Si può raccontare un mito nato migliaia di anni fa rendendolo divertente e interessante per il lettore del Duemila? Si può eccome, soprattutto se a farlo è Luciano De Crescenzo, con la sua inconfondibile grazia e ironia. In questo libro l'ingegnere-filosofo torna alla terra e all'epoca che più ama, l'antichità greca, per narrarci storie immortali che parlano di dèi, eroi, ninfe, sirene, ma anche di uomini comuni con le loro grandezze e le loro miserie. Celebri e commoventi vicende d'amore, imprese avventurose, imprevedibili metamorfosi, eroiche epopee.
Da Ulisse a Narciso, da Zeus a Dafne, Luciano de Crescenzo traccia così, novello Omero, un affresco vivo e partecipe di un patrimonio di leggende unico al mondo.

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- Italian
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LetteraturaCategoria
ClassiciParte seconda
I MITI DEGLI EROI
I
Ritratto dell’eroe
Dovendo fare due passi nella giungla, preferireste avere al vostro fianco Umberto Eco o Rambo? Ecco, questo, in sintesi, il dilemma che si poneva ai nostri antenati nell’età del bronzo. Ora Eco non se ne abbia a male, la risposta fu unanime: Rambo!
L’eroe era il personaggio più importante del mondo classico: più importante degli artisti, dei poeti, dei politici e forse anche degli Dei, e questo perché dalla sua forza fisica e dal suo coraggio dipendeva la sopravvivenza stessa di tutta la comunità. All’epoca di Socrate finire in schiavitù era una cosa all’ordine del giorno. Tanto per capire quanto fosse facile passare il resto della vita in catene, basti pensare al rapporto numerico esistente tra schiavi e cittadini nel V secolo avanti Cristo: quattro a uno ad Atene, e otto a uno nelle città di mare, come Corinto, dove trovavano riparo centinaia di navi con le ciurme perennemente incatenate ai remi. Lo schiavo rematore, infatti, lo si staccava solo a morte avvenuta. Da vivo, invece, era in pratica un tutt’uno con il banco: mangiava, beveva, dormiva, faceva i suoi bisogni (e qualche volta annegava) sempre sul posto di lavoro.
Nell’antica Grecia le mura di una città venivano prese d’assalto in media una volta ogni venti anni, come dire che ogni greco adulto finiva per rischiare questa traumatica esperienza almeno un paio di volte nella vita. Stando così le cose, è fin troppo evidente che poter contare su un energumeno alto due metri, feroce e coraggioso, equivaleva a una specie di assicurazione sulla vita. A volte era sufficiente la sua sola fama per tenere a bada i vicini, e questo anche quando l’eroe era morto e sepolto: si metteva in giro la voce che continuava a combattere sotto forma di fantasma e tanto bastava per spargere il terrore tra gli aggressori più superstiziosi. Racconta Pausania che quando i Locresi aggredirono i Crotoniati, questi ultimi chiamarono in loro aiuto il defunto Aiace di Oileo, e che l’eroe, battendosi come se fosse ancora vivo, riuscì a colpire al cuore Leonimo, il capo degli assalitori (Guida della Grecia III, 19, 12). Sempre per la serie «si scopron le tombe, si levano i morti», Erodoto racconta che, durante l’invasione persiana di Serse, al santuario di Delfi furono visti due guerrieri giganteschi uscire dai rispettivi avelli e battersi come ossessi; erano i demoni (daimones) di Filaco e di Autonoo, due eroi locali defunti alcuni anni prima (Storie VIII, 39). Attenzione, però, alla parola “demone”, che non vuol dire demonio, ma anima del defunto, o meglio ancora fantasma, per poi assumere, nei periodi di pace, il significato più amichevole di “buonanima” e diventare una specie di santo protettore, capace di fare da intermediario tra i compaesani e gli Dei dell’Olimpo.
Le tombe degli eroi erano veri e propri santuari (heroa) dove i cittadini potevano andare a pregare a qualsiasi ora del giorno e dove si celebravano riti propiziatori in occasione di guerre o di altre calamità. In genere queste tombe erano costituite da un semplice blocco di marmo di grandi dimensioni, posto al centro di un colonnato, con o senza statua, e quasi sempre circondato da un giardino e da un muro di cinta. La tradizione voleva che, in una fossa davanti al monumento, sul lato occidentale, venissero sacrificati, anziché animali da tiro (preziosi per l’agricoltura), generi di conforto (vino, latte e unguenti profumati) per dar modo all’eroe di usufruire, anche nell’aldilà, delle cose che più aveva apprezzato nella vita. Nel caso di Aiace di Oileo, morto in mare a causa di un colpo di tridente sferratogli da Poseidone, i Locresi, sempre allo scopo di procurargli i suoi cibi preferiti, incendiavano e affondavano ogni anno una nave carica di vettovaglie.
