Una canzone quasi dimenticata
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Una canzone quasi dimenticata

  1. 420 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Una canzone quasi dimenticata

Informazioni su questo libro

La vita appartata che la quattordicenne Mitzy Hatcher trascorre in un tranquillo paesino del Dorset cambia completamente il giorno in cui il famoso pittore Charles Aubrey decide di trascorrere le estati lì assieme alle figlie e alla sua compagna, Celeste. Dopo aver fatto amicizia con la giovane Delphine, Mitzy si rende conto che è affascinata dal padre dell'amica, il quale, colpito dal suo aspetto selvaggio e originale, inizia a ritrarla. La famiglia Aubrey torna ogni anno e Mitzy vive in attesa del loro arrivo, ma la sua ossessione per Charles cresce fino a raggiungere il culmine nel 1939, quando la ragazza avvelena Élodie, la sorella minore di Delphine, e Celeste. La famiglia Aubrey è distrutta per sempre e Charles decide di partire per la guerra. Mitzy invece resta e, nonostante i sensi di colpa, giura a se stessa che non rivelerà mai a nessuno la verità sull'accaduto... Molti anni dopo, il giovane gallerista d'arte Zach Gilchrist si imbatte per caso in un quadro di Charles Aubrey e rimane talmente colpito dall'intensità di quei tratti che decide di andare nel Dorset per fare luce sui fatti angoscianti che caratterizzarono gli ultimi anni di vita del pittore. Dopo il successo internazionale di L'eredità segreta, Katherine Webb sceglie di dare nuovamente corpo a un romanzo sentimentale giocato su due piani temporali diversi e in cui, per tutto il corso della narrazione, aleggia un mistero inquietante. Una canzone quasi dimenticata è una storia potente, suggestiva, impetuosa come il vento che spazza la costa del Dorset: scava negli abissi di un amore tormentato che si trasforma in profonda ossessione e ci trascina in un turbine di emozioni dal quale sarà impossibile uscire se non arrivando alla fine.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804644583
eBook ISBN
9788852055928

1

Il vento era così impetuoso che lei si sentiva divisa fra due mondi, intrappolata in un sogno talmente vivido che i contorni diventavano indistinti fino a svanire. La burrasca turbinava intorno al cottage, si insinuava mugghiando giù per il camino e investiva gli alberi con la sua furia. Ma ancora più forte era lo sciabordio delle onde che si frangevano sulla spiaggia di sassi. Un rombo cupo, che proveniva dal terreno, risaliva fino a pulsare contro le ossa e sembrava esploderle dentro.
Era rimasta a sonnecchiare sulla sua sedia accanto al camino ormai spento, troppo vecchia e stanca per alzarsi e andarsene a letto. Ma il vento aveva spalancato la finestra della cucina e ora la sbatteva con una tale violenza che ogni colpo poteva essere l’ultimo. Il telaio era marcito; da anni ormai le imposte erano tenute chiuse da un cuneo di carta piegata più volte. Il rumore si intromise nel suo sogno, ridestandola, e lei si cullò nel dormiveglia mentre l’aria fredda della notte entrava a folate, indugiando ai suoi piedi come l’alta marea. Dovette alzarsi e chiudere la finestra prima che il vetro si frantumasse. Aprì gli occhi e distinse abbastanza nettamente i contorni grigi della stanza. Alta nel cielo, la luna era screziata dalle nuvole che le passavano davanti.
Si avviò in cucina, dove la tempesta stava incrostando di sale il vetro della finestra. Le ossa dei piedi, spingendo contro la pelle, le facevano male. Quando dormiva sulla sedia, si sentiva le anche e la schiena rigide come legno gonfiato, ed era faticoso rimettere le giunture in movimento. Il vento, entrando, le scompigliò i capelli e la fece rabbrividire, ma lei chiuse gli occhi per sentirne l’odore perché il profumo del mare le era così caro, così familiare... Era l’odore di tutto ciò che conosceva, l’odore della sua casa e della sua prigione, l’odore di ciò che lui era. Quando riaprì gli occhi, si sentì mancare il fiato.
