Mentre l'Inghilterra dorme
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Mentre l'Inghilterra dorme

  1. 238 pagine
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Mentre l'Inghilterra dorme

Informazioni su questo libro

Costruito come un romanzo autobiografico liberamente ispirato a un episodio della vita del poeta Stephen Spender e ambientato negli anni Trenta, Mentre l'Inghilterra dorme diventa il luogo di incontro simbolico tra due scrittori appartenenti a mondi e generazioni differenti. Nella nostalgica rievocazione di un amore omosessuale destinato a concludersi tragicamente durante la Guerra di Spagna si trova l'eleganza con cui Leavitt ha sempre raccontato la complessità delle relazioni affettive, un atto di omaggio e di protesta che affronta il tema della libertà sessuale affermando ciò a cui fino a pochi decenni fa si poteva solo alludere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804609155
eBook ISBN
9788852053665

L’UCCELLO DEL METRÒ

1

Tutto ebbe inizio così: con un uccello che volava nelle gallerie della metropolitana come una mosca intrappolata in un sottomarino. Non se ne accorse nessuno, a parte me. Prima si alzò il vento – quel vento denso di fumo, intriso di odore di petrolio, che preannuncia l’arrivo del treno – poi le luci gemelle trafissero l’oscurità, ed eccolo lì, l’uccello, bianco e grigio, una colomba, credo, inseguita dal terrore fumante del convoglio. Per un attimo planò sopra la mia testa svolazzando, quasi cercasse di capire dov’era il cielo, poi s’involò su per la scala d’uscita e scomparve.
Arrivò il treno e salii. Era il 28 giugno del 1936, il giorno del compleanno di mia madre (che però era morta sei mesi prima). In Germania, orde di Hitlerjugend malmenavano i clienti dei negozi ebrei; in Spagna, la neonata Repubblica combatteva la minaccia fascista; in Inghilterra, le donne discutevano sul prezzo dei porri con il fruttivendolo. E, quel che è peggio, io non riuscivo a scrivere. Una copia del romanzo che avevo cominciato l’anno prima, ordinatamente battuta a macchina, giaceva nel cassetto di uno scrittoio a casa dei miei genitori, a Richmond. Non sopportavo neanche l’idea di guardarla.
Stavo andando a pranzo da zia Costanza e, tanto per cambiare, ero in ritardo. Zia Costanza era una vedova nonché una romanziera affermata, a modo suo – molto più famosa di quanto potessi mai sperare di diventare io. Ogni anno, ad aprile e a novembre, con gratificante puntualità, sfornava un tomo, e frotte di donne infelici sparse per tutta l’Inghilterra si precipitavano a comprarlo. Questo perché le sue opere, a differenza delle mie, tralasciavano il sesso e le scene drammatiche e tempestose a favore della cronistoria dei piccoli turbamenti quotidiani.
In quei giorni a cavallo delle due guerre, zia Costanza mi manteneva, per quanto in modo volubile: inviava assegni che arrivavano senza una cadenza precisa e il cui importo variava in modo così disparato che mio fratello Channing e io l’avevamo soprannominata “Zia Incostanza”. In cambio, dovevo pranzare con lei una volta al mese all’Hotel Lancaster, un tetro edificio nella zona di Edgware Road, dove si installava in occasione delle sue visite a Londra. Tutti gli ospiti erano donne, per lo più residenti fissi: vedove prive di mezzi, segretarie in pensione – insomma, le sue lettrici. Me lo ricordo come un luogo di flemmatica ottusità, il salone oscurato da tendaggi spessi, le lampade così fioche che a malapena si riusciva a leggere. Il ritmo del Lancaster era più lento del mio, perciò, quando mi catapultavo al suo interno, mandavo ogni volta gambe all’aria un’anziana signora diretta verso la sala da pranzo, o spaventavo il portiere, che passava gran parte della giornata in uno stato di torpore prossimo alla catatonia. Nel salone, figure molli e pesanti sedevano o stavano semisdraiate su altrettante poltrone molli e pesanti. Un ronfare aritmico saliva a spirale in un fischio prima di ripiombare a terra.
Quel pomeriggio zia Costanza stava sonnecchiando su un divano di cintz. Quando mi piegai su di lei batté le palpebre.
