L'avventura d'un povero cristiano
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L'avventura d'un povero cristiano

  1. 252 pagine
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L'avventura d'un povero cristiano

Informazioni su questo libro

Il dramma dell'eremita Pietro Angelerio del Morrone, eletto pontefice nel 1294, con il nome di Celestino V, poi dimessosi perché convinto dell'impossibilità di conciliare lo spirito del Vangelo con i doveri del trono.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852035944
Print ISBN
9788804455691

L’AVVENTURA
D’UN POVERO CRISTIANO

I

Sulmona, maggio 1294

UNA GIOVANE ARTIGIANA CERCA DI SPIEGARE
UNA CONFUSA STORIA DI UOMINI DI CHIESA
IN RISSA FRA DI LORO
Una piazzetta appartata di Sulmona, ai piedi del monte Morrone; nel fondo una larga scalinata, da cui si elevano muri bassi e ineguali di una chiesa in costruzione; i lavori però sembrano sospesi da anni. Al lato sinistro della piazzetta sta un’edicola con un’immagine sacra, davanti alla quale arde un lumino a olio. Al lato destro una modesta casa a un piano che serve d’abitazione e laboratorio a una famiglia di artigiani tessitori: la casa ha un’ampia porta e una finestra protetta da un’inferriata. Sui muri, ad altezza d’uomo, sono infissi alcuni legni a uso di attaccapanni; allo stesso fine, accanto alla porta, c’è un cavalletto di legno che può essere spostato secondo il bisogno. Una via poco frequentata, che collega la piazzetta al centro della piccola città, passa davanti alla scalinata.
È l’alba. Dopo qualche secondo, a scena vuota, dalla porta già aperta della tessitoria appare una giovane donna, Concetta. Ella reca sulle braccia alcune matasse di lana rossa che appende agli infissi accanto alla porta. La donna è vestita di scuro, molto semplicemente, come usano le artigiane povere nei giorni di lavoro; non porta copricapo ed è pettinata al modo tradizionale, coi capelli raccolti in una piccola crocchia sulla nuca; calza pianelle di stoffa scura. È una donna di gradevole aspetto, sui venticinque anni, robusta, un po’ rustica, timida, ma non servile. Dopo essersi guardata a destra e a sinistra, ella avanza esitante verso il pubblico.
CONCETTA Buona sera a tutti. Vi sembrerà strano che, a darvi qualche spiegazione su questa storia che sta per cominciare e che è una storia d’uomini, sia proprio una donna, e una donna ordinaria come me, tessitora. Vi posso assicurare che anche a me pare strano. Ma l’autore, per non so quale motivo, ha voluto così. Vi prego dunque di compatirmi se sarò troppo semplice. È una storia d’uomini, mi pare d’averlo già detto: sono uomini che litigano fra di loro; uomini di chiesa che si disputano sul modo d’intendere il Vangelo e la regola stabilita da San Francesco appena poche decine d’anni fa; e talvolta essi perfino si azzuffano, si prendono a bastonate, si scomunicano a vicenda. Finanche un uomo tranquillo e onesto come mio padre, n’è stravolto a un punto da far pena. Egli riceve visite strane, e per un certo tempo, se io mi avvicinavo mentre lui confabulava con sconosciuti, usava dirmi: «Concetta» (Concetta è il mio nome) «per favore va’ di là» oppure mi faceva cenno di allontanarmi. Badate, che non mi veniva mai a mente che potesse trattarsi di cose brutte o disoneste, perché, grazie a Dio, mio padre non ne è capace.
Ma in seguito a vari indizi, e principalmente per aver visto talvolta tra gli sconosciuti qualche religioso di quelli che ora si chiamano fraticelli zelanti o spirituali, avevo finito con l’indovinare che si trattasse di questioni di chiesa. Mi chiedevo: perché allora tanti misteri? La religione riguarda le donne almeno quanto gli uomini. Per cui un giorno, in tono un po’ scherzoso e un po’ provocante, dissi a mio padre: «Ho sentito raccontare che un tempo si dubitava che le donne avessero un’anima; forse a te è tornato quel dubbio?». Non me lo fossi mai permesso, egli si offese sul serio. Ora non è il caso che io stia qui a ripetere le sue parole appassionate per respingere quel mio rimprovero. «Volevo soltanto risparmiarti delle angustie» mi disse infine per giustificarsi. «Ma, poiché tu lo vuoi, non ho difficoltà a informarti di ogni cosa.»
Adesso devo ammettere che il caro uomo, per quel che mi riguarda, aveva previsto giusto. Anche se cerco di nasconderlo, dopo quello che lui m’ha raccontato delle discordie e risse tra i francescani detti spirituali e gli altri, i conventuali, ho il cuore pieno d’angoscia. Però non sono pentita di aver voluto conoscere la verità. Anzitutto, per un obbligo di coscienza: mio padre è vedovo ed io, come ogni ragazza mi capirà, non posso lasciarlo solo in eventuali pasticci. E poi, come può una cristiana rimanere indifferente alle sofferenze della Chiesa?
