Pietro Carta, cieco, ha la saggezza di un profeta biblico. Parte per cercare nella città il figlio imprigionato e precipita nello scendere dalla montagna. Un romanzo potente e drammatico.

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Il vecchio della montagna
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9788804480372eBook ISBN
9788852056208X
Tornò la primavera. L’erba cresceva foltissima sui pianori, le siepi fiorite di biancospino parevano ancora coperte di neve; sotto il bosco si sentiva l’umida fragranza dei ciclamini, delle viole e dei mughetti, e fin dentro la capanna arrivava il profumo del musco fiorito. Da ogni roccia sgorgava un ruscelletto; fatta rio, la fontana attraversava l’orto che Melchiorre ricominciava a solcare.
Si slattavano i capretti, serrando il loro musetto in una rozza museruola di legno; si cominciava a venderli, e col latte abbondante si faceva il cacio. Le faccende essendo triplicate i pastori avevano meno tempo di abbandonarsi alle loro passioni. Melchiorre mungeva di nuovo le capre all’alba e subito Basilio scendeva in città; quindi non più convegni notturni con Paska. Ma ella scendeva ogni mattina per tempo alla fontana, nell’ora in cui Basilio doveva ritornare sulla montagna, ed egli l’attendeva, fermo col cavallo sull’orlo del sentiero.
Appena scorgeva la figurina di lei attraversare agilmente lo stradale i cui paracarri brillavano di rugiada, metteva una grossa pietra sull’estremità della fune del cavallo, e scendeva correndo il ciglione. Dallo stradale teneva d’occhio il cavallino, rassegnato e campeggiato in aria, e chiacchierava un po’ con la ragazza. Più d’una volta furon visti così assieme; e la gente disse che Paska e Melchiorre avevano riannodato la loro relazione e che Basilio era il messaggiero. La cosa fu riferita a zia Bisaccia, quindi al pastore.
– Cos’è questo pasticcio? – egli chiese al mandriano. – Che hai tu da vedere con quella…?
Al nome insultante Basilio sentì il sangue montargli al capo.
– Ebbene, volete saperlo? Sono il suo fidanzato! Cosa avete da dir voi? La sposerò.
Melchiorre si mise a ridere: una risata che gli gonfiò il petto e gli illuminò gli occhi. Da quanto tempo non rideva così! Basilio avrebbe preferito uno schiaffo.
– Oh, oh! ah, ah! – gridava Melchiorre, curvandosi e battendosi le mani aperte sulle anche. – Dubitavo della cosa; ma che fossimo a questo punto!… Buona fortuna, buona fortuna!
Non disse altro, non insultò, non scacciò Basilio, come questi temeva; non mostrò alcun rancore, non nominò mai più la cugina. Ma Basilio da quel momento s’accorse d’essere trattato con beffa continua, con ostentata compassione, con mal celata diffidenza. E se ne sentì umiliato, e tentò anche d’andarsene, cercando segretamente un altro padrone; ma nessuno gli offrì le condizioni vantaggiose che godeva presso i Carta ed ora egli aveva bisogno di guadagnar molto, d’accumulare e nascondere il suo denaro. Da più mesi non mandava un centesimo alla sua povera madre.
Il pensiero suo continuo e struggente era di acquistare un piccolo gregge e sposarsi con Paska; ma ogni capra costava dieci lire: quanti mesi, quanti anni ancora doveva servire per accumulare nella sua unta borsa di pelle stretta da una correggia, almeno quaranta o cinquanta di quei piccoli fogli colorati, con l’immagine del re!
Inoltre doveva fare il servizio militare, e se lo lusingava la speranza di ricever al ritorno, sebbene non nuorese, un certo numero di capre, secondo l’antico costume, il pensiero di lasciar Paska e forse di venir da lei dimenticato, lo tormentava giorno e notte.
Coll’avanzar della primavera il suo amore cresceva, rigoglioso come la vegetazione della montagna.
Il musco copriva le roccie con la sua fioritura carnosa e vermiglia: la ginestra indorava i ciglioni: fiorì l’asfodelo, fiorì tutto il bosco, cangiando in pari tempo le foglie.
Un soffio voluttuoso percorreva le alte erbe, fra cui le nuove caprette si rincorrevano lasciando solchi argentei, mentre alcune capre tisiche ricercavano con mirabile istinto i cespugli medicinali che prolungavano la lor grama esistenza. Basilio respirava con voluttà quel soffio ancor puro e già ardente, pregno di irritanti profumi; nelle lunghe sieste tornava a sdraiarsi al sole, come nello scorso agosto, sprofondando le mani calde fra l’erba fresca, e pensieri affannosi e desideri indicibili lo facevano spasimare.
Un giorno, agli ultimi di maggio, Melchiorre prese otto grossi capretti che ancor gli restavano, li legò per i piedi e li attaccò quattro per parte alla sella del cavallo. E mandò Basilio in un villaggio al di là della valle, da un negoziante che desiderava comprare i capretti.
Basilio partì cantando, spingendo in avanti il cavallo carico, sui cui fianchi i capretti, a testa in giù, abbandonavano il corpo lanoso.
Scese pei boschi fioriti, attraverso le roccie rosse di fior di musco; s’inoltrò giù nella valle, pei sentieri incavati ove la ginestra gettava i suoi archi d’oro, guadò il fiume, sulle cui acque verdi il sambuco stendeva le ombrelle dei suoi fiori e riprese a salire sulla montagna di schisto fiorita di rose canine. In una brughiera, tra fittissime macchie di lentischio, vide pascolare un puledro grigio dalla coda mozza.
