamma» disse l’Elvira vedendoli. «Il signor Andrea fa il suo miracolo!»
E batteva le mani con fanciullesca allegrezza.
Il signor Domenico sorrideva. La signora Emilia, coi suoi grandi occhiali a capestro sul naso e la calza appesa al collo, pallida, il volto scarno e attristato, die’ alla figliuola un’occhiata di tenerezza e si sforzò a sorridere anch’essa. Tutti e due si fermarono sull’uscio. L’Elvira riprese il suo posto.
L’Andrea si era già levato in piedi; e assumendo l’aria ciarlatanesca di un prestigiatore, imitandone i modi e la voce.
«Osservi» disse, rivolto all’Elvira. «Queste qui son le sue carte. Osservi bene. Le riconosce? Non gliel’ho mica scambiate. Mi ha côlto alla sprovveduta; non ho potuto preparar nulla. Tanto meglio. Il miracolo parrà più sorprendente. Badi bene!»
L’Andrea si tirò in su le maniche dell’abito e prese il mazzo delle carte fra il pollice e l’indice della mano destra. Il suo occhio, scintillante di compiacenza, fissava l’Elvira che seguiva con attenzione tutti i movimenti di lui.
«Si tratta» riprese il Gerace «di un vero miracolo.»
E spingendo in alto la testa, rivolgendo la parola alla volta della stanzina, «È pronta» egli disse «a trattenersi lassù quante carte vorrò? Sì? Uno! Due! Tre!»
E nell’atto che lanciava in alto l’intiero mazzo, «Nessuna!» gridò.
Le carte caddero giù, sparpagliandosi di qua e di là.
L’Elvira diventò rossa rossa, e rimase impietrata a guardare.
Il babbo e la mamma ridevano di cuore.
L’Andrea, ancora col braccio in alto, «Ha visto?» disse. «Ho comandato: nessuna! E le carte, ubbidientissime…»
Scoppiò a ridere anch’egli. Lo scherzo gli era riuscito. La ragazza, stizzita di essersi lasciata cogliere, avrebbe pianto dalla vergogna.
«Oh, questa me la pagherà!» esclamò, sedendosi sul divano con una mossa di dispetto. «Bel miracolo! Nessuna! Lo credo io!»
E finì col ridere alla sua volta.
Ad un tratto ella fu assalita da colpettini di tosse frequenti, insistenti che pareva le mozzassero il respiro. Il viso le divenne di un rosso livido.
Negli occhi della sua mamma luccicarono subito le lagrime. La poveretta andò via per non rattristare la figliuola, e il signor Domenico la seguì, dicendogli sotto voce:
«Coraggio! Coraggio!»
L’Elvira intanto aveva portato alla bocca il fazzoletto bianco che si macchiò di un bel rosso. Allora la tosse cessò come per incanto, e il viso le riprese il colorito ordinario.
«Vede? È poca cosa» ella disse, rivolgendosi all’Andrea che la guardava profondamente attristato. «Me l’ha fatta!» poi soggiunse, riprendendo la sua abituale gaiezza. «Bel gusto! E che miracolo sorprendente!»
«Si riguardi! Si riguardi!» rispose l’Andrea che soffriva a vederla così spensierata.
«Scusi, vado di là» disse l’Elvira, stendendogli la mano e scuotendo la testa come per dire: non è nulla.
E coll’espressione degli occhi fece capire che correva a consolare la sua mamma.
L’Andrea uscì di casa disturbatissimo.
La bellezza dell’Elvira lo aveva colpito sin dal giorno in cui era andato là per fissarvi le stanze. Le cortesi maniere, ma, più gli occhi e il sorriso di lei, gli produssero un così gran piacere ch’egli non discusse il prezzo e trovò tutto bene. La vita gli era da parecchi mesi diventata monotona. E in nube, irriflessivamente, pensò che qui almeno avrebbe avuto sotto gli occhi qualcosa di fresco e di gentile, che più non trovava né fuori né dentro di sé.
Dopo alcune settimane le sue conversazioni coll’Elvira tiravano sempre in lungo, e con lei egli ritornava il bell’umore di prima. Il suo occhio sentiva riposarsi guardando quelle linee pure e quell’intatto colorito; un che di elevato, di poetico mescolavasi, forse per la prima volta, alla sua sensualità, e si traduceva in un’ammirazione sincera, in una commozione gentile che egli non imaginava potessero a poco a poco diventare tutt’altro. Infatti, dopo quattro mesi, non perdonava ancora all’Elvira le eterne scale del suo pianoforte dalle nove della mattina alla tre della sera.
Ma il pianoforte ora taceva. Gli sbocchi di sangue della ragazza mettevano un silenzio desolato in quella casa ordinariamente piena di rumorosa allegria.
