
- 238 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Simmetrie amorose
Informazioni su questo libro
Su un transatlantico in viaggio per New York il lettore incontra tre strani personaggi: Alice una studiosa di fisica, Jove suo eminente collega e Stella, una poetessa. Le loro voci si intersecano mostrando a poco a poco un enigmatico intreccio amoroso che diviene paradigma della fragilità dell'amore.
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Informazioni
Print ISBN
9788804477488eBook ISBN
9788852052934Paggio di Coppe
Incontrai Stella all’Hotel Algonquin. L’Hotel Algonquin; Dorothy Parker, James Thurber, “The New Yorker”, mio padre nel 1957. Si era fermato lì perché gli era sembrato così inglese e quando mi portò la prima volta a New York da bambina prenotò l’Hotel Algonquin.
Aveva chiesto la sua vecchia stanza e perfino messo in valigia una cravatta che portava spesso allora. Seta rossa a minuti pois bianchi, non disse mai chi gliela aveva regalata.
«Non dire mai tutto dell’amore.»
Come la nonna, teneva segreti allo stesso modo che altra gente tiene pesci nell’acquario. Erano un passatempo, un incantesimo, la sua collezione subacquea di cose rare e strane. Talvolta qualcosa affiorava in superficie, inaspettato, inspiegato.
Mia madre diceva: «Perché non me l’hai detto?».
Mio padre diceva: «Non c’era nulla da dire».
Sono la figlia di mio padre.
Lei e io avremmo raggiunto il luogo dell’appuntamento da lati opposti della città. La immaginavo rabbiosa, sicura di sé, pronta ad affrontarmi e battermi al mio stesso gioco. Sarebbe stata una grande battaglia con Jove per trofeo. Quando gli avevo detto che lei mi aveva scritto lui aveva deciso di andare a trovare degli amici per il fine settimana.
Avevo in tasca la sua lettera. Quella grafia meticolosa. Le indicazioni per obbedirle: “Ci incontreremo mercoledì 12 alle 6.30 del pomeriggio all’Hotel Algonquin”.
Perché aveva scelto quel posto?
Eccomi arrivata.
Ancora cinque minuti. La crudeltà del tempo.
Mi ero vestita come un guerriero: nera dall’incavo fra i seni fino a dentro le scarpe, capelli sciolti, grossi cerchi d’oro nelle orecchie, truccata con colori da guerra. Avevo un vantaggio di venti anni sull’avversario ed ero decisa a usarne ogni singolo mese.
Lei sarebbe stata grigia, segnata, sovrappeso, sciatta nel vestire. Avrebbe poeticamente indossato calzette e sandali, gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali come due pezzi da museo. Mi sembrava di vederla, capelli e carne in fuga, la speranza imprigionata dentro. L’avrei prosciugata tutta fino al bottino.
Nessun segno di lei. Il bar era una scacchiera di coppie occupate a manovrare Martini, e camerieri che reggevano in alto vassoi cromati. Mi muovevo seguendo gli angoli retti del cavallo nero, avanti e indietro attraverso le file, ma a parte alcuni uomini d’affari che mi lanciavano sguardi ammirati nessuno pareva interessarsi a me.
Ovvio che non era venuta. Ovvio che non sarebbe venuta. Era stata una guerra di nervi e io l’avevo vinta. Mi accorsi di avere un terribile male al collo. Ordinai qualcosa da bere e crollai sotto una palma in vaso.
«Posso sedermi qui?»
«Prego. Lei deve essere inglese.»
«Perché?»
«Troppo educata per essere americana.»
«Perché, gli americani non sono educati?»
«Solo se sufficientemente retribuiti.»
«I britannici non sono mai educati, non importa quanto li paghi.»
«Allora noi dobbiamo essere due profughe.»
«È probabile che io lo sia. Mio padre veniva qui. Gli piaceva molto New York. Diceva che era l’unico luogo al mondo dove un uomo potesse restare se stesso mentre sudava sette camicie per diventare qualcun altro.»
«E c’è riuscito?»
«A far cosa?»
«A diventare qualcun altro.»
«Sì. C’è riuscito.»
Restammo in silenzio. Lei guardava verso la porta. Io guardavo lei. Era magra, scattante, un corpo da levriero, in quel momento semipiegato in avanti, con i muscoli della schiena disegnati sotto la camicia, bianca, inamidata, costosa. Il suo braccio sinistro sembrava la vetrina principale di Tiffany. Non riuscivo a capire come una donna potesse portare tanto argento e restarsene dritta sotto tutto quel peso.
Aveva i capelli rosso scuro, rosso corniolo, rosso cuoio con una vaporosità che in parte era dono della natura, in parte era ricercata. Ne conclusi che il suo aspetto era al tempo stesso artefatto e privo d’artificio.
«Aspetta qualcuno?» dissi.
«Lo aspettavo.» Guardò l’orologio. «Lei alloggia qui?»
«No, vivo a New York. Lavoro allo Institute for Advanced Studies. Sono venuta qui per incontrare…»
Per incontrare: per trovarmi faccia a faccia con. Per fare la conoscenza di. Per venire presentata a. Per trovare. Per fare esperienza di. Per ricevere. Per aspettare l’arrivo di. Per affrontare. Per affrontare nel conflitto.
«Sono venuta qui per incontrare…»
C’era un vento in quella stanza che strappava gli aperitivi dalle mani di chi li beveva, che disseminava qua e là le bottiglie del bar come fossero tappi di sughero, che faceva levitare i mobili e li frantumava contro muri in trance. Servitori e serviti venivano sbattuti fuori della porta a brandelli. Non restava più nulla nella stanza a parte lei e me, lei e me ipnotizzate l’una dall’altra, impossibilitate a parlare per via del vento.
