Quello col piede in bocca e altri racconti
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Quello col piede in bocca e altri racconti

  1. 320 pagine
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Quello col piede in bocca e altri racconti

Informazioni su questo libro

L'amore e i conflitti fra una goffa divorziata e un critico geniale; la storia di uno specialista in gaffes; i tormentati rapporti fra un padre imbroglione e il suo affezionatissimo figlio. Cinque racconti del miglior Bellow.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852056512
Print ISBN
9788804485926

Come è andata la vostra giornata?

Ebbra di perplessità, sedotta da uno spirito irrequieto, Katrina Goliger fece un viaggio che non avrebbe dovuto fare. Cosa le stava succedendo, perché si agitava in quella maniera? Signora divorziata suburbana con due figlie piccole, stava forse perdendo terreno o sbiadiva la sua bellezza o le sue possibilità di scelta si stavano così rapidamente restringendo da renderla avventata? Non era la bellezza il problema; era piuttosto carina, con capelli scuri e occhi attraenti. Aveva un corpo pieno, con una lieve tendenza alla pinguedine, che però controllava con una certa abilità. A Victor Wulpy, l’uomo della sua vita, piaceva esattamente così. Il peggior difetto che le si poteva attribuire era l’essere goffa. Ma la goffaggine, se ben gestita, può apparire ingenuità di ragazza. Erano tuttavia poche le cose che Trina sapeva gestire. In verità, per sintetizzare, era passabilmente graziosa, era goffa ed era terribilmente irrequieta.
Per esser giusti, le sue possibilità di scelta erano sempre più limitate da Wulpy. Non che lui fosse incostante. Ma aveva particolarissime difficoltà da affrontare – le sue condizioni di salute, certe menomazioni fisiche, l’età avanzata e, in aggiunta, il suo prestigio. Era un personaggio importante, un intellettuale di fama mondiale, un grande nome del mondo artistico, ed era stato un bohémien molto tempo prima che l’essere bohémien divenisse parte integrante della vita quotidiana. Il mondo civile sapeva perfettamente chi era Victor Wulpy. Non si poteva parlare di pittura moderna o di poesia – o di tanti altri argomenti importanti – senza citarlo.
Be’, dunque, verso mezzanotte, nel cuore dell’inverno – a Evanston, Illinois, dove lei vive nel fondo del gran gelo continentale – squilla il telefono di Katrina e Victor le chiede – anzi, le comunica: «Voglio averti qui domattina presto».
“Qui” è Buffalo, stato di New York, dove Victor è andato a fare una conferenza.
E Katrina, ignorando qualsiasi considerazione basata sul buon senso o sul rispetto per se stessa, dice: «Prenderò uno dei primi voli».
Se avesse avuto una relazione con un uomo più giovane, Katrina avrebbe forse liquidato l’invito con una risata, dicendo: “È una pura pazzia. Sarebbe divertente, certo, proprio quello che ci vuole con questa temperatura sotto zero. Ma che ne faccio delle bambine quasi senza preavviso?”. Avrebbe anche potuto accennare al fatto che il suo ex marito era ricorso alla legge per ottenere la custodia delle piccole e che l’indomani aveva un appuntamento in centro con lo psichiatra nominato dal tribunale per accertare la sua idoneità. Avrebbe potuto mescolare a queste scuse qualche battuta scherzosa e coronarle con un allettamento: “Facciamo giovedì. Ti risarcirò”. Ma con Victor rifiutare non era una delle sue alternative. Era divenuto quasi impossibile dirgli di no. Cattiva salute era un eufemismo. L’anno prima aveva sfiorato la morte.
Varie forze, e questo non le dispiaceva del tutto, le toglievano l’energia per resistere. Victor era un tale monumento e con un così lungo passato nella storia della cultura moderna. Non si poteva dimenticare che aveva cominciato a pubblicare su “Transition” e su “Hound and Horn” prima che lei nascesse. E stava già diventando famoso negli ambienti dell’avanguardia quando lei era ancora nel girello. E se pensavi che fosse ormai esaurito e non avesse più assi nella manica, quello che avevi in mente era un normale settantenne, non Victor Wulpy. Persino i suoi detrattori più feroci, gli avversari più cocciuti, dovevano ammettere che era ancora un uomo di prim’ordine. E di quanti americani viventi, leader intellettuali come Sartre, Merleau-Ponty e Hannah Arendt avevano detto: «Chapeau bas! Questo è un uomo di genio» – Merleau-Ponty soprattutto colpito dai suoi saggi su Marx.
