Lanie e Bill Allen, entrambi di quarantadue anni, si sono conosciuti all’università e ora vivono in una cittadina con i quattro figli: Peter, sedici anni, Kyle, quattordici, Tom, dodici, e Hannah, dieci. Lanie e Bill sono cresciuti a sud della linea Mason-Dixon;13 entrambi desideravano avere dei figli e una intensa vita familiare, ma i rispettivi punti di vista erano, in parte, il risultato di un’infanzia molto diversa.
«Lui viene da una famiglia basata su ruoli tradizionali, dove ci si aspettava che la mamma e il papà svolgessero compiti stabiliti» spiega Lanie. «Nella mia invece nessuno si aspettava che qualcuno preparasse la cena e non c’erano regole su come fare il bucato, o persino se dovesse essere fatto!» Lanie immaginava che la sua famiglia futura sarebbe stata chiassosa e affettuosa. «Pensavo a fantastiche vacanze tutti insieme, e che tutto sarebbe stato perfettamente perfetto. Non è così! A volte siamo disorganizzati e nel caos totale. Negli anni ho imparato a non prendermela troppo ma, diciamo la verità, non sarò mai una mamma da pubblicità.»
«Lanie la Pazza» stava studiando per il dottorato quando è nato il primo dei piccoli Allen, Peter; era già avviata su una strada completamente diversa da quella della madre di Bill, casalinga. Quando Hannah, la figlia minore, aveva due anni, Lanie aveva preso un periodo di aspettativa per stare con i quattro figli, ma aveva detto chiaramente a Bill che voleva lavorare, almeno part-time. «All’inizio ha perso le staffe, preoccupato per le ripercussioni sulla famiglia» ricorda Lanie. «Non riusciva proprio a capire: lo mette in crisi tutto ciò che non rientra nella tradizione, e anche i cambiamenti.»
Otto anni dopo, lei è sempre la stessa e lui è sempre lo stesso, però sono rimasti insieme grazie a ciò che hanno in comune, nonostante le differenze. «Come genitori siamo più o meno sulla stessa lunghezza d’onda» concorda Bill. «La religione e il fatto di essere parte attiva della comunità sono elementi importanti. Siamo piuttosto severi, esigiamo dai ragazzi ottimi voti, che siano educati e che facciano la cosa giusta.» Bill dice che loro spronano i figli a «divertirsi molto, lavorare sodo, giocare alla grande e a essere buoni cittadini».
Soprattutto, ogni sacrosanto giorno ricordano ai figli che fanno parte di qualcosa di più grande. Quando uno dei ragazzi si mette nei pasticci, considerano il problema una questione di famiglia, non una faccenda individuale. Per esempio, Kyle è stato beccato mentre disegnava una certa «parte del corpo» sulla mano di un compagno di classe. Bill ha ammesso che «era lo stesso genere di scherzi che facevamo noi da ragazzini. Non sarà né la prima né l’ultima volta. Ma desideravo capisse che le sue azioni si riflettono sul buon nome della famiglia Allen, e quindi gli ho detto: “Hai la responsabilità non solo di difendere te stesso e le tue azioni, ma anche di difendere la tua famiglia”».
Il messaggio è arrivato a destinazione. Certo, ci sono momenti in cui i ragazzi Allen, come tutti i coetanei, puntano i piedi, dicono bugie, si mettono nei guai e si prendono in giro, ma sono anche capaci di essere membri della famiglia affettuosi e responsabili, e buoni cittadini.
I Quattro Requisiti
Che cosa spinge i componenti della famiglia a desiderare di fare parte di qualcosa di più grande e, a volte, ad accantonare i propri bisogni per il bene del NOI (la famiglia)? La risposta più immediata è che ciascuno vede se stesso come un «azionista», una persona che si prende cura della famiglia, desidera proteggerla, sostenerla e aiutarla a «funzionare».
