Mi sveglio, apro gli occhi e lo avverto subito. Il gonfiore è meno intenso rispetto al giorno precedente, la pancia è meno tesa, ma comunque c’è. La mia irritazione, invece, è invariata.
Il giorno prima era iniziato verso le undici di mattina come un lieve e sopportabile fastidio, una sorta di sottofondo che mi aveva accompagnato durante il lavoro. Con il passare del tempo era aumentato, fino a trasformarsi in un disturbo che non potevo più ignorare: nel pomeriggio avevo dovuto chiamare a raccolta tutte le mie forze per non perdere la capacità di concentrazione e partecipare attivamente a una riunione. Prima della fine dell’incontro, tuttavia, il disagio era diventato così insopportabile che non riuscivo a pensare ad altro: non seguivo più l’andamento della discussione. Ero seduta da diverse ore, avrei voluto alzarmi, uscire e cercare di liberarmi nella toilette, ma, dovendo rimanere, mi limitai ad allentare la gonna. Era stata una buona idea: sentivo stringere attorno alla vita da almeno un’ora e provai subito un senso di sollievo. Il respiro si fece più ampio e regolare e mi sentii immediatamente meno oppressa al livello del torace. Il beneficio era durato poco, però: nelle ore successive il gonfiore non era calato, anzi, e i miei tentativi di liberarmi dall’aria erano tutti falliti.
Verso sera il fastidio era diventato talmente insopportabile che avevo dovuto telefonare all’amica con la quale avevo appuntamento: scusandomi, le avevo spiegato che non me la sentivo di andare a cena fuori e le avevo chiesto di rimandare. Quando, finalmente, ero arrivata a casa, avevo mangiucchiato senza appetito e di malavoglia un po’ di verdura, una fetta di pane, una piccola porzione di formaggio cremoso e un frutto, per poi distendermi sul letto e addormentarmi, sfinita e irritata per l’andamento della giornata.
Ora, appena sveglia e ancora nel letto, realizzo che questa sensazione di gonfiore, di tensione, comunque di fastidio addominale – a volte più intensa, a volte meno – è una costante della mia vita. Non si tratta di episodi isolati, ma di qualcosa che torna più o meno di frequente, a seconda dei periodi.
Negli ultimi sei mesi, in particolare, ho avuto questo problema spessissimo. Ovviamente, come prima causa ho pensato allo stress, confortata in questa interpretazione dalle confidenze di alcune colleghe, che mi hanno confessato di aver avuto disturbi simili in periodi di tensione. Ma perché io ne avevo sofferto anche in vacanza? Tre mesi prima avevo preso una settimana di ferie, ero andata fuori città per riposarmi e divertirmi. Benché fossi impegnata in mille svaghi e non avessi riflettuto un attimo sulle questioni lavorative, le mie giornate erano state ugualmente funestate da un gonfiore insostenibile, che a volte mi aveva causato vero e proprio dolore. Ero stata costretta a chiamare la guardia medica e a prendere degli antidolorifici, che però non mi avevano portato benefici apprezzabili. Il malessere era diventato gestibile, ma il gonfiore era rimasto. Poteva davvero trattarsi solo di stress?
L’apparato digerente è deputato alla trasformazione del cibo in sostanze adatte a venire assimilate dall’organismo e all’eliminazione delle scorie. Nelle prossime pagine ci concentreremo in particolare sull’intestino, dove il cibo, ridotto a bolo alimentare, dopo i passaggi attraverso faringe, esofago e stomaco, viene ulteriormente sminuzzato e suddiviso in componenti che possano essere assorbiti. Nell’intestino tenue (che si suddivide in duodeno, digiuno e ileo) vengono secreti molti fluidi, gli alimenti sono chimicamente scomposti e le sostanze nutritive assimilate; nell’intestino crasso (che comprende cieco, colon e retto), invece, viene riassorbita l’acqua e la flora intestinale fermenta parzialmente i componenti alimentari non digeriti né assorbiti nel tenue. Le scorie vengono infine espulse. © eveleen/Shuttestock
Tutti – da mia madre alla televisione, dai giornali a internet – sono sicuri che i disturbi addominali siano causati dall’alimentazione. Eppure questa spiegazione non mi sembra del tutto convincente. Talvolta mi è capitato di condividere la stessa cena o il pranzo con diverse persone, ma di essere l’unica ad avere problemi. In altre occasioni, invece, mangiando cibi notoriamente pesanti non ho avvertito alcun fastidio. A volte ho scelto di mangiare solo in casa per settimane per seguire una dieta semplice, priva di sughi o cibi elaborati, e ciò nonostante ho avuto giorni di gonfiore intollerabile.
Secondo alcuni amici potrei essere allergica a qualche cibo, altre persone invece parlano di intolleranze. Non ho mai capito quale sia la differenza tra allergia e intolleranza, comunque non credo di avere nessuna delle due: non ho identificato un cibo in particolare come causa dei miei fastidi. Anzi, forse uno sì: la pizza. È l’unico piatto che mi fa sicuramente stare malissimo. La temo al punto che non la ordino da anni, anche se la adoro. È tale il desiderio di mangiarla che, quando esco con gli amici, chiedo sempre a qualcuno di farmene assaggiare un pezzettino, per gustarne almeno il sapore.
Devo ammettere di non aver mai preso con sufficiente determinazione la decisione di andare a fondo di questo disturbo, ma è ora di farlo. Non posso più sopportare una giornata come quella che ho trascorso ieri. E se oggi andasse nello stesso modo? E domani, come sarà? Basta, non intendo più essere costretta a gestire la mia vita in funzione dei miei disturbi addominali.
