Un raffinatissimo romanzo epistolare, condotto su un doppio registro: quello in versi del poeta che scrive per lunghi mesi da una casa di cura, e quello in prosa della dolce amica che gli risponde, Elisabetta, Elis, con cui il dialogo si infittisce tra ricordi, riflessioni, e il muoversi con discrezione estrema del sentimento. Così si realizza questo nuovo libro di Silvio Ramat, Elis Island, dove la corrispondente diviene un ideale punto di approdo, un'isola sognata verso cui il poeta apre lo sguardo. E lo riapre anche, o soprattutto, condividendo le sue emozioni con Elis, sui mille rivoli e i molti territori di un passato anche remoto, poiché «la memoria aduna / i luoghi del mondo visitati». E infatti, lettera dopo lettera, si viene disegnando una geografia vastissima che va dalla Lombardia alla California da New York alla Cina o al lago di Garda, mentre in questo intenso scambio epistolare fra il poeta e l'amica letterata si affacciano i nomi e le opere di numerosi poeti e scrittori, come Stendhal o Virginia Woolf, come Carducci, Pascoli, Montale, magari intrecciati a ricordi di film celebri, come quelli di Hitchcock, o al suono di belle canzoni d'amore di un'epoca ormai lontana. Recluso, eppure attivissimo nella sua mente, il poeta che si avvia a divenire l'amico risanato è come un grande viaggiatore che recupera il passato assorbendolo nel suo incerto presente, e che ne accresce la sostanza attraverso la meditazione e gli stimoli prodotti in lui da una impareggiabile corrispondente. Ne viene un insieme di sorprendente novità poetica, con un elegantissimo tono volutamente e vagamente rétro, che conferisce all'intero poemetto un carattere di affascinante originalità espressiva.

- 140 pagine
- Italian
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Argomento
LetteraturaCategoria
PoesiaXII
Non dubito, amica, dell’indulgenza
che porti agli scrittori di Romagna
e anche a Renato Serra, sia cristiana
pietà a guidarti, o altra virtù.
Nei giorni
lenti come ora i miei, spesso m’induco
a lasciare me stesso, appassionandomi
ai casi di altre vite, specialmente
di quelle sfortunate.
E fra le molte
incontro Serra: accedo alle sue pagine
animato da sincera amicizia.
Itinerario facile? No, presto
mi allontana dalla sua lontananza
una strana uggia, finché qualcosa
d’inspiegabile non mi rappacifica
con quei fogli...
Certo, rammenti dove
– da lettore di provincia – ringrazia
Paul Fort, e di una sua ballata aduna
sulla carta i toponimi: Senlis
Nemours Jonesse Gélizy..., «nomi belli
di luoghi» e ancora delizia per noi
posterità.
«E io non cerco musica;
ma cose, che mi incantino i sensi».
Cerca le cose in Paul Fort, e le trova.
Prima e dopo, si dilunga a descrivere
una domenica mattina, aprile
del ’14, «scialbo e freddoloso»:
il piovere di un’«acqua cruda e smorta
senza un riflesso o un lividore di luce»,
lo accompagna sulla deserta via
dell’ufficio, dove ha voluto andare
anche nel dì festivo.
Lo sa bene
che questi non sono preliminari
oziosi, che non è un cerimoniale
quell’indugiare minuto – «la ghiaia
del giardinetto scolastico» e al piede
«l’erba rara e scura come d’inverno»...
Mi riuscisse, anch’io farei così.
27 marzo
Caro Silvio. Non credo di amare Serra. E comunque non dopo aver letto (un poco solo: come possibile altrimenti?) l’epistolario di Carducci. E, sì, conosco il ringraziamento per la ballata di Paul Fort: in questo momento mi pare anche di ricordare come ci ironizzò sopra Cardarelli (se non sbaglio). Crudelmente e in maniera ingiusta. Forse sono ingiusta anche io nelle preferenze, ma in lui non ritrovo nulla di quel magistero che vanta, mentre le lettere carducciane danno invece molto da riflettere sulle necessarie fratture fra allievi e maestri. Basta un suo biglietto per vaccinare contro i chiaroscuri di Serra e contro le lagne evasive di Pascoli. Ne ho letto uno ieri in mostra all’Archiginnasio (una piccola esposizione su una sconosciuta operaia della cultura ottocentesca) di semplici auguri per un matrimonio, affilato come una lama di coltello.
Bellissime quelle a Lina. Rileggile! Meglio di un romanzo (quello di cui si ostinano a incolpargli l’assenza).
Vorresti indugiare? Anche io, confesso. E invece da domani mi attende una fetta nuova di lavoro. Un week-end fra i libri e le idee da radunare. Per poi preparare gli appunti. Parlare a un pubblico sconosciuto. A volte so davvero che volevo fare un mestiere diverso. O per lo meno mi pare di saperlo (mi soccorre Luzi: «non so più quel che volli o mi fu imposto»). Ti darò notizie. Elis
XIII
A volte, amica, i calendarî scrollano
dalle ali la polvere, pretendono
che tu faccia caso a quel che non è
festività o mero compleanno
o scadenza fiscale.
Ricondurti
nei colori e nei suoni a un qualche evento
vogliono, che hai dismesso in una sacca
della memoria cieca.
E ora la vita
imita il calendario, cerca e trova
quel giorno, accantonato ma non perso:
31 marzo del Settantaquattro,
io, che ho dormito a Milano, mi accingo
dalla Malpensa ad un volo acrobatico
(il primo!) che mi porterà in America.