«Oh, caro Brian, salve. Sei la puntualità in persona! Stavo ascoltando la radio.»
«Salve, zia.»
Lei si rizzò a sedere. «Lascia che ti guardi. Sì, sei troppo magro. Non ti dà da mangiare tua sorella?»
Rialzatasi a fatica dal divano, mi scortò in sala da pranzo. Aveva un ottimo aspetto, come al solito: rubiconda, fresca come una rosa, la massa dei capelli serici raccolta in uno chignon che sembrava una brioche. Mentre cincischiavamo i menu, mi chiese notizie di mia sorella Caroline, di mio fratello Channing e soprattutto di quella povera donna assillata che era la tata della nostra infanzia, da noi strappata alla sua tranquilla vita di pensionata affinché si occupasse della casa dopo la scomparsa della mamma. La tata era stata il modello delle eroine di almeno sei dei romanzi di zia Costanza.
Channing e Caroline litigavano, le raccontai, perché Caroline aveva riorganizzato la cucina. Caroline credeva nell’ordine e nel futuro, invece Channing pensava che anche spostare solo un cucchiaio dal luogo che la mamma gli aveva assegnato equivalesse a profanare la sua memoria.
«Mi è già capitato di osservare sintomi di dolore piuttosto singolari» commentò zia Costanza. «La mia impagabile governante, Mrs. Potter, quando il marito se ne andò cominciò a camminare nel sonno, mentre la figlia degli Shepard si diede a una condotta immorale. Il caso più strano, comunque, fu quello di Maudie Ryan. Te la ricordi? Era a scuola con tua madre. Il suo fidanzato saltò in aria in Francia durante la guerra, dopodiché lei non la finiva più di cucinare. Dolci, pudding, pessimi stufati pieni di spezie.» Scosse il capo con disapprovazione al pensiero degli stufati. «Devi essere paziente con i tuoi fratelli. Ognuno esprime la sofferenza a modo suo.»
Un’anziana cameriera prese le nostre ordinazioni. Data la costituzione delicata della maggior parte della clientela, si poteva star certi che l’Hotel Lancaster serviva solo pasti leggeri e insipidi, il che suscitava il plauso di zia Costanza, schiava di uno stomaco insolente.
«Ho delle difficoltà a scrivere» dissi quando la cameriera se ne fu andata. «Ogni volta che mi metto a lavorare al mio romanzo mi prende l’ossessione di dover sbrigare qualche piccola incombenza, oppure l’occhio mi cade su una macchiolina sulla parete, o addirittura la pagina stessa sfuma in un’immagine astratta.»
«E tu credi che io possa darti un consiglio?» chiese zia Costanza.
«Be’, direi proprio di sì.»
«Oh, santo cielo.» Posò il suo bicchier d’acqua. «Il fatto è che non mi pare di aver mai avuto un problema del genere, capisci? Salvo una volta, sì, adesso rammento, anni fa, quando, dopo aver scritto due romanzi, non avevo la minima idea di ciò che avrei raccontato nel terzo. Lì per lì non me ne diedi pensiero. Se non ricordo male, mi limitai a dire tra me: “Costanza, i tuoi romanzi li hai scritti, adesso tanto vale che ti calmi e ti rassegni a essere una donna qualunque, a fare quello che fanno tutte le altre”. Così me ne andai in giardino a raccogliere le rose, e di colpo pensai a una ragazza di nome Rose, a un albero di tasso e a un soldato. Allora lasciai cadere le rose, entrai in casa e buttai giù le prime righe de La Primavera di Kilkenny. E adesso, caro, prima che me ne dimentichi, eccoti una copia del mio ultimo libro. È la storia di una domestica a ore che ha nove bambini e un debole per il Bovril.» Ridacchiando mi porse Betty Brennan, dedicato, come tutti gli altri, “al mio caro nipote Brian, con i migliori auguri per la sua futura carriera di romanziere”.
«Grazie infinite, zia Costanza» le dissi. «Lo inizierò in treno.»
«Be’, fai come credi. Non è il più riuscito, temo, ma ci dobbiamo accontentare. È un peccato. Il mio pubblico si aspetta tanto da me!»
