Secondo la mitologia nordica, quando un uomo muore valorosamente con la spada in mano diventa uno degli immortali guerrieri di Odino, il re degli dei. Magnus Chase, sedici anni e una vita di espedienti, non avrebbe mai immaginato di morire brandendo un'arma millenaria contro un gigante deciso a carbonizzare il Ponte di Boston e migliaia di innocenti.L'ascesa al Valhalla, l'Olimpo nordico, è solo l'inizio per il giovane eroe. Tra bellicose valchirie, nerboruti guerrieri e sontuosi banchetti, Magnus sta per scoprire la sconvolgente verità: suo padre è il divino Freyr e il suo compito è ritrovare la Spada dell'Estate, scongiurando così il Ragnarok, il Giorno del Giudizio, in cui i Nove Mondi saranno distrutti e gli dei si scontreranno in battaglia con i giganti.La vita di Magnus è appena finita. Eppure è appena cominciata.Surt camminava avanti e indietro di fronte a me, schioccando la lingua in segno di disapprovazione. «Fragile» disse.«Senza spina dorsale. Un bambino.Dammi la spada di tua spontanea volontà, progenie dei Vani. Ti prometto una morte rapida.» Progenie dei Vani? Conoscevo un sacco di ottimi insulti, ma quello non l'avevo mai sentito.

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Magnus Chase e gli Dei di Asgard - 1. La spada del guerriero
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Magnus Chase e gli Dei di Asgard - 1. La spada del guerriero
Informazioni su questo libro
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1
BUONGIORNO! TU MORIRAI
Sì, lo so. Adesso leggerete di come sono morto nel modo più atroce e direte cose tipo: “Wow! Che forza, Magnus! Posso morire anch’io nel modo più atroce?”.
No. Non potete.
Non buttatevi giù dal tetto. Non correte a piedi in mezzo all’autostrada e non datevi nemmeno fuoco. Non è così che funziona. Non finirete dove sono finito io.
E poi, non vi piacerebbe essere nei miei panni. A meno che non abbiate il folle desiderio di vedere guerrieri non morti che si fanno a pezzi a vicenda, spade che mozzano il naso a giganti o elfi oscuri vestiti all’ultima moda, non prendete neanche lontanamente in considerazione l’idea di cercare la porta con le teste di lupo.
Mi chiamo Magnus Chase. Ho sedici anni. Questa è la storia di come la mia vita è andata a rotoli dopo che mi sono fatto ammazzare.
La mia giornata iniziò in modo abbastanza normale. Stavo dormendo sul marciapiede sotto un ponte del Public Garden quando un tizio mi svegliò con un calcio e disse: «Ti stanno cercando».
A proposito, erano due anni che vivevo in strada.
Alcuni di voi forse penseranno: “Oh, che tristezza”. Altri invece rideranno: “Ah ah, che sfigato!”. Ma, se mi aveste visto lì, il novantanove per cento di voi mi sarebbe passato accanto come se fossi invisibile. Avreste pensato: “Fa’ che non mi chieda dei soldi”. Vi sareste domandati se ho più anni di quelli che dimostro, perché un adolescente non potrebbe mai trovarsi nelle condizioni in cui io mi trovavo, dentro un vecchio sacco a pelo puzzolente, all’aperto, nel pieno dell’inverno di Boston. “Qualcuno dovrebbe aiutare questo povero ragazzo!” avreste concluso.
E poi avreste tirato dritto.
Pazienza. Non mi serve la vostra compassione. Sono abituato alle prese in giro. E sono decisamente abituato al fatto che la gente mi ignori. Perciò procediamo.
Il barbone che mi aveva svegliato si chiamava Blitz. Come al solito, sembrava reduce da un uragano di sporcizia. I capelli neri e crespi erano pieni di cartacce e ramoscelli. Il volto era del colore del cuoio, cosparso di chiazze di gelo. La barba ispida si arricciava in tutte le direzioni. Una patina di neve sporca incrostava l’orlo del suo impermeabile, che strusciava a terra – Blitz superava a stento il metro e mezzo di statura – e i suoi occhi erano così dilatati che le iridi sembravano fatte di sole pupille. Con quell’espressione perennemente allarmata, aveva sempre l’aria di potersi mettere a urlare da un secondo all’altro.
Strizzai gli occhi cisposi. Avevo un saporaccio di hamburger stantio in bocca. Il sacco a pelo era caldo, e non avevo nessuna voglia di uscire di lì. «Chi mi sta cercando?»
