I Regni di Nashira - 4. Il destino di Cetus
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I Regni di Nashira - 4. Il destino di Cetus

  1. 396 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I Regni di Nashira - 4. Il destino di Cetus

Informazioni su questo libro

Talitha ha oltrepassato il confine che da millenni separa i popoli della superficie di Nashira dagli Shylar, gli esseri immortali che dimorano nel sottosuolo. Laggiù, dove il tempo è un eterno presente, si nasconde la chiave che forse potrà fermare le esplosioni di Cetus, il sole che ciclicamente distrugge ogni forma di vita in un'apocalisse di fuoco. Intanto un arcano incantesimo ha riportato in vita Saiph per ricongiungerlo a Talitha e ai guerrieri che la accompagnano nella missione. Nei meandri di Shyla scopriranno un mondo multiforme e traboccante di vita, abitato da animali feroci e creature simili a divinità. L'energia magica che lo pervade è governata da regole misteriose e l'enigmatica Nera, guida spirituale degli Shylar, farà qualsiasi cosa per preservarla, a costo di allearsi con l'essere più abietto che calpesta la terra di Nashira: Megassa, padre di Talitha che ha votato la sua vita alla distruzione della figlia e dei suoi alleati…

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804597650
eBook ISBN
9788852064272

PRIMA PARTE

1

I soli brillavano con violenza sulla testa di Saiph. Ne sentiva il tocco rovente sulla pelle.
Batté le palpebre, la luce lo accecava.
Fece per portarsi una mano sul viso, ma il braccio si mosse con lentezza, quasi si fosse risvegliato da un lungo torpore. Era come se abitasse il suo corpo per la prima volta. Dove si trovava? Perché era riverso a terra, sotto un cielo abbagliante?
Sentì una piccola fitta alle labbra, screpolate dalla luce spietata di Miraval e Cetus.
Fu in quel momento che si accese un ricordo. Dolore. Un’ondata di dolore devastante. Il ricordo aprì la strada ad altri ricordi, sconnessi e confusi. Una lama che affondava nel petto, due occhi verdi, una parola. Messia.
Saiph riuscì a sollevare il busto, ma le mani si posarono su qualcosa di viscido e freddo. Quando abbassò lo sguardo, soffocò un urlo di orrore. Attorno a lui, sotto di lui, a perdita d’occhio, corpi. Bianchi e molli, bruciati dal sole e decomposti, una selva di arti pallidi e vene bluastre, di occhi bianchi fissi sul vuoto. Era nel mezzo di una fossa di cadaveri.
La paura gli fece mancare il respiro. Cercò di mettersi in piedi, ma scivolò sul corpo ossuto di un vecchio e cadde. Si impose di ignorare la sensazione dei cadaveri ammassati sotto le sue mani e fu costretto a proseguire carponi, non sapeva in quale direzione. Doveva andarsene, subito, in qualunque modo.
Poco distante, appoggiata all’orlo della fossa, intravide una grossa asse di legno, probabilmente lo scivolo tramite il quale lasciavano cadere i corpi nella fossa comune. Era l’unica via d’uscita. Raggiungerla fu un’impresa straziante. Gli sembrava che la fossa si dilatasse sotto di lui e la tavola si allontanasse sempre di più.
Quando le dita sfiorarono il legno, ebbe timore che la follia si fosse impossessata della sua mente. Le mani non riuscivano a trovare la presa sull’asse e dovette fare forza, finché, palmo a palmo, si issò sopra la fossa.
Non appena il suo corpo riconobbe la superficie solida e sicura del suolo, Saiph si lasciò cadere a terra, stremato.
Era supino, le braccia spalancate, la gola stretta dall’affanno.
Strinse gli occhi, e fu come se una visione si sovrapponesse alla realtà o, al contrario, come se il reale mostrasse la sua vera natura in trasparenza: Miraval e Cetus gli apparvero percorsi da una vorticosa energia azzurrata che si avvolgeva su se stessa. Un sottile filo luminoso univa i due soli, come se l’energia dell’uno fluisse incessantemente nell’altro.
Fu in quel momento, con la stessa dolorosa intensità di quella luce, che Saiph capì.
Poteva respirare, sentire, muoversi. Era vivo, più vivo che mai. E fu questa consapevolezza a devastarlo. Perché lui doveva essere morto.

