Mentre la Chiesa vive un periodo storico drammatico, di crisi interna e di violento attacco ai cattolici nel mondo, in Vaticano continua un'inedita «convivenza di due Papi» su cui nessuno ha avuto ancora il coraggio di riflettere. Lo fa, in questo libro, Antonio Socci, chiedendosi quali sono i motivi tuttora sconosciuti della storica rinuncia di Benedetto XVI e se si tratta di vera rinuncia al Papato, dato che i canonisti cominciano a sollevare gravi dubbi. Domande che adesso s'intrecciano con quelle relative al Conclave del 13 marzo 2013 che, secondo la clamorosa ricostruzione dell'autore, si sarebbe svolto in violazione di alcune norme della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, cosa che automaticamente rende nulla e invalida l'elezione stessa del cardinale Jorge Mario Bergoglio. L'interrogativo su chi è il vero Papa (ovvero se c'è bisogno di un nuovo Conclave) irrompe in un momento in cui nella Chiesa si stanno verificando fratture drammatiche e si annunciano eventi clamorosi. Chi può tenere il timone? Era piaciuto a tanti l'esordio di Francesco. Sembrava un ritorno alla semplicità evangelica. Purtroppo oggi i fedeli delusi sono moltissimi. Ci si aspettava una ventata di rigore morale nei confronti della «sporcizia» (anche del ceto ecclesiastico) denunciata e combattuta da Ratzinger. Ma come va interpretato il segnale dato dal nuovo Pontificato al mondo, di lassismo e di resa sui principi morali? E l'arrendevolezza nei confronti di ideologie e forze anticristiane, anche persecutrici? E le traumatiche rotture con la tradizione della Chiesa? Molti fatti soprannaturali, dalle apparizioni di Fatima alla visione di Leone XIII, alle profezie della beata Anna Caterina Emmerich sull'epoca dei «due Papi», sembrano concentrarsi sui giorni nostri annunciando eventi catastrofici per il Papato, per la Chiesa e per il mondo. Sono ineluttabili o si può ancora imboccare un'altra strada? E con quale Papa?

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Argomento
Teologia e religioneCategoria
CristianesimoParte terza
IL CASO BERGOGLIO
Il modernismo pretende di distinguere il contenuto reale del dogma dalle sue espressioni metafisiche che egli considera come cosa del tutto accidentale, allo stesso modo che sono accidentali le varie espressioni del linguaggio in cui può venire tradotto un medesimo pensiero. E questo paragone è il primo e sommo sofisma dei modernisti … Liberissimi i modernisti di trasformare i dogmi secondo le loro idee. Anch’io uso di questa libertà. Soltanto io ho coscienza, facendo questo, di essere fuori della Chiesa, anzi fuori di ogni religione; laddove i modernisti si ostinano a professarsi non solo religiosi, ma cattolici.1
BENEDETTO CROCE
Il Papa di successo
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.
(Lc 6,26)
La scelta di Jorge Mario Bergoglio come candidato per il Papato resta un vero mistero. Inspiegabile per tutti i canoni ecclesiastici, ma anche semplicemente per quella che nel mondo chiamano «la selezione della classe dirigente».
Il problema è la sua carenza di requisiti che – nella dilagante «francescomania» dei media – è passata finora del tutto sotto silenzio.
Eppure basta confrontare il suo curriculum con quello dei suoi predecessori degli ultimi quarant’anni (prima dei loro pontificati) per verificarlo.
Quello di Ratzinger farebbe impallidire chiunque. È un vero dottore della Chiesa, un uomo che dalla preziosa partecipazione al Concilio alla sua brillantissima attività accademica e alla sua produzione teologica, dal suo episcopato a Monaco alla memorabile missione come custode della fede accanto a Wojtyła, suo vero pilastro, ha giganteggiato negli ultimi cinquant’anni (anche nel dibattito con la cultura laica). E tutto questo associato a doti di umanità, semplicità, coraggio morale, umiltà davvero straordinarie.
Karol Wojtyła è una vera e propria leggenda. La sua vita epica di operaio, studente, poeta e mistico sotto l’occupazione nazista, la sua partecipazione alla resistenza per mettere in salvo gli ebrei, il seminario clandestino, poi la resistenza come prete sotto lo stalinismo, il dottorato all’Angelicum, quindi vescovo indomito sotto il regime comunista, con la tempra del condottiero, i viaggi, la partecipazione al Concilio, la docenza universitaria e l’originale profondità teologica, sui temi della morale e del personalismo, che ne fece l’aiuto prezioso di Paolo VI nella battaglia della Humanae Vitae. E anche nel suo caso, il tutto unito a straordinarie doti umane che lo hanno reso un vero ciclone per il mondo.