Ripescò gli occhiali dalla borsa e mi scrutò con interesse diagnostico. «Allora, come te la passi? Non hai ancora trovato una ragazza? Ti piacerebbe che ti presentassi alla nipote di Edith Archibald, Philippa? Secondo Edith è una ragazza molto simpatica, anche se timida, forse per via del labbro leporino – oh, naturalmente gliel’hanno sistemato con un’operazione. Edith dice che legge moltissimo.»
«Zia, sai bene che non ho tempo per le ragazze. C’è il mio lavoro!»
«Brian, quanti anni hai?»
«Quasi ventitré.»
«Ventitré! Alla tua età io ero già sposata con Freddie da cinque anni! Devi cominciare a pensare al futuro, mio caro. Il fatto è che non ho molte speranze per Channing, immerso nei libri com’è, e quanto a Caroline… be’, non vorrei sembrarti crudele, ma ormai ha venticinque anni. Probabilmente è davvero troppo tardi.» Alzando una spalla indicò le altre ospiti dell’Hotel Lancaster, che stavano mangiando tutte sole. «Credimi» continuò, «è terribile essere vecchi e non avere nessuno. Oh, non per me: io ho decenni di ricordi a cui attingere. Ma non aver mai conosciuto l’amore, non aver mai sentito la forza di un braccio che ti circonda le spalle, il calore delle labbra di un uomo premute…» Si interruppe, tossicchiò e desistette. Certo non poteva immaginare che il calore delle labbra di un uomo premute sulle mie fosse proprio ciò che agognavo.
«Allora, senti cosa ti propongo: una cena senza pretese con Philippa ed Edith. Prenoterò una saletta privata. Che te ne pare?»
Mi pareva una bestialità.
«Lo sai quanto l’avrebbe desiderato la tua povera mamma! Avrebbe voluto vedere accasato almeno uno dei suoi figli.»
«D’accordo, zia Costanza. Va bene, verrò.»
«Non te ne pentirai. Da quello che mi ha raccontato Edith, si direbbe che Philippa Archibald sia una ragazza affidabile al cento per cento. E adesso, caro, lascia che ti dia ancora un po’ di denaro. Questa tua giacca è frusta da far pietà.»
Se non altro con zia Incostanza non c’era bisogno di fingere. Piegarsi alla sua volontà significava ricevere una ricompensa immediata.
Era un anno di interminabili giornate grigie, il sole non compariva da tanto di quel tempo da essere ormai soltanto un ricordo, e Londra era tutta uno starnuto e una soffiata di naso. I mediterranei sarebbero impazziti, gli americani avrebbero intentato una causa; ma noi inglesi accettiamo l’inclemenza del tempo con la stessa cupa equanimità con cui accettiamo le schiere di case addossate una all’altra e le salsicce. Con la sua aria depressa, la gente tirava avanti, cioè faceva code interminabili sotto la pioggia. Code ovunque: sarebbe bastato attaccare un cartello su un muro con la scritta “Fate la coda qui” e la gente ci si sarebbe messa di fronte in fila indiana.
Stavo vivendo un momento particolare. Negli ultimi due anni ero stato in Germania, con la scusa di scrivere. In realtà avevo trascorso la maggior parte dei pomeriggi a fumare sigarette nei caffè e la maggior parte delle serate a fumare sigarette in un bar con i tendaggi di pelle. Birra e ragazzi. Ma soprattutto sigarette.
Poi la morte di mia madre mi costrinse a rimpatriare. In seguito non ebbi più il denaro per tornare in Germania, e zia Costanza – essendo arrivata alla conclusione, credo, che quel paese non faceva per me – preferì smettere di foraggiarmi. Non sapevo dove andare: rimasi a Richmond a oziare, a mettere ordine, ormai orfano, tra i detriti della vita di mamma e papà, mentre i miei fratelli bisticciavano e la povera tata, trascinata fin lì da Eastbourne per prendersi cura di tutti noi come una volta, cercava di mettere pace. A un certo punto non resistetti più; accettai un vecchio invito di Rupert Halliwell, un mio ricco compagno di Cambridge che aveva appena acquistato un appartamento grandioso in Cadogan Square.
