I racconti di Sebastopoli
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I racconti di Sebastopoli

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I racconti di Sebastopoli

Informazioni su questo libro

Ufficiale dell'esercito russo all'assedio di Sebastopoli, Tolstòj rievoca le sue esperienze personali in una serie di racconti indimenticabili: lo spirito, i sentimenti e le gesta della grande e disperata epopea della guerra di Crimea.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804375852
eBook ISBN
9788852075339

Sebastopoli nell’agosto del 1855

(1855)

1

Alla fine di agosto, per la grande strada tutta gole che porta a Sebastopoli, tra Duvankà e Bachčisaràj, un carro di ufficiali (quel carro particolare, che non si vede più da nessuna parte, e ch’è una via di mezzo tra il calessino giudaico, il carro coperto russo e la cesta di vimini) procedeva al passo nella densa e calda polvere.
Accoccolato nella parte anteriore del convoglio c’era un attendente, che teneva le redini e aveva indosso un giaccone di nanchino e in testa un berretto completamente sformato già appartenuto a un ufficiale; – dietro, un ufficiale di fanteria con il cappotto estivo era seduto su fagotti e pacchi, coperti con una coperta da cavallo. Per quanto si poteva dedurre osservandolo da seduto, l’ufficiale non era alto di statura, ma era estremamente grosso, e non tanto da spalla a spalla, quanto dal petto alla schiena; era grosso e robusto, aveva il collo e la nuca molto sviluppati e tesi, la cosiddetta vita – il restringimento a metà del torso, non l’aveva, ma non aveva nemmeno la pancia, al contrario era piuttosto magro, soprattutto il viso, ricoperto da un malsano colorito giallognolo. Il viso sarebbe stato bello, se non fosse stato per il gonfiore e le molli e grandi rughe, che non erano rughe di vecchiaia, e che confondevano e ingrossavano i lineamenti conferendo al viso nel suo insieme un’espressione di decadimento e di volgarità. Aveva occhi non grandi, marrone scuro, estremamente vivaci, perfino sfrontati; aveva baffi molto folti ma non larghi, ed erano mordicchiati; il mento e ancor di più le mascelle erano coperte d’una barba di due giorni estremamente ispida, folta e nera. L’ufficiale era stato ferito il dieci maggio da una scheggia, alla testa, ch’era ancora fasciata e ora, dato che ormai da una settimana si sentiva completamente guarito, stava ritornando dall’ospedale militare di Simferopol’ al suo reggimento, che si trovava in un punto indefinito della zona da cui si sentivano provenire gli spari: ma nessuno gli aveva ancora spiegato se fosse proprio a Sebastopoli, alla Sévernaja o a Inkermàn. Talora, e soprattutto quando non c’era l’ostacolo delle alte rocce, o quando il vento li portava, i frequenti spari si udivano già con molta chiarezza e sembravano vicini: prima un’esplosione pareva scuotere l’aria e faceva involontariamente sussultare, poi si susseguivano con rapidità rumori meno forti, come un rullo di tamburo interrotto a volte da un rombo sorprendente, poi il tutto si fondeva in un crepitare come d’un tuono al culmine del temporale, quando l’acquazzone ha appena cominciato a scrosciare. Tutti dicevano che fosse in corso un bombardamento tremendo, e lo si udiva, infatti. L’ufficiale faceva fretta all’attendente: sembrava che avesse voglia di arrivare là al più presto. Incontro a loro veniva un grande convoglio di contadini russi che avevano portato provviste a Sebastopoli e che ora ritornavano carichi di soldati malati e feriti avvolti in mantelli grigi – marinai con i cappotti neri, volontari greci con fez rossi e miliziani con la barba. Il carretto dovette fermarsi e l’ufficiale, chiudendo gli occhi e corrugando il viso per la polvere che si sollevava sulla strada in una nuvola densa e stagnante, che gli entrava negli occhi e nelle orecchie e si appiccicava al viso sudato, con irata indifferenza guardava i visi dei malati e dei feriti che gli passavano accanto.
«Quello è un soldatino malato della nostra compagnia» disse l’attendente rivolgendosi al barin e indicando il carro pieno di feriti che in quel momento li stava superando.
Nella parte anteriore del carro un russo barbuto, con in testa un cappello di feltro di lana, era seduto su un fianco e stava legando la frusta, tenendone il manico sotto il braccio. Dietro, sul carro, c’erano cinque soldati, in varie posizioni. Uno, che aveva il braccio fasciato con una specie di corda, il cappotto sulle spalle, una camicia molto sporca, sebbene fosse magro e pallido stava seduto diritto nel mezzo del carro e, quando vide l’ufficiale, fece per alzare la mano al cappello ma poi, probabilmente ricordandosi di essere ferito, finse di volersi soltanto grattare la testa. Un altro accanto a lui era sdraiato sul fondo del carro; si vedevano soltanto le braccia smagrite con cui si teneva alle sponde e le ginocchia sollevate che ondeggiavano da una parte all’altra, simili a spugne di rafia. Un terzo, con il viso gonfio e la testa fasciata su cui era posato un berretto militare, sedeva di fianco con le gambe penzoloni sopra la ruota e, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, sembrava dormicchiasse. Fu a lui che si rivolse l’ufficiale di passaggio.
«Dólžnikov!» gridò.
«Sono io» rispose il soldato, aprendo gli occhi e togliendosi il berretto, con una voce di basso talmente piena e rimbombante che sembrava avessero gridato venti soldati insieme.
«Quando sei stato ferito, caro?»
Gli occhi vitrei e gonfi del soldato si ravvivarono: evidentemente aveva riconosciuto il proprio ufficiale.
«Salute a voi, vostrobiltà!» gridò sempre con quella voce rimbombante di basso.
«Dov’è oggi il reggimento?»
«Eravamo a Sebastopoli; volevamo trasferirci mercoledì, vostra nobiltà!»
«Dove?»
«Non si sa… forse alla Sévernaja, vostra nobiltà! Oggi, vostrobiltà» aggiunse con la voce strascicata e mettendosi il berretto, «si è rimesso a tirare di continuo, sempre più bombe, arrivano fino alla baia; oggi picchia che è un disastro…»
Non si riuscì a udire altro di ciò che diceva il soldato; ma dall’espressione del viso e dai gesti era evidente che, con la cattiveria tipica di chi sta soffrendo, diceva soltanto cose sconsolanti.
L’ufficiale in viaggio su quel carretto, il tenente Kozel’tsóv, non era un ufficiale qualsiasi. Non era di quelli che vivono in un certo modo e fanno determinate cose e non altre perché così tutti vivono e così fan tutti intorno a loro: faceva tutto ciò che voleva ed erano gli altri a fare come lui, convinti che fosse bene. Era una natura assai dotata; non era stupido e inoltre aveva talento, cantava bene, suonava la chitarra, parlava molto animatamente e scriveva con grande facilità, soprattutto i documenti ufficiali, sui quali si era fatto la mano per esser stato a lungo aiutante di campo al reggimento; ma particolarmente notevole era la natura sua per la grande energia, piena d’un amor proprio che, sebbene si fondasse principalmente su queste piccole doti, costituiva di per sé un tratto ben netto e fin sorprendente. Il suo amor proprio era di quelli che fanno tutt’uno con la vita stessa – e che hanno per lo più modo di svilupparsi negli ambienti esclusivamente maschili e soprattutto in quelli militari – tanto da non lasciar altra scelta se non tra il primeggiare e l’annientarsi, e da divenir persino il motore delle più intime convinzioni d’un uomo: e infatti anche dinanzi a se stesso gli piaceva primeggiare su coloro ai quali si paragonava.
«Allora, dovrò ascoltare ancora per molto le chiacchiere di Mosca!» borbottò il tenente, avvertendo in sé una pesante apatia e una confusione di idee, in conseguenza di quel passaggio di feriti e delle parole del soldato, il cui significato si rafforzava e veniva confermato dal rumore del bombardamento. «Quant’è ridicola questa Mosca… Andiamo, Nikolaev, partiamo… Ti sei addormentato?» aggiunse un po’ scontroso rivolto all’attendente, aggiustandosi i lembi del cappotto.
Vennero tirate le redini, Nikolaev schioccò le labbra e il carretto partì al trotto.
«Ci fermeremo soltanto un momento per dare da mangiare ai cavalli e ripartiremo subito» disse l’ufficiale.