Celeste era laggiù sulla scogliera, in piedi, di spalle, davanti al mare, una figura d’argento che si stagliava alla luce della luna. L’acqua della Manica era agitata e sollevava spruzzi dalle creste bianche delle onde che sferzavano il bagnasciuga. Lei sentiva delle goccioline posarsi sul suo viso, pungenti e salate. Com’era possibile che Celeste fosse là? Dopo così tanti anni, dopo essere svanita nel nulla? Eppure era lei, ne era certa. Quella lunga schiena familiare, quella spina dorsale flessuosa che scendeva nelle curve voluttuose delle anche, le braccia tese lungo i fianchi con le dita aperte. “Amo il tocco del vento che mi scorre fra le dita.” Le sue parole entravano dalla finestra come sussurrate, con quel suo strano accento. Capelli lunghi e un abito morbido che si increspava dietro di lei; la stoffa che accarezzava la linea dei fianchi, della vita e delle spalle. Poi, all’improvviso, un’immagine nitida: lui che ritrae Celeste, lo sguardo che si alza di scatto con quell’intensità sconvolgente, quell’indefettibile concentrazione. Chiuse di nuovo gli occhi e li tenne stretti. Il ricordo era al tempo stesso dolce e insopportabile.
Quando li riaprì, era ancora seduta; la finestra stava ancora sbattendo e il vento ancora entrava nella stanza. Non si era alzata, dunque? Non aveva scorto Celeste vicino alla scogliera? Non riusciva a capire se quello che aveva visto fosse reale e ora questo fosse un sogno o viceversa. Ebbe un tuffo al cuore al pensiero che Celeste fosse tornata, che avesse scoperto cos’era accaduto e che fosse alla ricerca di un colpevole. Le balenò davanti agli occhi lo sguardo fiero e rabbioso della donna che vedeva tutto, che scavava fin nel profondo di lei: e d’un tratto capì. “Una premonizione” sentì dire dalla voce di sua madre che le soffiava nell’orecchio, un suono così chiaro che si guardò intorno per vedere se Valentina si trovasse davvero lì con lei. Le ombre si posavano negli angoli della stanza, fissandola a loro volta. Sua madre aveva sempre sostenuto di possedere un dono e ne aveva spesso cercato i segni nella figlia, incoraggiando qualsiasi vaga attitudine alla premonizione. Forse, in fondo, questo era ciò che Valentina aveva sperato, perché proprio in quell’istante lei capì che qualcosa stava cambiando. Ne era certa, così come era certa della profondità del mare. Dopo tutti quei lunghi anni, ci sarebbe stato un mutamento. Stava per arrivare qualcuno. La paura la avvolse nelle sue pesanti braccia.
La luce del primo mattino entrava prepotente dalle alte vetrine della galleria, rimbalzando sul pavimento con riflessi abbaglianti. Quel sole di fine estate era ancora caldo e preannunciava una bella giornata, ma quando Zach aprì la porta principale fu colpito da una sferzata d’aria fresca che non aveva sentito fino a una settimana prima, un forte odore di umidità che preannunciava l’autunno. Fece un respiro profondo e volse il viso verso il sole per un istante. La stagione stava cambiando, portando la fine di quella pausa felice che aveva assaporato fingendo che niente sarebbe cambiato. Quello era l’ultimo giorno, poi Elise sarebbe partita.
Diede un’occhiata lungo la strada in entrambe le direzioni. Erano soltanto le otto e non c’era anima viva in quella via di Bath. La Gilchrist Gallery si trovava in un’angusta strada laterale che si diramava da Great Pulteney Street, l’arteria principale. Abbastanza vicina da essere facile da trovare, aveva pensato. Abbastanza vicina perché le persone notassero l’insegna quando, passando, davano uno sguardo da quella parte. L’indicazione era visibile, aveva controllato personalmente. Peccato che a pochi capitasse di guardare in entrambe le direzioni mentre percorrevano Great Pulteney Street. Comunque era ancora troppo presto per i clienti, si disse rassicurandosi. In fondo alla strada c’era un costante viavai di persone che avevano l’aspetto ordinato e frettoloso di chi si reca al lavoro. Il rumore attutito dei loro passi si propagava nell’aria immobile, arrivando fino a lui attraverso ombre nere e accecanti macchie di sole. Quel suono sembrava sottolineare ancora più tristemente il silenzio alla porta di Zach. Una galleria non dovrebbe fare affidamento sul rumore dei passi o sulla clientela di passaggio, rifletté. Una galleria è un posto fatto per essere scovato dalla gente giusta. Sospirò e rientrò.
