Eutimio, padre spirituale di Leone, fece più volte ricorso alla profezia nel suo lungo e persino tormentato rapporto con il pupillo sul trono imperiale. Come sappiamo, le fonti attribuiscono carisma profetico anche a figure meno centrali per l’esperienza di Leone, da Costantino l’Ebreo a Marco oikonomos di San Mocio, laddove la vicenda di Teodoro Santabareno con Basilio e il fantasma di Costantino sfuma, come si è detto, nell’impostura occultistica.
L’ansia di conoscere l’incerto futuro terreno sembra dunque diffusa nell’Impero, che pure scorgeva in sé l’orma e l’impronta dell’immutabile e imperituro regno celeste. Ma quella «seconda vista» era accettabile solo in quanto era donata dall’Alto a monaci o asceti che eccellevano per le loro virtù cristiane; nulla spartiva con la scienza astrologica, che invece era vietata a Bisanzio, come aveva ricordato con vigore lo stesso Leone in una delle sue Novelle. L’astrologia poteva implicare una meccanica predestinazione che inficiava la dottrina del libero arbitrio individuale e nel contempo metteva in questione il rispecchiamento della Provvidenza divina nel mondo terreno attraverso la mediazione imperiale. Chi osava redigere un oroscopo, in base alla scienza antica proibita ma ancora a volte trascritta nei codici bizantini, rischiava molto, anche la vita; a meno che non potesse permetterselo, perché sicuro di agire in ambiente elevato e protetto. Erano pertanto pochissimi coloro per i quali si osava comporre oroscopi; ancor meno sono coloro i cui oroscopi si sono conservati.
Anche per queste ragioni è notevole, tramandato da un codice serbato a Parigi, l’oroscopo di età bizantina valorizzato presso la comunità internazionale degli studiosi nel 1973. Fu pubblicato nei «Dumbarton Oaks Papers», una delle riviste più importanti del settore, inaugurata negli Stati Uniti sin dai primi anni Quaranta del Novecento grazie al lascito dei Bliss, famiglia dell’élite statunitense sensibile, oltre che a Bisanzio, all’arte precolombiana e alla musica contemporanea, tanto da commissionare a Igor’ Stravinskij il concerto da camera noto come Dumbarton Oaks Concert (1938). Ma torniamo all’oroscopo: era riferito a un fanciullo nato il 3 settembre 905. Sulla base di calcoli complessi ancorché non troppo diversi da quelli odierni esso formulava previsioni in merito al fanciullo: il suo profilo, il suo temperamento, la durata della sua vita e altri aspetti ancora.
Sarebbe stato di carnagione chiara, avrebbe avute larghe le spalle, accorta la mente, due sorelle e un fratello. Sarebbe vissuto quasi sessant’anni (si ipotizzava la sua morte in data corrispondente al nostro 964) lasciando un figlio e due figlie. L’oroscopo lo definiva progenie di un sovrano glorioso e non più giovanissimo; la madre, più giovane e di stirpe meno gloriosa rispetto al padre, sarebbe morta prima del sovrano ora vivente. L’oroscopo si riferiva forse al tanto agognato erede maschio di Leone? Si ha ragione di ritenere che non vi sia nessun altro a cui ricondurlo, anche a non sottilizzare sulla veridicità o meno delle previsioni.
La nascita del tanto atteso erede maschio dell’imperatore amico della taxis sarebbe dunque avvenuta al di fuori della taxis matrimoniale, per di più accompagnata dall’ulteriore infrazione dell’oroscopo proibito. Il fatto è di qualche rilievo per gli studiosi di oggi; all’epoca, data anche la necessaria segretezza dell’oroscopo, apparve soprattutto straordinario che un figlio maschio del quasi quarantenne imperatore sopravvivesse, infine.
Gravido di senso il nome prescelto: Costantino, come il primo imperatore cristiano e fondatore della Città Regina, senza troppo curarsi del destino toccato agli ultimi due portatori imperiali di quel nome, l’uno (Costantino V) emblema dell’«abominazione» iconoclastica, l’altro (Costantino VI) fatto accecare dalla madre Irene; forse e piuttosto si sarà voluta onorare la memoria del fratellastro di Leone, Costantino figlio di Basilio, il quale, morendo nell’879, gli aveva dischiuso la strada del trono. Ma su tutto sembra emergere l’intento, per questo primo figlio nato così tardi, di ritornare invece alle origini, di riallacciarsi all’inizio, sempre nella riproposizione di antichi modelli normativi.
