Quando ero bambino, le strade al mio paese erano ancora ciottolose e più in là, dove finivano i vicoli stretti e le case decrepite e calde, l’erba divorava i burroni e così le ortiche e i fichi selvatici.
Di giorno esploravo con gli altri bambini del vicinato i dintorni del nostro mondo e, chissà perché, era sempre primavera inoltrata con l’afa come al solito corposa e la paglia ammucchiata davanti alle stalle. Poi le mamme, appena il sole spariva dietro il Ciccotto, ci chiamavano in coro: «Vittò eja, Carminù eja, Mariù eja». E noi, dopo l’ultima lotta sulla paglia, sudati e cotti dal sole, andavamo a casa con le ginocchia sporche e graffiate.
Prima di cena, mio padre si faceva la barba e canticchiava: «Mi sono innamorato di Marina, una ragazza mora ma carina, la la la». Io lo guardavo e mi sembrava un gigante mentre davanti allo specchietto della cucina-soggiorno si spuntava i baffi e fingeva di non vedermi. Poi la mamma, apparecchiando la tavola, ripeteva rassegnata: «Disgraziato, come fai a sporcarti così, come fai? Madonna mia, come sei sporco! Come un maiale! Come fai, come?». E lui, seduto accanto a me, mi dava un pizzicotto affettuoso e ogni volta si meravigliava di trovarmi sudato: «Po po po, come sei sudato! Questo bambino suda troppo. È troppo debole, troppo». E rivolto solo a me: «Mangia, bello di papà, mangia tutta la pasta, sennò resti debole come una femminuccia».
Dopo cena andava al bar. Io giocavo con mia sorella Franca sul pianerottolo di casa. Poco più in là, la mamma e le vicine chiacchieravano facendo la calza o ricamando. Si stava fuori fino a quando le due cicale del palo della luce smettevano di cantare. Poi ognuno rientrava nella sua vecchia casa e il vicolo era immerso nel silenzio.
Conoscevamo il rumore dei passi di nostro padre, mia sorella e io, e ci affrettavamo ad aprirgli la porta. «Ah, i piscanelli!» ci diceva abbracciandoci. «Mi avete aspettato anche stasera?» E ci dava le caramelle che aveva vinto a carte e la buona notte.
* * *
Non come in un sogno, ma come in un vecchio film in bianco e nero: così si alternano le immagini sfocate della mia infanzia. Forse mio padre era triste quando disse a mia madre: «Si parte domenica mattina, siamo in quattordici idonei, gli altri li hanno scartati». E mia madre avrà pianto di sicuro quella sera e la sera successiva e tante altre ancora. «Si guadagna bene, novantamila lire al mese. Qua bisogna lavorare tre mesi per novantamila lire, e il lavoro non ce l’hai ogni giorno. E poi la Francia non è la Merica.»
Quella domenica mattina la piazza era affollata. Sembrava il giorno di Sant’Antonio: mancavano solo i forestieri dei paesi vicini, la banda musicale e i sorrisi. Al posto del Santo c’erano i quattordici emigranti col vestito di festa: il pantalone di velluto nero o marrone e la camicia di lino fatta in casa. Noi bambini guardavamo stupiti quegli uomini con le mani in tasca. Credo che nessuno parlasse e io non potrei, oggi, descrivere i loro sguardi, immaginare i loro pensieri. Non potrei. Ricordo solo un giorno di festa silenzioso e mio padre che saliva sulla corriera.
I giorni passavano sempre uguali nell’afa della primavera inoltrata. Erano giorni pieni, trascorsi facendo la guerra contro le bande della Vascialìa, a costruire capanne sui castagni giganti e dentro i rovi, a raccogliere more e a lottare sull’erba del Ciccotto. Solo la sera era diversa, profondamente diversa, diversa per sempre. La mamma ci raccontava le uniche due favole che sapeva, quella del piccolo cece e quella di Jugallo, e tra una favola e l’altra parlava di lui, del papà che lavorava lontano lontano per noi e che a Natale sarebbe venuto a trovarci. Ormai era così: «Se fate i bravi, papà a Natale vi porta un bel regalo; se fate i cattivi, papà a Natale vi picchia». Eravamo già grandi per l’uomo nero e per la fata buona. C’era papà, solo papà, per il bene e per il male. E papà lavorava sottoterra, in un paese lontano lontano, e portava sulla testa un cappello di ferro con una lampadina. Papà scavava il carbone per noi, per costruirci una bella casa e, se Franca e io avevamo testa, per farci studiare. Così era. Quasi ogni sera così. O almeno una sera.