Rupert e io non eravamo stati molto intimi a Cambridge: eppure ravvisavo un’affinità tra la sua passione per i cristalli antichi e la mia per Digby Grafton, che era un grande vogatore. Basso, rotondetto e pallido, Rupert faceva pensare a uno di quei biancomangiare o a quelle mousse che zia Costanza chiamava sempre “sformati”. Aveva polsi grassocci, gusti difficili e occhi mesti.
Arrivai da lui un mercoledì pomeriggio alle quattro. Una camerierina intimidita mi introdusse in salotto, dove Rupert non tardò a raggiungermi, in giacca da casa, con l’aria afflitta di sempre. «Non so come ringraziarti, Rupert» gli dissi mentre ci stringevamo la mano. «Oh, sciocchezze» ribatté lui, chiudendo l’argomento. «Per me è un piacere. Comunque, sembrava che stessi bruciando vivo in quella casa!»
«Sì, è un sollievo esserne uscito.»
Ci sedemmo a bere il tè, che la cameriera aveva versato in tazze finissime, smaltate in azzurro e oro – «del diciottesimo secolo» come Rupert ebbe la cortesia di informarmi. «Appartenevano alla regina Beatrice, ed è l’unico servizio di questo tipo ancora esistente.» Dopodiché gli feci i complimenti per il divano. «Sì, è una meraviglia, vero? Solo che è foderato in seta indiana tessuta a mano, una qualità rarissima da cui è impossibile togliere le macchie.» «Caspita» commentai, sforzandomi di tenere la tazza a distanza di sicurezza. Infine Rupert mi mostrò la sua collezione di vasi di cristallo. «Tre sono scheggiati» mi fece notare, «grazie alla sbadataggine dei domestici.» Sfido io che alla povera cameriera tremavano le mani mentre sollevava il vassoio con le tazze!
Finimmo il tè e Rupert mi condusse nella mia stanza. «Credo che troverai tutto ciò che ti occorre» mi disse.
«Sì» risposi. «Ne sono certo.»
Cominciai a disfare le valigie ma Rupert, invece di andarsene, si sedette sul bordo del letto. Inutile dire che mi sentivo piuttosto a disagio, con quello sguardo triste che seguiva i miei movimenti mentre riponevo i vestiti.
«Come sta tua madre?» chiesi.
«Sempre uguale. Il dolore è il suo compagno, la sua tortura quotidiana. Ormai è costretta a letto, ma io le faccio visita ogni giorno e per lei è una gran consolazione. Sai, è davvero troppo buona per questo mondo.»
In realtà la signora era un’arpia, nient’affatto malata quanto voleva far credere. Quando aveva comprato a Rupert la casa di Cadogan Square, avevo sperato che quel gesto rappresentasse il taglio definitivo del cordone ombelicale. Invece lui non fece che riprodurre la passione materna per oggetti che erano a un tempo insostituibili e fragilissimi. (Chissà perché i ricchi, a cui sono state risparmiate le preoccupazioni materiali, si sentono obbligati a circondarsi di potenziali disastri?) A vent’anni, Rupert era una giovane creatura senza personalità che aveva scelto di emulare le manie della vecchiaia. Eppure la cosa non gli si addiceva, e veniva spontaneo chiedersi quanto sarebbe durata quella messinscena.
Una volta disfatta la valigia, ero impaziente di dedicarmi al mio diario, perciò dissi a Rupert che volevo riposare un po’ prima di cena. Lui si alzò a malincuore. «Sicuro che non posso fare altro per te?» mi chiese, gli occhi sgranati e umidicci di sempre. «No, non ho bisogno di niente» risposi. «D’accordo» disse lui; poi, con estrema lentezza, si richiuse la porta alle spalle.
Mi buttai sul letto. Povero Rupert! La maggior parte dei miei amici non riusciva a sopportarlo; per loro era soltanto un esempio dell’ineluttabile decadenza in cui stava precipitando la borghesia. Secondo i miei amici, Rupert e quelli come lui erano i rami secchi di una pianta, ed era necessario potarli per il bene dell’albero.
In fondo capivo questo punto di vista. Tuttavia, c’era qualcosa di così triste e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. In Caso D’amore Scappa
  3. PROLOGO: 1978
  4. L’UCCELLO DEL METRÒ
  5. L’OMBRA DI UN OMBRELLO
  6. LUNA E ACQUA
  7. EPILOGO: 1978
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright