Le Memorie di Sanson pubblicate nel 1830 danno voce a una "vittima" singolare: Sanson, il boia di Luigi XVI e del Terrore. Erede di una carica tramandata per secoli di padre in figlio, Sanson racconta una storia di famiglia e una crisi di coscienza.
Ligio a un principio di autorità e a una legalità che vede sgretolarsi: diviso tra il senso del dovere e l'orrore per la pena di morte, questo carnefice sensibile alle sventure umane si batte per l'abolizione della pena capitale e della tortura, per una giustizia senza privilegi e più efficiente. Attraverso il suo dramma si consumano la fine dell' ancien régime e gli sconvolgimenti rivoluzionari.
Tradotte per la prima volta in italiano, le Memorie costituiscono una delle opere più intriganti e meno note del giovane Balzac.

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VOLUME PRIMO
I
Ci sono uomini la cui strada è segnata. Dal principio alla fine, la loro esistenza procede in linea retta: quello che hanno fatto ieri, lo fanno oggi, lo faranno domani, lo faranno sempre. Succede per colpa della predestinazione sociale, e i figli subiscono la legge degli avi, perché la società si compiace delle sue forme e ha creato delle caselle per certi individui, mentre per altri individui essa non ne ha creata alcuna.
Quante razze maledette si contano sulla terra! E quante razze privilegiate! Chi mi rivelerà l’origine dell’aristocrazia, chi mi spiegherà da cosa nasce l’emarginazione? M’è toccato riflettere su tutte queste cose, le ho meditate e, sia alla gloria del mondo che alla sua infamia, il mio pensiero si volge sempre con amarezza.
Povero paria, perché la tua casta è stata proscritta? Perché neanche la tua virtù può redimerti dall’onta originaria? Imprigionato nell’obbrobrio della tua nascita, vai orgoglioso di tuo padre, perché tuo padre era onesto, e questa venerazione filiale è un legame in più, ma un legame che ti è caro, un legame che non spezzeresti, quand’anche ti fosse concesso di farlo. Dove andrai? Che ne sarà di te? Ti trascinerai dietro madre, fratelli e sorelle? Li rinnegherai? Resta con loro, che ti vogliono bene, ti cercano. Gli altri ti respingeranno, e l’isolamento è morte.
Credo che ovunque, tranne a qualche migliaio di leghe da qui, ai confini della Cina, nei pressi della Grande Muraglia, i discendenti della tribù di Giuda siano disprezzati e respinti da ogni nazione: per loro non esiste borghesia, i cittadini li avversano, e quando il legislatore li risolleva, il pregiudizio li riabbassa. La ragione ha soltanto una voce, il pregiudizio mille. La maggioranza significa tenebre, il numero ristretto significa luce. La cosa migliore è essere contenti di sé e non essere scontenti di nessuno: solo questo implica la condizione umana, ed è più di quanto comporti la condizione sociale; ma è sufficiente essere in pace con la propria coscienza.
Non c’è contrada in Europa in cui lo zingaro non sia errante, vagabondo e condannato all’obbrobrio. La filosofia lo invita alla stabilità, il pregiudizio gli grida: “Cammina e non fermarti!”. Finché un giorno, esasperato dal bisogno e dalla fatica, si riposa, ma uccide, e la legge lo uccide a sua volta. Per quale motivo lo uccide? Perché essa non deriva dalla filosofia, e guarda al pregiudizio.
La legge è frutto della riflessione: si fonda su interessi; ma spesso la piramide è poggiata sul vertice, e la base rovesciata. Per trovare la fonte del pregiudizio, è necessario risalire al sentimento. È raro che all’origine delle antipatie e delle avversioni non vi sia qualcosa di vero. Oggi chi ci mostrerà come distinguere il vero dal falso? Il chirurgo che grazie alla decisione di un consiglio di medici amputa un membro incancrenito affinché il corpo non venga infettato è accolto e celebrato nelle corti. Lo chiamano per la nascita dei principi, e lo chiameranno per la loro morte; lo colmano di favori e nei palazzi, in cui va a testa alta, riceve il saluto dei potenti. Su di lui non grava alcuna responsabilità, eppure viene trattato con lo stesso riguardo dei dotti di cui si limita a seguire i pareri. È ineccepibile se non difetta di abilità, e nessuno lo disprezza se manca di abilità. Che abbia operato bene o male, non deve nascondersi, nessuno lo sfugge, e al suo passaggio nessuno si scansa per evitarne il contatto. L’uomo che applica la giustizia nemmeno regge la bilancia che soppesa cosa deve vivere e cosa deve cessare di vivere. Gli dicono: “Prendi la spada: davanti all’Arbitro supremo, davanti a colui che giudicherà i giudici, non sarà il ferro a rendere conto del sangue versato”. Perché colui che esegue la sentenza non indossa la toga? Perché non incede ornato di ermellino? Forse perché il corpo sociale è immortale, e la necessità di distruggere uno dei suoi membri non solo è poco evidente, ma neanche può essere dimostrata; probabilmente la natura, più intelligente della società, si ribella all’annientamento di un’esistenza reale a favore di un’astrazione; perché il corpo sociale non è palpabile, non è collegato in ogni sua parte, e la sua dissoluzione non è la conseguenza rigorosa della depravazione di uno degli individui che lo compongono; perché, infine, l’azione della giustizia non sopprime un membro, bensì un corpo, un organismo, ed è scritto dalla notte dei tempi: “Non uccidere, né con il consenso né con l’atto”.