Il figlio di Leone e di Zoe dagli Occhi Neri non era solo «Costantino». Nella tradizione degli studi egli è soprattutto il «Porfirogenito». Si cominciò presto a chiamarlo così, per sottolineare «non che era nato nella porpora ma che era nato nella casa detta della Porpora» (Liutprando), o meglio nella sala del Palazzo imperiale le cui pareti e il cui pavimento erano in lastre marmoree purpuree, venate di bianco: nel «porfido rosso» del deserto orientale d’Egitto, in termini tecnici. Era quella la norma, da secoli; ma è solo a partire da quest’epoca che l’epiteto assume una connotazione normativa. Infatti la bella giovane dagli occhi scuri che aveva generato Costantino a Leone non era sua moglie. E come poteva esserlo? Le terze nozze erano state esecrate da Leone stesso nelle sue Novelle, quarte nozze non erano neppure contemplate. Ancora una volta, l’evocazione della taxis da parte di Leone implica in qualche misura una sua futura e più o meno grave infrazione alla taxis medesima.
Che la nascita fosse soffusa da un alone prodigioso, al di là dell’oroscopo proibito, lo si coglie anche da altre fonti, per prima la Vita di Eutimio. Da essa apprendiamo la buona propensione del patriarca Nicola nei confronti del sovrano e di suo figlio. Nicola avrebbe affidato a sette sacerdoti il compito di passare sette giorni in preghiera nel tempio della Sapienza Divina (Santa Sofia), volti verso l’altare, al fine di propiziare la Santità divina perché concedesse all’imperatore un figlio maschio. Di più: Nicola avrebbe anche benedetto con le sue mani il ventre di Zoe, assicurandola che avrebbe generato un maschio, dicendole che «La Chiesa sarà ulteriormente aggrandita e illustrata dall’imperatore che da te nascerà». In ripetute occasioni aveva trattato Zoe non come concubina ma come sposa a tutti gli effetti. Se fosse una sua speciale benevolenza a motivare quel suo comportamento verso Leone, Zoe e il piccolo lo si vedrà tra poco.
Intanto, e sebbene nella Chiesa vi fossero voci contrarie, nell’illustre ricorrenza dell’Epifania del 906 – data cristica quant’altre mai, perché nella tradizione ortodossa, e da secoli, la festa dei Magi e quella del battesimo di Cristo si identificavano – Costantino venne battezzato per mano del patriarca Nicola, nella basilica di Santa Sofia. Il monaco Eutimio faceva funzione di padrino, ma per le sue poche forze non riusciva a tenere in braccio il Porfirogenito, sicché il compito fu affidato all’eunuco Samonas.
Dunque l’imperatore aveva infine avuto un figlio maschio sopravvissuto al parto, insieme alla madre, ed era riuscito a farlo riconoscere e battezzare, inscrivendolo così nel gregge cristiano, benché fosse nato al di fuori del matrimonio. La sua successione e la sorte della dinastia apparivano più salde. Ma la taxis agognata restava lontana. Lo testimonia una lettera di Nicola, databile al 912, e ufficiale quant’altre mai, perché destinata all’altrimenti oscuro pontefice romano Anastasio III (911-913). In base ad essa, il patriarca avrebbe sì accettato di battezzare Costantino, ricevendolo nel gregge cristiano, ma solo a patto di una penitenza da parte di Leone, ovverosia la sua separazione da Zoe. Leone si sarebbe impegnato in tal senso, con promesse e giuramenti. Invece, solo tre giorni dopo il battesimo, il 9 gennaio, Zoe «aveva fatto ingresso nel Palazzo imperiale, scortata da guardie imperiali, come è proprio di una moglie imperiale»: l’insistenza di Nicola sull’aggettivo «imperiale», in riferimento a colei cui egli concede di essere solo madre dell’erede presunto al trono, è cercata e corrosiva. Forse per evitare che su tutto il suo comportamento venisse a proiettarsi l’ombra dell’immoralità, Leone fondò proprio allora – non prima, non dopo, forse con remote memorie giustinianee – una casa di cura caritatevole per gli anziani in quello che in precedenza era stato un postribolo.
Pochi mesi dopo, l’imperatore ripeté ciò che aveva già fatto egli stesso nell’898, quando aveva sposato Zoe «Zautzina» officiante un prete di Palazzo, il Sinapes che poi fu deposto; e dunque, nella primavera del 906, intorno a Pasqua, con la compiacenza di un altro prete, tal Tommaso, contrasse le quarte nozze. A Bisanzio non era mai accaduto alcunché di simile. Si profilava uno scontro durissimo tra l’Impero e il patriarcato, quest’ultimo tenuto a levare la sua voce contro un potere imperiale che degenerava in tirannide, trasformando in arbitrio il suo potere autocratico. Per tacere della diminuzione del ruolo sacrale dell’imperatore.
