La prima decade del nuovo millennio aveva visto fatti come la caduta delle Torri Gemelle, la circolazione monetaria dell’euro e l’inizio di una delle peggiori crisi economiche mondiali.
Circa un anno e mezzo dopo lo scoppio della grande bolla immobiliare negli Stati Uniti, in un piovoso sabato pomeriggio di inizio maggio, a Borgo San Bartolomeo si celebrò il sontuoso matrimonio di “G&G”, come li chiamavano gli amici milanesi, ovvero Giulio e Gloria.
In realtà, ciò che ai più rimase impresso di quel matrimonio fu il momento in cui la zia Antigone piombò dentro la faraonica torta multistrato di panna, meringhe e frutti di bosco progettata da un famoso designer pasticcere milanese. E il fatto che il padre della sposa fosse stato appena eletto senatore.
«Mia cara, preparati con l’estintore per stasera... anzi, no!» rideva Daniela, in un attillato abito rosso fuoco, mentre Gloria allacciava il reggicalze della candida guêpière di pizzo collezione sposa.
Poi in tre, Daniela, che era la testimone, Nora e la zia Antigone la aiutarono a infilare quell’ammasso niveo di taffetà che era il suo vestito.
«Tesoro» disse Nora a sua figlia prendendole le mani, con lo sguardo lucido, «ti auguro davvero di essere felice, con Giulio.»
La zia Antigone, impacciata nel suo improbabile tailleur verde pisello con tanto di copricapo da regina Elisabetta, saltellava sullo stipite della porta e non sapeva cosa dire a sua nipote. Un “comportati bene”, al neoamministratore delegato della San Lorenzo, che tra poco sarebbe diventata “signora Aldegheri”, pareva perfino a lei fuori tempo massimo.
«Eh, ma la sposa deve farsi attendere ancora, se no, che gusto c’è?» puntualizzò frizzante Daniela, per stemperare l’atmosfera. Nonostante Gloria si fosse fatta trasportare da Giulio, durante gli anni dell’università, nel turbinio della vita milanese, Daniela, storica compagna di banco del liceo, era sempre rimasta la sua migliore amica.
La sposa, truccata e cotonata come non mai, lanciò un’ultima occhiata alla sua camera da letto. Da anni ormai alle pareti i poster di Kurt e Leo non c’erano più. Sulla scrivania, ora molto più ordinata, troneggiava una foto di lei e Giulio il giorno della sua laurea, quattro anni prima. Lei, con la corona d’alloro attorno al collo, brandiva come un trofeo una copia della tesi, mentre lui, da dietro, la cingeva con gli immancabili Ray-Ban in testa.
Così quel giorno, Achille, in completo nero e cravatta, con la rosa bianca d’ordinanza all’occhiello, aveva accompagnato sua figlia all’altare tenendola ben salda sottobraccio, quasi non volesse lasciarla andare. Ma poi la lasciò, non prima di aver scambiato un’occhiata d’intesa con Giulio, come per dire “ci siamo capiti, eh!”.
Gloria non inciampò, al contrario di quello che temeva Daniela, e il “pretino”, come ancora lo chiamava la zia Antigone, concelebrò insieme allo zio della sposa, don Agenore, che era risalito per l’occasione dalla missione kenyota.
A dire il vero, Giulio avrebbe preferito sbrigare la faccenda in un luogo più blasonato del centro, ma suo suocero aveva insistito perché si sposassero a Borgo San Bartolomeo. La villa settecentesca dove si sarebbe svolta la cena l’avevano invece scelta gli sposi, e Achille aveva voluto che ci fossero anche tutti i dipendenti della San Lorenzo e le loro famiglie. «Cosa c’è? Tanto pago io» aveva detto. Giulio aveva imparato a lasciar correre le bizzarrie di suo suocero per lisciarlo in modo da avercelo bello che ingraziato per le cose che gli interessavano davvero.
