La sera del 9 gennaio, Al Ulbrickson riunì i ragazzi nella sede e lanciò un duro monito: chiunque si fosse presentato agli allenamenti della prima squadra il lunedì successivo, disse, avrebbe dovuto «essere pronto a partecipare alla stagione di canottaggio più grandiosa e faticosa nella storia della Washington». Dopo mesi passati a parlarne, finalmente l’anno olimpico era arrivato. Ulbrickson non voleva che qualcuno sottovalutasse la posta in gioco o il prezzo disumano della partecipazione.
Quel lunedì, quando si presentò in sede e guardò la lavagna, Joe rimase sorpreso nel trovare il proprio nome tra quelli della prima barca in lizza, insieme a Shorty Hunt e Roger Morris. Dopo aver vogato in terza e quarta barca per l’intero autunno, non capiva perché tutt’a un tratto fosse stato promosso. Non era una vera promozione, in realtà. Ulbrickson aveva ricostituito alcuni equipaggi del 1935, solo in parte e in via puramente temporanea. Voleva utilizzare le prime settimane per lavorare sui fondamentali. «In generale» disse «gli uomini recepiscono meglio le indicazioni quando lavorano con compagni di squadra che conoscono.» Non appena avessero cominciato a vogare a ritmo di gara, avrebbe smantellato gli equipaggi, e i ragazzi avrebbero pensato di nuovo ognuno per sé. Di fatto, quelle assegnazioni non valevano un soldo bucato, per il momento.
E così tornarono tutti in acqua. Per il resto di gennaio e oltre, vogarono sei giorni alla settimana, a un quarto di carrello e a metà carrello, accorciando le palate per concentrarsi sulla tecnica. Si esercitarono nelle partenze. Lavorarono sulle debolezze individuali. Ogni due o tre giorni, sul lago Washington si abbattevano raffiche di neve. Quando non nevicava, le giornate erano limpide, gelide e ventose. Vogavano comunque, alcuni indossando felpe lacere, altri con un assurdo abbinamento di calzoncini e berretto di lana. Si presentò la Universal Pictures per girare un cinegiornale su di loro, casomai fosse servito per le Olimpiadi. Di tanto in tanto gareggiavano fra loro su tratte brevi. La prima barca sulla carta, quella di Joe, continuava ad arrivare terza. La terza barca continuava ad arrivare prima. Ulbrickson notò che Joe e i compagni andavano bene, poi perdevano lo swing, lo ritrovavano e lo perdevano di nuovo, anche tre volte in una sola gara. I loro attacchi erano i peggiori fra i primi tre equipaggi.
In una grigia giornata di febbraio, mentre tentava di correggere i problemi della prima barca dalla sua lancia, sempre più frustrato, Ulbrickson vide George Pocock remare da solo in lontananza. Gridò: «Stop!» ai ragazzi e lasciò girare al minimo la lancia senza distogliere gli occhi dall’inglese.
I ragazzi notarono lo sguardo distante di Ulbrickson e si girarono sui sedili per capire cosa stesse osservando. Pocock si spostava leggero sull’acqua, apparentemente senza sforzo, la barca eterea nella lieve foschia calata sul lago. Il suo corpo snello ed eretto scivolava avanti e indietro con scioltezza, senza esitazioni o impedimenti. I remi entravano e uscivano senza fare rumore, irradiando cerchi ampi e lisci sull’acqua scura intorno alla barca.
Ulbrickson afferrò il megafono, fece cenno al costruttore di avvicinarsi alla prima barca e disse: «George, di’ loro cosa sto cercando di insegnargli. Spiega cosa cerchiamo di fare qui». Pocock fece lentamente il giro della barca e parlò sottovoce a ciascun ragazzo a turno, sporgendosi appena verso la lunga imbarcazione di cedro. Poi salutò Ulbrickson e si allontanò. Erano trascorsi non più di tre minuti.
Quando Ulbrickson gridò: «Vogate!», i ragazzi partirono senza esitazioni, e d’un tratto gli attacchi e la voga erano incisivi e puliti. Da quel momento, George Pocock salì quasi tutti i giorni sulla lancia dell’allenatore, infagottato in sciarpa e soprabito, con un borsalino abbassato sulle orecchie, prendendo appunti e condividendo le sue osservazioni con Ulbrickson.
