L'uomo nell'armadio
eBook - ePub

L'uomo nell'armadio

e altri due racconti che non capisco

  1. 168 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'uomo nell'armadio

e altri due racconti che non capisco

Informazioni su questo libro

Uno sgabello che, nella grande hall di un aeroporto, inizia a girare sul proprio perno e non si ferma, come animato da un moto perpetuo, suscitando prima le occhiate distratte di qualche viaggiatore, poi curiosità crescente, infine una smisurata forma di culto collettivo.

Il rampollo solitario ed eccentrico di una nobile famiglia si appassiona all'uso del bisturi, che impara a utilizzare per dare vita a opere d'arte di sconvolgente intensità: asportando la superficie delle cose – di tutte le cose.

Una ragazza single, desiderosa di trovare un fidanzato dolce ma non invadente, si innamora di un uomo che per non disturbarla è pronto anche a sparire, come un'applicazione che si chiude con un semplice tocco sullo schermo.

Pietro Grossi dà vita a tre racconti totalmente insoliti, surreali, pieni di ironia e di mistero: sorprendenti quanto la sua prima raccolta, sicuri e originali come lo stile maturo che li percorre. Storie che, sotto una superficie di assoluta limpidezza, lasciano crescere un piccolo germe alieno eppure umanissimo, una spora di irrazionalità destinata a crescere introducendo nella quotidianità la scheggia fantastica del dubbio, dell'inspiegabile, dell'inconscio. Che, come sempre, è quella capace di spostare il nostro sguardo, porci le domande più grandi e farci profondamente emozionare.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804650492
eBook ISBN
9788852064746