Le fonti a nostra disposizione lasciano però intravedere la possibilità che Leone, una volta di più, non andasse allo scontro senza la debita accurata preparazione. Da parte sua non si sarebbe trattato, insomma, soltanto di rivendicare con atteggiamento neogiustinianeo il primato dell’Impero sulla Chiesa, e neppure del desiderio di corroborare la successione di suo figlio con un matrimonio comunque «regolare», che consentisse a Zoe madre di Costantino di essere riconosciuta di fatto sposa di Leone e augusta, quale la proclamarono Leone e il Senato, ma non ovviamente la Chiesa.
Infatti, se Nicola poteva scorgere in Leone lo spergiuro, anche il sovrano aveva uno spettro da proiettare sulla figura del patriarca. Era lo spettro del traditore. Non era stato dimenticato infatti che, in occasione dell’attentato del maggio 903, il clero officiante era sparito quando l’imperatore veniva aggredito. Nicola e la sua cerchia erano forse a conoscenza di una congiura? E se sì, ordita per volere di chi? Su queste memorie di episodi costantinopolitani vivi ma non recentissimi si innestava la cronaca di eventi in corso in Oriente. Accadeva infatti che, non lontano dai confini del califfato, le forze imperiali regolari si contrapponessero da qualche mese a quelle del generale bizantino Andronico Duca. È incerto, come si dirà anche in seguito, se si trattasse di una semplice insubordinazione oppure, come alcuni studiosi ritengono, di un vero e proprio tentativo di usurpare il trono, ma l’attenzione era massima.
Fu in quel contesto che i servizi di sicurezza imperiali intercettarono (o forse elaborarono ad arte con intento delatorio?) una lettera autografa del patriarca che si rivolgeva ad Andronico come al «futuro imperatore», chiedendogli di «non dimenticarsi della nostra piccolezza» nel giorno della sua accessione al potere. Dato il rapporto tra la Chiesa e l’Impero a Bisanzio, può anche comprendersi in prospettiva storica che il patriarca mantenesse rapporti con una figura di spicco che, in caso di aperta ribellione ed eventuale ascesa al trono, sarebbe andata a risiedere nel Palazzo contiguo a Santa Sofia, dal quale era agevole deporre i patriarchi. Persino Fozio lo aveva sperimentato. Ma rivolgersi in una lettera autografa a un militare combattuto dalle forze regolari chiamandolo «futuro imperatore» è tradimento, tanto più se la notizia arriva nella calda trama dei fatti.
La Vita di Eutimio, sempre efficace nel tratteggiare la vivace e contraddittoria umanità dell’imperatore, sottolinea che, quando Leone lesse le parole di Nicola ad Andronico, gli si alterarono i connotati e fu colto da un fremito d’ira. Eppure rimase in silenzio. Si serbò fedele alle remote esortazioni per lui fanciullo, che invitavano a non cedere mai a passioni o pulsioni di carattere personale, ma a considerare anzitutto e sempre il vantaggio dell’Impero, eventualmente posponendo le pur debite punizioni? O è tutta una finzione di fonti, se non davvero favorevoli a Leone, quanto meno ostili a Nicola? Come che sia, lo storico deve avvisare il lettore in merito al carattere precario, insieme sottile e tellurico delle fonti bizantine, che sarebbe facile ridurre a mero materiale fruibile per la ricostruzione ordinata dei fatti a più di un millennio di distanza, laddove ciascuna di esse è un discorso sui fatti, e richiede ascolto consapevole prima che avalli postumi di veridicità.
Resta che Leone, esperto come nessuno «delle leggi e dei canoni», anzi erede della tradizione che scorgeva nell’imperatore una «legge non scritta», stava sfidando le une e gli altri con un comportamento che non aveva precedenti. Quanto al prete Tommaso che aveva celebrato le nozze, fu deposto come già era toccato a Sinapes; la deposizione deve essere stata ordinata da Nicola, a breve distanza dai fatti, sul modello del predecessore Antonio Caulea che aveva deposto Sinapes.
In quelle condizioni, Nicola patriarca non poteva non «sospendere» certe prerogative sacrali, se non sacerdotali, dell’imperatore «romano» e «cristiano». La liturgia delle grandi feste in Santa Sofia consentiva infatti al sovrano di essere ammesso all’interno dello spazio dei consacrati officianti. Lì egli poteva far ingresso con le candele accese, scambiare ripetuti baci di pace con il patriarca, posare le sue labbra sulle più preziose e sacre suppellettili di tutto il mondo cristiano; poi avrebbe potuto prendere il suo posto nel metatorion, uno spazio «polifunzionale» riservato all’imperatore, che vi aveva il suo «seggio» o trono e che poteva inoltre fruirne come di un oratorio riservato. Nel retro potevano aver luogo anche cerimonie di rappresentanza.