2

«C’è bisogno di luce» disse Talitha.
Era immobile davanti allo squarcio che la sua spada aveva prodotto nella spessa lastra di almek’ra. Dietro di lei, Melkise e Verba respiravano a fatica, per via della polvere nera ancora sospesa nell’aria. L’ultimo diaframma tra loro e l’ignoto delle viscere di Nashira era caduto.
Talitha ebbe un capogiro per lo sforzo e barcollò all’indietro. Melkise accorse a sostenerla.
«Sto bene» disse lei divincolandosi.
«Sei pallida, stai tremando. Vuoi ascoltarmi una buona volta?» protestò Melkise.
«Il foro è abbastanza grande per passare, non possiamo permetterci di perdere altro tempo. O credi che Cetus aspetti che mi sia ripresa prima di esplodere su Nashira?»
Melkise la guardò con un sorriso tagliente. «Sei esausta, ma vedo che non hai perso il tuo spirito» disse massaggiandosi la barba. «Si dà il caso, comunque, che io abbia una certa esperienza, visto che ho girato tutta Talaria quando ero un cacciatore di taglie. E conosco il valore del riposo, dopo che si è affrontato un lungo viaggio e si è compiuto un simile sforzo con la spada.»
«Melkise ha ragione» intervenne Verba con voce sommessa. Talitha e Melkise si voltarono all’unisono verso di lui. Durante l’intera operazione era rimasto in silenzio, assorto nei propri pensieri. Nell’oscurità del cunicolo in cui si erano inoltrati, rischiarata solo dalla tenue luce del ciondolo di Pietra dell’Aria appeso al collo di Talitha, la sua figura si ergeva imponente e inquieta. Pochi istanti lo separavano dalla verità sulle proprie origini. Avrebbe rivisto il luogo in cui era nato e che aveva abbandonato millenni prima, sopravvivendo a due Catastrofi. «Il cammino per giungere a Shyla è ancora lungo» disse «e non sappiamo quali pericoli ci attendono. Lascia almeno che ti curi con un incantesimo di Guarigione.»
Quelle parole ebbero il potere di calmare Talitha. Forse era la nota dolente che percepiva nella voce dell’essere immortale, il senso di esilio in cui riconosceva il proprio. Entrambi erano lontani dal loro nucleo più profondo. L’abisso che misurava la distanza di Verba dal regno sotterraneo degli Shylar era per Talitha l’abisso della mancanza di Saiph. Si morse le labbra e annuì.
«Fa’ quel che devi» disse semplicemente e si consegnò alle mani esperte di Verba. Si sedette, con la schiena appoggiata alla parete rocciosa del cunicolo. Il braccio destro aveva perso sensibilità, l’esplosione aveva prosciugato ogni sua energia magica.
Verba le pose le mani sull’arto, che si illuminò debolmente. «È solo indolenzito dal colpo. Dopo che ti avrò curato, potremo proseguire.»
Talitha si sentì sollevata da quelle parole. Doveva attraversare la breccia, doveva sapere se la morte di Saiph era stata inutile, se il mondo che si celava dietro quella porta valeva il suo sacrificio. Era laggiù, oltre quel confine, che conducevano le ricerche degli Assyti, l’antico popolo a cui si doveva la scoperta del legame tra le origini di Verba e le esplosioni di Cetus, che ciclicamente distruggevano la vita su Nashira.
Talitha non poteva far altro che guardare Verba mentre faceva scorrere le mani sulla sua pelle e sentirsi divorata dall’impotenza. Ogni volta che il suo corpo si fermava, la mente iniziava a galoppare senza freni, e c’era un unico argomento che dominava i suoi pensieri: Saiph, tutto ciò che le aveva lasciato e che non avrebbe mai più potuto avere. Ricordava l’ultimo bacio con una precisione spietata. Non c’era istante in cui non pensasse a lui, all’infanzia trascorsa insieme nel palazzo di Messe, quando lei era ancora una contessina e lui il suo servo femtita. Rivedeva i momenti tragici in cui avevano dato fuoco al monastero di Messe, l’atto che involontariamente aveva incitato la ribellione degli schiavi, e il destino di morte cui lui si era consegnato per adempiere la profezia di Verba e aprire una strada alla pace a Talaria, dilaniata dalla guerra tra gli schiavi, i Femtiti, e i Talariti, la razza che da sempre si era ritenuta superiore. Non c’era altro che la spingesse ad agire ora, se non la determinazione di portare a termine la missione per cui Saiph era morto, ucciso dalle mani di suo padre, Megassa, che un tempo era stato il conte di Messe.
Strinse i denti per scacciare l’immagine di Saiph sdraiato sul ceppo del boia, la schiena inarcata mentre Megassa gli affondava la lama nel petto.
Quando Verba ebbe finito, si alzò per osservare di nuovo il foro prodotto dalla spada. Era un’apertura slabbrata, i cui lembi sporgevano verso l’interno. Oltre, si intravedeva solo il buio.
Avevano camminato per ore in quel cunicolo che sprofondava nelle viscere di Nashira, e ora sembrava che il corridoio proseguisse sempre identico a se stesso.
Verba si sporse appena, portando davanti a sé la luce della Pietra dell’Aria.
«Vedi niente?» chiese Talitha.
Lui si allontanò e scosse la testa. «Solo un tratto di corridoio simile a quello che abbiamo percorso fin qui, poi il buio.»