Lei raccolse le sue cose e lasciammo insieme la sala distrutta. Mi toccava seguirla mentre deformava il marciapiedi sotto ai suoi piedi. Persi la consapevolezza di dove eravamo. La grata s’era chiusa di scatto. La città era un passaggio tortuoso e lei era il ratto più astuto.
Finalmente ci fermammo davanti a un locale in un quartiere squallido della città. Lei schizzò dentro e ci sedemmo a una tavola con una tovaglia a quadretti dalla grazia minacciosa, due garofani e alcuni grissini. Arrivò un ragazzo con una caraffa di vino rosso e una ciotola di olive. Ci porse il menù come se si trattasse di una cena qualunque in una giornata qualunque. Ero finita in mano ai Borgia e adesso volevano che io mangiassi.
Diedi un’occhiata al menù. IN ITALIANO IL CIBO HA UN SAPORE MIGLIORE.
«È qui che l’ho incontrato» disse lei. «Nel 1947, il giorno della mia nascita…»
Il ragazzino dormiva già da un po’ e in sogno vide arrivare una slitta carica di pellicce seguita a piedi da una banda di selvaggi bruni, andavano tutti insieme di fretta da qualche parte, parlavano una lingua che non capiva. Sentì abbaiare e piangere e da sotto la terra il fragore di acque che lottavano per non venire condotte fino al geyser attraverso tubi gelati. Si svegliò e corse al piano di sotto. Sedie e tavoli erano stati nuovamente spinti contro le pareti e la porta a due ante che dava sulla strada era spalancata. Attraverso una cortina azzurra di freddo, nelle luci arancioni, sei lupi tiravano una slitta. La coppia di guida gli si fermò a un passo dal petto, alla sua altezza. Uno dei lupi lo leccò in faccia con la sua lingua rosa come prosciutto di Parma. Adesso sarebbe stato mangiato.
«Mamma! Mamma! Mamma! Il lupo mi mangerà!»
«Eccola, Romulus» disse la signora Rossetti e il ragazzino fu sollevato al di sopra delle fauci aperte dei cani, e gli fu raccontato di Romolo e Remo, due gemelli abbandonati che erano stati allattati da una lupa e, così salvati, avevano potuto fondare la città di Roma.
Non volendo essere da meno, gli Anziani cominciarono tutti a raccontare insieme storie di eroi ebrei e di animali che li avevano aiutati: il capro di Abramo, l’asino di Balaam, il leone di Giacobbe, le api di Sansone. L’intero serraglio di Giobbe, compreso il cavallo che danzava e gridava “Ah!” fra le trombe.
«E anche il nostro Salvatore» disse la signora Rossetti, il cui contributo fu accolto da una gelida occhiataccia collettiva ancora più fredda dell’aria lì fuori. Ma quella non era una notte da mettersi a litigare e, mangiando polenta e bevendo kirsch, si convenne che Gesù poteva venire incluso in quella lista in quanto ebreo e perché accudito alla nascita da asini, pecore e cani.
Il ragazzino non aveva mai visto un neonato roseo come la lingua di un lupo.
Raccontando la storia si dimenticò di me. Io sulle prime mi ero connotata come avversario, ero poi diventata pubblico, e adesso non sembravo altro che una delle tante luci della ribalta. La scena era sua, e se c’era qualcuno per cui stava recitando, questo qualcuno era se stessa.
Era una bravissima attrice; passava con naturalezza dall’yiddish, all’italiano, al tedesco, con accenti gesti e tutto il resto, mimava ora una claque di vecchi ebrei, ora un ragazzino spaventato. Mi toccò mettere da parte il mio distacco, il mio risentimento. Quando imitò il cavallo che grida “Ah!” fra le trombe, mi ritrovai ancora una volta al fianco della nonna, al tempo di quelle visite settimanali, con le sue improponibili ciabatte, l’enorme grembiule lungo fino ai piedi, le tasche piene di mentine Polo e della sua Bibbia consunta.
Forse fu la gravità della situazione che ci spinse entrambe a ridere, per una forma di estremismo emotivo che scivola con facilità nel suo opposto. Ma era stato un sollievo per noi trovare una faccia umana dietro la maschera del mostro; la moglie mostro, l’amante mostro, e l’uomo mostro?
«Era un civettone già allora» disse Stella. «Civettava con la mamma che aveva un debole per i capelli neri e gli occhi neri, perfino nei ragazzini di sette anni.»
«Ma Jove è più giovante di te»
«Ti ha detto questo?»
«Tu sei nata nel 1940. Lui è nato nel 1947.»
«L’esatto contrario.»
E mi raccontò di quando, per undici anni di seguito, andava con la madre in questa trattoria una volta alla settimana, di sabato. Bisognava che fosse sabato. Il sabato ebraico. L’estasi del papà. La sfida della mamma. Sua figlia non era ebrea. L’ebraicità si trasmette per linea femminile. La mamma non avrebbe ceduto sua figlia alla passione del suo papà.
Madre e figlia, laiche, distinte. Il papà che chiama con un ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Simmetrie amorose
- Nota dell’autrice
- Prologo
- Il Matto
- La Torre
- Paggio di Spade
- La Stella
- Dieci di Spade
- Paggio di Coppe
- La Morte
- La Luna
- Fante di Denari
- Gli Amanti
- Giudizio
- Copyright