Ripensandoci adesso che Villa Felice è diventata una specie di bunker dei fiori dove, sotto l’apparenza dell’ordine costituito, covano le ceneri della passione infranta e dell’edonismo più sfrenato, quale straordinaria stagione rappresentò per noi la rivolta che, pur sapendo a fondo perduto, tentammo di realizzare!
Parteciparono tutti, nessuno escluso, come raramente avviene perché il ricorso all’azione comporta, se non l’abbandono delle abitudini, la rinuncia ai vizi e piaceri cui gli esseri umani sono tanto legati. Invece io ebbi al mio fianco gli Innominabili, gli Animali, anche le Donne. Chi in un modo, chi nell’altro, Alves, la Sirenetta, la Fanciulla-delle-Polveri-di-Cannone, la Parcheggiatrice, tutte diedero il loro contributo. Furono vicine ai maschi come soltanto le femmine sanno fare.
Esse portano il fuoco che riscalda, depongono il cibo sulla nostra pietra, ci fanno sentire più vicini alla specie. Sarà per via delle carni morbide, dei seni, dei sederi, delle guance, della pancia, dell’interno delle cosce, sarà per via della potenziale gravidanza: insieme a loro noi ci sentiamo meno soli. Oppure più soli; ma quella è una solitudine diversa, è la solitudine del lupo tra il fogliame di cui talvolta sentiamo il richiamo. Di quella specie di solitudine non si può fare a meno. Ma la tavola grande davanti alla finestra aperta, il rumore dei piatti intorno, il vino versato nei bicchieri: tutto questo ha un senso soltanto con loro.
Dopo quanto è accaduto, ci hanno diviso. Il Padiglione Margherita è diventato inaccessibile. Non le possiamo neanche avvicinare. Sappiamo che esistono, ma se qualcuna morisse, nessuno ce lo verrebbe a dire.
Siamo stati cancellati dal consorzio umano. Guardie giurate fanno il turno ventiquattr’ore su ventiquattro per sorvegliare lo svolgimento del residuo ritmo biologico al quale siamo ancora aggrappati come granchi sugli scogli. Potete togliere tutto a un uomo: dignità, educazione, sentimento. Potete renderlo simile a una larva silenziosa, eppure non riuscirete mai a privarlo del gusto di esserci, ardere e, seppure in modo abnorme e segreto, prosperare.
Durante la sfrenata repressione a cui siamo stati sottoposti, gli Innominabili hanno mostrato doti di resistenza di gran lunga superiori alle nostre.
Ricorderò per sempre ciò che vidi. I rigattieri della speranza, reclutati fra coloro che sono abituati a operare negli obitori, nelle camere mortuarie, negli studi di medicina legale, colpivano senza requie quei corpi putrescenti, spolpati dall’innaturale movimento, divorati dalla luce; colpivano stringendo i denti per incutere potenza, fare più male. Cosa ottenevano?
Le mucose si richiudevano in difesa, come teste di tartarughe dentro il guscio e quel lentissimo tornare indietro dei tessuti, quei reclinamenti invertebrati, soprattutto il silenzio cocciuto in cui tale ritirata si svolgeva, sembrava irridere la furia scalmanata dei colpi che venivano inferti, l’ansia espressiva dei volti che li vibravano.
Tutto regolare: dove la vita è in rigoglio e fa bollicine, nella forza della gioventù, nelle epoche nuove, l’esistenza stessa può essere perfino dimenticata, in nome della futura; ma i vecchi, gli storpi, i malati terminali, posti all’angolo, la rilanciano con cieca determinazione: in un polsino di camicia essi riescono a sprigionare l’energia che fa andare avanti il mondo.
Ho appreso molto dagli Innominabili; credo che, se potessi farmi riscaldare almeno un poco dalla loro fiamma, avrei la capacità di replicare ai soprusi che in questo momento sono costretto ad accettare. Essendo ritenuto il capo della sedizione, devo scontare misure speciali. Anche quando piscio mi mettono alle calcagna una specie di torvo caporale, il quale resta di guardia tutto il giorno scrutandomi con serietà.
Hic e Nunc fanno ancora parte dell’organico, ma vengono delegati a compiti minori di piccola manutenzione e vettovagliamento: privati dei caschi bianchi, dei manganelli di gomma, sembrano diventati semplici operai edili. A volte indossano cappelli costruiti con carta di giornale, s’improvvisano manovali, falegnami, imbianchini. Confrontati alle anonime guardie di oggi, anch’essi riacquistano umanità.
Del direttore Ulderigo Sciamanna non sappiamo più nulla. Probabilmente è stato trasferito in qualche sede disagiata: vogliono fargli capire che ha sbagliato a concederci troppa corda.
Padre Manara e suor Irene ce li fanno vedere sotto scorta: vengono la domenica a recitare una specie di messa in codice che nessuno di noi ascolta. Protetto dalle guardie, il sacerdote alza una croce di legno ed esclama:
PER CRISTO, IN CRISTO, CON CRISTO!
La scorta che lo circonda scuote le manette per simulare il suono della campanella.
«Tanto non capiscono niente» esclama il capo squadra.
«Non è vero» si ostina il prete.
Alla fine della cerimonia suor Irene accarezza il capo dei più sofferenti, riceve qualche mugugno; se ne va sommersa nel mare di muscoli costruiti in palestra dei poliziotti che la proteggono.
Solo Gisella continua a svolgere il suo compito più o meno come un tempo: sgombera, pulisce, tiene in ordine il Magazzino, provvede a fare il bucato, dirige la Stanza dei Materassi, da dove partì la nostra sfortunata avventura; ha un gran daffare con il nuovo cassonetto delle immondizie a ruote di gomma che le hanno assegnato. Non fa che trascinarlo da una parte all’altra dell’Istituto.
