Gelidi abbracci
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Gelidi abbracci

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Gelidi abbracci

Informazioni su questo libro

Quando viene mandata in uno sperduto collegio sulle Alpi, Cat è decisa a scappare alla prima occasione: lei è uno spirito ribelle, non può certo arrendersi a una vita di rigide regole. Durante la fuga, però, una misteriosa creatura la salva dalla caduta in un burrone e la riporta al collegio, dove tra professori ambigui e compagni di classe reticenti, aleggia un altro enigma: la scomparsa di Lily, una studentessa sparita da settimane, di cui nessuno parla volentieri. È lo zio Edoardo, uno scienziato in pensione che vive tra quelle stesse montagne, ad aprire gli occhi alla nipote: dietro l¿apparenza impeccabile, il collegio cela un segreto. Divisa tra la ricerca della verità e i sentimenti sempre più complicati per Arturo, il magnetico compagno di classe che prima la evitava e ora fa di tutto per conquistarla, Cat deve compiere una scelta cruciale: solo lei può decidere se continuare a custodire questo straordinario segreto oppure rivelarlo al mondo, cambiando per sempre le sorti dell¿umanità.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804640745
eBook ISBN
9788852056857

1

Rabbia

Tre ore prima
Immobile davanti alla finestra della mia nuova camera da letto, ero seduta al buio da un tempo che sembrava infinito. Allungai la mano per pulire il vetro dalla condensa formata dal mio respiro, ma il mondo fuori restò immerso in una coltre di grigio: una nebbia densa avvolgeva il collegio Kranz, i boschi e le montagne che lo circondavano. Una fitta di rabbia mi strinse lo stomaco: avevo lasciato la città e i miei amici solo da due giorni, ma tutto ciò che conoscevo, tutte le persone a cui volevo bene erano così lontane da sembrare cancellate definitivamente dalla mia vita. Non mi ero mai sentita così sola e arrabbiata.
Ero decisa a restare in quel luogo sperduto il meno possibile. Per convincermene erano state sufficienti le poche ore trascorse in quello che nei piani di mio padre, l’illustre dottor Claris, sarebbe dovuto diventare il mio nuovo collegio. Mentre il mio cuore urlava che non appartenevo a quella valle scura, stretta tra le ombre proiettate dai picchi rocciosi, la mia testa pianificava un modo per andare via.
Forse se avessi saputo dare un’opportunità a quella scuola le cose sarebbero andate diversamente. Ma io non sapevo nulla di tutto ciò quella prima sera trascorsa nella mia nuova camera al collegio Kranz, mentre ripassavo i piani di fuga lasciando vagare lo sguardo oltre la finestra, sulla nebbia che aveva trasformato il mondo in una distesa di grigio impenetrabile.
Avevamo lasciato Roma a metà mattinata, mi erano bastati pochi minuti per raccogliere in una sacca qualche vestito. Mio padre aveva preso un giorno di ferie per guidare: ottocento chilometri per scortarmi fino alla mia nuova scuola. Otto ore di viaggio senza scambiarci una parola, con una sola e veloce pausa per un panino, fino ad arrivare alle montagne dove si trovava il collegio.
A bordo della grossa auto nera avevamo attraversato Limes, unico villaggio della zona, passando in mezzo a un gruppetto di case basse, in pietra scura, l’una stretta contro l’altra come se dovessero difendersi da una minaccia incombente. Una piazza con un albero senza foglie, con i rami alti verso il cielo grigio e umido di pioggia, si trovava al centro del paese; intorno, un bar dalla vetrina polverosa e un paio di negozi dall’aspetto altrettanto desolato. Notai qualche comignolo fumante, ma nessuno in giro. Raramente avevo visto un luogo tanto lugubre e misero.
«Ci siamo quasi» aveva detto mio padre.
Ci lasciammo Limes alle spalle, proseguendo per la strada in salita, e a quel punto tra noi calò una tensione perfino più pesante del silenzio che ci aveva accompagnato in viaggio.
Appoggiai la fronte al finestrino, mentre ci addentravamo nella valle, tra boschi fitti di betulle e pareti di roccia scura. Vivere per gli ultimi tre anni in una grande città mi aveva fatto dimenticare quanto la natura potesse apparire deprimente. Il freddo sembrava penetrarmi nelle ossa, come se il riscaldamento dell’auto si fosse arreso a quel clima ostile.