In quei giorni l’Andrea rientrava a posta verso le sette di sera, e restava in casa un’oretta. Trovava la mamma, il babbo e la figliuola attorno un gran tavolo rotondo nella stanza da letto di questa, che un uscio chiuso a chiave divideva dalla sua. La signora Emilia, cogli occhiali sul naso, agucchiava straccamente; l’Elvira faceva delle partite a dama col babbo. L’uscio dava sull’andito pel quale doveva passare l’Andrea. Egli si fermava a dar loro la buona sera e, invitato, entrava volentieri per far quattro chiacchiere. Spesse volte il signor Domenico gli cedeva il suo posto, e l’Andrea ingaggiava coll’Elvira una partita a dama accanitissima. In pochi colpi l’Elvira aveva scacco matto e se ne arrabbiava. Alla seconda partita non voleva giocare più.
L’Andrea, disabituato da un pezzo da una tranquilla intimità come questa, ne provava una impressione consolante che gli calmava tutti i turbamenti del cuore e gli ridonava quel beato senso della giovinezza, quando si vive a questo mondo unicamente per vivere. Il contrasto gli rendeva graditissima quella pace casalinga che, in diversa circostanza, lo avrebbe subito annoiato. I Besozzi, inoltre, vivevano così ritirati, ch’egli godeva fra loro il benefizio dell’incognito senza aver dovuto ricorrere a menzogne di sorta.
La macchia rossa del fazzoletto dell’Elvira gli restò impressa negli occhi. Andò, per abitudine, dalla contessa; ma fu più muto delle altre volte. Sul viso della Giacinta, sul pavimento, sui mobili della stanza quel rosso rifioriva insistentemente e gli metteva un malessere in corpo.
La Giacinta se ne accorse subito. Il suo istinto di donna fiutò un pericolo.
«Che c’è di nuovo?» gli chiese.
«Ma,… nulla!» rispose il Gerace con insolita vivacità.
«Parlami schietto: tu sei turbato!» replicò la Giacinta, a cui non sfuggì quel movimento.
«E quando ti avrò detto di sì?»
Ella lo guardò con tanto di occhi.
«Dunque tu confessi che hai un segreto per me?»
E, così dicendo, si mordeva il labbro inferiore e respirava accelerata.
«Come sei eccessiva!» rispose l’Andrea. «Con te bisogna esser sempre dello stesso umore. Un mal di capo diventa un delitto!»
Per alcuni minuti nessuno dei due pronunciò una parola.
L’Andrea contornava colla punta della sua mazzettina il disegno del tappeto sul pavimento e pareva assorto in quel lavoro. La Giacinta lo fissava con uno sguardo intenso, sfilacciando nervosamente la frangia della sua sciarpa di seta che le scendeva sul petto.
«Andrea, tu mi celi qualche cosa!» ella disse finalmente, rompendo il silenzio.
«Sì» rispose quegli con una risoluta mossa del capo e con un accento un po’ burbero che dava, per conto di lui, un altro significato alle sue parole. «Sì, ti celo che da un po’ di tempo in qua tu mi pari assai strana. Hai sempre dei rimbrotti senza ragione per me. Mi tratti come un amante venuto in uggia, col quale si cerchi un pretesto, una scusa per romperla. Bisogna che te lo dica: mutiamo registro! Una vita di sospetti, di diffidenze, di rancori segreti diventa presto insopportabile…; mutiamo registro! Mentre gli altri ci lasciano in pace non ci torturiamo da noi stessi! Pretendere che si possa essere tutti gli anni, tutti i giorni di un umore è proprio un assurdo. Ora si è lieti ed ora si è tristi, senza un perché. I nervi, la stagione… che so io? Poi ogni anno che passa produce un cambiamento dentro di noi. Si diventa più seri: si guarda la vita da un altro punto di vista… Anche l’amore muta aspetto. Si ama quanto prima, forse più…»
«O si finisce di amare!» lo interruppe ironica la Giacinta, che lo aveva ascoltato con attenzione concentrata ed era sorpresa di quel tono.
«Di chi parli?» domandò l’Andrea quasi impaurito che ella potesse leggergli in cuore.
«Non di me, certamente» replicò quella. «Io mi striscio ai tuoi piedi come un verme. Tu lo hai visto! Io che ti ho dato liberamente, spontaneamente tutta me stessa, già mi son rassegnata a chiederti come una carità un palpito di amore che dovrei esigere come un diritto. Tu lo hai visto! Ho abbassato il mio orgoglio di donna fino a implorare, tremando, una dichiarazione sincera che potrebbe uccidermi sul colpo!… Ma tu, intanto, che hai fatto? Non hai osato parlarmi aperto. Ti sei avvolto in una nebbia di mezze negazioni, che hanno complicato gli equivoci tra te e me, e ne hanno creato dei nuovi… Ed ora fai di più; scambi le parti: mi dici che io ti tratto come un amante venuto in uggia, col quale si cerchi una scusa, un pretesto per romperla!… Ah, mia madre vedeva bene nell’avvenire! Povera illusa, che ho creduto all’amore di un uomo!»
Noi non sogliamo ostinarci tanto a voler fatta ragione come nel punto che abbiamo la coscienza di tro...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Guido Davico Bonino
- Cenni biografici
- Bibliografia essenziale
- GIACINTA
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- Appendice
- I. La nuova “Giacinta”
- II. Lettere e recensioni
- Copyright