E poi Victor era personalmente così imponente – aveva un tal viso, una tale statura; senza darsi arie, era talmente autorevole da sembrare spesso un re, sia pure di un tipo un po’ strano. Un re alla newyorkese, profondamente americano – bonario, avvicinabile anche, ma sempre facendo chiaramente capire di essere un sovrano; nessuno poteva raccontargli balle. L’anno prima però – era arrivato a quel punto della vita, ai settantacinque – era fragorosamente crollato. Accadde a Harvard e lo portarono all’Ospedale centrale del Massachusetts per farlo operare. I medici lo avevano tirato fuori dal bordo della tomba. O forse era stato lui a rifiutare la tomba, tutto avvolto in bende com’era e con tubi infilati nel naso e imbottito di droghe sino al limite. Vedendolo lì sdraiato, non avresti mai creduto che potesse varcare coi suoi piedi la soglia della camera. Eppure ce la fece.
Ma supponiamo che Victor fosse morto, cosa avrebbe fatto Katrina? Pensarci la turbava. Ma sua sorella Dorothea, che non risparmiava mai nessuno, le aveva esposto lucidamente le conseguenze della morte di Victor. Dorothea, per parlarci chiaro, non poteva evitare questo argomento. «È stato l’avvenimento più importante della tua vita. Stavolta, ragazza, sei veramente venuta fuori in maniera fragorosa.» (Uno strano aggettivo riferito a Katrina, che era carina e grassoccia e alzava raramente la voce.) «Devi però prepararti ad affrontare la cosa quando finalmente accadrà. Lo sapevi da sempre che lo avresti avuto solo per poco.» Katrina sapeva già tutto quello che Dotey le avrebbe detto. Si può riassumerlo in questi termini: Tu hai piantato tuo marito per questa insolita relazione. Eccitazione sessuale e insieme ambizione mondana. Volevi irrompere nel mondo dell’alta cultura. Non so cosa credevi di poter offrire. Se ricordi quello che diceva papà, e te lo ripeterebbe anche dall’altro mondo, non sei altro che una comunissima Tontolona dei sobborghi a nord di Chicago.
Effettivamente, il defunto Billy Weigal chiamava le figlie Tontolona prima e Tontolona seconda. Le mandò all’università dello stato a Champaign-Urbana, dove entrarono a far parte di una sorority e studiarono lingue romanze. Le ragazze volevano il francese? Benissimo. Il teatro? Perché no? Il vecchio dottor Weigal fingeva di credere che fossero tutte sciocchezze. Era un uomo politico, esperto soprattutto nel sistemare i problemi fiscali, con grossi contatti nell’apparato del Partito democratico di Chicago. Anche sua moglie mentalmente era poca cosa. Era parte integrante della convenzione che le donne avessero tutte dei cervelli di gallina. Ciò soddisfaceva il suo animo corrotto e protettivo. Come fece notare Victor (tutte le interpretazioni più elevate venivano da lui), la sua era tipica ideologia borghese ed era facile individuarne le componenti erotiche. L’ignoranza delle donne come stimolo potente per quegli uomini che si ritenevano dei duri. A un livello infinitamente più alto, Baudelaire aveva consigliato di stare alla larga dalle donne colte. Le intellettuali e le signore borghesi provocano una paralisi sessuale. Gli artisti possono fidarsi solo delle donne del popolo.