2

Quando aveva già imboccato una via allungantesi tra i resti di muri di pietra distrutti delle case tatare di Duvankà, il tenente Kozel’tsóv fu di nuovo trattenuto da un convoglio di carri di bombe e palle di cannone, diretto a Sebastopoli, che ingombrava la strada. Il carro fu costretto a fermarsi.
Due soldati di fanteria erano seduti lungo la strada, in mezzo alla polvere, sulle pietre di un muro crollato e mangiavano pane e anguria.
«Andate lontano, paesano?» disse uno di loro, masticando, rivolto a un soldato che s’era fermato lì accanto con in spalla un piccolo zaino.
«Dal governatorato stiamo andando alla compagnia» rispose il soldato evitando di guardare l’anguria e aggiustandosi lo zaino sulla schiena. «Noi è tre settimane che siamo di scorta al fieno della compagnia, e ora hanno richiamato tutti; non si sa dov’è adesso il reggimento. Dicevano che la settimana scorsa i nostri erano avanzati alla Koràbel’naja. Voi non l’avete sentito dire, signori?»
«In città, ragazzo, sta in città» disse l’altro, un vecchio soldato delle salmerie, che infilava divertito il coltello a serramanico nella parte biancastra, acerba del cocomero. «È di là che siamo partiti stamattina. È un tale orrore, mio caro, che è meglio non andarci nemmeno, e buttarsi nel fieno, invece, e dormire un giorno o due: che poi la faccenda andrà meglio.»
«Che cosa c’è, signori?»
«Non senti? Oggi spara dappertutto, non c’è un posto ch’è rimasto salvo. Ne ha ammazzati, dei nostri, da non dirsi!»
Quello che stava parlando stese un braccio e poi si aggiustò il berretto.
Il soldato di passaggio scosse la testa meditabondo, fece schioccare la lingua, poi estrasse la pipa dal gambale e senza caricarla ne grattò via il tabacco bruciacchiato, si fece accendere un pezzetto di stoppino dal soldato che stava fumando e dischiuse il coperchietto.
«Siamo nelle mani di Dio, signori! Chiediamo perdono!» disse e, dopo essersi messo lo zaino in spalla, riprese il cammino.
«Eh, guarda, è meglio che aspetti un po’!» disse quello che stava spilluzzicando l’anguria, in tono persuasivo, strascicando la voce.
«È lo stesso» borbottò quello di passaggio passando tra le ruote dei carri ammassati; «magari dovrei comprarmi anch’io un’anguria per cena. A dar retta a quel che dice la gente…»

