PENSIERO BAMBINO
Sesso
I grandi ci giocano per aspettare i bambini così la pancia diventa grossa grossa e poi nasce il fratellino, però lo fanno di nascosto e tutti nudi per non sporcarsi.
Gisella, 6 anni, Verona
SANZIONI
Basta con i castighi
Regole e sanzioni: deciderle insieme, ma poi non cambiare idea.
Se vengono date delle regole è bene che siano rispettate. Non bisogna essere troppo sensibili a promesse e variazioni di umore del bambino.
Cara Maria Rita, poiché la mia bambina di 7 anni fa spesso i capricci, io e mio marito siamo costretti ad assegnarle dei castighi. Poi, però, lei si ravvede, ci fa le moine, si dimostra gentile, chiede perdono e noi togliamo, cambiamo o dilazioniamo la punizione. Mi sono accorta però che a volte la mia bambina se ne approfitta. Lei cosa ne pensa?
Maria Pia (Lecco)
Cara Maria Pia, a mio avviso è necessario mantenere il divieto e/o la sanzione che si dà a un bambino quando viene meno a un accordo. Poiché ogni dilazione, prolungamento, rimando o eliminazione dei medesimi non fanno che suggerire al bambino che l’autorità dell’adulto è manipolabile, a condizione che lui faccia, almeno in apparenza, atti di “contrizione”. Meglio pensare prima alle sanzioni, piuttosto che cambiarle poi. Non risulta, infatti, autorevole o rispettabile un’autorità clemente a oltranza, incapace di farsi rispettare o perché flessibile per assenza di convinzione, o perché sensibile a promesse e variazioni di umore del bambino. Se vengono date delle regole, è bene che siano rispettate. Il bambino si sente contenuto e sostenuto se le regole sono chiare e se non prevedono che rare e significative modifiche. Per questo, stabilite delle regole e decise delle sanzioni (e non dei castighi, parola da eliminare dal vocabolario di una buona linea educativa), è bene farle rispettare. Il bambino comprenderà, così, che per evitare le sanzioni deve accettare di rispettarle. È necessario, comunque, che i genitori si avvalgano sempre di regole pensate tenendo conto delle esigenze e delle difficoltà del bambino.
SASSI
Quei sassi tirati “a caso”
Una lettrice è sconvolta perché, mentre percorreva l’autostrada Milano-Bologna, dalla corsia opposta sono stati gettati da qualcuno contro le macchine in corsa grossi bulloni di ferro.
Cara Maria Rita, ho evitato, per miracolo, un incidente mortale. Ho avuto la prontezza di spirito di non frenare quando ho visto piovere sul parabrezza quei proiettili di ferro e me la sono cavata con una sterzata non troppo brusca. Il guidatore della macchina che veniva dietro di me, invece, ha quasi perso il controllo della vettura che è finita contro il guardrail. A bordo c’erano, anche, un’anziana donna e due bambini che, fortunatamente, se la sono cavata con qualche escoriazione e tanta paura. Dopo questa atroce avventura, io non sono più riuscita a dormire per settimane. Ho paura di andare in autostrada e, quando leggo sui giornali che ci sono ragazzi che dai cavalcavia continuano a gettare sassi sulle macchine in corsa, il mio terrore aumenta. Mi rendo conto che si tratta di un fenomeno di violenza giovanile che va prendendo piede e che, anzi, si fa sempre più grave e m’interrogo sul perché questi delinquenti tirino sassi e bulloni sulla gente inerme. Cosa li spinge a colpire? Cosa pensano e cosa vogliono dimostrare, seminando paura e morte? E cosa dire per fermare la mano di questi assassini che spesso hanno il volto dei ragazzini della porta accanto?