In generale, Ulbrickson era soddisfatto. Nonostante il clima difficile e il rendimento scostante della prima barca, le cose procedevano benissimo; le prove a tempo erano promettenti, per essere agli inizi della stagione. Con la nuova linfa portata dall’eccezionale equipaggio di ex matricole, si trovava ancora una volta nel dilemma di avere quasi troppo talento a disposizione. In certi momenti era difficile distinguere il buono dall’ottimo, l’ottimo dall’eccelso. Eppure, sul finire di febbraio, cominciò a farsi una chiara idea di quella che sarebbe stata la prima squadra – la squadra per Berlino –, anche se non era ancora pronto a parlarne alla stampa o ai ragazzi. Finché avessero gareggiato tra loro in condizioni di parità, probabilmente avrebbero continuato a migliorare. Almeno una cosa era evidente, comunque. Se mai una squadra della Washington fosse arrivata a solcare le acque del Langer See a Berlino quell’anno, Bobby Moch sarebbe stato seduto a poppa con un megafono fissato alla testa.
Con il suo metro e settanta e i suoi 54 chili, Moch aveva la stazza quasi perfetta per un timoniere. George Pocock, infatti, progettava le sue barche in modo che rendessero al meglio con un timoniere di 54 chili e mezzo. Andava bene anche un peso inferiore, in linea di massima, a patto che l’atleta avesse la forza necessaria a governare la barca. Come i fantini, anche molti timonieri tentavano in ogni modo di tenere basso il peso: facevano la fame, si purgavano, si allenavano in modo compulsivo, passavano ore in sauna cercando di smaltire qualche etto di troppo sudando. A volte i vogatori, se pensavano che il loro timoniere appesantisse la barca, prendevano in mano la situazione e rinchiudevano il piccolo capitano nella sauna per qualche ora. «Il classico abuso del timoniere» dirà tempo dopo un timoniere della Washington, ridendo. Nel caso di Bobby Moch, rimanere minuto non era mai stato un problema. E comunque, anche se avesse avuto qualche etto di troppo qua e là, i suoi 1300 grammi di cervello avrebbero compensato ampiamente.
Il primo compito di un timoniere è fare in modo che la barca proceda in linea retta per tutta la durata della gara. Sulle barche di Pocock, negli anni Trenta, il timone veniva controllato tirando due cavi a poppa, che culminavano in un paio di perni di legno chiamati «agugliotti», talvolta usati per aumentare la frequenza di vogata battendoli su un’asse di eucalipto australiano legata sul fianco della barca. Quando otto uomini grandi e grossi sono in costante movimento su un’imbarcazione larga 60 centimetri, con il vento che soffia e la marea o la corrente che tenta senza sosta di trascinarli fuori rotta, condurre la barca è un’impresa non da poco. Ma per un timoniere è la preoccupazione minore.
Dal momento in cui la barca è in acqua, il timoniere ne è il capitano. Deve esercitare un controllo fisico e psicologico su tutto quello che succede a bordo. I bravi timonieri conoscono i loro vogatori dentro e fuori – i loro punti di forza e di debolezza individuali – e sanno come ottenere il massimo da ciascuno in qualsiasi momento. Hanno un carattere abbastanza forte da indurre i compagni stremati a tirare fuori più energia e a sforzarsi di più, anche quando tutto sembra perduto. Hanno una conoscenza enciclopedica dei loro avversari: come conducono le gare, quando è probabile che comincino lo sprint, quando preferiscono restare in attesa. Prima di una regata, il timoniere riceve un piano di gara dall’allenatore e ha la responsabilità di portarlo a termine in maniera scrupolosa. Ma in una situazione instabile e dinamica come una gara di canottaggio, le circostanze spesso cambiano bruscamente e i piani di gara vanno gettati fuori bordo. Il timoniere, essendo l’unica persona rivolta in avanti sulla barca, può controllare la posizione degli avversari durante l’intero corso di una gara, e deve saper reagire prontamente agli sviluppi imprevisti. Quando un piano di gara non dà risultati, sta al timoniere elaborarne uno nuovo, spesso in una frazione di secondo, e comunicarlo in fretta e con vigore all’equipaggio. Spesso questo comporta tante grida ed emozioni a non finire. Nella gara che era valsa l’oro olimpico alla Cal nel 1928 ad Amsterdam, Don Blessing aveva messo in piedi, per usare le parole del «New York Times», «una delle più grandi performance di grida demoniache mai udite sul pianeta Terra … Ma con che linguaggio, con che vocabolario! Chiudendo gli occhi ci si aspettava di sentire un ultimo, crudele colpo di frusta sulla schiena dei galeotti». In breve, un buon timoniere è un misto tra un quarterback, una cheerleader e un allenatore. È capace di riflessioni profonde, astuto come una volpe, abile nel motivare, e in molti casi è la persona più tosta a bordo.