3

Quando Kozel’tsóv si avvicinò, la stazione era piena di gente. La prima persona che incontrò, sui gradini del portico, era un uomo magrolino, molto giovane, il mastro di posta, che stava litigando con due ufficiali che gli stavano venendo dietro.
«Eh, altro che tre giorni, dieci ne dovrete aspettare! Anche i generali aspettano, bàtjuška!» disse il mastro di posta con l’intento di punzecchiare i viaggiatori «Per voi io non attacco, no.»
«Allora, se non ce n’è, i cavalli non bisogna darli a nessuno!… Perché darli a un valletto qualsiasi che porta i bagagli?» gridò il piò anziano dei due ufficiali con in mano un bicchiere di tè, evitando, evidentemente, di pronunciare pronomi, ma lasciando capire che al mastro di posta avrebbe dato volentieri del tu.
«Giudicate voi stesso, signor mastro di posta» disse incerto l’altro ufficialino giovane. «Non è certo per nostro piacere che dobbiamo andare. Se ci hanno richiamato, vuol dire che c’è bisogno anche di noi, ora. Se no, lo dirò senz’altro al generale Kramper. Se no, come dire… voi, a quanto pare, non lo rispettate il grado di ufficiale, eh?»
«Non fate altro che peggiorare le cose!» lo interruppe l’altro con stizza: «Non fate che guastare tutto; con questi qui, bisogna saperci parlare. Ora non avrà più nessun rispetto. I cavalli immediatamente, ho detto».
«Sarei ben lieto, ma dove li prendo?»
Il mastro tacque un poco, poi d’un tratto si infiammò e, gesticolando, si mise a dire:
«Io, bàtjuška, capisco benissimo tutto; ma che volete farci! Lasciatemi soltanto (sui visi degli ufficiali si delineò una speranza)… lasciatemi soltanto campare fino alla fine del mese, poi non ci sarò più, qua. È meglio andare sul Malachov Kurgàn, piuttosto che restare qua. Certo! Che facciano come vogliono, ma qua ci sono queste disposizioni: in tutta la stazione non c’è nemmeno un carro robusto e i cavalli non vedono una manciata di fieno da tre giorni.»
E il mastro si nascose dietro la porta.
Kozel’tsóv entrò nella stanza insieme con gli ufficiali.
«Che fare?» disse l’ufficiale anziano al più giovane con la massima calma, anche se un secondo prima sembrava fuori di sé: «sono tre mesi che viaggiamo, aspetteremo ancora. Non è una disgrazia: ce la faremo».
La stanza fumosa, sudicia era talmente piena di ufficiali e valigie che Kozel’tsóv trovò a malapena da sedersi sul davanzale della finestra; guardando le facce e ascoltando i discorsi cominciò a farsi una sigaretta. A destra della porta, vicino a un tavolo unto e storto su cui erano posati due samovar dal rame qua e là inverdito e zucchero in vari cartocci, era rimasto il gruppo più numeroso: un ufficiale giovane senza baffi con un archalùk nuovo, imbottito, ricavato probabilmente da una mantella da donna, versava il tè; quattro ufficiali altrettanto giovani si trovavano nei vari angoli della stanza: uno di loro stava dormendo sul divano, con la testa appoggiata a una pelliccia; un altro, in piedi vicino al tavolo, tagliava arrosto di montone a un ufficiale monco che era seduto a tavola. Due ufficiali, uno con il cappotto da aiutante di campo, l’altro con un cappotto di fanteria, ma di taglio fine, e la borsa a tracolla, erano...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Appendice
  5. I racconti di Sebastopoli
  6. Sebastopoli nel mese di dicembre
  7. Sebastopoli in maggio
  8. Sebastopoli nell’agosto del 1855
  9. Copyright