Allora smontò; prese la cordicella legata all’arcione del suo cavallo, la lanciò al lungo collo del puledro, lo prese e gli si slanciò sulla groppa nuda col proposito di rilasciarlo lì al ritorno. E via per la brughiera che pareva un selvaggio mare dalle onde verdi. Solo un cuculo batteva la sua nota acuta, sfumata nell’immenso silenzio: pareva il melanconico palpito della solitudine. Basilio passò, eretto sul puledro, come un giovine centauro emergente da quel selvatico mare di lentischi. Gli sembrava che il puledro fosse suo, che suoi fossero il cavallo e i capretti e tutto lo spazio che attraversava; e che tutto fosse in suo potere di vendere, per presentarsi a Paska al ritorno con la borsa colma e l’anello di sposa.
Lo invase una smania di slanciarsi alla corsa attraverso l’altipiano, gettando grida selvagge alle libere lontananze primaverili.
Giunto al villaggio vendé i capretti. Gli chiesero se il puledro era da vendere. Egli guardò la sella vuota del cavallo, e pensò ch’era naturale rifar il viaggio su quella e non sul dorso nudo del puledro. E lo vendette.
Al ritorno – era notte – ripassando nella brughiera, sentì il cuculo singhiozzare ancora, lentamente, invisibile, nella solitudine desolata; i lentischi brillavano all’obliquo raggio della luna nuova.
Sentì un brivido alle reni, ebbe un vago istinto di paura e di tristezza; ma passato oltre gli parve che ogni pericolo fosse svanito.
Dopo il primo passo riuscito a meraviglia – il puledro era stato comprato da un forestiere allontanatosi subito dal Nuorese, – Basilio trovò la sua via; e, allorché venne avvisato per la leva s’infiammò gli occhi con bagni d’acquavite. Soffrì inauditi tormenti, ma sceso a Nuoro per la visita militare fu riformato per oftalmia.
Verso la fine dell’estate era invece già completamente guarito. Nulla era cambiato nell’ovile dei Carta; solo Basilio, fattosi alto e serio, aveva negli occhi un’ombra continua. La lepre, grossa e dura, sempre silenziosa e inutilmente viva, pareva avesse smesso il suo sogno di fuga: le sue corte palpebre s’abbassavano sugli occhi con melanconica stanchezza; doveva aver dimenticato la vigna natìa, i fratelli forse morti, le danze alla luna.
E zio Pietro continuava a soffiar nel fuoco col suo bastone, spazzava la mandria con l’alta scopa di siepe, preparava i pasti, si pettinava sul fazzoletto rosso, pregava e narrava storielle. Il suo cuore si rasserenava, il piccolo Giglio del Monte aveva esaudito le sue preghiere, spazzando le nuvole dall’oscuro orizzonte della sua vecchiaia, serena adesso come una interlunare notte estiva.
Un giorno ch’erano soli, Melchiorre gli disse:
– Padre, sentìte. Zia Bisaccia mi vuol dar moglie.
– Se è buona, prendila. Ma hai dimenticato l’altra?
– È buona, – disse Melchiorre, senza rispondere alla domanda. – È sua nipote. Bassotta, grassa, bruna, con gli occhi di gatto. Una buona massaia.
– Come si chiama?
– Benturedda.
– Ha qualche cosa?
– Molto, una casa, una vigna, una terra, una giumenta.
– Se è onesta, pigliala. Ma hai o no dimenticata l’altra?
– L’ho dimenticata, padre.
Dopo le opportune pratiche di zia Bisaccia, un giorno d’autunno zio Pietro montò a cavallo, e guidato dal figliuolo scese a Nuoro. A Nuoro si cambiò il vestito, si lavò, si pettinò la barba, mise la berretta sarda, e condotto da zia Bisaccia andò a chieder la mano di Benturedda. Questa era, come Melchiorre l’aveva con brevi pennellate dipinta, bassa, grassa, col seno e i fianchi poderosi, olivastra; aveva gli occhi azzurrognoli incassati sotto foltissime sopracciglia nere. La fronte breve e pelosa sfuggiva nell’arco del fazzoletto molto tirato in avanti; la voce uscente dalle labbra grosse e ironiche aveva un timbro maschio sgradevole.
La madre era sorella di zia Bisaccia. Obesa, con un seno enorme e il volto grasso cascante, fissò su zio Pietro gli occhi celesti infossati come quelli della figliuola, e cominciò a parlare quasi sillabando, stringendo la bocca per darsi aria di importanza.
– Benturedda è giovane, molto giovane; non ha fretta di maritarsi. Voi lo sapete, compare Pietro, chi sta bene non si muove: chi ha provviste in casa non va a comprare in casa degli altri. Nostra Signora sia lodata, noi non abbiamo a lamentarci della carestia…
Sebbene preparata alla domanda del vecchio, e con la risposta già pronta, fingeva di voler ancora pensarci su. Ma zia Bisaccia gridò:
– Ma che tempo, che tempo! Sorella mia, ascolta bene, ascolta tua sorella. Tua figlia è ricca, Melchiorre è ricco; cosa diavolo stiamo ad aspettare? Essi hanno casa – e contava, al solito, sulle sue dita – hanno terre, bestiame, pane, vino, lana, olio… palle che ti trapassino il corpo! Cosa vuoi dunque aspettare?
– Sorella mia, che modo di parlare è questo?
Tuttavia si lasciò convincere e rispose di sì. Avrebbero dato l’entrata a Melchiorre per Tutti i Santi.
La ragazza porse da bere a zio Pietro, e parlò con sostenutezza.
– Alla vostra salute, e all’adempimento dei nostri voti! – augurò zio Pietro, sollevando il bicchiere con mano tremante.
Anche il cuore gli tremava; e la ruga della fronte gli si sollevava turgida. Una infinita tristezza lo invadeva, davanti a quelle donne che ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Il vecchio della montagna (1900)
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- Copyright