Il piccolo Bobby Moch era tutto questo, e molto di più. Era cresciuto a Montesano, una nebbiosa cittadina di boscaioli sul fiume Chehalis, nel Sudovest di Washington. Era un mondo umido e tetro, dominato da grandi alberi, grandi furgoni e grandi uomini. Sulle colline brumose alle porte della città crescevano imponenti abeti Douglas e cedri. I massicci furgoni per il trasporto del legname attraversavano la città, rombando notte e giorno sulla Highway 41 diretti alle segherie di Aberdeen. I corpulenti taglialegna, con spesse camicie di flanella e scarponi chiodati, camminavano impettiti per la strada principale, giocavano a biliardo allo Star Pool Hall il sabato sera e si sedevano al Montesano Cafe a bere litri di caffè la domenica mattina.
Il padre di Bobby, Gaston – un orologiaio e gioielliere svizzero –, non era un uomo corpulento. Era però un cittadino distinto, un membro orgoglioso del corpo volontario dei vigili del fuoco, ed era famoso per avere guidato la prima automobile da Aberdeen a Montesano, un tragitto di 20 chilometri, nel tempo sbalorditivo di un’ora e mezzo. Quando Bobby aveva cinque anni, un intervento di appendicite malriuscito per poco non gli era costato la vita. Dopo la convalescenza era rimasto basso, magrolino e malaticcio – afflitto da una grave asma – per tutti gli anni delle scuole elementari e oltre. Deciso a non lasciarsi ostacolare dalla sua fragilità e dalla sua statura, al liceo aveva tentato qualsiasi sport immaginabile, senza mai diventare un campione ma praticandoli tutti con tenacia. Quando non era riuscito a entrare nella squadra di football della scuola, lui e gli altri ragazzi il cui fisico non rientrava nei parametri richiesti si erano ritrovati su uno spiazzo libero a due passi da casa sua, in fondo a Broad Street, per giocare a un football caotico e improvvisato senza il beneficio di caschi o paracolpi. Essendo il più piccolo tra i piccoletti sullo spiazzo, Bobby veniva sempre scelto per ultimo e durante le partite passava quasi tutto il tempo con la faccia immersa nella terra, eppure anni dopo attribuirà a quell’esperienza gran parte del merito per il suo successo nella vita. «Non importa quante volte ti sbattono per terra» dirà alla figlia Marilynn. «Quello che conta è quante volte ti rialzi.» All’ultimo anno di liceo, la sua forza di volontà gli era valsa addirittura una menzione d’onore per il basket. E i 1300 grammi di materia grigia che portava nel cranio gli erano tornati molto utili in aula. Aveva finito l’anno da primo della classe, ed era stato nominato migliore studente della Montesano High nel 1932.
Quando si era iscritto alla University of Washington, aveva puntato a diventare timoniere. Come in ogni altra sua impresa, aveva dovuto lottare con le unghie e con i denti per conquistare un posto sulla poppa di una delle barche di Al Ulbrickson. Ma, una volta ottenutolo, la sua tenacia gli era valsa quasi subito la fiducia dell’allenatore. In breve tempo Ulbrickson, e con lui tutta la sede dei canottieri, aveva scoperto che l’unica occasione in cui Moch non sembrava del tutto felice e disinvolto al timone era quando la sua barca si trovava al comando. Finché vedeva un avversario davanti a sé, finché aveva qualcosa da superare, qualcuno da battere, il ragazzo era un vulcano. Nel 1935, Moch aveva brandito il megafono nella seconda squadra che si era battuta con Joe e i ragazzi del secondo anno per diventare la prima squadra di quella stagione. Il suo arrivo aveva generato scontenti. Aveva preso il posto di un ragazzo molto stimato con cui i compagni vogavano da due anni, e all’inizio si erano rifiutati di prestargli il rispetto imprescindibile per un timoniere. Questo lo aveva spinto a metterli sotto torchio. «È stato un anno difficile. Non piacevo a nessuno» dirà più avanti. «Pretendevo sempre di più, perciò mi sono fatto un sacco di nemici.» Moch teneva in riga quei ragazzi come il Simon Legree della Capanna dello zio Tom con la sua frusta. Aveva una profonda voce baritonale, sorprendente in un ragazzo così minuto, e la usava con efficacia, gridando i comandi con piena autorevolezza. Ma era anche abbastanza astuto da sapere quando allentare la pressione sull’equipaggio, quando adularli, quando supplicarli, quando scherzare con loro. A poco a poco aveva conquistato anche i nuovi compagni di squadra.