«Non lo so di preciso.» Blitz si strofinò il naso. Se l’era rotto così tante volte che ormai era fatto a zigzag, come una saetta. «Stanno distribuendo dei volantini con la tua foto e il tuo nome.»
Imprecai. Poliziotti e guardiani del parco erano una cosa che riuscivo a gestire. Scansafatiche in divisa, volontari dei servizi socialmente utili, universitari ubriachi e drogati in cerca di facili vittime sarebbero stati un risveglio tranquillo, come una colazione a base di pancake e succo d’arancia.
Ma quando qualcuno conosceva il mio nome e la mia faccia era un’altra storia. Voleva dire che mi avevano proprio preso di mira. Forse quelli del ricovero ce l’avevano con me per via dello stereo che avevo rotto a Natale. (Quelle canzoncine natalizie mi stavano facendo impazzire.) Forse una telecamera di sorveglianza mi aveva beccato l’ultima volta che avevo ripulito portafogli al Theater District. (Ehi, mi servivano i soldi per la pizza.) O forse, per quanto sembrasse improbabile, la polizia mi stava ancora cercando per interrogarmi sull’omicidio di mia madre…
Raccolsi tutte le mie cose. Ci misi tre secondi in tutto. Il sacco a pelo arrotolato stretto entrava perfettamente nel mio zaino, insieme allo spazzolino e a un cambio di biancheria e di calzini. A parte gli abiti che avevo indosso, era tutto ciò che possedevo. Con lo zaino in spalla e il cappuccio della felpa calato sugli occhi, mi confondevo facilmente nel viavai di pedoni. Boston era piena di universitari, alcuni dei quali sembravano perfino più giovani e messi peggio di me.
Mi voltai verso Blitz. «Dove hai visto questa gente con i volantini?»
«Beacon Street. Vengono da questa parte. Un bianco di mezza età e una ragazza sui sedici anni, probabilmente la figlia.»
Aggrottai la fronte. «Ma non ha senso. Chi…?»
«Non lo so, figliolo, ma ora devo andare.» Blitz strinse gli occhi al chiarore dell’alba, che stava tingendo d’arancio le finestre dei grattacieli. Per ragioni che non avevo mai capito del tutto, lui detestava la luce del giorno. Forse era il vampiro senzatetto più basso e tracagnotto del mondo. «Dovresti andare da Hearth. Sta dalle parti di Copley Square.»
Cercai di reprimere l’irritazione. Gli altri vagabondi della zona ci scherzavano sempre su, dicendo che Hearth e Blitz mi facevano da papà e da mamma, perché ora l’uno ora l’altro mi ronzavano sempre intorno.
«Grazie, me la cavo da solo» ribattei.
Blitz si mordicchiò l’unghia del pollice. «Non lo so, figliolo. Oggi no. Devi fare la massima attenzione.»
«Perché?»
Lanciò un’occhiata alle mie spalle. «Stanno arrivando.»
Mi voltai, ma non vidi nessuno. Quando mi girai di nuovo, Blitz era sparito.
Odiavo quando faceva così. Bastava un attimo e… Puf! Quel tipo era come un ninja. Un ninja-barbone-vampiro.
Avevo due opzioni: andare a Copley Square e starmene con Hearth, o puntare verso Beacon Street e cercare di identificare le persone che mi stavano cercando.
La descrizione che Blitz ne aveva dato mi incuriosiva. Un bianco di mezza età e una ragazza sui sedici anni che mi cercavano all’alba di un mattino gelido. Perché? Chi erano?
Mi spostai lentamente lungo il margine dello stagno. Quasi nessuno prendeva il sentiero sotto il ponte. Potevo costeggiare il fianco della collina e vedere chiunque si avvicinasse sul sentiero superiore, senza essere visto.
La neve copriva il terreno. Il cielo era limpido, di un azzurro quasi accecante. I rami spogli degli alberi sembravano smaltati di vetro. Il vento penetrava gli strati dei miei vestiti, ma a me non dispiaceva il freddo. Mia madre diceva che ero per metà umano e per metà orso polare.
“Maledizione, Magnus” mi rimproverai.
Dopo due anni, i miei ricordi di lei erano ancora un campo minato. Ci inciampavo per sbaglio, e tutta la mia calma esplodeva in mille pezzi.
Cercai di concentrarmi.
L’uomo e la ragazza si stavano avvicinando. L’uomo portava i capelli biondo-rossicci un po’ lunghi, fino a coprire il colletto della camicia; non tanto perché quella pettinatura gli piacesse, ma, mi sembrava, perché non si era voluto prendere la briga di tagliarli. La sua espressione sconcertata mi ricordava quella di un supplente a scuola, della serie “So che mi ha appena colpito una pallina di carta, ma non ho idea di chi me l’abbia lanciata”. Indossava un paio di scarpe eleganti, totalmente inadatte all’inverno bostoniano. I calzini erano di due marroni diversi. Pareva essersi annodato la cravatta al buio, e girando su se stesso.