La Gilchrist Gallery era stata una gioielleria prima che Zach la prendesse in affitto, quattro anni addietro. Dopo la ristrutturazione, da sotto il bancone e dietro lo zoccolo erano saltati fuori catenine e fermagli, insieme a frammenti d’oro e fili d’argento. Un giorno Zach aveva trovato perfino un gioiello infilato dietro una mensola, in una sottile fessura tra il legno e la parete. Gli era caduto sul piede con un colpetto secco quando aveva staccato il ripiano. Una piccola pietra scintillante, di assoluta purezza, che poteva essere un diamante. Zach l’aveva conservata, considerandola di buon auspicio. Forse, invece, era stata una maledizione, pensò. Avrebbe dovuto cercare il gioielliere e restituirgliela. Il negozio sembrava perfetto, situato com’era in una posizione un po’ rialzata, con grandi vetrine esposte a sudest che catturavano tutto il sole del mattino dirigendolo verso il pavimento, non sulle pareti, dove erano appese opere d’arte delicate. Perfino nei giorni bui l’interno sembrava luminoso, ed era sufficientemente spazioso perché i visitatori potessero fare un passo indietro per ammirare i pezzi più grandi dalla giusta distanza.
Non che ci fossero molti dipinti di grandi dimensioni esposti in quel momento. La settimana prima Zach aveva finalmente venduto il paesaggio di Waterman, un artista locale contemporaneo. Il quadro era rimasto appeso abbastanza a lungo perché Nick Waterman iniziasse ad agitarsi per i colori che sbiadivano, e la vendita era avvenuta appena in tempo per impedirgli di trasferire altrove l’intera collezione. Zach ridacchiò tra sé. Tre vedute dello skyline di Bath da diversi punti panoramici posti sulle colline circostanti e un paesaggio marino un po’ stucchevole con una ragazza che portava a spasso un setter rosso sulla spiaggia. Il colore del cane era l’unico elemento che lo aveva convinto ad acquistare il pezzo. Un favoloso rosso ramato, una fiammata di vita in uno scenario che per il resto era piuttosto sbiadito. Il ricavato del dipinto, equamente diviso fra galleria e artista, aveva assicurato a Zach denaro sufficiente per pagare il bollo dell’auto e tornare a usarla. Proprio quello che ci voleva per spingersi un po’ più lontano e fare qualche gita di un giorno con Elise. Erano stati alle grotte di Cheddar, a Longleat, e a fare un picnic nella Savernake Forest. Si voltò lentamente e osservò il resto della collezione, facendo scivolare lo sguardo su alcune opere, piccole ma gradevoli, di vari artisti del XX secolo, e su alcuni recenti acquerelli di pittori locali, per poi soffermarsi su ciò che era il cuore pulsante della galleria: tre schizzi di Charles Aubrey.
Zach li aveva appesi con cura, vicini, sulla parete meglio illuminata e ad altezza perfetta. Il primo era un disegno a matita dal titolo Mitzy in cerca di erbe. Il soggetto era accovacciato in modo scomposto, con le spalle rivolte all’artista e le ginocchia aperte drappeggiate dalla stoffa ordinaria della gonna. La camicetta, infilata disordinatamente in vita, si era sollevata sul didietro, lasciando scoperto un lembo di pelle. Era un disegno abbozzato con tratti rapidi e ombreggiature frettolose, eppure quella piccola parte di schiena, con la dentellatura della spina dorsale, era resa così bene che Zach non riusciva mai a resistere alla tentazione di allungare la mano, far scorrere il pollice lungo l’incavo e sentire la pelle morbida e i muscoli sodi sotto di essa. Quella leggera patina di sudore dove il sole la scaldava... La ragazza sembrava intenta a scegliere delle erbe da mettere in un cestino di vimini appoggiato a terra e, come se avvertisse lo sguardo di chi la osservava, come se in qualche modo prevedesse quel tocco non richiesto sulla sua schiena, aveva inclinato la testa verso la spalla, esponendo l’orecchio e la linea della guancia. Non si vedeva nulla dell’occhio, tranne un accenno di ciglia oltre la curva dello zigomo, eppure Zach avvertiva la consapevolezza della ragazza, sentiva quanto fosse attenta a chiunque si trovasse alle sue spalle. L’osservatore, così tanti anni dopo, o l’artista, a quel tempo? Il disegno era firmato e datato 1938.