Talitha non vedeva l’ora di andarsene da quel budello di terra e roccia. L’aria sapeva di muffa, e c’era un caldo umido e opprimente.
«Ti ricorda qualcosa?» chiese Melkise.
Verba era immobile davanti all’apertura e parve riscuotersi appena a quelle parole. «No» rispose assorto. «Quel che ricordo è che oltre quella porta, almeno quando partii, c’erano i miei simili, e che quando i due soli esplosero e scesi quaggiù a cercare riparo, il passaggio era sigillato.»
«Ti hanno chiuso fuori…» commentò Melkise. «Almeno abbiamo la conferma che dietro quella porta si nasconde qualcosa di importante, se hanno dovuto proteggerlo.»
Verba non replicò, ma il suo sguardo si incupì. Ciò che diceva Melkise era vero. Aveva pagato cara quella curiosità, quel desiderio di spingersi oltre i limiti della conoscenza per vedere con i propri occhi un mondo che da sempre era precluso al suo popolo.
«Siete pronti?» chiese Talitha. Melkise le mise una mano sulla spalla.
«Andrò io per primo» disse Verba facendo da parte Talitha. «Questo è il mio mondo, e se qui dentro c’è qualche pericolo, forse l’istinto mi dirà come affrontarlo.»
Lei non protestò. Spettava a Verba compiere il primo passo, e lasciò che fosse lui ad aprire la strada. Sfilò il cristallo di Pietra dell’Aria che aveva al collo e lo strinse tra le dita, quindi evocò un globo luminoso, che penetrò attraverso il buio oltre la porta.
Verba si issò fino al bordo dell’apertura, fece leva con le braccia e si calò dall’altra parte. Talitha e Melkise si avvicinarono.
Non appena ebbe posato i piedi al suolo, Verba vide un cunicolo di roccia, identico a quello da cui provenivano.
«Venite, si può passare» disse sporgendosi per aiutare i compagni.
Talitha e Melkise superarono con facilità l’apertura. La luce adesso era sufficiente a mostrare più chiaramente le pareti. Talitha notò con meraviglia che erano fitte di incisioni.
«Hanno qualche significato?» chiese a Verba. «Sai leggerle?»
Lui si avvicinò per osservare meglio. Erano figure stilizzate, ma incise nella roccia con grande maestria. Sembravano frutto del lavoro di una civiltà evoluta: raffiguravano creature alate, raccolte intorno a strutture tondeggianti, alcune piatte, altre simili a gocce. Intorno, erano accennati sottili tratti ondulati che ricordavano dei corsi d’acqua. Verba provò un senso di vertigine. Quelle immagini toccarono corde profonde dentro di lui, come se avesse odorato un profumo antico e caro, che tuttavia non sapeva ricondurre a nulla di definito. «Sono solo scene decorative» rispose sbrigativo.
«Guarda qui» disse Talitha indicando un graffito più grande degli altri. «Sembra un mostro acquatico… come quelli delle storie che mi raccontava Lebitha quando ero piccola.» Scrutò il fondo del tunnel. Si snodava a perdita d’occhio, ben oltre la portata della loro luce. «Non ci resta che andare avanti» concluse.
Dopo pochi passi, il terreno cominciò a scendere, tanto che dovettero sostenersi alle pareti per non scivolare. Il timore e il desiderio di sapere si facevano sempre più forti, man mano che la pendenza aumentava. Talitha ripensò agli anni trascorsi in monastero come novizia, quando per volontà del padre aveva seguito le orme di sua sorella Lebitha. Ripensò ai dogmi e alle proibizioni di quel mondo che aveva tanto detestato e rabbrividì: stavano per profanare il luogo sacro per eccellenza, il centro di Nashira, in cui secondo la religione talarita dimoravano gli dei.
Procedettero a lungo, per ore e ore. Il tunnel sembrava svolgersi all’infinito, dritto e preciso, senza deviazioni.
«Se continua così ancora per molto, sarà un problema» osservò Melkise. «Non credo che le provviste basteranno, e poi come faremo con l’aria?»
Verba gettò il mantello sul globo luminoso che stava facendo loro strada. Tutto divenne buio. I loro occhi si abituarono rapidamente, e fu così che riuscirono a vedere. I graffiti risplendevano di una debole luminosità azzurra.
«Pietra dell’Aria…» mormorò Talitha meravigliata.
«E da qualche parte devono esserci anche piante che producono aria» disse Verba scoprendo il globo.
«Allora è così che respirano i tuoi simili» osservò Melkise.
Proseguirono a lungo e si fermarono solo quando si sentirono esausti. Avevano le vesciche ai piedi e le membra indolenzite. Poteva essere passato un giorno, o forse di più. Diventava sempre più difficile misurare il tempo.
Mangiarono in silenzio parte delle provviste che avevano portato con sé, nient’altro che un po’ di carne secca e alcune bacche che crescevano sui Monti di Ghiaccio, e che Verba sosteneva fossero molto nutrienti. Mentre consumavano il pasto, Talitha fu distratta da qualcosa. Melkise la vide concentrarsi, poi alzarsi di scatto.
«Dove stai andando?»
Lei non ri...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL DESTINO DI CETUS
  4. PROLOGO
  5. PRIMA PARTE
  6. SECONDA PARTE
  7. TERZA PARTE
  8. EPILOGO
  9. RINGRAZIAMENTI
  10. INDICE DEI NOMI
  11. Copyright