La ragazza era decisamente sua figlia. Aveva gli stessi capelli folti e ondulati, solo che i suoi erano più chiari, e lei era vestita in modo molto più consono: scarponcini da neve, jeans e giacca pesante, con una maglietta arancione che spuntava dalla scollatura. La sua espressione era più decisa, arrabbiata. Stringeva in mano un mazzo di volantini come se fossero compiti per i quali le avevano dato un voto sbagliato.
Se stava cercando me, non volevo che mi trovasse. Faceva paura.
Non riconoscevo né lei né suo padre, ma una strana sensazione mi pungolò la nuca, simile a una calamita che cercava di attirare in superficie un ricordo molto antico.
Padre e figlia si fermarono alla biforcazione del sentiero. Si guardarono intorno quasi si fossero resi conto solo allora di trovarsi nel bel mezzo di un parco deserto, in pieno inverno, alle ore “non-esiste-e-tre-quarti”.
«Roba da non credere!» esclamò la ragazza. «Voglio strangolarlo.»
Pensando che parlasse di me, mi accovacciai un po’ di più.
Il padre sospirò. «Credo che dovremmo evitare di ucciderlo. È pur sempre tuo zio.»
«Ma… due anni?» replicò lei. «Papà, come ha potuto non dircelo per due anni?»
«Non so spiegare le azioni di Randolph. Non ho mai saputo spiegarle, Annabeth.»
Inspirai così forte, che per un attimo ebbi paura che mi sentissero. Fu come se qualcuno mi avesse staccato dal cervello la crosta di una vecchia ferita, scoprendo ricordi sanguinanti di quando avevo sei anni.
“Annabeth.” E questo significava che l’uomo dai capelli biondo rossicci era… “zio Frederick?”
Tornai con la mente all’ultimo Giorno del Ringraziamento che la nostra famiglia aveva passato insieme: io e Annabeth che ci nascondevamo in biblioteca a casa dello zio Randolph, noi che giocavamo a domino mentre gli adulti urlavano e litigavano al piano di sotto.
“Sei fortunato a vivere con la tua mamma.” Annabeth aveva impilato un’altra tessera del domino sul suo palazzo in miniatura. Era incredibilmente ben fatto, con una fila di colonne davanti, come un tempio. “Io scapperò di casa.”
Non avevo dubbi che facesse sul serio. Ero sbigottito dalla sua sicurezza.
Poi zio Frederick era comparso sulla soglia. Teneva i pugni stretti. L’espressione cupa del viso contrastava con la renna sorridente che campeggiava sul suo maglione. “Annabeth, ce ne andiamo.”
Lei mi aveva guardato. I suoi occhi grigi erano un po’ troppo truci per una bambina di prima elementare. “Stammi bene, Magnus.” E con un colpetto secco delle dita, aveva fatto crollare il tempio di tessere.
Quella era stata l’ultima volta che l’avevo vista.
Dopo, mia madre era stata categorica: “Ci terremo alla larga dai tuoi zii, soprattutto da Randolph. Non gli darò quello che vuole. Mai”.
Non mi spiegò che cosa volesse Randolph, né quale fosse il motivo del litigio tra loro due e Frederick.
“Devi fidarti di me, Magnus. Frequentarli… è troppo pericoloso.”
Mi fidai di mia madre. Anche dopo la sua morte, non ebbi nessun contatto con i miei parenti.
E ora, all’improvviso, mi stavano cercando.
Randolph abitava in città, ma, per quanto ne sapevo, Frederick e Annabeth vivevano ancora in Virginia. Eppure eccoli lì, a distribuire volantini con il mio nome e con la mio foto sopra. Una mia foto? Non sapevo nemmeno come facessero ad averne una!
Mi girava così tanto la testa, che mi persi parte della loro conversazione.
«… Per trovare Magnus» stava dicendo zio Frederick. Controllò il cellulare. «Randolph è al ricovero comunale di South End. Niente, dice. Dobbiamo dare un’occhiata al ricovero per i giovani in fondo al parco.»
«Come facciamo a sapere che Magnus è ancora vivo?» chiese Annabeth, affranta. «È scomparso da due anni! Potrebbe essere morto di freddo in un fosso chissà dove!»