L’edificio è stato rinforzato con sbarre alle finestre, turni di guardia all’esterno. Al nostro Padiglione hanno cambiato nome: adesso si chiama Ponte. Verso cosa nessuno lo sa e men che mai oserebbe chiederlo.
I nuovi dirigenti hanno dato un giro di vite all’intero stabile. Le guardie svolgono spesso anche mansioni da infermieri: le loro facce sono uguali una all’altra, senza fisionomie riconoscibili. Le ore vengono scandite come in caserma. Regna un ordine profondo, impossibile da contrastare. È diventato difficile vivere, anche se in realtà sembra più facile perché tutti sanno quello che devono fare in ogni preciso momento della giornata.
Abbiamo una specie di uniforme grigia da ergastolani. Pare che fuori, sul cartello d’entrata, la targa non sia più quella di un tempo. Accanto a VILLA FELICE, hanno ordinato di porre la dicitura OSPEDALE PSICHIATRICO, che in passato era stata accuratamente evitata.
Ogni nostra mossa viene controllata dai sorveglianti diretti, i quali la riportano in computer tascabili. Al termine della giornata i dati acquisiti finiscono nell’hard-disk di un terminale distante da qui, forse alla Usl dalla quale dipendiamo.
Nascondo queste note in un ripostiglio segreto sotto una mattonella scheggiata che estraggo con l’unghia lunga di Vito Sassone, sopravvissuto per caso ai bombardamenti. Di positivo c’è che il mio amico Coprofago è tornato fra noi. Non avendo partecipato all’insurrezione, viene ritenuto un moderato. Una sera, poco prima che spengessero le luci, l’ho visto deporre il fagotto della biancheria all’interno dell’armadietto che gli è stato assegnato. Aveva i capelli cortissimi, il volto glabro, sembrava uscire da una lunga quarantena, ma la complessione fisica era comunque rassicurante, massiccia ed elastica allo stesso tempo. Segno che ha continuato a fare ginnastica, non ha mollato la presa. Dal suo letto, troppo piccolo per lui, mi ha salutato senza sorrisi, con il pugno chiuso.
Descrivo una giornata tipo nel nuovo regime.
La mattina sveglia alle sei e trenta. Cinque minuti per rassettare le lenzuola; chi può, fa il cubo sulla branda. Pulizia e trasferimento in Sala Refezione. Latte, pane, stando attenti a non spargere le briciole sul tavolo. Dopo aver mangiato, ci spostano nella camerata principale dove restiamo fino alle dodici e trenta quasi senza far niente.
Chi, come Moreno Stigliani, si rosicchia le unghie; chi, come il Coprofago, fa le capriole; chi piange, come Ramirez. Vito Sassone resta vicino a me, cercando di scaldarsi. I Ragazzi Down stanno sempre attaccati ai corrimano dondolandosi a vuoto. Tutti sono sbandati, affranti, delusi. Al suono della campana, andiamo a fare la seconda colazione: minestre di cavoli e patate, formaggi magri, banane. Al termine ci riportano sulle brande per il sonno pomeridiano. Se qualcuno si agita, le guardie gli mettono subito la camicia di forza trasferendolo altrove.
Ai pazienti recalcitranti vengono inferte botte da orbi. La guardia, col martello di plastica, scarica colpi sulla nuca dall’alto in basso facendo stramazzare al suolo chiunque provi a opporsi. Ho visto Vito Sassone, piegato sulle ginocchia, con le braccia dietro il collo, mentre cercava di proteggersi. La bastonata lo ha schiacciato al suolo.
Alle quindici in punto, quando non piove, veniamo sguinzagliati a piccoli gruppi nel giardino dei Pini, che fu teatro delle nostre gesta di crudeli malfattori.
È il momento più bello della giornata. Molti di noi hanno bisogno di correre per sentirsi vivi. L’Uomo-cane e l’Uomo-aquila vanno incontro agli alberi come se fossero persone. Li circondano, li annusano, baciano le foglie, si spargono il terriccio in faccia. Cercano in ogni modo di recuperare un aspetto brado.
Inoltre, stando fuori, è possibile gettare qualche rapido sguardo verso il Padiglione Margherita, sperando di cogliere, magari di sguincio, sembianze femminili. Ci sono gli interessati: Pasquale Lo Presti, dopo che fu staccato di forza dal volante della Porsche, è un uomo morto: conta solo sulla speranza di vedere un giorno negli occhi l’amata Parcheggiatrice. Il Granatiere farebbe follie per abbracciare Alves, la vivandiera di Waterloo. Io darei non so cosa per rivedere la Sirenetta. Un po’ tutti, specialmente la notte, sentiamo la mancanza della Fanciulla-delle-Polveri-di-Cannone.
In questo nuovo regime carcerario ne avremmo assoluto bisogno. Privati di tensione ideale, neutralizzati nella pace forzata, nell’ordine imposto, sentiamo crescere, per conseguenza, l’impulso sessuale. In qualche luogo nel nostro corpo, se non più nello spirito, dobbiamo pur conservare uno stemma distintivo, cullando l’illusione di dominare il tempo che passa!
La distanza non fa che accrescere il desiderio. Continuiamo a sezionare con la mente i volti delle presunte ragazze; forse anche loro, cento metri più in là, stanno facendo altrettanto. Vagheggiamo fidanzamenti, sposalizi che, se potessimo realizzare, probabilmente non ci apparirebbero così seducenti. Ma tant’è: chi pensa di poter vivere solo nella realtà è un novizio della vita.
Rinaldo Castellini il Giocatore sale sulla panchina: mano distesa sui neri sopraccigli, scruta l’orizzonte di muschio e fo...