Verso le ventitré, dopo che gli antipasti erano già andati ad arricchire l’adipe, i primi transitavano nell’intestino e i secondi galleggiavano nello stomaco, un’atmosfera satolla di bottoni slacciati e palpebre assonnate riempiva le stanze della villa. Achille si alzava spesso dal suo tavolo per andare nelle altre sale dove si trovavano i suoi dipendenti. Brindisi dopo brindisi si arrancava verso il fatidico momento della torta che troneggiava, alta e immacolata, accanto al tavolo degli sposi. In molti si erano alzati per sgranchirsi le gambe, andare a fumare o darsi una svegliata nel fresco della sera. Fuori, schiere di candele appoggiate nei viali dei giardini illuminavano la notte.
Gilberto si sedette accanto a Nora. Non portava più gli occhiali tondi dorati adesso, ma rettangolari e senza montatura. Era impeccabilmente elegante, come al solito. Si accarezzò la barba rossiccia. «Come ti stai trovando, a Roma?» le chiese.
Nora lo guardò e gli sorrise. Era strano provare sempre quel certo imbarazzo a parlare da sola con Gilberto, adesso che erano diventati consuoceri.
«Abbiamo un appartamentino grazioso, anche se non ha il riscaldamento» fece, spostando un bicchiere. «Ma per due basta, e poi quando arriverà l’autunno ci attrezzeremo.»
«Dovevate prendere quello che vi ho consigliato io, con vista Pantheon» riprese Gilberto, un po’ ironico.
Nora spostò di nuovo il bicchiere. «Era troppo grande. E forse anche un po’... pretenzioso.»
Fu come se lui non avesse sentito. Appoggiò una mano su quella di Nora, la sinistra, quella senza cicatrice. La strinse leggermente, e le disse, più piano: «Lo sai che è molto fortunato Achille, ad averti». Poi scostò la mano, e non andò oltre.
In realtà, in tutti quegli anni Gilberto non era mai andato oltre, con Nora. Quando aveva capito che lei non avrebbe mai lasciato Achille e men che meno si sarebbe concessa a lui essendo sposata con un altro, quando aveva visto che la relazione tra i ragazzi cominciava a farsi seria e aveva realizzato che c’erano in ballo molte cose tra cui il futuro di Giulio e la possibilità di esercitare un’influenza sempre maggiore sulla gestione dell’azienda, gli era parso chiaro che non valesse la pena gettare tutto alle ortiche per dei sentimenti destinati a rimanere per sempre frustrati.
Dal canto suo, Nora aveva capito l’interesse di Gilberto nei suoi confronti, ma proprio perché questo non aveva mai passato il segno, per non turbare Achille o mettere zizzania tra loro, e vedendo che Gloria sembrava aver trovato una certa serenità con Giulio, aveva preferito tenere questa cosa per sé, anche per una forma di pudore e di modestia, quasi provasse vergogna a essere desiderata da un uomo che non fosse suo marito. E poi ormai avevano tutti un’età. Andare a rovinare solidi rapporti di amicizia che duravano da decenni per un sospetto, uno sguardo prolungato o una parola di troppo non le era sembrato opportuno. Ad altro aveva dato la precedenza in tutti quegli anni: al cuore di suo marito, che non doveva subire contraccolpi, e a ricucire il rapporto tra Francesco e Achille, operazione quanto mai difficoltosa perché suo figlio viveva ormai stabilmente a Venezia e veniva a trovarla a Borgo San Bartolomeo qualche volta, cercando di evitare la presenza del padre. Il dolore che questa situazione le provocava era stato un tiepido e onnipresente compagno da quella mattina in cui Francesco se n’era andato, mentre lei stava raccattando i pezzi della lampada di Murano rovinati sul pavimento. Alla fine la lampada era stata riparata, in qualche modo; certo, i segni della rottura si vedevano, ma la sua funzione ancora la faceva. Inoltre, adesso che Achille era diventato senatore, lei lo avrebbe accompagnato nelle sue trasferte a Roma, dal lunedì al giovedì. Non poteva lasciarlo solo: avrebbe mangiato male, non avrebbe preso le medicine e avrebbe ricominciato a fumare.