La sveglia segna le sei e quarantacinque, devo alzarmi e fare colazione.
La colazione per me è stata a lungo nient’altro che un momento piacevole: ricordo benissimo la sensazione di calore, energia e sicurezza che provavo nel ritrovare tutta la famiglia seduta attorno al tavolo, pronta a condividere il primo pasto della giornata.
E negli anni si è trasformata in una necessità: senza prima colazione, per me era diventato impossibile andare di corpo. Si tratta di una prova da affrontare ogni mattina, dall’esito incerto, talora disastroso: so perfettamente che, se non ci riesco, mi tocca tenermi per tutto il giorno quella sensazione di fastidio addominale, di malessere. Di conseguenza, sono di pessimo umore. Tentare di andare di corpo appena sveglia porta di solito a terribili fallimenti, quindi nel tempo, dopo attente e minuziose osservazioni e innumerevoli prove, ho escogitato una serie di accorgimenti che aumentano le mie probabilità di successo.
Ho scoperto che fare colazione è essenziale, ma non sempre sufficiente. La strategia migliore è abbinarla a un’energica passeggiata di dieci-quindici minuti: così, l’esito è quasi sempre prevedibile e soddisfacente in breve tempo.
Dopo anni di prove ed errori, quindi, ecco il mio metodo pressoché infallibile: la passeggiata con doppio cappuccino! Appena alzata mi vesto in maniera sportiva, esco, raggiungo un bar e ordino due biscotti e un primo cappuccino. Finito di mangiare, mi dirigo a passo sostenuto verso un secondo bar, più vicino a casa, dove prendo un altro cappuccino. A quel punto, faccio ritorno e mi chiudo in bagno.
Nei primissimi tempi non mangiavo nulla. Poi, però, ho notato che una colazione più abbondante attiva l’intestino più rapidamente, così ho deciso di «pucciare» un cornetto nel primo cappuccino, rendendo tutto il rito più appagante. Questa aggiunta spesso era seguita da una maggiore attivazione intestinale, ma non sempre riuscivo poi ad andare di corpo. In compenso, mi capitava di ritrovarmi la pancia gonfia per tutta la giornata. Ho quindi optato per i biscotti, che si sono dimostrati lo stimolo più adatto.
Di solito questa strategia funziona. Peccato che la perfetta sincronia delle sue varie fasi sia un meccanismo fragile e che basti anche un piccolo imprevisto apparentemente insignificante per metterla a rischio. Per esempio, capita che fallisca perché manca la corrente al bar, perché piove, perché c’è troppo freddo, perché durante la passeggiata rispondo al telefono.
Scoprirlo è stato molto deludente: fino ad allora avevo considerato il rituale del doppio cappuccino con passeggiata una conferma della superiorità della mente (che si rivelava capace di controllare l’intestino) e, a un tempo, un’abitudine salutare per l’intero organismo: a quell’incedere con decisione, passo dopo passo, inspirando l’aria fresca del mattino, non si attaglia forse perfettamente l’adagio latino mens sana in corpore sano?
Purtroppo sono stata costretta a rendermi conto con sgomento che era vero esattamente il contrario: la mente non controlla un bel niente; è l’esigenza di un buon funzionamento dell’intestino ad avermi costretto a un comportamento ripetitivo, sperando di guadagnare in cambio benessere e, di conseguenza, equilibrio a livello mentale.1
Che purtroppo non sia io a controllare l’intestino, ma l’intestino me, condizionando la mia vita, lo dimostra il fatto che, se salto il rituale del doppio cappuccino, o non posso eseguirlo nella solita fascia oraria 7.30-8.30, non se ne parla nemmeno di andare di corpo per tutta la giornata o, al contrario, sono costretta a evacuare con un preavviso minimo. Qualsiasi ora è buona; l’unica avvisaglia sono forti crampi addominali.
Ovviamente, per evitare simili inconvenienti, ogni mattina mi alzo e, con meticolosità assoluta, esco per la mia passeggiata con doppio cappuccino, cercando di minimizzare qualsiasi interferenza.
Una volta, in un documentario, mi ha colpito l’affermazione che nessun mammifero in natura si nutre di latte in età adulta, a parte l’uomo. È un dato incontrovertibile quanto ovvio sul quale non riflettiamo mai. Eppure, abbiamo quotidianamente davanti agli occhi esempi di cuccioli di mammiferi che sospendono definitivamente il consumo di latte una volta svezzati: basti pensare ai cani o ai gatti domestici, ma anche ad animali da allevamento come i bovini o i conigli.
Diversamente, per l’uomo il latte animale si è rivelato un’importante fonte di sostentamento nutritivo, che ha svolto un ruolo essenziale nell’evoluzione della specie. Che sia fresco o conservato, il latte contiene infatti tutti i componenti nutrizionali necessari.
Dobbiamo alla civiltà sviluppatasi in Mesopotamia tra il 10000 e il 5000 a.C. la scoperta che nello stomaco degli ovini si cela una sostanza, la rennina, in grado di trasformare il latte in una pasta che, opportunamente trattata, si conserva a lungo. Furono poi i Sumeri, nel III millennio a.C., a utilizzare e diffondere questa lavorazione, che tuttora è alla base della preparazione di latticini e formaggi.1 È proprio la possibilità di trasformare il latte in derivati conservabili a lungo e, quindi, consumabili in tempi e luoghi diversi da quelli nei quali sono stati prodotti, a renderlo un alimento fondamentale per l’uomo, bisognoso di nutrimento anche quando, per m...