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Ecco un lavoro a cui non sono abituato. Sento il sangue battermi nelle tempie, ho la schiena piegata, gli occhiali sono appannati per il fiato che si condensa. Immergo lo straccio bagnato nell’acqua nera del secchio, lo stendo su uno scalino, lo passo da una parte all’altra, poi scendo allo scalino dopo, e di nuovo lo straccio nel secchio.
Uno scalino dopo l’altro. Il pianerottolo. Qui mi riposo un attimo. Mi appoggio al muro, respiro l’aria umida. Chiudo gli occhi e ascolto con un piacere infantile il rumore leggero dell’acqua del secchio, in cui affonda lentamente lo straccio.
Non sono stanco. Devo solo riprendere fiato. Mi sento pieno di energia. Il sangue scorre nelle vene. Tempie, collo, cuore, caviglie. Chiuso nel circuito del mio corpo. Mio padre faceva venire a casa il dottore una volta al mese, per prelevargli del sangue. Lo fa ancora. Così il corpo rimane fresco e giovane, mi scrive, e mi invita a fare come lui. Ma io detesto persino l’idea di una cosa del genere. Il sangue se ne sta bene nelle sue tenebre.
Buongiorno, signora Mirkin. Le sembro un po’ sporco e trascurato. No, no, non sono uscito per prendere un po’ d’aria. Non qui, comunque, sul mio pianerottolo umido. Sì, queste tracce d’acqua sono opera mia. Ho deciso di lavare le scale. Non mi crede? Guardi, guardi il secchio, e lo straccio, tra poco arriva mio figlio. Sì sì, il mio Yonatan mi viene a trovare. Ecco, signora Mirkin, nemmeno adesso mi crede. Glielo leggo negli occhi. È vero, è un po’ che non viene. Ha così poche licenze. Sa, nell’aeronautica non sono così teneri. E poi ha degli amici, e delle amiche, e Malka e Amia che lo vogliono per sé, ma questa volta viene da me. Una visita breve, ma sempre una visita.
Dice che dovrei cambiare l’acqua del secchio, forse ha ragione. Ma sono stufo di correre su e giù. Le scale comunque sono state trascurate così a lungo. Per carità, non voglio accusare nessuno. Quando ci sono solo due inquilini e per pulire chiedono così tanto… No, non ho proprio niente da dire. Solo pensavo, ecco, che mi faceva piacere dare una pulitina.
Da casa sua esce una striscia di luce, signora Mirkin, dritta sulle scale. Non le vedo gli occhi, ma riconosco quel modo di inclinare la testa, a cui corrisponde un certo sguardo. Tzila, la madre di mia moglie Malka, mi guardava allo stesso modo. Immagino che abbiate la stessa età, e veniate dallo stesso posto. La camicetta rosa, i peluzzi nel naso largo, carnoso, il cranio rosa visibile tra i ciuffi di capelli bianchi, è come se foste uscite dallo stesso stampo.
Sto pensando ad alta voce, signora, penso a che aspetto avrà mia moglie Malka, che è nata in questa terra, quando sarà vecchia. C’è stata una mutazione, dicono, una generazione di ebrei che non ha preso nulla dalle generazioni precedenti. Come se le leggi genetiche fossero state infrante, qualcosa del genere. E mia figlia Amia, come la trasformerà la vecchiaia? E i coetanei di Yonatan? E i bambini dalla carnagione dorata dei kibbutz, e i ragazzi scuri che vediamo per strada? Pare che non si possa dedurre il futuro dal passato. Come reagiranno qui questi uomini nuovi, forti, alla sclerosi che uccide, alle rughe che si scavano nella pelle, alle cateratte, alle varici delle gambe che si gonfiano.
E secondo me, signora Mirkin, quaggiù anche nella vecchiaia c’è qualcosa come un rinnovamento e una promessa. Vedrà, ci troveremo con una generazione di anziani sani che amano la vita. Ma no, non la sto prendendo in giro. Stavo solo pensando a voce alta. Forse troppo alta. Sono un po’ stanco. Non sono abituato a questo sforzo fisico. Non è lo strofinare che è duro, ma lo stare piegati a lungo. Dovevano farci di un materiale più elastico, non crede?
Forse è meglio lasciar perdere. Comunque Yonatan non starà a guardare le scale. E per favore, signora Mirkin, mi tolga di dosso quello sguardo acuminato, spaurito. Lo percepisco anche qui al buio, e mi toglie la forza; e invece ho tanto bisogno di forza per le prossime ore. Sono difficili gli incontri con mio figlio, e oggi sarà un incontro cento volte più difficile. Non sto a dirle come lo intuisco, ma anche chi non ha olfatto sentirebbe l’odore di mare forte, umido, quell’odore di vapore, di cespugli di alghe che emana dal corpo di Yonatan ogni volta che penso a lui. Ogni volta che lui è teso.