L’heroon era un luogo sacro: recidervi una pianta, o anche solo spezzarne un ramo, era un reato punibile con la morte (Eliano, Storia varia V, 17). Presso alcune tombe, come quella dell’eroina Irneto a Epidauro, era proibito perfino raccogliere le olive che cadevano dagli alberi (Pausania, op. cit. II, 28, 3). In compenso, però, era consentito avvicinarsi alla tomba, sedersi nel giardino e apostrofare l’eroe. Non era escluso, infatti, che l’anima interpellata potesse rispondere. Raccontano i pescatori dello stretto dei Dardanelli che ancora oggi, durante le notti di tempesta, è possibile udire la voce di Achille che recita i versi dell’Iliade, mentre dalla vicina pianura di Troia giunge un rumore indistinto di armi e di carri lanciati al galoppo. Presso altri heroa, invece, non era possibile sentire alcun suono. Racconta Strabone che nei pressi di Oropo si ergeva la tomba di un eroe soprannominato “il taciturno” e che tutti coloro che vi passavano davanti erano soliti interrompere la conversazione nel timore di disturbare le sue meditazioni (Strabone, Geografia IX, 404). Alcune tombe, infine, venivano collocate all’interno degli edifici pubblici, proprio per consentire all’eroe scomparso di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Ecco come Pausania racconta uno di questi casi:
A Megara ci sono tombe in pieno centro. Un giorno Esimno, che fra i Megaresi non era certo secondo a nessuno, si recò all’oracolo di Delfi e chiese in qual modo il suo popolo avrebbe potuto conoscere una maggiore prosperità, e il Dio gli rispose che ciò sarebbe accaduto solo se i Megaresi avessero preso le decisioni insieme ai «più». Ebbene Esimno, ritenendo che questi «più» fossero gli eroi, fece costruire il bouleuterion in modo che includesse anche le tombe di costoro.(I, 43, 3)
A parte la consulenza dei defunti, le tombe in pieno centro non erano poi un fatto così insolito: gli Spartani, ad esempio, le sistemavano quasi sempre nei luoghi più frequentati (a volte anche con il cadavere in vista) proprio per abituare la cittadinanza, e soprattutto i bambini, all’idea della morte.
Oltre alle tombe piene, c’erano poi quelle vuote: spesso, infatti, l’eroe era andato a morire all’estero, lontano dall’Egeo (a Troia), durante un’impresa memorabile. In tal caso la città natale non rinunciava al privilegio di erigergli una tomba anche in patria. Si spiegano così le doppie tombe di Achille, di Iolao, di Cimone, di Taltibio, di Pandione e di tanti altri, per non parlare poi delle triple e quadruple tombe di quegli eroi i cui natali venivano rivendicati da più di un villaggio.
Tirando le somme, un eroe non moriva mai del tutto: quanto meno rimediava un posto tra gli Dei. Non a caso, infatti, in molte pitture vascolari lo vediamo raffigurato con la classica aureola dietro la testa. Lui, d’altra parte, anche da vivo, aveva sempre fatto l’impossibile per accreditare la voce che era diventato un semidio. Ettore stesso, nel suo discorso ai Troiani, non ne fa mistero:
«Ah, se potessi restare per sempre giovane e immortale, ed essere onorato al pari di Atena e di Apollo!»(Omero, Iliade VIII, 538)
All’eroe, insomma, una sola cosa importava: primeggiare in battaglia, tutto il resto non aveva alcun valore. La lealtà, l’onore, il rispetto dei patti, erano tutte cose bellissime, ma solo a parole: quando poi si trovava di fronte a un nemico armato, non c’era principio morale che lo potesse condizionare. A differenza dell’eroe medioevale, quello greco è un bugiardo della peggior specie, e in alcuni casi anche un traditore. Ulisse, pur di vendicarsi del compagno d’armi Palamede, lo accusa di intesa col nemico e poi, per meglio incastrarlo, gli nasconde sotto il letto un gruzzolo di monete d’oro. Diomede uccide Dolone dopo avergli promessa salva la vita in cambio di alcune informazioni sulle forze nemiche. Peleo centra con il disco la testa del fratello Foco solo perché questi aveva osato batterlo in una gara di atletica. Eracle scaraventa giù dalle mura, a tradimento, il povero Ifito. E chi più ne ha più ne metta.
Non parliamo poi delle ingiurie che si scambiavano l’un l’altro quando litigavano, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Eccone un piccolo campionario:
Achille ad Agamennone nel primo libro dell’Iliade (quello dell’«ira funesta»):
«O essere spudorato e assetato di guadagno, come può un Acheo marciare, ubbidirti e battersi in tuo nome!»(I, 149)«O bastardo, ubriacone, faccia di cane, cuore di cervo, che mai una volta scendesti in armi tra i soldati, né tampoco ti unisti ai più valorosi per andare all’agguato!»(I, 225)
Ettore a Diomede, vedendolo in fuga:
«O figlio di Tideo, oggi gli Achei dai veloci cavalli ti disprezzeranno, giacché in una donnetta ti sei mutato!»(VIII, 164)
Achille a Ettore, mentre il disgra...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I grandi miti greci
- Premessa
- Parte prima - I MITI DELL’AMORE
- Parte seconda - I MITI DEGLI EROI
- Parte terza - I MITI DEGLI DEI
- Parte quarta - I MITI DELLA GUERRA DI TROIA
- Copyright
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