Ormai il viaggio era al termine e cominciavo a realizzare quanto fosse tragico quello che mi aspettava, cosa significasse trascorrere in una sperduta valle montana i mesi che mi separavano dalle vacanze estive, lontana da Edo, Steve e tutti i miei amici, lontana dal pub affacciato sul Tevere dove ci trovavamo a vedere le partite di calcio, lontana dal caos di Roma. Non avrei più trascorso i pomeriggi con Luna, avrei dovuto imparare a fare a meno delle sue chiacchiere e dei suoi improvvisi scoppi di risa.
I miei pensieri tornarono alla sera di qualche settimana prima, quando mio padre mi aveva convocato nel suo studio per mettermi al corrente delle sue decisioni.
«Farai l’anno al Kranz e, se sarai promossa con voti decenti senza farti sospendere, potremo parlare di vacanze e di una nuova scuola per l’anno prossimo» aveva annunciato senza neppure guardarmi, barricato dietro il suo antico scrittoio, con l’espressione stanca, come se io fossi solo un gravoso problema da risolvere il prima possibile. A lui non importava che i miei amici fossero diventati la mia nuova famiglia, che la sola idea di allontanarmi dalla città mi desse il panico.
Serrai i pugni attorno alle braccia, sentendo gli occhi umidi, stringendo i denti per lottare contro le lacrime, perché avevo fatto un patto con me stessa, giurando di non piangere mai. Per fortuna mio padre guidava senza fare caso a me, concentrato sui tornanti che s’inerpicavano. Fissai lo sguardo sulla nebbia che s’insinuava tra gli abeti ai lati della strada e non vidi più nulla, finché la macchina svoltò bruscamente e il collegio Kranz apparve all’improvviso: un grande castello arroccato su un altipiano da cui dominava i prati e le foreste circostanti, a ridosso di alte vette innevate. Per un attimo trattenni il respiro, incredula: era enorme, antico, maestoso. Le finestre strette e sottili sembravano scrutarmi sinistramente. Diverse torri si sollevavano dall’edificio centrale, perdendosi tra le nuvole basse nel cielo scuro del pomeriggio. Mancavano solo dei pipistrelli e magari l’ululato di un lupo, poi sarebbe stato il luogo perfetto per girare uno dei film horror che guardavo a notte fonda con Luna.
Non era stato un caso, se mio padre aveva scelto proprio questa, tra tutte le scuole sperdute o isolate in cui avrebbe potuto rinchiudermi. I miei nonni materni erano originari di queste montagne e mia madre era nata e vissuta in una valle vicina fino a quando, a diciotto anni, aveva lasciato la famiglia per studiare psicologia a Milano. Il dottor Claris non aveva mai voluto parlare molto di lei. «Guardiamo avanti» era la frase con cui troncava ogni mio tentativo di entrare in argomento. Un giorno, però, durante uno dei nostri traslochi avevo trovato i suoi diari, in uno scatolone nascosto sul ripiano più alto di una libreria. Così avevo scoperto che era stata una studentessa brillante, tanto da vincere una borsa di studio per intraprendere la carriera universitaria e continuare le sue ricerche sul funzionamento del cervello durante il sonno. Voleva capire come nascono i sogni, comprendere il modo in cui le paure prendono forma di notte, insinuandosi nell’inconscio di chi dorme.
Io non so nulla di lei da giovane, non so come viveva, se aveva amici o se era invece una persona solitaria. So che i suoi studi la condussero in diverse città europee. So che è stata a Glasgow e a Lione, immagino che amasse davvero il suo lavoro. Grazie a esso conobbe mio padre, a un convegno sui disturbi neurologici. Fu amore a prima vista e pochi mesi dopo si sposarono.
Angela e Silvano, i miei nonni materni che abitavano tra queste montagne, non ebbero l’opportunità di assistere alla cerimonia: poche settimane prima del matrimonio un vicino di casa li vide uscire insieme e allontanarsi dal paese verso il bosco, vestiti con abiti pesanti e i bastoni da passeggio. Quel giorno non tornarono indietro e nessuno scoprì mai che cosa accadde.
I giovani del paese formarono squadre di ricerca e batterono i sentieri sui monti, perlustrarono i dirupi e i punti più esposti dei crinali, ma di loro non c’era traccia. Intervenne la protezione civile, arrivarono i cani addestrati e un elicottero dalla valle. Fecero tutto il possibile, ma fu inutile. Dissero che quel giorno il tempo era cambiato improvvisamente, nuvole grigie erano scese tra i monti a impedire la visibilità. La montagna aveva preso i miei nonni e non li restituì neppure da morti.