Per di più il corpo sociale non si ammala a causa di un misfatto, per quanto esso sia grave; gli dà solo tormento, e la legge del taglione che reclama l’assassinio per l’assassinio non gli offre che una magra consolazione: un assassinio non porta alcun rimedio.
Cresciuto nella fede cattolica, non mi sono mai prostrato davanti all’altare per chiedere il pane dell’eucaristia senza provare una terribile stretta al cuore. Credevo nelle sublimi verità del cristianesimo, vi credevo fermamente; tuttavia dubitavo dell’efficacia del perdono accordatomi nel tribunale della penitenza; il prete mi assicurava che la misericordia di Dio è inesauribile, e malgrado l’indulgenza delle sue parole ritenevo che esistono peccati che un prete non può assolvere: mi toglieva gli scrupoli, e gli scrupoli mi ritornavano laceranti come rimorsi. Il comandamento così male osservato, “Non uccidere”, era continuamente presente nella mia mente, l’idea del divieto e della violazione mi seguiva ovunque, ero innocente nell’intenzione, deploravo persino il consenso, ma mi veniva ordinato di compiere l’atto, e l’atto si compiva. Quando Pilato si è lavato le mani e si addormenta dopo la sentenza, posso ritorcergli contro ciò che diceva al popolo: “Sta a voi pensarci”. Ma, anch’io, non posso fare a meno di pensarci. Pilato dorme perché è più vicino alla legge, io veglio perché sono più vicino alla spada: le sue notti sono calme, le mie lunghe e agitate; al suo risveglio, è circondato di onori, gli viene tributato il rispetto pubblico, è venerato fin sotto al trono. Il sole splende e mi illumina, ma a me arreca solitudine, ed è una solitudine tremenda, perché piena di gente. Mi vedono e rabbrividiscono; mi allontano, mi rifugio in seno all’oscurità, e l’oscurità che mi avvolge è ancora più spaventosa: racchiude solo orrori, è la compagnia dei morti. Mi porto dentro questo mondo di spettri: mi faccio paura io stesso, sento delle grida, dei lamenti e il clamore di una folla feroce, avida di assassinio. Una febbre bruciante mi invade, il sangue ribolle, mi soffoca; il tumulto assordante della folla che si accalca e sbraita mi dà le vertigini; i miei nervi si contraggono e si distendono via via. Giro la testa, l’assassinio è consumato. Sussulto, mi sento mancare, mi tremano le gambe, e mentre affranto mi allontano, mentre sto patendo i tormenti più crudeli, chi con lo sguardo chiedeva di pascersi con quel sinistro spettacolo, chi ora è sazio e sarebbe stato scontento della clemenza, mi vomita addosso le turpi emozioni che cercava: sono io l’abietto, il mio volto è esecrato, e leggo, su una nube rossa, le parole della dannazione eterna: “Ora dunque, sarai maledetto anche dalla terra che ha aperto la bocca per ricevere...”. Provoco spavento. Il cavallo, avvistandomi, rizza l’orecchio e nitrisce, come all’avvicinarsi della lince; il cane annusa i miei abiti e si allontana con la coda tra le gambe, lanciando verso il cielo quei lunghi ululati che gli abitanti della campagna considerano un presagio sinistro. L’intera natura si rivolta contro di me. Sembro un flagello, una catastrofe presentita dall’istinto di conservazione di cui il creatore ha provvisto ogni essere. Attraverso uno spazio pieno di vergogna e di confusione. Finalmente giungo al termine del percorso, e le parole “Non uccidere” risuonano ancora una volta. Mi precipito nella mia dimora, i miei figli mi tendono le braccia e io respingo le loro carezze, il loro sorriso mi affligge, mi disturba, mi irrita, mi avvelena. Eppure quanta dolcezza! Più tardi sarà l’unguento che verseranno sulle mie ferite; ora non potrei sopportarlo.