Essere un azionista è una versione di ciò che gli psicologi definiscono «investimento sociale». La crescita personale come individuo deriva, paradossalmente, dal profondere energie e impegno in qualcosa di più grande, in questo caso la famiglia. Gli individui che «investono» in questo modo (potrebbero farlo anche per un’azienda, una causa umanitaria, una squadra sportiva o una comunità spirituale) tendono ad avere tratti della personalità più piacevoli: calore, consapevolezza, apertura mentale; sono più organizzati e meno depressi rispetto alle persone che si isolano.
È l’investimento sociale a farvi sviluppare tratti della personalità più piacevoli, oppure li possedete da sempre, e ciò rende più probabile che vi impegniate? Per la maggior parte di noi la verità sta nel mezzo.
Per alcune persone è più facile dichiararsi pronte all’azione grazie alle qualità che possiedono. Si vede già all’asilo: certi bimbi sono più portati a coinvolgere i compagni, più gentili e più accomodanti rispetto agli altri. Entrano subito nel gruppo e sono i primi ad alzare la mano quando l’insegnante chiede se ci sia un volontario o grida: «Adesso mettiamo in ordine!». Quando un altro bimbo piange, è probabile che vadano a consolarlo o ad aiutarlo.
Per altri, l’investimento sociale richiede un processo d’apprendimento. Frequentare persone coscienziose e impegnate (e, soprattutto, che da loro si aspettano qualcosa) li spinge a impegnarsi a loro volta, e a diventare azionisti volontari.
Le famiglie migliori si occupano delle loro faccende come fa una cooperativa della quale tutti sono soci: tutti partecipano, ciascuno riceve cure e attenzioni, tutti possiedono una «azione» del benessere della famiglia, gli adulti hanno tra loro una relazione «sufficientemente buona», che giova a entrambi. E, come un consiglio d’amministrazione responsabile, stabiliscono la politica dell’azienda. Ma, quando arriva il momento di fare dei progetti, di prendere decisioni importanti o di stabilire dei cambiamenti, cercano la collaborazione anche del «comitato degli azionisti» (del quale anche loro fanno parte). In una famiglia con un genitore solo, l’adulto è l’unico amministratore delegato e conferisce con i soci, però dispone anche di una serie di «consulenti»: la famiglia allargata e gli amici più stretti, conoscenti dei quali rispetta l’opinione e, nel caso in cui ci sia stato un divorzio o una separazione consensuali, un ex coniuge con il quale coordinarsi.
In una cooperativa familiare ben gestita, adulti e bambini sono consapevoli di occuparsi del NOI. In un certo senso, gli «statuti» (ossia i valori e le credenze prevalenti della famiglia) creano un ambiente nel quale ciascun socio ha un ruolo. Facendo tutto quello che è in loro potere e in base alla propria età, tutti sono azionisti; al tempo stesso, i componenti della famiglia sanno che anche ciascun IO è importante.
Il NOI di ciascuna famiglia è diverso e unico. Ma i membri della famiglia che hanno maggiori probabilità di agire e sentirsi azionisti hanno in comune quattro caratteristiche chiave. Pensate a esse come ai Quattro Requisiti dell’azionariato familiare.
- Il NOI ha stima dei propri membri. Ogni persona sa di essere importante per il resto della famiglia. L’IO di ciascuno è rispettato e accettato per ciò che è e come parte essenziale del NOI.
- Ci si prende cura del NOI. Gli adulti lo sovrintendono, i figli contribuiscono a farlo funzionare e tutti si impegnano a proteggerlo.
- Il NOI è giusto e imparziale. Le risorse della famiglia (denaro, energie e tempo) vengono spese con attenzione e divise equamente.
- Il NOI è amato. Tutti si impegnano per pianificare insieme i momenti belli, riconoscendo consapevolmente le occasioni di gioia e condivisione, e assaporando le occasioni importanti: tutte situazioni che rendono la famiglia un luogo dove si sta con piacere e dove si torna volentieri. Ciascun IO ne trae giovamento ed è grato per questi momenti, perché fa parte del NOI.
Qui non c’è un ordine di importanza, in quanto i Quattro Requisiti agiscono insieme. Nelle pagine seguenti li affrontiamo più nel dettaglio e vi spieghiamo come soddisfarli.