Il matrimonio non fu annullato, i miei genitori si sposarono nel giorno prestabilito. Ma mia madre non tornò mai più dove era nata. Di questa disgrazia ha scritto pochissimo, nei suoi diari; quello che so l’ho scoperto da internet, cercando gli articoli dei giornali che raccontavano l’incidente. Immagino che il filo che legava mia madre a quel luogo si fosse spezzato irrimediabilmente. Magari neppure io avrei mai avuto nulla a che fare con questa remota regione montuosa, se non fosse stato per il collegio scelto dal dottor Claris per me.
Mio padre fermò la macchina al centro di uno spiazzo ghiaioso, a pochi metri dall’ingresso principale. Davanti a un portone enorme mi aspettava un uomo anziano, con una corta barba bianca, folte sopracciglia e due occhi nervosi; immaginai che fosse il rettore Bauman. Con lui c’erano una donna magra, avvolta in un ampio scialle di lana verde che metteva in risalto una folta capigliatura rossa, e un giovane uomo robusto, dai lineamenti marcati, incurante del vento freddo che gli sferzava i capelli color cenere e i lembi della leggera giacca che indossava.
Scesi dalla macchina senza staccare gli occhi da quel bizzarro trio: il loro aspetto faceva dubitare che il ventunesimo secolo fosse arrivato tra queste montagne. Il rettore venne verso di me, scrutandomi con aria grave. Restammo in piedi l’uno di fronte all’altra. Cercai di riassumere in uno sguardo tutta la mia ostilità per quell’insulso angolo di mondo. Poi lui disse con tono formale: «Benvenuta nella tua nuova scuola, Caterina Claris». Per un istante pensai che non stesse parlando di me, perché tutti mi hanno sempre chiamato Cat; pretendevo che mi chiamassero così anche i professori. Stavo per dirglielo, ma il rettore si voltò verso mio padre.
Si strinsero la mano e si allontanarono di qualche passo, per dirsi qualcosa che comunque preferivo non sapere. Ne approfittai per recuperare la mia sacca dal portabagagli. Poi il dottor Claris tornò da me. Sembrava stanco, chino in avanti per proteggersi dal vento, i capelli brizzolati e gli occhi spenti. O forse era soltanto la fatica per avere guidato tante ore.
«Spero che tu capisca perché sei qui» disse. Io restai immobile, per non rendergli più facile il momento. «L’ho fatto per te» aggiunse. La sua voce non tradiva alcun sentimento; era una cosa che gli veniva bene, da chirurgo aveva esercitato l’arte del distacco.
Comunque non era necessario che dicesse nulla: la mia iscrizione al Kranz significava che si era arreso, la sua pazienza si era esaurita. Riconosceva che io a Roma ero fuori controllo e risolveva il problema confinandomi lontano da tutto ciò che avrebbe potuto nuocermi. Dopo avermi visto scappare da tre collegi in meno di un anno, aveva cercato un luogo da cui fosse impossibile fuggire, un luogo come il collegio Kranz, una prigione sufficientemente remota da proteggermi anche da me stessa.
«Ci vediamo a giugno» dissi amaramente, sollevando la mia sacca da terra e voltandomi verso l’ingresso. Non avevo alcuna voglia di sorbirmi discorsi sul mio bene e altre idiozie di questo tipo.
Quando varcai il portone, seguendo il rettore, il malessere che mi attanagliava lo stomaco da quando avevo lasciato Roma prese forma: qui non c’erano ragazze invidiose da cui difendersi o con cui litigare, feste dove bere tanto da dimenticare chi sei, locali affollati, notti passate entrando in ogni bar di Trastevere, stordendoti di musica e attaccando discorso con ragazzi sconosciuti, aspettando l’alba sul ponte Palatino. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo vulnerabile. Provai una sensazione nuova, che in quel momento non compresi e che solo più tardi avrei saputo riconoscere: era paura.
Potrei dire che fu una premonizione. Eppure, in quel momento, tutto l’orrore che avrei affrontato era ancora lontano, solo un’ombra che si allungava verso di me.
Dopo il mio arrivo al castello ebbi un minuscolo assaggio di quella che sarebbe dovuta diventare la mia nuova vita, e quello che vidi fu sufficiente.