* * *
Come nelle favole del piccolo cece e di Jugallo, il tempo era immobile solo in apparenza. In realtà volava. E volava la mia infanzia agrodolce. Frequentavo la quarta elementare con altri ventiquattro bambini, quasi tutti come me, figli di germanesi: i papà erano lontani lontani, ma adesso sapevamo bene dove: in Germania. Lì erano andati, tutti lì, al ritorno dalla Francia, perché in Francia si lavorava sottoterra e la terra poteva crollare, dicevano, e loro volevano morire, semmai, all’aria aperta. Una mattina erano partiti di nuovo con i contratti in mano. Mi sembra ieri: era un giorno come gli altri e non eravamo né tristi né allegri, qualcuno parlava e qualcuno ascoltava in silenzio. Quel mondo lontano lontano era lì, sulla carta geografica appesa al muro, tra la cattedra e la lavagna, e nel libro di geografia. Ognuno di noi cercava la città del proprio papà e ne trapuntava il nome di rosso: Ludwigshafen Amburgo Francoforte Colonia… Conoscevamo la geografia della Germania meglio della maestra.
«Lo sapete, signora maestra, che a Ludwigshafen c’è una fabbrica grande almeno cinque volte Karfici, dove si producono colori, cassette per registratori e roba chimica?»
«E lo sapete, signora maestra, che Amburgo è la seconda città della Germania e ha un porto enorme sulla riva dell’Elba, a cento chilometri dal mare?»
«E lo sapete che i tedeschi si ubriacano da venerdì sera a domenica notte e poi il lunedì vanno puntuali al lavoro?»
Sapevamo mille piccole cose sulla Germania, noi, i figli dei germanesi. E ogni giorno a scuola parlavamo dei regali dei papà e ogni sera con le mamme dei regali dei papà «se fai il bravo, ma se fai il cattivo…».
Però mio padre non mi ha mai picchiato. Come se io avessi fatto sempre il bravo. Quando a Natale ritornava in ferie, mi portava ogni volta un regalo: una bici, un pallone di cuoio e quelle strane casette nelle campane di vetro piene d’acqua che a capovolgerle scende la neve lentamente, come vera.
Il primo giorno ero stonato di felicità e di confusione: i parenti e i vicini, i compari e gli amici, entravano e uscivano, lo baciavano, prendevano il regalo, si sedevano, si alzavano, parlavano parlavano.
Nella tarda serata finalmente eravamo insieme, insieme davanti al fuoco schioppettante, come quando un secolo prima fuori diluviava, i fulmini spaccavano il cielo e lui rinunciava al bar per non lasciarci soli.
Franca e io provavamo le camicie di nylon, made in Germany, mentre mia madre gli parlava degli ulivi, che quell’anno erano stati carichi. Poi a letto; papà era stanco per il lungo viaggio, un giorno e due notti.
Mi svegliavo di soprassalto nel cuore della notte, più volte, con la paura che l’ombra nel letto della mamma, accanto al mio lettino, non fosse mio padre. E se non fosse stato lui? Se fosse stato un tedesco con i capelli colorati di nero che aveva imparato la nostra lingua e aveva preso il suo posto? E se lo avesse ucciso? Sentivo il respiro profondo e pesante dell’ombra e avevo paura. Poi mi facevo coraggio e lo chiamavo con un filo di voce: «Papà, papà…». Nessuno mi rispondeva, né il papà né lo sconosciuto. Qualche volta udivo un «che c’è?» da dormiveglia della mamma. Lui era troppo stanco per sentirmi.
I giorni successivi scorrevano tranquilli. Finalmente anch’io avevo un papà che mi portava al bar e m’insegnava a giocare a carte.
«Ascoltami bene,» mi diceva guardandomi fisso negli occhi «se vuoi giocare a carte quando diventi grande, devi imparare benissimo, altrimenti è meglio che lasci stare. Se sei scarso o così così, è meglio che stai a guardare, altrimenti gli altri ridono di te alle spalle e il tuo compagno di gioco ti fa la cazziata.»
Dopo un po’ giocava con i grandi e sembrava un vero papà con le carte in mano, la sigaretta in bocca e gli occhi semichiusi per il fumo. «Hai capito?» continuava per strada mentre io lo ascoltavo muto. «Nella vita, o si impara benissimo una cosa o si resta ciucci e i ciucci vengono bastonati, se non fanno quello che vuole il padrone. Io ci avevo testa quando ero piccolo come te, ma dovevo andare in campagna a sudarmi il mio pezzo di pane. Per la scuola non c’era tempo allora… ma tu il tempo ce l’hai, tu devi studiare!» Io annuivo, ma forse lui non se ne accorgeva. Io invece sì, io lo capivo al volo, dovevo capirlo al volo: mai uno schiaffo, mai una cinghiata, mai una sgridata contro di me. Solo occhiate taglienti come lame, che mi facevano male come cento schiaffi. Così era sempre, se qualcosa non gli quadrava.
