
- 320 pagine
- Italian
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eBook - ePub
I racconti di Nick Adams
Informazioni su questo libro
Le storie di Nick, protagonista di questi racconti, attingono la loro sostanza narrativa alla vita stessa di Hemingway assumendo i tratti di una vicenda autobiografica drammatizzata, scontrosa e delicatamente elegiaca, dove l'esperienza di vita si sublima nell'esperienza dell'arte. Con la scoperta da parte di Philip Young di altri otto pezzi inediti, la figura di Nick Adams, uno dei più tipici protagonisti hemingwaiani, viene proposta nella sua integrità letteraria e storica, in una "significativa narrazione nella quale un indimenticabile personaggio diventa, da bambino, adolescente e poi soldato, reduce, scrittore e padre…" proiettando una nuova luce sulla personalità dell'autore.
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Informazioni
Print ISBN
9788804466444eBook ISBN
9788852068010II
PER CONTO SUO
La luce del mondo
Quando ci vide entrare dalla porta il barista alzò lo sguardo e poi abbassò le mani e mise i coperchi di vetro sui piatti degli stuzzichini.
«Dammi una birra» dissi. Il barista l’attinse, tolse la schiuma con la spatola e poi tenne il bicchiere in mano. Io misi sul banco il nichelino e lui fece scivolare la birra verso di me.
«Cosa bevi?» disse a Tom.
«Birra.»
Il barista versò la birra e tolse la schiuma e quando vide i soldi la spinse verso Tom.
«Che ti prende?» chiese Tom.
Il barista non rispose. Guardò sopra la nostra testa e disse: «Cosa bevi?» a un uomo che era entrato.
«Whisky di segale» disse l’uomo. Il barista mise sul banco la bottiglia, un bicchiere e un bicchier d’acqua.
Tom allungò la mano e tolse il coperchio di vetro dal piatto degli stuzzichini. Era una ciotola di zampetti di maiale in salamoia e c’era un coso di legno che si apriva come un paio di forbici, con due forchette di legno in fondo per infilzarli e tirarli su.
«No» disse il barista, e rimise il coperchio di vetro sul piatto. Tom tenne in mano le forbici-forchetta. «Rimettile dov’erano» disse il barista.
«Tu sai dove» disse Tom.
Il barista ficcò una mano sotto il banco, guardandoci. Io misi sul legno cinquanta cent e lui si raddrizzò.
«Cosa volevi bere?» disse.
«Birra» dissi io, e prima di mescere la birra lui scoprì entrambe le scodelle.
«I tuoi fottuti zampetti di maiale fanno schifo» disse Tom, e sputò sul pavimento quello che aveva in bocca. Il barista non disse niente. L’uomo che aveva bevuto il whisky di segale pagò e uscì senza voltarsi indietro.
«Tu fai schifo» disse il barista. «Voialtri giovinastri fate schifo.»
«Dice che facciamo schifo» mi disse Tommy.
«Senti» dissi io. «Andiamo via.»
«Voialtri giovinastri, fuori di qui, perdio» disse il barista.
«L’ho già detto io di andare via» dissi. «Non è stata un’idea tua.»
«Torneremo» disse Tommy.
«No che non tornerai» gli disse il barista.
«Spiegagli che si sbaglia» disse Tom rivolto a me.
«Dài» dissi io.
Fuori era buio pesto.
«Che razza di posto è questo?» disse Tommy.
«Non so» dissi. «Andiamo alla stazione.»
Eravamo entrati in quella città da una parte e ne stavamo uscendo dall’altra. Puzzava di pelli conciate e di tannino e di segatura in grossi mucchi. Imbruniva, quando arrivammo, e ora che era buio faceva freddo e le pozze d’acqua nella strada cominciavano a gelarsi lungo gli orli.
Giù alla stazione c’erano cinque puttane che aspettavano che arrivasse il treno, e sei uomini bianchi e quattro indiani. La sala era gremita e surriscaldata dalla stufa e piena di fumo stantio. Quando entrammo nessuno parlava e lo sportello dei biglietti era chiuso.
«Chiudete la porta, no?» disse qualcuno.
Mi guardai intorno per vedere chi aveva parlato. Era uno dei bianchi. Portava, come gli altri, calzoni tagliati sotto il ginocchio, stivali di gomma da boscaiolo e una camicia di flanella, ma era senza cappello e il suo viso era bianco e le mani bianche e sottili.