Ora rimarremo in silenzio. Non abbiamo mai parlato così a lungo. È solo perché oggi mi sento contento, sollevato e un po’ emozionato, e lei è sospettosa e curiosa, e mi fa dire cose che non vorrei dire. E allora? Ecco, adesso si aggiusterà con la mano i lembi della camicia, passerà le dita nervose sui capelli bianchi. Il suo borbottio stridulo, mi saluterà o mi manderà al diavolo. Chiuderà la porta di casa. Ecco, si è rintanata.
Riporto a fatica in casa il secchio. Dall’acqua scura mi schizzano grosse gocce sui vestiti e sugli occhiali. Vado in bagno e mi sciacquo la faccia. È piacevole. Centro il viso sulla lunga incrinatura dello specchio, che è rotto. Come sono differenti le due metà del viso. Da una parte un occhio vivace, labbra dritte, una mascella forte; dall’altra, i segni della stanchezza. Qualche ruga in più. La mascella che pende leggermente, le labbra increspate. Solo la fronte, molto alta, è uguale, e i capelli grigi, ancora folti. L’ultima volta che è venuto, Yonatan mi ha suggerito di cambiare lo specchio rotto. Non l’ho fatto. Qualche volta negli oggetti c’è una grande saggezza. Anche una leggera ironia.
Ora vado ad aprire le persiane e le finestre. Penetrano una luce pallida e l’aria fredda di marzo. Mi scuote un brivido inaspettato di gioia. Ecco, torno a vivere. Mi si è risvegliata la capacità di trarre forza dall’aria e dalla luce. Ora, nel piacevole emergere del ricordo, percepisco distintamente gli odori di tabacco e di giornali freschi di stampa nel negozio di Mary Hopkins, a Raybon. Della storia a fumetti di Hotspur che avevo comprato da lei, che parlava della sua straordinaria qualità di assorbire la forza che emanava dai raggi della luna. Perciò, quando Naaman – che è un uomo notturno – mi ha detto del suo progetto di riferire le principali attività umane durante la notte, gli ho parlato con un entusiasmo che lo ha sorpreso di quell’idea dell’energia lunare. All’inizio pensavo di averla letta in qualche giornale scientifico, ma quando mi sono ricordato da dove avevo tratto la notizia della forza straordinaria dei raggi lunari mi sono vergognato, e ho pregato Naaman di dimenticare quelle cose che gli avevo detto con una convinzione così profonda.
Tutti questi pensieri mi hanno riempito di allegria. Mi sono avvicinato subito all’armadio e ho preso la camicia che mi ha comprato Amia per il mio ultimo compleanno. Ho tolto gli spilli e l’ho sbottonata. Era piacevole il contatto della camicia nuova sul mio corpo. Davanti al grande specchio mi sono ricordato del marito di Mary, che portava il nome altisonante di Pyramus Hopkins. Durante la prima guerra mondiale era stato colpito dal gas, e gli si erano gonfiati i polmoni. Mary lo metteva fuori del negozio «a prender aria», come diceva lei. E lui stava lì seduto e spaventava i bambini col suo aspetto e con il suo rantolo. Io avevo sperato per lui che una sera Mary si dimenticasse di riportarlo dentro, e che i raggi della luna lo toccassero. Le avevo persino scritto il suggerimento su un bigliettino che le volevo mettere in mano al momento di pagare, ma poi mi era mancato il coraggio. Devo chiedere a mio padre se gli Hopkins sono ancora vivi. Avevano la sua età, e Mary era grande e forte come una nave da guerra.
Ho sorriso all’immagine nello specchio. Ho raddrizzato le spalle e mi sono aggiustato la camicia sul corpo. Poi ho chiuso con un colpetto l’anta dell’armadio, ho tolto di slancio il copriletto, l’ho un po’ sbattuto fuori della finestra. Ero leggero.
Stash guarda quello che sto facendo. Sente una certa eccitazione e non riesce a spiegarsela. Se ne sta accucciato sulla sua coperta logora, con le gambe ripiegate sotto il corpo spelacchiato. Mi siedo accanto a lui nel corridoio e sento i suoi odori, un odore di muffa umida e di orina, e un altro odore che viene a tratti, forte, di cui non conosco l’origine. Gli accarezzo il corpo magro, tremante, gli sfioro gli occhi intelligenti. Sulla pancia gli si è gonfiata una grande pustola trasparente, piena di venature. Mi pare che sia ingrossata dall’ultima volta che l’ho vista. Il medico aveva annunciato: la fine è prossima. Mentre gli passo leggermente le dita sopra la pustola gli esce dalla bocca un guaito di dolore.