La mia insegnante di letteratura inglese, Eugenia Flitteri – la donna con i capelli rossi, annunciò che mi avrebbe accompagnato alla mia stanza. Dissi che non ero stupida e che poteva limitarsi a indicarmi la strada, ma lei liquidò la faccenda con un sorriso ironico.
«Dovrà passare un po’ di tempo, prima che tu riesca a orientarti senza perderti» rispose a bassa voce, come se avesse paura di disturbare qualcuno.
«Questo lo dice lei» sibilai, seguendola su per una rampa di scale e poi attraverso una sala dal soffitto altissimo, riscaldata dal fuoco scoppiettante nel camino, che illuminava le pareti di pietra. Aveva ragione: le stanze si susseguivano in modo irregolare e imprevedibile, come nelle ambientazioni dei più cupi romanzi gotici.
«Questo posto è un labirinto» mi scappò detto, quando ormai avevo perso il senso dell’orientamento. Lei mi sentì. «In camera troverai una mappa per raggiungere le aule.»
«Sono finita in un castello da film horror.»
«Sì, sarebbe l’ambientazione perfetta. Secondo alcune leggende il castello è perfino percorso da passaggi segreti. Pare ci siano porte nascoste e corridoi celati tra le pareti.»
«Mi piacerebbe trovarne uno» commentai. Adoravo le storie di paura, Edgar Allan Poe era uno dei miei scrittori preferiti.
Attraversammo porte a doppio battente e usci così piccoli da doversi chinare per non sbattere la testa. Dopo aver imboccato l’ennesimo corridoio, mi ritrovai nel dormitorio femminile. L’ambiente era ben illuminato e accogliente, a parte un nauseante profumo di violetta nell’aria.
Eugenia Flitteri mi informò che alle nove e mezza di sera il portone della scuola veniva chiuso e che a quell’ora i ragazzi dovevano essere rientrati al castello, spiegando che avrei avuto tutta la domenica per ambientarmi ed eventualmente esplorare i dintorni. Mi morsi la lingua per trattenermi dal precisare che non avevo alcuna intenzione di familiarizzare con il luogo.
Poiché tutte le porte affacciate sul corridoio erano socchiuse, tranne una – immaginai fosse quella di camera mia – sbirciai dentro le stanze. Nella penombra vidi letti rifatti e coperte di lana colorata ordinatamente piegate, scrivanie con computer portatili e mensole piene di libri. Non era molto incoraggiante. Rallentai mentre la prof passava davanti alla porta chiusa, ma lei avanzò ancora: quella della mia nuova camera era aperta come tutte le altre.
Rimasi qualche secondo sulla soglia a osservare il letto di legno e le pareti bianche. Niente televisore, solo una scrivania sotto la finestra e un armadio che a Roma avrebbe contenuto appena la mia biancheria intima. In un angolo era stato ricavato un piccolo bagno, dove un architetto intraprendente era riuscito a incastrare perfino una minuscola doccia. La stanza ricordava in modo inquietante la cella di un carcere. Fu quel pensiero a smuovere qualcosa dentro di me: io non mi sarei lasciata imprigionare.
Prima di andarsene, la prof disse laconica: «La cena è già stata servita, ma se hai fame il cuoco ha tenuto da parte qualcosa per te».
«Ho mangiato in viaggio» risposi, ma non credo che le importasse molto: un secondo dopo non c’era più, e io ero sola nel dormitorio.
Lasciai cadere la valigia a terra, chiusi la porta sbattendola con violenza e, senza neppure togliermi la giacca, mi rannicchiai sul letto, sperando che nessuno venisse a disturbarmi. Ero così furiosa con mio padre che non riuscivo a pensare a nulla: dentro di me c’erano solo odio e rancore. Ora capivo perché mia madre era fuggita da questa regione appena possibile.
Dopo un po’ sentii alcune voci bisbigliare nel corridoio, il rumore di una porta che si chiudeva, un passo leggero sul pavimento di legno, una risata soffocata. Poi, più nulla. Realizzai allora quanto fosse strana quella scuola: da quando ero arrivata non avevo neppure intravisto i ragazzi che la frequentavano. Meglio così, pensai.
Restai in ascolto per un po’, ma non mi giungeva più alcun rumore. Nonostante fossero solo le undici di sera, tutto era silenzioso; niente musica, niente chiacchiere, niente risate.
In che posto ero finita?