Così fu quella sera.
Avevo undici anni e frequentavo la prima media in un paese vicino; scuola nuova, difficoltà nuove. Ma io mi impegnavo, un po’ per passione, un po’ per il «devi studiare» di mio padre. Quella sera, il risultato del mio impegno era tutto lì, sulla pagella. Ero orgoglioso dei buoni voti. Il preside aveva elogiato i primi della classe e tra questi c’ero anch’io.
«Papà, oggi ci hanno dato la pagella del primo trimestre, la devi firmare» gli dissi andandogli incontro sulla soglia di casa.
«E come sono i voti?» mi chiese mentre lui stesso controllava la pagella.
«Buoni, buoni! Il preside mi ha detto: bravo, continua così!»
«Ah sì? E chi è il più bravo della classe?»
«Non lo so» risposi timidamente.
«Come non lo sai, non può essere che non lo sai!»
«Non lo so. Michele va meglio in matematica, Rosario in italiano, io in storia… non so chi è il più bravo.»
E lui, incalzando: «Ma chi ha i voti migliori?». Non gli risposi; sapevo che solo Rosario aveva la media superiore alla mia, ma avevo paura di confessarglielo. Lui buttò la pagella per terra con rabbia e mi colpì con un’occhiata tagliente, come se avesse letto nei miei pensieri: «Devi essere il primo, hai capito? Il primo e basta!».
Andai a letto senza mangiare, mi ostinavo a ripetere alla mamma che non avevo fame. Mi autopunivo, quasi. Sarà stata la fame o lo sguardo di mio padre, certo è che quella notte feci brutti sogni: sognai il nonno con i grandi baffi all’insù che mi diceva: «Devi essere il primo!»; Mastro Cenzo e la moglie che mi urlavano: «Il primo, il primo!». Mi facevano paura con le bocche sdentate e gli abiti neri. Capivo che erano morti e correvo verso il Ciccotto e il Ciccotto si allontanava. Incalzato dal coro dei morti, che ora beffardo, ora minaccioso, mi martellava con «il primo, il primo», precipitai nel vuoto, col terrore di non riuscire a salvarmi. Rimbalzai sul lettino e mi svegliai. Raccontai della caduta nel vuoto a mio padre e lui, con la consueta sicurezza che allora mi lasciava stupito, mi spiegò: «Quando un bambino sogna che sta cadendo in un precipizio, vuol dire che diventa grande. Stai crescendo».
Crescevo. Crescevo per questo padre feriale, emigrante a vita come suo padre e – l’avrei capito più tardi – come me: un destino comune succhiato dalla nostra terra arida. Un destino impostoci dagli altri, di cui noi ormai sembriamo i protagonisti. Crescevo anch’io come la casa nuova che lui ha costruito un po’ per volta, di anno in anno, con i risparmi della Germania; e con i risparmi studiavo. La sua volontà era fatta: fui il primo della classe, il primo; almeno sulla carta, sulle pagelle. Ma non era questo che desiderava? In fondo ero libero, secondo lui, di fare quello che volevo, l’importante era essere il primo. «Sei proprio un ragazzo fortunato, tu puoi studiare», era il suo discorso preferito. «Invece io, quando avevo più o meno la tua età, prima del militare, ero costretto a zappare per sei lire al giorno sotto don Petfideli. Sudavo sangue per dodici ore al giorno; e al morsello mangiavo solo un pezzo di pane e un pezzo di lardo con cipolla. Un giorno ho giurato che se avevo un figlio non doveva fare il bracciante sotto un padrone, né il terragerista. L’ho giurato. Non importa se ora sudo sangue sotto i tedeschi: tu stai studiando. Questo importa.»
Questo importava, a chi? a me? a lui? alla gente? Non lo sapevo; lui veniva e se ne andava, e mi lasciava a rodermi dentro con i suoi primati inutili e i suoi discorsi.
Tre, quattro giorni dopo i suoi ritorni, mi sembrava così naturale vederlo a casa. Come se fosse stato sempre con noi. E così tre, quattro giorni dopo la sua partenza mi sembrava naturale non vederlo più. Come se fosse stato una persona conosciuta di sfuggita, di cui si ricorda un particolare del viso o del corpo, che so, il naso a patata, le spalle massicce, gli occhi. Gli occhi appunto, le occhiate taglienti come lame. Questo era lui: un alone di occhiate taglienti sempre davanti a me, un idolo; e come tutti gli idoli sempre così lontano, irraggiungibile.