Il mio umore crolla in un attimo. Sono a terra. Gli prendo la testa tra le mani, gli tasto le ossa malinconicamente sporgenti della nuca. Non avrei dovuto parlare così con la vecchia. L’avevo promesso a Malka. E Amia me l’aveva fatto giurare. Ma nel farlo ho provato un certo piacere. La dolcezza del proibito. Come si arrabbierà Malka. Ha il pelo così appiccicoso. Solo il naso è asciutto. Sembra quasi che si sbricioli al contatto. Gli alzo l’orecchio soffice, avvicino la bocca e gli sussurro una canzone, come fosse un segreto, con quella cantilena che intonava Malka quando Amia e Yonatan erano bambini: Cushi cane piccolino, sei rimasto solo poverino, apri i tuoi occhiet-ti, apri le orecchiet-te…
E stanotte, quando Yonatan se ne sarà andato, lo ammazzerò.
C’era stata la guerra.
Abitavamo a Haifa, sul monte Carmelo. Dalle nostre grandi finestre si vedeva il mare. Ma io riuscivo soltanto a vedere dei quadratini azzurri tra le strisce di carta adesiva incollate sui vetri. Malka era salita su una sedia e aveva staccato la carta. Aveva gambe lunghe e belle, ma che cominciavano già a ispessirsi. I pantaloncini corti le lasciavano una traccia rossa sulle cosce.
Era un caldo mese di giugno. Yonatan e Amia, ancora piccoli, rompevano rumorosamente la tensione che li aveva oppressi per i sei giorni della guerra, mi si agitavano intorno, si picchiavano, urlavano dalla gioia, mi guardavano con un po’ di timore, prudenti. Papà è malato. Papà non si sente bene. Non si deve disturbare papà. Il papà di Shachar, dice Yonatan, è già fuori pericolo. Tuo padre, risponde meccanicamente Malka in piedi sulla sedia, ha fatto il militare nell’esercito britannico. Ha combattuto contro i nazisti. Sì sì, fa Yonatan masticando di nascosto un pezzetto di carta adesiva, ha combattuto contro i nazisti. Amia, lunga e sottile, con i capelli rossi come Malka, saltella contenta su una gamba sola, muove il suo piedino sulle piastrelle chiare, ha combattuto contro i tassisti, canticchia, ha combattuto contro i tassisti.
Papà è malato. Papà non si sente bene. Papà è sprofondato da qualche giorno in una paura che gli paralizza la mente e gli fa venire gli occhi lucidi. Papà si sente debole. E Malka pensava che si trattasse solo di paura fisica. È cortese e premurosa. Ma trabocca di disprezzo. Quando hanno portato sua sorella Lea a passare gli ultimi momenti nella casa dei genitori, Malka è venuta soltanto dopo il funerale. E ora si ritrae anche di fronte a me. Voglio tranquillizzarla, ma non trovo le parole giuste. Ci siamo allontanati troppo, abbiamo perduto la capacità di comprenderci per cenni, e non ho la forza di addentrarmi in lunghe spiegazioni.
Yonatan si mostra all’improvviso capace di riconoscere gli aerei che sfrecciano nel cielo. Ecco un Mirage, ecco un Mystère, e un Fokker. Si muove nei corridoi di casa come un aereo da guerra, fa il verso ai bombardamenti. Ritaglia dai giornali le nuove carte geografiche e le mappe dello sviluppo dei combattimenti, e le appende in camera sua. Quando Amia aveva cercato di strapparne una, l’aveva picchiata forte. Malka era contenta. Amia aveva singhiozzato per ore, ma nessuno l’aveva consolata. Prima di allora Yonatan non l’aveva mai toccata.
Naaman aveva telefonato da Tel Aviv chiedendomi perché non mandavo i miei articoli. Avevo farfugliato qualcosa, poi avevo detto che la storia si stava scrivendo da sola in questi giorni, e non aveva bisogno di me. Si era accorto dalla mia voce che qualcosa non andava. Non glielo potevo nascondere. Mi aveva detto: è tutto passato, Myke. È una storia a lieto fine. Allora mi ero ricordato di una frase che aveva detto una volta Meir Feinberg, il padre di Malka. Com’era strano, avevano usato tutti e due le stesse identiche parole, come se si fossero messi d’accordo, solo che Meir pensava che non ci sarebbe stato lieto fine. È proibito sperare, così aveva detto una volta senza nessuna introduzione, e senza motivo apparente. Ma ora mi abbandonavo alle parole buone di Naaman con una sensazione di sollievo.