Anna Rita Maritali
Gentile amica, leggendo la sua lettera ho provato, come sempre di fronte alla testimonianza di chi è stato direttamente coinvolto in un evento drammatico senza averne alcuna responsabilità, un formidabile senso di impotenza. Chi ha tirato quei bulloni ha colpito a caso e poteva provocare la sua morte e quella di altre persone. Chi tira i sassi dall’alto dei cavalcavia, sulle macchine in corsa, colpisce “a caso”. Come le bombe scaricate a grappoli dagli aerei da guerra; come i proiettili dei mitra, esplosi contro un nemico che non si vede; come le pallottole senza nome del cecchino, appostato sui tetti o sulle alture di Sarajevo o nelle strade di Baghdad. Colpisce a caso come il machete d’un soldato che “deve” far fuori il nemico anche se inerme, anche se fanciullo, donna o anziano, che “deve”, con la violenza senza radici dell’odio di parte, eliminare ogni speranza di vita e di futuro. Colpisce a caso come l’epidemia che serpeggia nei campi profughi dell’Uganda e dello Zaire e uccide la madre, mentre, invece, risparmia il bambino che le piange accanto. Non sembri ardito quest’ultimo paragone tra gli effetti mortali del colera, le bombe e il caso. A legare insieme certe similitudini è proprio il destino, l’incontrollabile ineluttabilità degli eventi che sceglie “a caso” chi cadrà, chi sarà vittima e chi carnefice. Scenari di guerra e di morte che i nostri ragazzi hanno appreso e apprendono, ogni giorno, guardando la televisione. Scene di violenza che sono cibo per la loro anima e per la loro mente, a pranzo e a cena. Scene che entrano in famiglie dove spesso, per il conflitto dei genitori e dei parenti, si combatte una guerra del tutto simile. Quella dell’assenza di rispetto, di fiducia, d’amore; quella delle parole, dei maltrattamenti, della solitudine. La guerra di gente che si è scelta “a caso” e che, “a caso”, senza assumersi alcuna responsabilità per se stessa e per gli altri, continua a educare e a vivere. Si nasce a caso, si vive a caso e “il caso” non risparmia nessuno. Per questo motivo le famiglie diventano microcosmi d’aggressività maligna che partoriscono piccoli criminali armati del proiettile alla portata di tutti, sparso a terra e pronto all’uso: il sasso. Ma il caso, il destino, il fato non è più il padrone di tutti gli dei. La civiltà del diritto e dell’amore – nella quale a dominare gli eventi dannosi, tragici, a smussare gli effetti o addirittura a inibirne l’accadimento, sono stati posti il bene della conoscenza e quello della prevenzione – può e deve contenere e trasformare ciò che degenera o può farlo per mancanza di cure. In questa ottica sarebbe, perciò, necessario analizzare il significato profondo che l’atto del tirare sassi, per provocare incidenti, nasconde. Tirare i sassi, infatti, è cosa antica, simbolo di ribellione, di disprezzo e di condanna. In certi paesi islamici si lapidavano le adultere, i ladri e chi infrangeva, palesemente, le regole della comunità. Oggi, invece, i giovani palestinesi tirano i sassi per protesta, per colpire un ostacolo, per rifiutare un’imposizione, per cacciare un nemico, per respingere un’invasione. È “l’Intifada” dei poveri, è il loro dolore che si fa pietra. Così il dolore, la rabbia di tanti nostri ragazzi si fa sasso, proiettile d’odio, scagliato “a caso” per provare l’ebbrezza del “potere di seminare morte”. Come, del resto, fanno ogni giorno, da sempre, i potenti “veri”, i signori della guerra, i padroni dell’economia del mondo, i baroni della salute. Quand’ero ragazzina, in vacanza d’estate, in un paese del Lazio, c’era un ometto piccolo, diventato pazzo con la vecchiaia, che, nei giorni di plenilunio, tirava sassi alla luna. Quando gli chiedevano il perché, rispondeva immancabilmente: «Tiro all’impossibile, tiro alla luna distratta». E, poi, rideva, rideva mentre i sassi cadevano poco lontano da lui. Alcuni a vuoto, altri sulle cose, sulle case, sulle persone. A rompere e a ferire. Allora la gente scappava e il pazzo rideva. Prima reietto, ridicolizzato, negato, ora, con quel sasso in mano, si sentiva potente. Un po’ come i ragazzi del cavalcavia.
A domanda rispondo
Tornano i teppisti che tirano sassi alle auto: ma perché lo fanno?
Con tre gravi episodi nel Bresciano e nel Mantovano rispunta l’incubo dei sassi lanciati contro le auto in corsa. Con una variante: i sassi non vengono più scagliati dai cavalcavia, ma da altre auto. Sei i feriti di questo nuovo folle raid di teppisti. E tutti si domandano: ma perché lo fanno?