In parte ero tentato di saltare fuori dal mio nascondiglio e gridare: “TA-DA!”.
Anche se non vedevo Annabeth da dieci anni, mi dispiaceva che fosse così angosciata. Ma, dopo tutto il tempo che avevo vissuto in strada, l’avevo impa...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1. Buongiorno! Tu morirai
- 2. L’uomo con il reggipetto di metallo
- 3. Non accettare passaggi da parenti sconosciuti
- 4. No, sul serio. Chi gli ha dato la patente?
- 5. Ho sempre desiderato distruggere un ponte
- 6. Fate largo agli anatroccoli, o vi prenderanno a mazzate in testa
- 7. Stai benissimo senza naso, dico davvero
- 8. Attento al Gap, e anche all’omaccione peloso con l’ascia
- 9. Sì, desidero la chiave del minibar
- 10. La mia stanza non è male
- 11. Piacere di conoscerti. Ora ti strizzerò la trachea
- 12. Almeno non devo stare dietro la capra
- 13. La patata Phil va incontro al suo destino
- 14. Quattro milioni di canali, e si vede solo Valchiria TV
- 15. Il mio video di figuracce diventa virale
- 16. Le Norne. Perché proprio le Norne?
- 17. Non li ho chiesti io, i bicipiti
- 18. Combatto un’acerrima battaglia contro le uova
- 19. Non chiamatemi Fagiolo. Mai
- 20. Passa al Lato Oscuro della Forza. Abbiamo delle merendine buonissime
- 21. Gunilla va a fuoco e non è divertente. E va bene, un pochino sì
- 22. I miei amici cadono giù da un albero
- 23. Mi riciclo
- 24. Una cosa sola dovevate fare
- 25. L’impresario delle pompe funebri mi concia in modo assurdo
- 26. Ehi, lo so che sei morto, però magari chiama
- 27. Giochiamo a frisbee con le armi da taglio!
- 28. È sempre meglio parlare in faccia alla gente (soprattutto quando non ha altro)
- 29. Un’aquila ci frega i falafel
- 30. Una mela al giorno ti farà ammazzare
- 31. Il gioco si fa pesante (e puzzolente)
- 32. Gli anni passati a giocare a Bassmasters 2000 danno finalmente i loro frutti
- 33. Il fratello di Sam si sveglia con la luna storta
- 34. La mia spada rischia di finire su eBay
- 35. Non fate mai la cacca in testa all’Arte
- 36. Largo!
- 37. Uno scoiattolo mi ricopre di insulti
- 38. Vado in panne in Volkswagen
- 39. Freya è carina. Adora i gatti!
- 40. Il mio amico si è evoluto da un… No, non riesco a dirlo
- 41. Blitz conclude un pessimo affare
- 42. Diamo una festa di pre-decapitazione con gli involtini primavera
- 43. Che la creazione di pennuti ornamentali in metallo abbia inizio!
- 44. Junior vince una borsa di lacrime
- 45. Faccio la conoscenza di Jack
- 46. A bordo della bellissima nave Pedicure
- 47. Psicanalizzo una capra
- 48. Hearthstone sviene perfino più di Jason Grace (anche se non so chi sia)
- 49. Non ti senti bene? Fa’ vedere… Ah, ecco! Hai una spada infilata nel naso
- 50. Niente spoiler. Thor è rimasto parecchio indietro con le serie TV
- 51. La famosa chiacchierata sulla trasformazione in tafano
- 52. Ho il cavallo giusto. Si chiama Stanley
- 53. Come uccidere educatamente i giganti
- 54. Perché non bisogna usare un coltello da bistecca come trampolino
- 55. La Prima Divisione Aerea dei Nani mi trascina in battaglia
- 56. Attenti al nano!
- 57. Sam schiaccia il pulsante di espulsione
- 58. Che diavolo…?
- 59. L’orrore della scuola media
- 60. Una splendida crociera omicida al tramonto
- 61. D’ora in poi, l’erica è il fiore che mi piace di meno in assoluto
- 62. Il lupetto cattivo
- 63. Detesto firmare la mia condanna a morte
- 64. Di chi è stata l’idea di rendere invulnerabile il Lupo?
- 65. Odio questa parte
- 66. Sacrifici
- 67. Ancora una volta, per un amico
- 68. Non ti comportare da nemico, amico
- 69. Oh… Ecco chi aveva fiutato Fenris nel capitolo sessantatré
- 70. Siamo sottoposti al PowerPoint del destino
- 71. Bruciamo una barca a forma di cigno (e mi sa tanto che è illegale)
- 72. Perdo una scommessa
- Epilogo
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