Dentro di me c’era ancora quell’oscillazione molle e senza vita, ma nel profondo era emersa una nuova, appassionata certezza. Stava per capitare un’enorme disgrazia, e ci era passata sopra. Tutte le mie previsioni adirate sulla fine di questa terra si erano dissolte. Si erano completamente rovesciate. Forse non si trattava che di un astuto trabocchetto della storia, che attendeva, paziente. Ero molto prudente: una gioia e un sollievo simili li avevo già conosciuti più di vent’anni prima, quando era finita la mia prima guerra, ma allora ero più giovane, e sapevo che mi sarei ripreso. George Elster e Alfy Haze, tutti e due miei compagni di classe, che erano tornati insieme a me a Raybon a guerra finita, si erano suicidati nel giro di una settimana. Dutch Mason, il direttore della farmacia comunale, aveva telefonato con urgenza a mio padre e gli aveva chiesto di mandarmi da lui, perché mi voleva parlare. Pensava che avessi bisogno di appoggio morale e di conforto. Perfino mio padre era quasi gentile con me in quei giorni. Ma io non avevo bisogno di aiuti e non mi sentivo in pericolo. Ero forte, e lo sapevo. Volevo che mi lasciassero in pace. Ero rimasto come assente per due anni. Poi me n’ero andato da Raybon ed ero tornato a vivere. Di quanto tempo avrei avuto bisogno questa volta?
Sprofondato nella mia poltrona, gambe e braccia abbandonate, guardavo disorientato davanti a me. Malka lavorava di buona lena. I quadratini azzurri si riunivano a poco a poco. Si preannunciava una grande luce. Le tessere del mosaico prendevano una vita e un fermento nuovi, man mano che si ricomponevano. Malka si era affacciata alla finestra e aveva detto che c’era qualcosa che si muoveva, qualcosa di piccolo, buttato sulla strada.
Quando era tornata, teneva tra le braccia un cagnolino. Era umido e caldo. Aveva appena aperto gli occhi e aveva il naso bagnato, come i nasi di tutti i cani sani del mondo. Yonatan aveva cullato un po’ il cucciolo e quando aveva visto che il mio sguardo si era improvvisamente risvegliato, me lo aveva subito porto.
Gli avevo toccato il musino nero, umidissimo, e avevo sentito un grumo scuro e pesante sciogliersi dentro di me. Il cagnolino nero mi respirava aria calda e bagnata tra le dita, e io avevo girato la testa, perché i ragazzi non si accorgessero delle mie lacrime. Yonatan scalpitava impaziente. Il cagnolino aveva cercato di tirar via la testa e aveva mugolato, perché quasi soffocava, ma io continuavo a stringergli il naso e ad assorbire in me la sua freschezza. Malka era emozionata, perché aveva visto le mie lacrime. Quell’angoscia che mi paralizzava stava scivolando via senza dolore. Malka mi si era avvicinata e mi aveva pregato di alzarmi e di andare nella camera accanto.
Amia era rimasta a una certa distanza e mi guardava incuriosita. Sono sicuro che aveva capito. Vorrei sempre chiederle che cosa aveva visto, ma non oso. Dovrei chiederle molte cose, e non lo faccio mai. In quel momento non mi interessava. Ero pieno di gioia.
Malka era furiosa, ma rimaneva in silenzio. Aveva una smorfia di disprezzo sul viso. Poi mi aveva afferrato la mano con le unghie e me l’aveva staccata dal cane. Mi ero alzato, ero uscito. Non ero arrabbiato. Quel momento di tenerezza era finito, ma per me si era aperto uno spiraglio di speranza.
Sono passati tredici anni da allora. Il tempo non scorre allo stesso modo per l’uomo e per il suo cane. Sono in grado di vedere la sua vita svolgersi inconsapevolmente accanto alla mia. Tra pochissimo ci separeremo. Ne sono quasi sorpreso. Tra di noi si è stabilita un’amicizia silenziosa, che non ha bisogno di spiegazioni. Sono triste. Io mi sentivo vivere all’interno di quel circolo che tracciava correndomi intorno con precisione. E ora, che cosa sarà di me.
I passi di qualcuno che sta salendo le scale.
Mi stacco da Stash. Non ho ancora preparato niente. Devo prendere un asciugamano, forse un lenzuolo, nel caso che voglia riposarsi un poco sul mio letto, e qualcosa di fresco da bere, e qualche dolciume che gli piace, e forse avrei dovuto comprargli un regalino. E corro tra le stanze, mi chino e raccolgo in fretta mucchietti di polvere ...