Otto ore dense come una storia.
Mary Poppins per tutti sullo schermo.
Acido e freddo cibo. Commozione
venata di paura. Quanto mare,
ma poi la costa della Nuova Scozia.
31 marzo, ancora neve a mucchi
per le vie di New York, fumi d’inferno
dai sotterranei. Se rimango vivo
forse è per trascrivere gli scompensi
di uno sperduto immaturo.
Ha capito
il calendario la mia lunga ferma
nell’esercito degli inerti e, perfido,
evoca i miei viaggi per tormento.
31 marzo
Caro Silvio. Ma che accadde poi il 31 marzo del Settantaquattro? La neve di New York ti tolse il desiderio di vedere? Ti sei perduto nell’aeroporto in attesa di soccorsi amicali? O sull’aereo accadde qualcosa? Magari in virtù di una di quelle hostess sospirose che sussurrano all’orecchio dei passeggeri come negli spot delle linee asiatiche? Più di trent’anni fa non eri mica indegno di sguardi! Posso testimoniarlo perfino io, con la memoria appannata da altre vicende. Non lasciare le storie a metà...
Ritorno su un vecchio argomento. Una parte di quello che sono stata o che volevo («quel che volli o mi fu imposto») l’ho scritto in due ritratti femminili del Settecento. Un libro a cui tengo molto e che ho ancora il cattivo gusto di trovare bello. Te lo manderò. Certo in queste quasi omonime non c’è la passione per il lavoro che ho sentito da subito. Passione esclusiva che richiede tagli e a volte si trasforma in tagliola: quando le amputazioni non portano da nessuna parte, se non a ottenere un poco di autonomia. Un profilo meno subordina...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Elis Island
- I. Mia cara amica, i medici m’impongono
- II. Trepida amica, la felicità
- III. A chi se non, tenera amica, a te
- IV. Paziente amica, non ti annoierò
- V. Amica, da me non troppo lontana
- VI. Amica temeraria – temeraria
- VII. Amica premurosa, sto imparandolo
- VIII. Grazie, amica, per non avermi chiesto
- IX. Amica, ti ho pensato che in stivali
- X. Il sole, amica, non ci ha abbandonato
- XI. In queste pause, amica, della vita
- XII. Non dubito, amica, dell’indulgenza
- XIII. A volte, amica, i calendarî scrollano
- XIV. È come quando, amica, a chi ci annoia
- XV. Certe cosa da nulla, amica, futili
- XVI. Dalla mia vita e dai miei versi, amica,
- XVII. Un brodo caldo, amica, in pieno luglio.
- XVIII. Se, amica, il dire “Tu m’inviti a nozze”
- XIX. Amica tentatrice, se rimuovi
- XX. Due ore, amica, di luce fulgente
- XXI. “Sconcerto”, amica: non trovo un vocabolo
- XXII. Pensa, amica, all’insolita notizia
- XXIII. Amica, invece di darti ragguagli
- XXIV. Quando lamenti, amica, le oltraggiose
- XXV. Amica, non sta in piedi un paragone
- XXVI. Quanti, amica, ne abbiamo esaminati
- XXVII. Amica, lietamente (lo confesso)
- XXVIII. Discreta nel tuo stile, amica, sappi
- XXIX. Mi tenti, dolce amica, suggerendomi
- XXX. Dubito, amica, sian di specie rara
- XXXI. Anche a te, amica, forse dà fastidio
- XXXII. Amica, finalmente una notizia!
- XXXIII. Ma ecco, amica, la contronotizia
- XXXIV. Come volesse consolarmi, amica
- XXXV. Pensieri, amica, di un giorno di festa
- XXXVI. Prendere il largo, amica: ossia fuggire
- XXXVII. Complici, amica (è una strana parola
- XXXVIII. Aria di sanatorio, amica, spira
- XXXIX. Amica, a volte non mi riconosco
- XL. Sì, amica, sono in balìa di un’angoscia
- XLI. Una postilla, amica. Alla mania
- XLII. Di quanto spazio, amica, ora dispongo
- XLIII. Nei soliloquii, amica, a cui il mio stato
- XLIV. Amica intenta ai raccolti, e già desta
- XLV. Doveva essere, amica, al suo colmo
- XLVI. Amica, è come dici: una borraccia
- XLVII. Tra gli eventi che, per vergogna, amica
- XLVIII. Succede, amica, anche a me: al solo nome
- XLIX. Guardi le date, amica? Sì, ho taciuto
- L. Procedevo (tu, amica, ne sorridi?)
- LI. No, amica, non temere: non t’infliggo
- LII. Anche sul mio orizzonte stretto, amica
- LIII. In altri tempi, amica, e in altro stato
- LIV. Quale emozione, amica! Inumidito
- LV. Tu fossi qui (ma sto parlando, amica
- LVI. La loggia, amica, non è riscaldata
- LVII. Amica, nelle fiabe che leggemmo
- LVIII. Lo so, amica, non è tanto difficile
- LIX. Riconosco i miei torti, amica, ammetto
- LX. Ma ritornando, amica, su quei versi
- LXI. Non mi è facile, amica, dar ragione
- LXII. Se, per quanto confusamente, amica
- LXIII. Ma i poeti barocchi, amica, a volte
- LXIV. Da te, amica, mi aspetto, e non da altri
- Copyright
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