In fondo al mio eremo c’è un rifugio misterioso, una sorta di tomba alla quale non possono accedere. Lì, seppellisco un cadavere che riacquisterà la propria anima solo domani, e domani voglio aver fatto solamente un brutto sogno; questa veglia che oscura i miei giorni, voglio averla sognata; altrimenti non riuscirei a vivere. Voglio dubitare della vita, voglio dubitare della morte. Esisto o non esisto? E arrivo al punto di estraniarmi per non dover più compatirmi.
L’esistenza peggiore di tutte è quella in cui l’uomo è ridotto a obliare costantemente se stesso. Ecco la condizione che la società mi ha dato in sorte; condizione disgraziata la cui riprovazione si perpetua e aleggia per eredità su una stirpe, come la legittimità sulle dinastie regali. Sarei quindi il re del laggiù? Ma allora che immensa distanza separa il re di laggiù dal re di lassù!1 Reggo lo scettro di Temi2 e non possiedo un trono nel suo santuario. La giustizia si vergogna della mia opera, e non sono forse io l’opera della giustizia? Insudicio tutto ciò che tocco e, al pari di una macchia d’olio, l’onta si espande, e di padre in figlio, una generazione dopo l’altra, procede, continuando al punto che il filo della tradizione non si è interrotto. La mia mano imprime l’infamia, con un castigo personale inflitto in nome della legge. Ma la società ha reso l’infamia una lebbra contagiosa e incurabile. La società non sa né punire né redimersi: si vendica, s’insozza, e basta. Non ha alcuna pietà per la mia condizione, benché la mia condizione sia causata dalla sua mancanza di ragione e di pietà. Non sarò certo io a ricondurla verso la commiserazione che non ha; ma, mostrandole quanto mi costi essere il ministro del suo rigore, contribuirò forse a rafforzare e a diffondere la convinzione che tale rigore non è necessario.
Se il carnefice viene esecrato, se al tempo stesso risulta l’uomo più universalmente da odiare e da compatire, se non ha altri simili che i suoi familiari, se l’opinione comune lo respinge dai rapporti sociali, succede inevitabilmente perché la pena non può essere giustificata e raggiunge uno scopo del tutto contrario a quello che si propone il criminalista.
Chi per primo, volendo trovare un agente della collera pubblica, ha pensato di rendere impassibile un essere pensante, ha commesso il crimine più mostruoso. Ha degradato il capolavoro della Creazione, ha fatto a Dio il peggiore degli oltraggi, poiché ha scelto la sua immagine per avvilirlo. Che idea infernale, istituire l’assassinio come professione, creare per il vendicatore della società il tormento di un suicidio perenne, e condannarlo a campare su una graticola!
Ho più di sessant’anni, il mio supplizio è stato lungo e doloroso, e aumenta al pensiero mortale del supplizio che attende quanti mi succederanno. Troppo tardi trionferà la religione dell’umanità. Prima della penosa esperienza della Rivoluzione francese c’era stato qualche suo coraggioso missionario. La Rivoluzione è passata e dagli abissi in cui è caduta, nessuna profonda meditazione ne è scaturita; l’eccessivo abuso non è stato sufficiente a dimostrare l’atrocità dell’usanza; la pena di morte non è stata abolita: hanno visto le unità sanguinanti, ma nessuno ha sommato i numeri, e il campo di lutto sul quale sono cadute tante misere vittime non è stato murato! La legge seguita a chiedere sacrifici umani; sanziona l’inamovibile neutralità di chi sacrifica e, per essere protettiva, immola. Non mi è dato conoscere l’avvenire; ma se un giorno la morte pronunciata contro crimini atroci dovesse essere bandita dai nostri codici, quale politica estremista oserà rivendicarla come misura di salvezza? Di fronte ai giudici, lo sventurato Luigi non smise di protestare la propria innocenza, eppure, nella speranza di strappargli una confessione o il nome dei suoi complici – sto parlando nella lingua degli accusatori – l’accanimento, al suo culmine, non giunse al punto di porgli la domanda: perché non aveva demolito lui il patibolo!? Allora la sua inviolabilità avrebbe annullato ogni attacco, allora chiunque avesse tentato di imputare al monarca delle segrete ambizioni da tiranno avrebbe dovuto soccombere sotto gli strali fulminanti dell’unanime derisione. Che incredibile prova d’infamia ci sarebbe voluta in...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Sanson, un caso di coscienza di Paola Dècina Lombardi
- Cronologia
- Bibliografia
- Nota alla traduzione
- Introduzione
- VOLUME PRIMO
- VOLUME SECONDO
- APPENDICE
- Note finali
- Copyright