Comunque Katrina era stata educata a considerarsi una stupida. Il sapere di non esserlo era un importante postulato segreto della sua scienza femminile. E in fondo non si opponeva al modo in cui Dorothea parlava del suo complicato e affascinante problema con Victor. Dorothea diceva: «Voglio che tu lo veda da tutti i punti di vista». Il che in realtà significava che Dotey avrebbe cercato di fotterla sotto tutti gli aspetti. «Cominciamo dal fatto che come signora Alfred Goliger nessuno a Chicago si sarebbe mai accorto di te. Quando il signor Goliger invitava qualcuno ad ammirare la sua meravigliosa collezione di avori, giade e pietre semipreziose, era sempre lui che parlava e da te voleva solo che servissi da mangiare e da bere. E per la gente che cercava di frequentare, quelli della Lyric Opera, il giro delle arti contemporanee, gli accademici e tutti quegli altri stronzi, tu eri semplicemente una casalinga qualsiasi. Poi, all’improvviso, tramite Wulpy, cominci a conoscere i vari Motherwell e Rauschenberg e Ashbery e Frankenthaler, e lasci quelle mezze calzette della cultura locale a rotolarsi nella polvere. Ma, quando il tuo vecchio stregone sarà morto, cosa succederà? Persino le vedove vengono dimenticate piuttosto in fretta, se non hanno qualità promozionali. E cosa succede alle amichette?»
Arrivato alla Northwestern University, per un seminario sulla pittura americana, Victor era stato preso sotto l’ala protettiva dei Goliger. Alfred Goliger che, volando a Bombay e a Rio, aveva esteso i propri interessi dalle gemme agli oggetti d’antiquariato e agli objets d’art e aveva comprato gioielli di famiglia nonché porcellane, sterline, ceramiche e statue di tutti i continenti, ambiva a entrare nel mondo dell’arte. Non era uno dei soliti mariti impacciati; quando era in Brasile o in India faceva in genere quel che gli piaceva. Ma aveva un’idea sbagliata di Katrina se la considerava una casalinga disponibile a passare il tempo scegliendo tappezzerie e frequentando riunioni tra genitori e insegnanti. Victor, la perfetta celebrità, rilassandosi tra gli ammiratori a bere martini e a mangiare hors d’oeuvres, valutò subito lo zelante marito, aggressivamente ambizioso, dopo di che prese in considerazione la sua graziosa moglie – una dark lady in tutte le accezioni del termine. E capì che era particolarmente misteriosa dove il mistero contava di più. Le circostanze avevano dato a Katrina l’aspetto di una persona banale. E lei faceva quel che fanno i caratteri forti in circostanze imposte del genere; se ne serviva per camuffarsi. Di conseguenza accostò Wulpy come una persona miope, una che deve avvicinarsi per poterti scrutare. E gli si avvicinò al punto che potevi sentirne l’alito. Poi il suo sguardo accigliato, quasi testardo, si posava su di te per quel secondo in più che serviva a trasmettere un messaggio sessuale. Fu l’incompetenza con la quale si presentò, il suo perplesso cipiglio da miope a modificare sostanzialmente la situazione. La sua prima stretta di mano lo informò di un’inclinazione, di una disponibilità. E lui capì che tutti i preparativi erano già stati fatti. Con una sorta di silenzio inciso intorno alla bocca sotto la larga striscia dei baffi. Wulpy registrò tutte queste informazioni. Non gli restava che trasmettere il segnale di risposta. Ed era proprio questo che intendeva fare.
All’inizio fu poco più che lo svago di un pompiere in visita, di un’anziana celebrità un tantino viziata. Ma Wulpy era troppo un grand’uomo per abbandonarsi a un semplice capriccio. Era un intellettuale disciplinato. Aveva i suoi principi. A settant’anni le sue idee avevano ormai un ordine quasi definitivo. Nessuna delle debolezze, dell’abbandonarsi agli impulsi che rendono spregevoli le persone cosiddette colte. Come puoi definirti un pensatore moderno se non hai realismo sufficiente a riconoscere in fretta un matrimonio traballante, se non sai cosa sia l’ipocrisia, se non sei venuto a patti con la menzogna – se, in certe situazioni, la gente può ancora dire di te: “È proprio un tesoro”? Nessuno si sarebbe mai sognato di definire Victor “un tesoro”. Cattiveria? No, un discernimento ben stagionato. Ma indipendentemente dalle sue intenzioni originarie, la relazione si stabilizzò. E come valuti una donna che sa legare a sé un tale stregone? Deve essere qualcosa di più di una ragazza dei sobborghi, sexy e grassoccia e con le caviglie grosse. E l’insieme è qualcosa di più di quella crudele assurdità che è il declino e l’asservimento erotico di un uomo eminente divenuto (oh! quanto repentinamente!) vecchio.
Il divorzio fu brutto. Goliger era arrabbiato, vendicativo. Quando entrò in azione, spogliò la casa, portandosi via i suoi tesori orientali, la collezione di giade, la cristalleria, gli arazzi, gli elefanti dorati dipinti, le porcellane cinesi, e persino certi preziosi gioielli che le aveva regalato e che lei non aveva avuto la preveggenza di mettere in banca. Avrebbe anche voluto scacciarla dalla casa, una casa bella e vecchia. E ci sarebbe riuscito se avesse potuto ottenere la custodia delle bambine. Le bambine quasi non s’accorsero della scomparsa degli oggetti indiani e veneziani, anche se l’avvocato di Trina sostenne in tribunale che questo le aveva turbate. Dorothea diceva delle nipoti: «Mi interesserebbe molto sapere come andranno a finire quelle due misteriose creature. In quanto ad Alfred, è ormai guerra totale». Pensava che Katrina fosse troppo distratta per essere una guerriera. «Te ne rendi conto o no?»
«Certo che me ne rendo conto. Non faceva altro che prendere aerei per partecipare a qualche asta. Non era mai a casa. E cosa combinava lui in India?»
Katrina stava ancora cenando quando arrivò la telefonata di Victor. Il suo ospite era il tenente Krieggstein, della polizia. Era arrivato in ritardo, a causa del tempo, e le raccontò di aver sbandato in un cumulo di neve e di aver dovuto aspettare un carro attrezzi. Aveva quasi perso la voce e diceva che ci avrebbe messo un’ora a sgelarsi. Amico di famiglia, non aveva bisogno di chiedere il permesso per scendere in cantina a prender la legna e per preparare il fuoco. La casa era stata costruita nella fase migliore dell’architettura di Chicago (è fatta come uno Stradivari, diceva Krieggstein) e le piastrelle scolpite del caminetto erano azzurre-martin pescatore. «Ho già visto tante volte il maltempo, ma questo batte tutto» disse e chiese della salsa Red Devil da spargere sul suo curry e bevve vodka da un boccale da birra. Il suo viso era ancora bruciato dal gelo e i suoi occhi continuavano a lacrimare. Disse: «Oh, che lusso quel fuoco dietro la schiena».
«Speriamo che non faccia esplodere le tue munizioni.»
Il tenente portava sempre almeno tre pistole. I poliziotti in borghese giravano tutti armati sino ai denti o era lui che aveva tante armi perché era piccolo di statura? Si atteggiava a uomo gentile ma insieme terribile. Victor diceva di lui che era al limite della follia, ma che spesso lo oltrepassava. «Un cowboy solitario su entrambe le rive del Rio Grande, contemporaneamente.» Ma tutto sommato lo vedeva con benevolenza.
A Buffalo era quasi mezzanotte. Katrina non s’aspettava che Victor la chiamasse proprio allora. Conoscendo perfettamente le sue abitudini, Katrina sapeva che il vecchio gigante doveva aver avuto una serata deludente e si era poi buttato disgustato sul letto all’Hilton, con metà e più dei propri indumenti sul pavimento e una pinta di Black Label a portata di mano per “mantenere in movimento i motori ausiliari”. Il viaggio era stato più faticoso di quanto lui fosse disposto ad ammettere. Beila, sua moglie, gli aveva consigliato di non farlo, ma le sue opinioni non contavano. Un direttore di stabilimento non dice all’amministratore delegato cosa deve fare. Era partito per vedere Katrina. Le conferenze erano, naturalmente, un pretesto. «L’ho promesso a quei tali» disse. Ma non era interamente un pretesto. Richiestissimo, otteneva lauti compensi. Quella sera aveva parlato all’Università dello Stato e l’indomani si sarebbe rivolto a un gruppo di dirigenti a Chicago. Buffalo era un’operazione combinata. La figlia minore dei Wulpy, Vanessa, che studiava lì, aveva qualche problema. Per Victor i problemi di famiglia non potevano mai esser...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Alcuni giudizi critici
  5. Quello col piede in bocca
  6. Come è andata la vostra giornata?
  7. Zetland: visto da un testimone
  8. Un piatto d’argento
  9. Cugini
  10. Copyright