L’intento evidente è provocare un incidente, fare un danno che, peraltro, potrebbe essere fatale. Così un sasso lanciato nel buio è un “atto di guerra” sleale che l’imprevedibile follia di un “cecchino fuorilegge” può trasformare in tragedia. È un gioco alla “roulette russa”, ma con una pistola puntata sulla tempia degli altri. È come se il lanciatore di sassi nel buio dicesse: “Io combatto una guerra personale. Lancio i miei sassi letali come il mondo lancia le sue bombe, fa le sue guerre irragionevoli, brucia i suoi boschi, affama le genti. Esprimo la mia rabbia, la mia voglia di distruzione perché contano più della vita degli altri, più delle leggi degli uomini”. Lanciare un sasso nel buio, come un proiettile vagante che può uccidere, fa sentire queste persone proprio come i potenti del mondo, “protagoniste del destino degli altri”. Vogliono esserne, per un attimo, i padroni assoluti, vogliono provare l’ebbrezza di un potere assoluto, del quale, certamente, essi stessi sono stati vittime, della cui ferocia hanno assimilato il modello e per il quale vogliono determinare le tragedie altrui essendone “i registi”. Come se procurare la paura o la morte degli altri li esentasse dal sentirsi indifesi, colpibili, mortali come quegli ignoti cui il sasso è destinato! Così gli anonimi “lanciatori di sassi nel buio” si sentono potenti e indifferenti alla sorte di altri esseri umani. Si sentono “divinità” capaci di esercitare lo strapotere che era dato esercitare, nella mitologia greca, solo al Destino, dio di tutti gli dei. Non c’è progetto, pensiero, rivolta, protesta nei loro atti. C’è solo “anomia”, disordine interiore, distruttività, cieca violenza e angoscia di morte che si trasformano nell’impulso a dare morte per esprimersi. C’è mancanza di regole e il comportarsi secondo le norme del vivere civile non viene considerato come un valore, come una meta sociale; anzi, queste ultime vengono sostituite da mete e regole personali “devianti”, in osservanza delle quali si possono mettere in atto giochi di barbare iniziazioni, guerre e stragi, distruzioni e vandalismi che, nel mondo, come i sassi lanciati, costituiscono la cronaca quotidiana di ogni atto umano di impotenza malata in chi cerca nel potere della distruzione quel potere personale, sociale che non ha (o che vuole ottenere e mantenere a tutti i costi).
SCUOLA
PENSIERO BAMBINO
Scrivi una lettera alla maestra
Cara maestra, tu non ti devi più ammalare e non ci devi più mandare la supplente perché ci urla sempre, non ci fa muovere per andare al bagno ed è severissima. Non ride mai, sgrida i bambini tre per tre e poi rimane senza fiato perché ne sgrida troppi per volta.
Chiara, Veronica, Carlo, 9 anni
PENSIERO BAMBINO
Esami
Stamattina ho fatto gli esami della quinta elementare. Mi sono svegliata tranquilla: io non avevo nessuna paura dell’esame, ma mia nonna mi ha dato un cornetto rosso portafortuna. E con la voce tremante mi ha detto: «Auguri». Mia madre mi ha dato un panino con la cioccolata a tre strati. Mio padre, che mi ha accompagnato a scuola, guidava un po’ emozionato e distratto e, andando, ripeteva: «Non ti spaventare per l’esame: non ti spaventare!». All’entrata della scuola pure il bidello era preoccupato. Alla fine avevo paura anch’io. Ma gli esami di quinta fanno male ai bambini o ai grandi? Forse ai grandi, perché la maestra prima del tema ha detto: «Ricordate bambini che gli esami non finiscono mai».
Caterina, 10 anni
Che tormento andare a scuola!
Molti bambini vivono l’impegno quotidiano come un incubo.
Cara Maria Rita, mio figlio Oscar, 7 anni, considera andare a scuola un vero supplizio. Ogni mattina ne inventa una per non andarci e poi finisce spesso per sentirsi male. Per me e per mio marito, che dobbiamo andare a lavorare, il comportamento di Oscar è un problema. Infatti, o arriviamo tardi al lavoro o siamo costretti ad arrabbiarci con lui. Soltanto se siamo infuriati, Oscar si calma e va a scuola. Che cosa si nasconde dietro questo comportamento e come possiamo affrontare in modo sereno il problema?
Giulia (Treviso)
Cara Giulia, andare a scuola fa parte dei “distacchi”, ovvero dell’esperienza, comune a ogni bambino, di “dover” lasciare la propria casa, l’ambiente protetto della famiglia e andare nel mondo “di fuori”, del quale la scuola rappresenta il “primo avamposto riconosciuto”. Le ragioni per cui un bambino rifiuta di andare a scuola andrebbero accuratamente indagate e risolte osservando i giochi attraverso i quali egli riesce a esprimere ciò che ha dentro; ascoltando le sue parole, le sue fantasie, i suoi racconti; analizzando i suoi disegni, magari servendosi dell’aiuto di un esperto pediatra, psicologo o educatore. Infatti non so perché Oscar non vuole andare a scuola, ma il suo comportamento potrebbe essere la spia di un disagio “ansioso”. La timidezza, ovvero la paura degli altri, potrebbe, per esempio, impedire a Oscar di trovarsi a suo agio con i compagni, nel timore, forse, di non essere in grado di svolgere certi compiti o di tenere testa a certi giochi e/o a certe provocazioni e di poter essere, per questo motivo, svalutato e/o ridicolizzato dai compagni stessi o rimproverato dagli insegnanti. Da non sottovalutare l’ansia di molti bambini quando i genitori si aspettano grandi risultati dalla loro attività scolastica. Il timore di non farcela e di non ottenere la loro approvazione potrebbe essere un freno al processo di socializzazione del bambino. Restare a casa può segnalare il rifiuto di crescere. Come dire: “Per uscire ad affrontare il mondo, c’è tempo!”. Infine, la sua protesta, che rallenta i vostri tempi e vi allontana dagli impegni lavorativi, può celare la richiesta di trascorrere più tempo con voi a casa; un modo maldestro ma efficace di tenervi con lui un po’ più a lungo (specie quando una ragionevole e composta richiesta di una vostra maggiore presenza può incontrare, soltanto, “ragionevoli” e “adulti” motivi per negargliela).