La seconda opera era realizzata in gessetti bianchi e neri su carta color camoscio. Era un ritratto di Celeste, l’amante di Charles Aubrey. Celeste – sembrava non esistere alcuna traccia del suo cognome da nessuna parte – era di origini franco-marocchine e aveva una carnagione dorata incorniciata da una massa di capelli corvini. Il disegno ne ritraeva soltanto la testa e il collo, fermandosi alle clavicole, ma in quel piccolo spazio l’ira della donna era riportata così intensamente che Zach vedeva spesso le persone ritrarsi un poco quando osservavano il quadro per la prima volta, come se si aspettassero di essere redarguite per avere osato guardare. Zach più volte si era domandato che cosa avesse messo la donna in uno stato d’animo tanto violento, ma il fuoco nei suoi occhi suggeriva che l’artista doveva essersi trovato in seria difficoltà quando aveva scelto quel preciso momento per ritrarla. Celeste era bellissima. Tutte le donne di Aubrey lo erano state, e anche quando la loro non era una bellezza convenzionale, lui era comunque riuscito a catturare l’essenza del loro fascino nei suoi ritratti. In Celeste, però, non c’era ambiguità, con quel volto di un ovale perfetto, i grandi occhi a mandorla e una massa di capelli neri come l’inchiostro. Il suo viso e la sua espressione erano audaci, impavidi, irresistibilmente seducenti. Non c’era da stupirsi che fosse riuscita a tenere legato a sé Charles Aubrey per così tanto tempo. Più a lungo di qualsiasi altra amante lui avesse avuto.
Il terzo quadro di Aubrey era quello che Zach guardava sempre per ultimo, in modo da poterlo contemplare più a lungo. Delphine, 1938. La figlia dell’artista, all’epoca tredicenne. Era ritratta, a matita, dalle ginocchia in su con le mani intrecciate davanti a sé; indossava una camicetta con il collo alla marinara e i capelli ricci erano raccolti in una coda di cavallo. Era rivolta per tre quarti verso il padre, con le spalle rigide, quasi che le fosse stato ordinato di stare dritta. Sembrava una foto di classe, in posa, innaturale, ma intorno alla bocca della ragazza indugiava la traccia di un sorriso imbarazzato, come se fosse sorpresa dell’attenzione e inaspettatamente compiaciuta. Il sole si rifletteva nei suoi occhi e sui capelli, e con qualche lumeggiatura Aubrey era riuscito a trasmettere in modo così chiaro quel senso di incertezza, che la ragazzina sembrava pronta a muoversi da un momento all’altro, coprendosi il sorriso con la mano e distogliendo timidamente il viso. Aveva un’aria diffidente, insicura, giudiziosa; Zach la amava con una forza stupefacente, che in parte era paterna, protettiva, e in parte qualcosa di più. Il volto era ancora quello di una bambina, ma la sua espressione, i suoi occhi, tradivano le tracce della donna che sarebbe diventata. Era la personificazione dell’adolescenza, di una promessa appena fatta, della primavera in attesa di sbocciare. Zach aveva passato ore a fissare il ritratto di quella ragazzina desiderando di averla conosciuta.
Era un disegno di valore e, se soltanto fosse stato disposto a venderlo, avrebbe potuto tenere a bada per un po’ i lupi che assediavano la sua porta. Sapeva perfino come avrebbe potuto piazzarlo, l’indomani stesso, se avesse voluto...
Philip Hart, un altro grande appassionato di Aubrey; Zach lo aveva battuto a un’asta a Londra tre anni prima aggiudicandosi il disegno, e da allora Philip gli faceva visita due o tre volte all’anno per vedere se era disposto a vendere. Ma Zach non lo era, e probabilmente non lo sarebbe mai stato. Hart gli aveva offerto diciassettemila sterline durante la sua ultima visita e per la prima volta Zach aveva vacillato. Per quanto belli, avrebbe ricavato metà di quella somma per i disegni di Celeste o di Mitzy, ossia ciò che restava della sua sempre più misera collezione di opere di Aubrey. Ma Zach non voleva decidersi a separarsi da Delphine. In altri schizzi che la rappresentavano – e non ce n’erano molti – Delphine era una bambina ossuta, una figura minore, oscurata dalla presenza della sorella Élodie o della sfrontata Celeste. Ma in quel bozzetto era semplicemente lei: viva e all’apice di tutto quello che sarebbe dovuto avvenire, qualunque cosa potesse essere. Era l’unico ritratto di Delphine rimasto tra quelli che Aubrey aveva realizzato prima della sua catastrofica decisione di andare a combattere sul Continente durante la Seconda guerra mondiale.