Ma prima di accedere al metatorion e di partecipare attivamente alla liturgia, l’imperatore doveva entrare ufficialmente nella chiesa; dopo una processione dal Palazzo imperiale passava dalla cosiddetta Porta Bella, deponeva la corona del potere terreno e solo dopo averla deposta veniva ricevuto formalmente nel nartece dal patriarca e dal clero che gli porgevano il Vangelo da baciare. A quel punto entrava, mano nella mano con il patriarca, nella navata centrale.
Nella situazione presente, tutto ciò era diventato impossibile. Nicola non poteva accogliere Leone in chiesa in base alla consueta taxis cerimoniale.
A parte qualsiasi considerazione in merito al «tradimento» di Nicola, è possibile che l’imperatore non ritenesse infondato l’atteggiamento del patriarca in merito all’ammissione in chiesa. Era un’ulteriore sfida alla sua pazienza, ma andava affrontata per garantire piena legittimità e sicura successione al figlio che infine aveva avuto.
Restava il paradosso che l’uomo più potente del mondo cristiano, la figura «cristica» ma sposata quattro volte, non poteva ancora realizzare ciò che in apparenza era secondo natura ma che invece si dimostrava essere infrazione alla prediletta taxis.
Non sappiamo con precisione quando, ma per certo nei primi mesi del 906; non sappiamo se con il favore del patriarca o contro di lui, ma per certo, se non in spirito di concordia, per reciproca capacità di dissimulazione; non sappiamo se per diverso avviso interiore e dietro consultazioni con esperti: sta di fatto che allora e per una volta Leone cambiò. Non si limitò a cercare risposte e soluzioni nei modelli lontani del tempo e della storia, ma interrogò la vivente comunità cristiana dei suoi giorni. L’uomo troppe volte sposato, ma ancora non abbastanza sposato, sottopose cioè la delicata questione delle sue quarte nozze alla deliberazione comune dei cinque patriarcati cristiani di maggiore antichità e prestigio, ossia Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme oltreché Costantinopoli.
Precedenti invero non potevano mancare, a partire dalla più volte evocata legislazione giustinianea che aveva formulato in merito la nozione della pentarchia (alla lettera, «i cinque poteri»). La preminenza di Nicola veniva di necessità a stemperarsi in questo ampliato contesto «ecumenico», alla cui deliberazione egli non avrebbe potuto opporsi. Infatti la concezione della pentarchia prevedeva sì parità gerarchica tra la Seconda Roma costantinopolitana e la Prima Roma, cui però spettava un «primato onorifico» in quanto sede più antica. Inoltre e sin dal proemio della giustinianea Novella 109 la deliberazione della pentarchia aveva valore di «legge» civile oltreché di «canone» sacro.
Peraltro all’epoca il peso delle antiche sedi apostoliche di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme – tutte a vario titolo comprese nel territorio del califfato e costrette a un’esistenza stentata – era scarso, e poteva essere influenzato dal trono costantinopolitano. A contare dunque era il parere di Roma e solo di Roma, dove all’epoca era papa Sergio III (904-911), cui fonti ostili attribuiscono una affaire con la famigerata Marozia, appena adolescente all’epoca. Scandali a parte, partecipare con ruolo rilevante a un’assise in Costantinopoli poteva conferire al papato rinnovato prestigio nel concerto della communitas christianorum, nonostante differenze sottolineate soprattutto da Fozio nei concili di decenni addietro. Ma proprio Leone, non appena giunto al trono, aveva deposto Fozio: l’imperatore aveva dunque buone carte da giocare anche con Roma.
Sembra che anche Nicola abbia compulsato insigni testi antichi nell’intento di appianare la situazione, le cui ambiguità vennero illustrate con felice resa narrativa dal bizantinista francese Charles Diehl (1859-1944) in un classico libro di un secolo fa. Egli scrive infatti che, quando Leone si recò in visita alla Chiesa Nuova fondata dal padre Basilio nella ricorrenza della sua inaugurazione (era il 1° maggio 906), Nicola
incoraggiò Leone a varcare la soglia della chiesa, dichiarando con alterigia che sarebbe stato lui stesso a riceverlo. È possibile che spingendo l’imperatore a un passo falso Nicola sperasse di sollevargli contro in ancor maggior misura l’opinione pubblica già tanto eccitata? O voleva piuttosto, a forza di premure, far dimenticare quel malaugurato pezzo di carta [la lettera ad Andronico Duca] che provava la sua slealtà? Un uomo come lui è capace di entrambe le cose. L’imperatore in ogni caso si guar...