E poi, per entrambi, la conoscenza diretta e approfondita del mondo, delle diverse culture e della Chiesa in tutto il pianeta, la familiarità con le lingue straniere, che non è cosa secondaria…
Si potrebbe proseguire con Montini, tre lauree, prezioso collaboratore di Pio XII alla Segreteria di Stato, quindi al governo della Chiesa universale, in anni cruciali; grande preparazione teologica, amico di pensatori importanti per la cristianità come Jacques Maritain, poi vescovo di Milano capace di imprimere una vigorosa spinta missionaria alla metropoli, quindi protagonista del Concilio.
Ognuno dei tre con un curriculum che lo candidava naturalmente al Papato.
Purtroppo il curriculum di padre Bergoglio è imparagonabile. Perito chimico, entra in seminario a 22 anni, compie gli studi filosofici e teologici previsti dalla formazione della Compagnia di Gesù. Non parla le lingue (oltre al suo spagnolo, solo l’italiano), non conosce granché il mondo perché non ha viaggiato fuori dall’America Latina, non riesce a conseguire il dottorato in teologia in Germania.
Diventa superiore provinciale dei gesuiti in Argentina, ma sarà un’esperienza non positiva che lo isolerà anche all’interno della Compagnia.
Parlandone da Papa col direttore della «Civiltà cattolica», Bergoglio ha fatto delle considerazioni autocritiche che gli fanno onore:
Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti. Avevo 36 anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili, e io prendevo le mie decisioni in maniera brusca e personalista. Il mio modo autoritario e rapido di prendere le decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e a essere accusato di essere ultraconservatore. Non sono stato certo come la beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi.1
Invece Ángel Miguel Centeno dice: «Fu un periodo molto difficile per la Compagnia di Gesù, ma se non ci fosse stato lui alla guida, le difficoltà sarebbero state maggiori».2
Eppure, non tutti sono d’accordo. La Piqué scrive che «Bergoglio non era molto amato dai gesuiti» e riferisce che un anziano gesuita commentò così il suo incarico episcopale: «Magari un cattivo gesuita può diventare un buon vescovo».3
Come vescovo pare sia stato molto disponibile per la gente e per i suoi preti: «Istituì una linea telefonica diretta perché i sacerdoti potessero chiamarlo per qualsiasi problema e in ogni momento».4
Si dette da fare soprattutto per radicare una cura pastorale nelle baraccopoli delle periferie. Ma non si può dire che Buenos Aires abbia vissuto col suo episcopato una rinascita cristiana.
In tutta l’Argentina i dati non sono per nulla entusiasmanti (abbiamo visto le statistiche). Non ha scritto libri significativi di teologia o di spiritualità o su temi d’attualità o nel dibattito delle idee (perlopiù qualche libro intervista).
Negli anni di Buenos Aires è descritto da tutti come introverso,5 alcuni lo trovano nervoso, scostante, solitario, altri dicono: «È un grande maestro di spirito, un asceta, un pastore noto per la serenità, la semplicità di vita, l’altezza del magistero».6
Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, che con lui hanno fatto un libro intervista, scrivono: «Chiunque abbia conosciuto Bergoglio sa che non si tratta di un personaggio appariscente, di quelli che hanno successo nei programmi televisivi. E neppure di un oratore magniloquente, con un talento istrionesco. Al contrario il suo tono è basso, ma il contenuto è profondo».7
I critici traducono che è senza carisma, ha un argomentare per piccoli slogan, poco amante della teologia che non ha studiato a livelli accademici. È considerato da tutti indecifrabile, anche nella geografia delle diverse correnti ecclesiali.
Infatti si oppose come superiore dei gesuiti alla teologia della liberazione negli anni Settanta (ed è per questo forse che fu chiamato all’episcopato), ma enfatizza il tema della scelta preferenziale per i poveri e da vescovo non segue la Santa Sede nelle sue battaglie etiche.
Il tratto che però arriva sui giornali è il suo stile di vita, in particolare il fatto che si muove per la città con i mezzi pubblici, frequenta i quartieri poveri della capitale argentina e ha rifiutato di andare a vivere nella residenza arcivescovile di Olivos restando in un modesto appartamento della Curia.
Uno stile di vita suggestivo, che certamente ha permesso di vedere in lui il pastore che avrebbe aiutato il Vaticano a tornare alla semplicità evangelica (quando fu creato cardinale nel 2001 impose ai suoi compatrioti che volevano festeggiarlo a Roma di restare a casa e devolvere i soldi che avrebbero speso ai poveri).