Bocciato. Ma perché?
Come aiutare i ragazzi ad affrontare un fallimento scolastico.
Venire bocciato a scuola per un adolescente può non essere soltanto una sconfitta, ma diventare l’occasione per riflettere, insieme ai suoi familiari, su quale conflitto con le autorità, scolastiche e non, si nasconde dietro il suo rifiuto di studiare.
Cara Maria Rita, mio figlio Mauro, di 14 anni, è stato bocciato. Non ha fatto molto durante l’anno e ora ne paga le conseguenze. Lo vedo afflitto, spaventato, aggressivo fino alla violenza. Se la prende con i professori che, secondo lui, lo hanno perseguitato e ingiustamente punito. Che cosa posso fare?
Giulia (Siena)
Cara Giulia, suo figlio è, in questo momento, incapace di assumersi la responsabilità dei suoi problemi. La sua rivalità contro le autorità scolastiche è una maniera per sottolineare quanto sarebbe per lui necessario un chiarimento proprio su ciò che si aspetta da quelle autorità. Mauro vorrebbe essere accettato, sostenuto, promosso anche se non ha fatto niente per meritarlo. Bisogna affrontare e sconfiggere questa sua pretesa. Farlo riflettere sull’importanza delle regole, del rispetto dei tempi e delle modalità del lavoro scolastico. Niente scenate o rimbrotti; niente inutili punizioni. Dovrà ripetere l’anno e, in vacanza, cercare di capire insieme ai suoi familiari cos’è successo. Forse ha bisogno di chiarire a se stesso e alla famiglia le ragioni del suo disagio scolastico. Dietro a quel rifiuto, infatti, potrebbero esserci fantasie, rabbie, complessi d’inferiorità e conflitti con l’autorità, dubbi sulla propria crescita e capacità. E inoltre, le autorità scolastiche possono aver fallito il loro compito o essere, invece, bersaglio del rifiuto di Mauro che, magari, riversa su di loro anche disagi legati al rapporto con il padre e la madre (insomma il conflitto con i genitori e la loro autorità potrebbe essere stato “trasferito” sugli insegnanti e la loro autorità).
La vera promozione
Come affrontare una bocciatura? Se l’esperienza negativa diventa conoscenza e approfondimento, allora si è tutti promossi.
Cara Maria Rita, Luca, il nostro bambino di 12 anni, sta per essere bocciato. È intelligente, vivace, socievole, ma a scuola è un’autentica frana. Mio marito vorrebbe castigarlo e intende lasciarlo tutta l’estate a casa senza la possibilità di uscire a giocare. Io penso che questo atteggiamento sia sbagliato, anche se sono delusa poiché nostro figlio sa benissimo quanto valore noi diamo allo studio.
Antonella (Seregno)
Cara Antonella, provi a immaginare quanto Luca sia oggi deluso da se stesso. Luca sta vivendo una sconfitta legata al fatto che lo studio non è per lui un bene, un valore, un’attività in cui impegnarsi ma un peso, un motivo di dissidio con voi. Luca va a scuola perché “deve” andarci non perché lo studio costituisca uno stimolo, un obiettivo di vita per lui. È questa la vera bocciatura che riguarda gli adulti tutti: genitori, insegnanti, educatori. Quando un bambino considera la scuola una calamità; quando non ce la “fa” ad applicarsi, dietro al suo mancato impegno si celano, unitamente alle incapacità da parte degli adulti di educare, stimolare, coinvolgere, valorizzare l’attività culturale, altri disagi, rabbia, confusione, svalutazione di sé, disinteresse per ciò che fa e per ciò che quel fare significa. Il consiglio è di non essere drastici. Al contrario, di parlargli apertamente, di fargli sentire la...