Non avevo visto nulla del genere neppure nell’ultimo collegio in cui il dottor Claris mi aveva mandato, una scuola famosa per la disciplina ferrea imposta agli studenti. Le stanze degli adolescenti vibrano di vita, durante il weekend. Per un attimo ipotizzai che, essendo venerdì sera, fossero usciti; poi ricordai dove mi trovavo e scartai l’ipotesi: non c’era nulla nel raggio di chilometri.
Smisi di farmi domande, tanto non era affare mio: non avrei avuto nulla da condividere con quelle ragazze. Controllai il telefono, valutando se scrivere un messaggio a Luna, ma non c’era campo. Poco male, avrei sorpreso la mia amica chiamandola da Milano. Luna aveva preso piuttosto male la notizia della mia partenza, e gli ultimi giorni si era barricata dietro un atteggiamento freddo, come se andarmene fosse stata una mia scelta. Ci frequentavamo assiduamente solo da qualche mese e lei non aveva ancora capito bene che tipo di persona fosse il dottor Claris.
Avevo conosciuto Luna al corso di pallavolo a cui mio padre mi aveva iscritta, sperando che lo sport potesse aiutarmi a imparare la disciplina, e dopo un paio di noiosissimi pomeriggi in palestra avevamo capito che avremmo potuto occupare il nostro tempo in modo molto più divertente. Ci piacevano le stesse cose: le feste, i ragazzi, fare casino sempre e comunque. Insieme eravamo una forza della natura: entrambe alte, lei mora e io bionda, decise a fare qualsiasi cosa ci fosse passata per la testa.
Le avevo raccontato del clima allucinante che c’era a casa mia e di tutte le scuole che avevo frequentato, un numero tanto assurdo da suonare come un’esagerazione inventata per impressionare gli amici. Eppure, quando mio padre se ne era venuto fuori con questa idea del Kranz, Luna se l’era presa con me. Come se fosse stata colpa mia. Forse si aspettava qualche forma di protesta o ribellione. Quello che Luna non sapeva – e che io invece avevo appreso a mie spese nel corso degli anni – è che il dottor Claris dedica pochissimo tempo ed energie a quello che non è lavoro. Ma, quando decide qualcosa, è irremovibile.
Mi alzai dal letto e andai alla finestra. Dopo avere armeggiato un po’ con la serratura metallica, riuscii a spalancare i vetri. Una ventata di gelo mi colpì il volto: era una notte fredda, ma questo non mi avrebbe distolto dai miei propositi. Il dormitorio femminile si trovava al secondo piano, nell’ala destra del castello. Nonostante la nebbia, affacciandomi oltre le spesse pietre del muro riuscii a scorgere la tettoia che proteggeva un patio del piano terra. Se mi fossi calata dalla finestra, sarebbe bastato aggrapparmi al tubo della grondaia e lasciarmi scivolare per un breve tratto,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Gelidi abbracci
  3. Prologo
  4. 1. Rabbia
  5. 2. Sollievo
  6. 3. Dubbio
  7. 4. Sfida
  8. 5. Crudeltà
  9. 6. Orgoglio
  10. 7. Ostilità
  11. 8. Solitudine
  12. 9. Spavento
  13. 10. Fiducia
  14. 11. Sorpresa
  15. 12. Sconcerto
  16. 13. Incredulità
  17. 14. Decisione
  18. 15. Irrequietezza
  19. 16. Cambiamento
  20. 17. Disgusto
  21. 18. Confusione
  22. 19. Stupore
  23. 20. Pietà
  24. 21. Impegno
  25. 22. Comprensione
  26. 23. Straniamento
  27. 24. Empatia
  28. 25. Smarrimento
  29. 26. Abbandono
  30. 27. Perplessità
  31. 28. Vendetta
  32. 29. Pentimento
  33. 30. Arrendevolezza
  34. 31. Perdono
  35. 32. Serenità
  36. 33. Paura
  37. 34. Angoscia
  38. 35. Disperazione
  39. 36. Curiosità
  40. 37. Vergogna
  41. 38. Frustrazione
  42. 39. Fatica
  43. 40. Euforia
  44. 41. Speranza
  45. 42. Ira
  46. 43. Odio
  47. 44. Disperazione
  48. 45. Ottimismo
  49. 46. Serenità
  50. 47. Conflitto
  51. 48. Delusione
  52. 49. Rassegnazione
  53. 50. Terrore
  54. 51. Orrore
  55. 52. Rimorso
  56. 53. Amore
  57. Copyright