Forse per le preoccupazioni, sicuramente per l’età, negli ultimi anni tre o quattro chili in più sull’addome li aveva presi anche Nora, ma questo non le impediva di fare la sua sublime figura in uno spezzato blu oltremare e grigio perla, con la parure delle grandi occasioni e l’acconciatura raccolta per il matrimonio di sua figlia.
La moglie di Gilberto rideva con dei suoi parenti qualche tavolo più in là. L’orchestra era arrivata da poco e stava armeggiando con microfoni e casse acustiche per preparare la canzone per il taglio della torta.
Achille tornò in quel momento e si sedette di fronte a Nora e Gilberto, attorno al tavolo rotondo, un po’ distante da loro. Non ricordava più dove aveva lasciato la giacca a furia di continuare a girare per le tavolate, e continuava ad allentarsi il nodo della cravatta fino al momento in cui se la tolse del tutto e la appese sulla sedia vuota vicina. Già doveva portarla in Senato, quella maledetta, e adesso che l’aveva avuta al collo per otto ore, poteva anche disfarsene. Altri invitati lo imitarono. Il bottone dei pantaloni era aperto perché aveva mangiato troppo: d’altra parte, con Nora che per ordine del cardiologo doveva centellinare la quantità di grassi saturi che lui ingurgitava, quella cena era stata un enorme strappo alla regola. Doveva stare a distanza di sicurezza da sua moglie perché non si accorgesse che era stato fuori a fumare. Una sigaretta in tutta la giornata, niente rispetto a prima che gli diagnosticassero l’angina pectoris. Quando riusciva, se ne fumava anche due o tre, ma se Nora trovava un pacchetto per casa glielo buttava via. Anche in azienda doveva stare attento perché c’era Gloria che gli faceva una scenata. E poi Nora voleva che andassero almeno tre volte a settimana a fare mezz’ora di camminata a passo spedito, come avevano detto i dottori.
«È l’ora» disse Nora porgendo ad Achille, al centro del tavolo, una scatolina di plastica bianca con la scritta SERA vergata con un pennarello rosso su un pezzo di nastro adesivo cartaceo.
Lui si sporse per prenderla, tirò fuori una pastiglia arancione e la deglutì versandoci dietro dell’acqua da un bicchiere che non era sicuro fosse il suo. Poi ripassò la scatolina a Nora, che la mise in borsa. Infine guardò lei e Gilberto, con aria soddisfatta e lisciandosi i baffi, ormai tutti grigi come i capelli. L’incarnato, sempre coriaceo e congestionato, faceva risaltare gli occhi azzurri al di sotto dei quali erano più evidenti rispetto a un tempo delle ombre scure.
«Allora, come sta il mio consuocero senatore?» fece Gilberto, cercando un tono gioviale e allontanandosi un po’ da Nora.
A Gilberto il botto non era riuscito. Anzi, non era nemmeno stato rieletto in provincia. E pensare che invece Achille, in Senato, l’avevano praticamente tirato per i capelli. Dopo la Svolta del Predellino, i dirigenti di Alleanza Nazionale avevano voluto puntare su qualche nome conosciuto sul territorio anche per meriti che andassero oltre la politica. Così, quando ad Achille avevano comunicato l’idea di candidarlo per il Senato della repubblica alle elezioni dell’aprile 2008 nelle liste uniche del Popolo delle Libertà, fu come se gli avessero dato una martellata in testa.
La sua prima preoccupazione era stata per l’azienda. Assentarsi quasi tutta la settimana per un periodo che poteva durare qualche anno... Cosa sarebbe successo senza di lui alla San Lorenzo? Fare il senatore a Roma non era certo come fare il consigliere comunale o il sindaco a Borgo San Bartolomeo. Qualcuno gli aveva anche suggerito di prendere il posto e poi non andarci mai, come facevano in tanti, ma cosa voleva dire? Se lui si impegnava a fare una cosa, la voleva fare seriamente, diavolo mal...