Erano passati quasi due anni, da quel Natale senza fede e senza Bambin Gesù. Da quel dicembre angosciato quando, dai presepi dell’intero mondo cristiano, era scomparsa la statua del Salvatore. Anni di domande, di perché, di dubbi. E una sola risposta: “Causa nostra”. Ma nessuno lo diceva a voce alta. E tutti ancora tacciono.
Il piccolo Gesù se n’era andato di sua volontà, stanco fino alla nausea dell’ipocrisia degli uomini, del clero, dei politici, dei potenti e miserabili e di tutti quelli che professano il credo nel Signore e poi razzolano da ipocriti. Ben stretti assieme, costoro formano un immenso esercito di falsi che rinforza i suoi plotoni con materiale nuovo e raffinato giorno dopo giorno, in tutto il pianeta. E ancora, giorno dopo giorno, puntualmente questi cristiani si scandalizzano del mondo feroce. Ma solo per il tempo massimo di tre giorni. Inorridiscono di fronte ai mozzatori di teste dell’Isis, ai talebani che distruggono opere d’arte, abbattono i templi della cristianità. Si indignano per i mafiosi con tanto di chiesine occultate nei covi, i politici moralisti che si scagliano contro la prostituzione e poi si fanno beccare con due puttane per volta, o con travestiti, o giovinetti, eccetera, eccetera. Si scandalizzano, giustamente, per i preti pedofili, i cardinali pedofili, i vescovi e i monsignori ricchi sfondati, con attici in capitale da settecento metri quadri. Insomma si scandalizzano per questo mondo malato e altro ancora. Forse non s’accorgono, o non vogliono accorgersi, che loro, ma è più esatto dire tutti noi messi assieme, salvo qualche eccezione, siamo in maniera più o meno spinta uguali a quelli sopra citati. Uguali e complici.
Nessuno si chiami fuori dalla scomparsa del Bambin Gesù. Non è necessario mozzargli la testa fisicamente per decapitare una persona. La quale, non certo a sua insaputa come quello della villa in Colosseo, ha decapitato altri. Tutto il mondo senza testa finché rimarrà un solo esemplare. Un esemplare umano re del mondo che, preso dal terrore di solitudine, se la taglierà lui stesso senza pensarci un attimo. Ci stiamo sterminando a parole e coltellate predicando fede, bontà e tolleranza. Basta accendere la tivù per vomitare a stomaco vuoto. Tutti bravi e buoni. Capaci, a parole, di risolvere situazioni di ogni gravità, le quali stanno peggiorando in attesa di esser risolte da quelli che dicono saperle risolvere. Intanto tagliamo teste ai nostri vicini, ai nostri lontani, a chi ci pare. E ovvio che farlo realmente è azione orrenda che abbassa l’uomo al piano inferiore delle belve, se mai realmente vi si sia innalzato al di sopra. A tal proposito sorgono parecchi dubbi. Ma decapitare moralmente, e con vigliaccheria, se non è peggio ci si avvicina.
C’era una volta un cantastorie, e per fortuna c’è ancora. In una canzone volle farci capire che nessuno si può sottrarre dal consorzio umano e dire “io non c’entro”. “La storia siamo noi” recita una strofa della sua canzone. In quelle parole l’artista ci tira le orecchie. Vuole ricordarci, visto la nostra poca memoria, che tutto quel che succede nel mondo avviene quasi sempre per causa nostra. “La storia siamo noi”. Questa frase vale pure per la guerra, che notiamo solo negli altri, che vediamo combattere dai popoli in altre nazioni. Invece, “La guerra siamo noi”. Lo si dovrebbe gridare tutti insieme, parafrasando il famoso cantautore: la guerra siamo noi.
Fatte le debite eccezioni, è piuttosto palese che non siamo buoni come ci piace far credere. E lo ribadiamo ogni giorno, se per caso qualcuno si fosse addormentato. Essere buoni esige esercizio costante fatto di esempi e atti concreti e non comporta dimenticanze o distrazioni. Affermarlo soltanto non basta. Oltretutto, per dire le bugie ci vuole buona memoria. Ma siccome di memoria ne abbiamo poca, fingiamo di esser buoni, predichiamo la bontà e di lì a qualche attimo ci smentiamo clamorosamente. Coi fatti o con la voce.
La realtà è che siamo invidiosi, rancorosi, vendicativi, ce la leghiamo al dito. Abbiamo dimenticato le parole perdono, tolleranza, carità, generosità. Siamo razzisti, xenofobi, rabbiosi, acuminati e drastici. Soprattutto contro il diverso. Chi il diverso lo tollera e lo aiuta, tiene in serbo altri capri espiatori su cui esercitarsi e dar sfogo al suo “non bene”. Peggio ancora, ci ergiamo a giudici delle azioni altrui, del male nel mondo. Notiamo la pagliuzza evangelica nella pupilla dell’immigrato e ignoriamo la ramaglia che intasa i nostri occhi.
Ormai, l’esistenza di noi umani è disumana, non c’è più il “buon combattimento” invocato da San Paolo e spesso citato da Magris nei suoi scritti. Il buon combattimento è finito da un pezzo. Anzi, forse non c’è mai stato. Ai giorni odierni prevale il “feroce combattimento” dal quale nessuno, o ben pochi, decidono di stare fuori. La parola amicizia non ha più valore, salvo in rarissime eccezioni. Si dice “un mio amico”, o il talaltro amico, più per indicare qualche conoscenza che una vera amicizia.