«Volete chiudere la porta, sì o no?»
«Certo» dissi io, e la chiusi.
«Grazie» disse lui. Uno degli altri uomini ridacchiò.
«Mai avuto a che fare con un cuoco?» mi disse.
«No.»
«Puoi darti da fare con questo» disse lui guardando il cuoco. «Lo gradisce.»
Il cuoco strinse le labbra e guardò da un’altra parte.
«Si passa sulle mani del succo di limone» disse l’uomo. «Per nessuna ragione al mondo le metterebbe nell’acqua dei piatti. Guarda come sono bianche.»
Una delle puttane scoppiò in una sonora risata. Era la puttana più grossa che avessi mai visto in vita mia, e la donna più grossa. E indossava uno di quegli abiti di seta che cambiano colore. C’erano altre due puttane che erano grosse quasi quanto lei, ma la grossa doveva pesare centosessanta chili. Stentavi e credere che fosse vera, quando la guardavi. Indossavano, tutt’e tre, quei vestiti di seta cangiante. Sedevano fianco a fianco sulla panca. Erano enormi. Le altre due erano puttane dall’aria assai comune, bionde ossigenate.
«Guarda le sue mani» disse l’uomo, e con la testa indicò il cuoco. La puttana rise ancora e tutto il suo corpo sussultò.
Il cuoco si voltò e le disse prontamente: «Disgustosa montagna di lardo».
Lei continuò a ridere e a sussultare.
«Oh, Gesù mio» disse. Aveva una bella voce. «Oh, mio buon Gesù.»
Le altre due puttane, quelle grosse, se ne stavano molto placide e tranquille come se non avessero tanto giudizio, ma erano grosse, grosse quasi come la più grossa. Avrebbero fatto segnare alla bilancia ben più di centodieci chili. Erano molto dignitose, le altre due.
Degli uomini, oltre il cuoco e quello che parlava, c’erano altri due tagliaboschi, uno che ascoltava, interessato ma timido, e l’altro che sembrava prepararsi a dire qualcosa, e due svedesi. Due indiani stavano seduti in fondo alla panca e uno stava in piedi contro il muro.
L’uomo che stava preparandosi a dire qualcosa mi disse sottovoce: «Dev’essere come salire sulla cima di un pagliaio».
Io risi e lo dissi a Tommy.
«Mi venga un colpo se sono mai stato in un posto come questo» disse lui. «Guarda quelle tre.» Poi intervenne il cuoco.
«Quanti anni avete, ragazzi?»
«Io novantasei e lui sessantanove» disse Tommy.
«Ah! Ah! Ah!» La puttanona si sbellicava dalle risa. Aveva una voce proprio bella. Le altre puttane non sorrisero.
«Oh, non siete capaci di essere educati?» disse il cuoco. «Chiedevo solo per essere gentile.»
«Abbiamo diciassette e diciannove anni» dissi io.
«Che ti prende?» disse Tommy rivolto a me.
«Non ti preoccupare.»
«Potete chiamarmi Alice» disse la puttanona, e riprese a sussultare.
«È il tuo nome?» chiese Tommy.
«Certo» disse lei. «Alice. Non è vero?» disse rivolta all’uomo seduto accanto al cuoco.
«Alice. È vero.»
«Bel nome ti hanno dato» disse il cuoco.
«È il mio nome vero» disse Alice.
«Come si chiamano le altre ragazze?» chiese Tom.
«Hazel e Ethel» disse Alice. Hazel e Ethel sorrisero. Non sembravano molto intelligenti.
«Come ti chiami?» dissi a una delle bionde.
«Frances» disse lei.
«Frances come?»
«Frances Wilson. A te che te ne frega?»
«E tu?» chiesi all’altra.
«Oh, non essere sfacciato» disse lei.
«Vuole solo che facciamo amicizia» disse l’uomo che aveva parlato. «Non vuoi fare amicizia?»
«No» disse l’ossigenata. «Con te no.»
«È soltanto una linguaccia» disse l’uomo. «Una linguaccia.»
La bionda guardò l’altra e scosse il capo.
«Maledetti cafoni» disse.
Alice ricominciò...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Bibliografia
- I racconti di Nick Adams
- Prefazione di Philiph Young
- I. FORESTE DEL NORD
- II. PER CONTO SUO
- III. GUERRA
- IV. RITORNO A CASA
- V. STORIE DI DUE
- Copyright