Nell’insieme la sua è stata una vita da mediano. Negli anni della dittatura non si espone né da una parte né dall’altra. Certamente non è stato complice dei militari torturatori come hanno sostenuto certi intellettuali, ma non si può neanche dire che abbia manifestato atteggiamenti da eroico oppositore.
Però, come ha documentato Nello Scavo con una sua bella inchiesta giornalistica diventata un libro, La lista di Bergoglio (Emi), padre Bergoglio si adoperò per far liberare e salvare diversi perseguitati, sacerdoti e laici, credenti e non credenti.
Bisogna tener presente cosa fu la dittatura. Scrive Scavo: «30mila desaparecidos, oltre i 15mila giustiziati sommariamente, decine di neonati sottratti ai genitori condannati a morte e almeno due milioni di esiliati».8
Tornata la democrazia e diventato vescovo, Bergoglio, «nell’anno santo del 2000 fece “indossare” all’intera Chiesa argentina le vesti della pubblica penitenza, per le colpe commesse negli anni della dittatura».9
Oltreché mediano Bergoglio è stato anche un buon mediatore all’importante Conferenza di Aparecida. Ma sempre con la caratteristica del mediano, di uno che non dà nell’occhio, non si espone e non emerge.
Appena uscito eletto dal Conclave, qualcuno ha provveduto a scrivere una biografia ufficiale del nuovo Papa sul sito vaticano dove fra l’altro si legge: «Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale…».
In effetti a un Papa forse servirebbe almeno un titolo accademico di teologia e questa espressione fa pensare a un dottorato conseguito. Ma la verità è venuta fuori l’indomani, 14 marzo, dalla facoltà Sankt Georgen di Francoforte.
Tale istituzione ha salutato l’elezione del nuovo Papa con un comunicato sul sito della facoltà scrivendo che «a metà degli anni Ottanta [Bergoglio] ha passato alcuni mesi presso la nostra facoltà, per consigliarsi con alcuni professori su un progetto di dottorato (Dissertation) che non è arrivato a conclusione».
Come ha osservato Sandro Magister, «Bergoglio né scrisse quella tesi né conseguì il dottorato». Tuttavia, nella biografia ufficiale di papa Francesco del sito vaticano rimane scritto: «Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano…».
Solo un’«imprecisione»10 o un eccesso di zelo? Non è inopportuno che si pubblichi sul sito ufficiale una nota biografica simile mantenendola, imperterriti, anche quando si è saputo come sono andate le cose?
Non aver studiato teologia a livelli accademici può essere problematico se poi ci si ritrova a fare il Papa. E non è bello, poi, da Papa, usare espressioni un po’ sprezzanti verso chi coltiva lo studio della dottrina e della teologia (per esempio, nell’omelia del 2 settembre 2014).
Del resto c’è perfino qualche zelante ecclesiastico che è arrivato a esaltare Bergoglio per la sua «immane cultura»…
Il fenomeno adulatorio verso papa Bergoglio nel mondo ecclesiastico ha raggiunto livelli inediti. A volte è entusiasmo, a volte sfiora il culto della personalità.
A dire il vero papa Francesco ha tuonato diverse volte contro quella «mondanità spirituale» pericolosissima che consiste nel «darsi gloria gli uni con gli altri». Ma ammoniva i suoi ascoltatori. Ed è cosa sacrosanta.
Sarebbe interessante cogliere il fenomeno che si sta verificando attorno all’attuale Papa. Per esempio, sul settimanale «Il mio Papa», tutto dedicato a Bergoglio, nel numero del 15 agosto 2014 è uscita un’intervista a monsignor Guillermo Javier Karcher, cerimoniere pontificio, «l’uomo che teneva il microfono al Papa» la sera dell’elezione, dalla loggia di San Pietro.
«Racconta, don Guglielmo, di avere avuto anche una visione» dice il giornalista. Ed ecco che il monsignore la riferisce: «Una Madonna sul carro, con magnifici ornamenti. Ho capito subito che attorno a Francesco c’è un’aura divina che m’impone il massimo rispetto, m’impedisce quasi di avvicinarmi, devo ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Non è Francesco
- Premessa. La messa è finita?
- Parte prima. IL SEGRETO DI TRE GRANDI PAPI
- Parte seconda. NON È FRANCESCO
- Parte terza. IL CASO BERGOGLIO
- Parte quarta. IL TEMPO DELLE PROFEZIE?
- Postfazione. Memorandum per l’inquisitore
- Note
- Ringraziamenti
- Copyright
Domande frequenti
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