Zach rimase fermo a guardarla, osservando le mani così ben disegnate, con le unghie corte e in ordine, e le pieghe del nastro che tratteneva i capelli. Pensava a lei come a un maschiaccio; immaginava una spazzola passata in fretta e dolorosamente nella capigliatura ribelle. Era andata sulla scogliera quella mattina alla ricerca di piume, di fiori o di qualsiasi altra cosa valesse la pena di raccogliere. Non era un maschiaccio, ma nemmeno una ragazza che si curasse in modo particolare di essere graziosa. Il vento le aveva aggrovigliato i capelli formando dei nodi che avrebbero richiesto giorni per essere sciolti e Celeste l’aveva rimproverata per non essersi messa un foulard in testa. Élodie, seduta su una sedia dietro al padre che disegnava, dondolava le gambe avanti e indietro, imbronciata per un attacco di rabbiosa gelosia. Il cuore di Delphine traboccava di orgoglio e di amore per suo padre; e mentre lui la disegnava assorto, lei continuava a pregare silenziosamente di non deluderlo. Nella luce accecante della galleria, il riflesso di Zach lo fissava dal vetro, visibile come i tratti a matita che c’erano dietro. Se si concentrava, poteva scorgere entrambe le immagini contemporaneamente: la sua espressione che si sovrapponeva a quella di lei, gli occhi di Delphine che osservavano dal viso di Zach. Non gli piaceva quello che vedeva: il suo sguardo assorto e malinconico lo faceva sembrare più vecchio dei suoi trentacinque anni, e tutt’a un tratto si sentì anziano. Non si era ancora pettinato, i capelli erano ritti a ciuffi e aveva decisamente bisogno di radersi. Per le occhiaie poteva fare ben poco. Dormiva male da settimane, da quando aveva saputo di Elise.
Si udì un gran trapestio, ed Elise scese precipitosamente le scale dall’appartamento al piano superiore, dondolandosi sulla maniglia della porta, con le guance arrossate e lunghe ciocche di capelli castani che le svolazzavano sulle spalle.
«Ehi! Ti ho detto di non dondolarti così! Sei troppo grande, Els. Finirai per scardinarla» disse Zach, afferrandola al volo e sollevandola per allontanarla dalla porta.
«Sì, papà» fece Elise, con un ampio sorriso che annullava qualsiasi cenno di rincrescimento e una risata che incombeva fra le parole. «Facciamo colazione? Sto morendo di fame!»
«Stai morendo di fame? Ma allora è grave. Okay, dammi un minuto.»
«Uno solo!» urlò Elise, e poi scese i restanti gradini fino al negozio, dove c’era abbastanza spazio per volteggiare a braccia spalancate e con i piedi che rischiavano di incrociarsi l’uno con l’altro. Zach la osservò per un istante e si sentì un nodo in gola. Erano insieme da quattro settimane ormai, e non sapeva come se la sarebbe cavata senza di lei. Elise aveva sei anni ed era sana, forte e piena di vita. Aveva gli occhi dello stesso colore di quelli di Zach, ma i suoi erano più grandi e luminosi, il bianco più bianco, sempre mutevoli, spalancati di stupore o sdegno, oppure stretti quando rideva o aveva sonno. A Elise il colore nocciola donava moltissimo. Indossava dei jeans viola strappati sulle ginocchia e un’impalpabile camicetta verde aperta su una T-shirt rosa sulla quale spiccava la foto di Gemini, il suo pony preferito della scuola di equitazione. Lei stessa aveva scattato quella foto e non era un granché. Gemini aveva sollevato il muso verso la macchina tirando indietro le orecchie e il flash aveva gettato un bagliore sinistro in un occhio, il che, secondo Zach, dava al muso una forma stranamente oblunga e un’aria arrabbiata, forse addirittura malvagia. Ma Elise amava quella maglietta, così come amava il pony. L’abbigliamento era completato da una borsetta di plastica di un giallo squillante: i colori male assortiti la facevano apparire sgargiante e deliziosa come una caramella. Ali non avrebbe approvato quell’abbinamento che Elise aveva creato da sola, ma Zach voleva assolutamente evitare di scatenare una discussione per convincerla a cambiarsi l’ultima mattina che stavano insieme.
«Come siamo sciccose stamattina, Els!» esclamò Zach.
«Grazie!» rispose lei senza fiato, continuando a fare giravolte.
Zach si rese conto che la stava fissando. Cercava di registrare ogni cosa di lei, con la consapevolezza che, la prossima volta che l’avrebbe vista, avrebbe notato una miriade di piccoli cambiamenti. Magari sarebbe diventata troppo grande per la T-shirt con quel brutto pony grigio, oppure se ne sarebbe disamorata, anche se questo sembrava improbabile. A...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Una canzone quasi dimenticata
  3. 1
  4. 2
  5. 3
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  7. 5
  8. 6
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  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. RINGRAZIAMENTI
  16. Copyright