Il NOI ha stima dei propri membri
Nella famiglia ci sono degli IO, degli individui. E nelle famiglie più riuscite ciascuna persona è considerata, accettata e sostenuta per ciò che realmente è: questo rafforza il suo impegno come azionista. I componenti della famiglia riconoscono che il NOI comprende tutti loro e si prende cura del loro benessere. E quindi perché non dovrebbero desiderare di renderlo migliore? Se tutti lo sostengono, il NOI diventa più forte e migliora la capacità di prendersi cura di loro. È un circolo virtuoso.
«Le esigenze dei molti contano più di quelle dei pochi, o di uno solo»: è la celebre frase di Spock nel film Star Trek II, quando sacrifica se stesso per salvare l’astronave e l’equipaggio. A volte una famiglia è come l’Enterprise: tutti lavorano insieme per il bene comune. Altre volte, però, le esigenze di uno solo possono contare più di quelle dei molti o, almeno, devono essere prese in considerazione.
Che il vostro NOI sia costituito da due o da dieci componenti, la realtà della vita familiare è questa: c’è sempre qualcuno che vuole qualcosa. A volte è difficile accorgersene, perché siamo troppo coinvolti. Tuttavia, se voi poteste distaccarvi, vedere la vostra famiglia da una prospettiva diversa, capireste in che modo gli IO affermano se stessi e, di tanto in tanto, entrano in collisione.
Non possiamo assolutamente sapere come sia la vostra famiglia, chi sia il vostro partner (o se ne avete uno), quanti figli avete, che differenza d’età c’è tra di loro o come, finora, i Tre Fattori abbiano influito sulla vostra formazione. Quindi abbiamo immaginato una famiglia fittizia che potete prendere a prestito e osservare. Anche se il vostro NOI è considerevolmente diverso, la situazione potrebbe suonarvi familiare.
Provate a immaginare di librarvi come per magia sulla vostra cucina (un ambiente nel quale spesso si svolgono gli episodi della vita familiare): ecco i vostri figli, Grace di otto anni e Calvin di cinque, e vostro padre, settantanove anni. Vostra madre è morta parecchi anni fa e papà, che vive in una casa di riposo non lontano, viene spesso a cena. Grace ruba a Calvin il pupazzo di Slinky, il cane-molla di Toy Story. Il piccolo non lo lascia, afferrando una delle estremità della molla, che adesso è estesa per quasi un metro.
«Volevo soltanto vederlo!» insiste la bambina. «Non fare il rompiscatole.»
Lui urla.
Voi non intervenite, perché ci siete già passate. “Che se la cavino da soli.”
Qualche minuto dopo, Calvin corre fuori dalla stanza, urlando: «No, no, no!».
Non avete idea di che cosa stia succedendo. State preparando la cena senza preoccuparvi dei bambini. Quando però chiamate Calvin per ricordargli di lavarsi le mani per la cena, lui non si muove dal divano.
«Anche tu da bambina eri così» interviene vostro padre. «Lascialo in pace. E poi che sarà mai, se non si lava le mani? Mica ha passato il pomeriggio a scavare trincee.»
«Papaaà» mormorate a denti stretti. Vorreste aggiungere: “Fatti i fatti tuoi!”, ma vi trattenete. Tuttavia lui sembra leggervi nel pensiero e di conseguenza tace. Siete già passate anche da questa situazione.
Entra Roger, il vostro partner. Non vi passa nemmeno per la mente di accoglierlo con un: «Ciao, tesoro», o di chiedergli come sia andata la sua giornata. «Ti sei ricordato di comprare il latte?» chiedete invece.
«Ti sei dimenticata di mandarmi un messaggio» replica lui in tono accusatorio.
Gli scoccate un’occhiataccia: “Perché mai tocca sempre a me ricordargli le cose?”.
Guardando la situazione da una prospettiva diversa, senza coinvolgimenti, potete notare cose che vi sfuggono quando ci siete dentro, come membro del NOI. Vedete come gli IO si scontrano e come l’uno influisca sull’altro. Sembra di osservare un balletto di fa...