Quando se ne andava, io inconsciamente prendevo il suo posto.
Se mia madre s’azzardava a non farsi trovare a casa quando tornavo dalla piazza, montavo su tutte le furie: raccoglievo le pietre a portata di mano e poi con violenza le scagliavo contro la porta chiusa.
«Che combini, che combini, sei impazzito?» mi gridavano le donne del vicinato. «Smettila, smettila, che rompi la porta!» insisteva za Veneranda. «È scappata con il prete, tua madre, l’ho vista io» sfotteva Filomena. Ma io, imperterrito, continuavo il tiro a segno, urlando fuori di senno: «Dov’è la mamma? Dov’è andata? La voglio quiiii! Qui, subitoooo!». E mia madre correva a casa richiamata dai vicini.
«Dov’eri? Sto qui da un’ora. Voglio mangiare.»
«Dov’ero, ero all’inferno, ero! Io vado un attimo da zia Pina e tu spacchi il mondo, spacchi. Tutto tuo padre! Non gli hai lasciato pezza. Precisò lui. Se hai il sangue in testa, non ragioni più.» E lui rideva quando mia madre a Natale gli raccontava la storia delle pietre. «Tanto» diceva «la porta è vecchia. Ma appena si fa la casa nuova, basta con le pietre!» Preciso lui. Un papà in miniatura anche con mia sorella.
Quando Franca divenne una signorinella e i ragazzi cominciarono a guardarla e a corteggiarla, non la lasciavo più uscire da sola. Alle feste ci andavo senza di lei e agli sposalizi nella parentela, dato che non potevo evitare di portarmela appresso, le vietavo di ballare. Se disubbidiva, a casa erano botte e discorsi da papà: «Se tu balli, quelli poi si vantano al bar che ti hanno stretta. Devi fare la seria, hai capito? Non voglio che di dietro mi dicono: quello ha una sorella così e così. Hai capito?».
«Sei più arretrato della mamma e del papà messi insieme! Guardalo, lo studente! Più arretrato di un mulo… E se ti permetti di picchiarmi di nuovo, lo dico a papà, lo dico.» Abbassava la testa sul tavolo e piangeva fino all’ora di cena.
* * *
Dopo quindici anni di emigrazione, mio padre aveva realizzato quasi tutti i suoi progetti: la casa nuova, la figlia sistemata con una buona dote, il figlio con un bel diploma di geometra. Non era riuscito a rientrare dopo sette, otto anni, come si era prefisso. D’altra parte non era un mago e non poteva certo prevedere che le cose al paese, invece di migliorare, sarebbero peggiorate. O meglio: si stava bene, troppo bene per poter pensare di vivere alla giornata come prima. Ma lavoro niente! Come prima. A meno che… «Io non ho avuto e non voglio raccomandazioni da nessuno» diceva con orgoglio. Poi, guardando nel vuoto, aggiungeva: «Se torno, mangiamo i muri della casa, mangiamo». Non ritornava per sempre. Non è ancora ritornato.
Io mi ritrovai con un bel diploma, incorniciato e appeso al muro del salotto da mia madre. Smarrito in un piccolo e intricato mondo che non riuscivo a capire, che pretendeva il mio bel diploma e poi lo rifiutava, perché io, figlio di mio padre, non volevo raccomandazioni da nessuno. Si emigra anche per questo. Né tantomeno avrei accettato di farmi mantenere da lui, in paese, a passeggiare su e giù per il corso, mentre lui sudava sangue nei cantieri stradali di Amburgo. Anche per questo si emigra. Non volevo che la gente mi dicesse: «Anche lui come Peppino, come Giovanni, come Guido, è un mangiapane a tradimento». Questo mai; piuttosto emigrare. Essere il primo non mi era servito, non serve a niente essere i primi, meno che niente essere i primi tra gli ultimi. Era un’illusione. Un autoinganno. Possibile che il mio idolo non l’avesse capito in anticipo? Comunque stavolta non ero il primo e non sarei stato neanche l’ultimo.
Partii anch’io. Con la valigia di finta pelle che mio padre mi aveva portato da Amburgo. Partii un giorno grigio di novembre, così diverso dall’afa della primavera inoltrata di tanti giorni pieni trascorsi chissà quando, che mi lasciavo dietro le curve a gomito, mentre il pullman del pomeriggio si allontanava dal paese, e la pioggia, la pioggia silenziosa, cancel...