Ma sono anche tormentata dal dubbio di accettare giudizi sbagliati. Così, pochi giorni fa, per averne la coscienza in pace, io e un’altra ragazza mia amica abbiamo finito col parlarne al nostro parroco, don Costantino. A dire la verità era stato lo stesso parroco che ci aveva mandato a chiamare per un altro motivo. Non so se parlarvene; ma forse sì, in due parole, tanto più che anche quest’altro motivo avrà un piccolo seguito. È dunque accaduto che noi ragazze dell’Unione delle Figlie di Maria, di comune accordo, da un paio di domeniche, non assistiamo più alla messa cantata di mezzogiorno, chiamata anche la messa dei signori, ma a quella piana delle cinque del mattino. La novità non è passata liscia, perché il posto riservato a noi ragazze era nella navata centrale della chiesa, davanti a tutti, vicino alla balaustra, avendo a destra e a sinistra i banchi sopraelevati delle famiglie signorili. Ora, una delle ultime domeniche, nella chiesa gremita per la messa di mezzogiorno, il nostro posto è apparso inaspettatamente vuoto. E così la domenica seguente. I signorotti, che evidentemente hanno la coda di paglia, se la sono presa a male, e uno di essi, un barone assai noto, sia per le sue birbonate, sia, non posso negarlo, per frequenti doni generosi alla chiesa, è andato a lagnarsi addirittura dal vescovo. Pare anzi che il nobil uomo, informato dalle sue spie, abbia incolpato me e la mia amica di aver fomentato l’affronto.
«Si può sapere» ci ha chiesto il parroco con finta severità «per quale ragione non vi si vede più la domenica alla messa di mezzogiorno, ma a quella delle cinque del mattino?» «Abbiamo pensato» io gli ho risposto «che alle cinque del mattino il Padre Eterno sia già sveglio. Oppure ci sbagliamo?» Il parroco è scoppiato a ridere, e siccome sulla onesta ragione del nostro comportamento egli ne sa quanto noi e in cuor suo ci approva, non ha insistito. Ha solo aggiunto: «Col vescovo me la vedrò io, ma col barone e gli altri signori? Che la Madonna vi protegga».
Detto questo, potevamo andarcene; ma giacché eravamo lì, abbiamo pregato don Costantino d’illuminarci su quella zizzania sorta nella Chiesa e specialmente tra i francescani. Con nostra grande sorpresa la domanda l’ha messo in serio imbarazzo ed è stato colto da un violento accesso di tosse. Infine, essendo una persona istruita, ha cercato di cavarsela con qualche frase né carne, né pesce. «Vi sono pie persone» ci ha detto «che leggono la Santa Scrittura in modo diverso. Chi la legge per diritto e chi a rovescio, oppure un po’ storto, di sbieco.» «Non si potrebbe fare in modo che il libro stia fermo?» gli abbiamo suggerito noi per stare a quel suo modo di parlare. «Non si potrebbe in qualche modo inchiodare la Santa Scrittura sopra un leggio o sul muro?» «Non servirebbe, perché non dipende mica dal libro, ma dalla vista. Vi sono quelli che vedono tutto alla rovescia e altri un po’ storto.» Noi abbiamo insistito; ci sembrava impossibile che non si trovasse un rimedio. «Non si potrebbe» gli abbiamo anche proposto «togliere il libro a quelli che hanno lo sguardo storto?» Il parroco ha scosso la testa. «Come si fa a riconoscerli?» ha obiettato. «Ognuno pretende che sia l’altro a leggere alla rovescia.» A questo punto, per finirla con le divagazioni, m’è venuta un’idea. «C’è però il papa» ho detto. «Non c’è, al di sopra di tutti, il papa?» Il buon prete a quel punto ha tirato un profondo sospiro. «L’ultimo papa è morto circa due anni fa» ci ha detto «e da allora i cardinali sono riuniti in conclave, prima a Roma e adesso, a causa del caldo, a Perugia, senza riuscire a mettersi d’accordo per nominarne un altro.» «In due anni non sono riusciti a mettersi d’accordo?» io non ho saputo trattenermi dall’esclamare. «Ma non è lo Spirito Santo che detta la scelta del papa? Vostra Signoria ce l’ha insegnato alla scuola di religione.» «Sì, è lo Spirito Santo» egli ha confermato. «Ma si vede che da quell’orecchio i cardinali adesso non ci sentono.» «Se quelli non ci sentono, ne facciano degli altri» è subito insorta la mia compagna. «Ne facciano degli altri con l’udito in ordine. Come si può lasciare per anni la Chiesa senza papa?» «Solo il papa può nomi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Ignazio Silone
  3. L'avventura d'un povero cristiano
  4. Introduzione di Claudio Marabini
  5. Bibliografia
  6. QUEL CHE RIMANE
  7. L’AVVENTURA D’UN POVERO CRISTIANO
  8. Note
  9. Copyright

Domande frequenti

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