La vera amicizia per fortuna esiste ancora. Si palesa ogni tanto qua e là, come un mirtillo bianco, è una forma d’amore con meno tradimenti che tra un uomo e una donna. Poi c’è quella fasulla, non sincera, l’amicizia falsa in merito alla quale La Rochefoucauld fu piuttosto drastico. «Nelle disgrazie dei nostri migliori amici, c’è sempre qualcosa che non ci spiace affatto.» Questo affermò La Rochefoucauld, e aveva pienamente ragione. Siamo amici per comodità, convenienza e tornaconto futuro, ma se ai nostri pseudo amici succede qualcosa, sotto i baffi ce la ridiamo.
Un altro cantante famoso, ora non più sui palchi del mondo bensì intento a scrivere ottimi libri, lanciò a suo tempo la canzone Dio è morto. Dio non è morto, se n’è andato, ha voltato le spalle inorridito. Stomacato dall’individuo che lui stesso aveva plasmato e a cui aveva dato vita. Se n’è andato ancora in fasce, meglio dire in paglia e fieno, appena rotolato nella mangiatoia. Dio non è morto, è fuggito via, s’è nascosto agli esseri umani. A coloro che dicono di amarlo e lo massacrano. Questo era il tema di due anni orsono, quando dai presepi dell’intero pianeta era scomparsa la statua del Bambin Gesù. A chi fosse sfuggito quell’incredibile fatto, può trovarlo nel libro Una lacrima color turchese di un certo Mauro Corona, scrittore rancoroso per assenza di successo e premi letterari.
Il Natale dovrebbe essere una fiaba che accompagna la nascita del redentore e i buoni sentimenti. Questa invece è una fiaba gelida, cresciuta sulla morte dei buoni sentimenti e la fuga di Gesù. Quella volta fuggì in Egitto, coi genitori e un asino, per scampare alla furia cieca di Erode. Oggi fugge dalla furia cieca di miliardi di Erodi, ben peggiori del primo. È scappato per non vedere cosa fanno i suoi seguaci, per non sentire quello che esce dalla bocca dei suoi fedeli. Fuggirà per sempre il Bambin Gesù. Non vuol stare un minuto in più con gli uomini, se la vedano da soli, coltivando con metodo l’odio fino a loro prossima estinzione.
La guerra siamo noi. Che ammazziamo il gatto del vicino perché ha sconfinato nel nostro cortile. Che cerchiamo di fregare l’amico a ogni passo, in barba a quella parola tanto sprecata chiamata “amicizia”. Che ci teniamo il marcio dentro, come vasi canopi sigillati e muti per paura di esser inquadrati, scoperti, definiti.
La guerra siamo noi. Che tentiamo di prevaricare sul nostro prossimo, sul nostro vicino, sul nostro compagno di banco e di lavoro. Che godiamo delle disgrazie altrui, sornioni e finto contriti, mentre ci freghiamo le mani. Che consideriamo fortuna i buoni risultati e le capacità degli altri, mentre imputiamo a nemici e detrattori i nostri fallimenti. Si fallisce da soli, come soli si crepa, senza bisogno di spinte esterne. Eppure le riceviamo.
La guerra siamo noi. Che non togliamo un euro dai nostri introiti per regalarlo a chi non ha nulla, nemmeno un morso di pane.
Per fortuna nel mondo dei presepisti a stomaco pieno e anima vuota stazionano anche persone perbene. Da queste il Bambin Gesù non scapperà mai. Se lo tengono stretto al cuore, lo pregano dando continui buoni esempi. Esempi imitati da nessuno, o da ben pochi. E loro intanto rimangono nell’ombra, dove stanno bene.
Si potrebbe andare avanti una vita elencando i motivi per i quali il pargolo divino era scomparso dai presepi del mondo due anni fa. Per due natali di seguito non ci fu e la gente si era presto abituata, visto che senza di lui stava tutto l’anno. Ma questo in parte è stato già detto nel libro di quell’autore rancoroso, urgeva soltanto rammentarlo nella forma di preambolo. In realtà era una scusa per iniziare questa seconda fiaba gelida. Parabola di Natale senza luci, per molti versi l’esatto contrario della precedente.
Allora, dicevamo, erano trascorsi due natali da quando il Bambin Gesù sparì dai presepi del mondo. Non senza una certa apprensione, la gente del nobile regno cattolico si preparava alla festa. Tutti quelli già citati, di salda fede cristiana e poca memoria, pensarono ai riti sdolcinati conditi di buonismo e all’albero addobbato. Con parecchio anticipo iniziarono ad allestire i presepi. Dopo la batosta dell’ultima volta, dove tutte le statuine del santo bambino erano scomparse, volevano vedere cosa succedeva nel prossimo evento. Poteva darsi anche niente. Con ogni probabilità non capitava niente. Tutto sarebbe tornato alla normalità dei ritmi usuali, scanditi da secoli di tradizioni, campane e messe di mezzanotte. Anzi, messe delle ventuno...