In sostanza, Bobby Moch aveva una mente brillante e sapeva come usarla. Infatti, al termine della stagione 1936 avrebbe avuto una chiave della Phi Beta Kappa da girare intorno al dito, proprio come Al Ulbrickson.
Sul finire di febbraio, mentre selezionava i ragazzi, Ulbrickson cominciò a dare più importanza al numero che assegnava alle varie barche. Joe era passato dalla prima alla seconda. Il 20 febbraio, vogando a fatica sotto una fitta nevicata e un implacabile vento da est, la seconda e la prima barca arrivarono quasi alla pari. Le speranze di Joe si riaccesero. Eppure, una settimana dopo, Ulbrickson lo retrocesse in terza barca.
Il tempo era ancora pessimo. Nonostante questo, i ragazzi vogavano quasi sempre. Si limitavano a ignorare freddo, pioggia, pioggia ghiacciata, grandine e neve. Eppure, certi giorni, il vento increspava la superficie del lago Washington al punto che qualsiasi barca sarebbe colata a picco. Le prove a tempo delle prime barche erano ancora buone malgrado il clima, anche se i miglioramenti erano più lenti di quanto Ulbrickson avrebbe sperato a quel punto. Non aveva ancora trovato una barca capace di stracciare le altre. E tra gli allenamenti al freddo e i giorni in cui non potevano vogare, i ragazzi avevano il morale sotto i piedi. «Troppe lagne» scribacchiò Ulbrickson sul suo diario il 29 febbraio.
In un pomeriggio particolarmente burrascoso d’inizio marzo, mentre i ragazzi oziavano imbronciati nella sede, George Pocock batté sulla spalla di Joe e gli chiese di salire in soffitta. Aveva qualche idea che voleva condividere con lui. In officina, Pocock si chinò sul fianco di una nuova barca da competizione e si mise ad applicare la vernice sullo scafo capovolto. Joe avvicinò un cavalletto all’altro lato della barca e si sedette di fronte all’inglese.
Pocock cominciò dicendo che stava osservando Joe da qualche tempo e che era un buon vogatore. Aveva notato qualche difetto tecnico: piegava i gomiti un po’ troppo presto durante la palata, e l’ingresso dei remi non era pulito come sarebbe stato se avesse mosso le mani alla stessa velocità dell’acqua sotto la barca. Ma non era di questo che voleva parlare.
Disse a Joe che a volte sembrava convinto di essere l’unico a bordo, come se dovesse condurre la barca fino al traguardo tutto da solo. Quando un uomo voga così, spiegò, tende ad aggredire l’acqua piuttosto che a lavorarci insieme e, peggio, non si lascia aiutare dai compagni.
Gli consigliò di vedere una gara condotta bene come una sinfonia, e se stesso come uno dei musicisti dell’orchestra. Se il membro di un’orchestra suona fuori tempo, o a un ritmo diverso, inevitabilmente rovina l’intero brano. Vale lo stesso con il canottaggio. Più importante della forza con cui un uomo voga è il modo in cui tutto ciò che fa in barca si armonizza con quello che fanno gli altri. E un uomo non può essere in armonia con i compagni se non apre loro il suo cuore. Joe doveva interessarsi al resto dell’equipaggio. Oltre a vogare, doveva dedicarsi ai compagni, anche a rischio di vedere feriti i suoi sentimenti.
Pocock fece una pausa e lo guardò negli occhi. «Se non ti piace qualcuno del tuo equipaggio, Joe, devi imparare a fartelo piacere. Deve importarti che anche lui vinca la gara, non solo tu.»
Gli disse di stare attento a non sprecare la sua occasione. Gli ricordò che aveva già imparato a vogare ignorando il dolore, la spossatezza, la voce che gli diceva che era impossibile. Significava che aveva l’opportunità di fare cose che gran parte della gente non avrebbe mai potuto fare. E concluse con un’osservazione che Joe non avrebbe mai dimenticato. «Joe, quando comincerai veramente a fidarti di quei ragazzi, sentirai esplodere dentro di te una forza di gran lunga superiore a qualsiasi cosa tu abbia mai immaginato. A volte avrai l’impressione di avere lasciato questo pianeta e di vogare tra le stelle.»
Il giorno dopo era domenica e, come faceva tutti i fine settimana da qualche tempo, Joe andò insieme a Joyce sul terreno in riva al lago Washington dove il padre stava costruendo la sua nuova casa. Il seminterrato era quasi completo, e Harry vi si era trasferito con i figli in attesa di ultimare ...