BISTURI

Fu così che iniziai a intuire i contorni delle cose. Tutto aveva confini precisi, incapaci di sovrapporsi. Dunque, presi semplicemente a inciderli. Mi servii in un primo momento di un vecchio trincetto che tenevo nel portapenne dai tempi della scuola. Era azzurro, con il fondo estraibile nero e la sicura gialla della lama. Il fondo portava all’estremità una fessura: bastava estrarre la lama della misura di una sua sezione, infilare la cima nella fessura del fondo e praticare una decisa pressione. La sezione della lama cedeva con un colpo secco. Nel corso degli anni avevo staccato diverse sezioni. Di solito cadevano sul piano del tavolo: avevano improvvisamente qualcosa di malinconico, qualcosa che ricordava l’angheria del tempo e l’inutilità.
Anche quando presi a incidere i contorni delle cose staccai una sezione della lama del trincetto: avevo bisogno di una punta più precisa, che non perdonasse errori e disattenzioni. La lama era ormai ridotta a poco più di metà, e il tempo ci aveva tatuato sopra piccole macchie di ruggine e di inchiostro e di qualche sconosciuta reazione chimica, e diversi graffi.
Ero molto affezionato a quel trincetto, ma compresi ben presto che non faceva al caso mio. Affinata per quanto possibile la tecnica, il taglio risultava sempre grossolano e una volta tornato a casa, alla luce della lampada da tavolo, le curve e le pieghe apparivano sempre eccessivamente spigolose. Era molto frustrante, e il più delle volte mi ero ritrovato a dover gettare il lavoro.
Mi venne in aiuto una verruca. Un piccolo ma profondo cratere mi era sbucato da qualche giorno nella pianta del piede sinistro. In un primo momento non ci feci caso, ma una sera notai che in fondo al cratere si nascondeva qualcosa di scuro. Pensai che ci fosse rimasta incastrata dentro una scheggia. Quando ero piccolo era il babbo l’addetto all’estrazione delle schegge. La mamma invece disinfettava le ferite e applicava i cerotti. Quando una scheggia mi si infilava da qualche parte, dopo averla osservata da vicino e molto attentamente per qualche minuto, andavo a mostrarla al babbo. Il babbo afferrava con decisione la porzione del mio corpo in cui era penetrata la scheggia e la metteva a favore della luce. Ero spesso costretto a pose goffe. Poi il babbo mi mandava dalla mamma a chiedere un ago e una pinzetta. L’addetta agli aghi e alle pinzette era lei.
Una volta portatogli l’ago, il babbo cavava di tasca l’accendino e avvicinava la punta alla fiamma, fino a farla diventare rossa. Un giorno mi spiegò che era per sterilizzarlo. Mi sentii molto grande quando me lo disse. Poi il babbo mi rimetteva in qualche posizione goffa, a favore della luce, e mi diceva di stare fermo. Da un certo momento in poi prese anche a mettersi sulla punta del naso un sottile paio di occhiali. Teneva l’ago tra il pollice e l’indice: con la punta del medio lo guidava in prossimità della scheggia e pian piano ne scalzava a brevi ma decisi colpetti la pelle tutt’intorno. Ogni qualche colpetto mi chiedeva se faceva male. Cercavo di rispondere sempre di no: solitamente era vero, e quando sentivo dolore, se una scossa non mi tradiva, cercavo di essere forte. In ogni caso era un genere di dolore molto interessante: affilato e circoscritto. La sua incapacità di propagarsi era molto confortante.
In breve la scheggia compariva per buona parte della sua lunghezza: il babbo allora posava l’ago, raccoglieva la pinzetta e l’estraeva. La scheggia rimaneva di solito attaccata a uno dei fianchi della pinzetta. Qualche volta la pinzetta non serviva nemmeno, e il babbo riusciva a estrarre la scheggia direttamente con l’ago. Quindi il babbo la guardava e la roteava da una parte all’altra.
«Eccola» diceva.
Poi, dopo avermela mostrata e averla brevemente valutata insieme, ripuliva la pinzetta, raccoglieva l’ago messo da parte e con una pacca mi diceva di riportarli alla mamma.
Quando affondai la punta annerita dell’ago nel cratere del mio piede, l’unica cosa che ottenni fu un’eruzione di sangue. Considerati il diametro del cratere e la pressione della mia mano, l’eruzione fu piuttosto intensa. Impedì qualunque prosecuzione dei lavori: mi obbligò a praticare una leggera medicazione e coprire il tutto con un cerotto sterile. Dovetti aspettare quasi tre giorni per tornare a scorgere qualcosa nel cratere. Questa volta mi armai di maggiore delicatezza e di una vecchia lente di ingrandimento con il manico di legno. Invece di affondare l’ago nel cratere tentai di scalzare la pelle per allargare il solco e vedere meglio. La pelle del mio piede era più spessa del previsto. Mi domandai come fosse possibile, in che modo la mia sostanziale inattività avesse potuto modellare e indurire la scorza del mio corpo. Anche le mie mani tradivano inspiegabilmente dell’attività fisica. Una sera di qualche anno prima una mia mano si era ritrovata tra quelle di una sconosciuta, l’amica di un individuo dai capelli rossi per cui provavo soprattutto fastidio, ma che si riteneva mio amico e di tanto in tanto si divertiva a mostrarmi in giro come un’attrazione. La sconosciuta aveva i capelli tagliati in un insolito caschetto. La riga di nero della palpebra sinistra piegava prematuramente verso il basso e l’incisivo sinistro superiore si accavallava leggermente al destro: questo era forse il tratto più interessante del suo volto. Era seduta sulla poltrona di un elegante salotto e teneva la mia mano tra le sue. Aveva l’aria molto interessata.
«Che fai?» mi aveva domandato mentre avvicinava leggermente gli occhi al palmo della mia mano.
«Aspetto che lei mi renda la mano» avevo suggerito.
Lei aveva riso. Due linee le si erano scavate in entrambe le guance e i denti avevano mostrato ulteriori imperfezioni.
«Nella vita, intendo» aveva specificato la sconosciuta senza rendermi la mano.
«Ah.»
Lei mi aveva guardato senza aggiungere altro.
«Quindi?» aveva detto poi sorridendo.
«Quindi che?»
«Cosa fai nella vita?»
Come sempre avevo trovato interessante la vaghezza della domanda.
«Niente» avevo risposto.
«Che significa niente?»
Questa domanda mi era parsa molto più brillante.
«La sua è una domanda piuttosto impegnativa» mi ero trovato a riflettere mentre la sconosciuta non accennava a rendermi la mano. «Di solito, con la parola “niente” si indica un’assenza, in qualche modo il contrario di un tutto, e quindi per paradosso il tutto stesso. In termini scientifici la parola non ha alcun valore tecnico, indica un insieme vuoto.»
La sconosciuta con il caschetto e gli incisivi sovrapposti mi aveva di nuovo guardato qualche secondo e aveva sorriso.
«Intendevo dire cosa significa che non fai niente nella vita» aveva detto riscaldando e abbassando la voce di un paio di ottave. Anche questa era tutto sommato una domanda interessante. Questa persona aveva bisogno di molte istruzioni.
«È quella che viene comunemente definita una “frase fatta”: significa che ho eliminato qualunque relazione attiva con il mondo.»
La ragazza mi aveva fissato con quello che pareva un insopportabile sguardo rapito e d’intesa.
«Be’» aveva detto tornando a guardare la mano, «non sembra la mano di uno che non fa niente.»
Ricordo che non sapevo bene come dovesse essere la mia mano, ma che iniziavo ad avere una certa urgenza che mi venisse restituita. Quando ero riuscito a riaverla mi ero messo a osservare la gente che sfilava. Le poltrone di velluto su cui sedevamo erano situate in un largo corridoio. Persone eleganti ci passavano a fianco con bicchieri in mano. Nell’imboccare il corridoio il loro passo accennava impercettibilmente a rallentare.
La ragazza si era successivamente offerta di appartarsi con me.
«Grazie, ma preferirei di no» avevo risposto.
Il tessuto in fondo al cratere del mio piede era molle e spugnoso, dissimile da qualunque materiale cutaneo mi fosse mai capitato di vedere. Dopo un paio di settimane, quando il cratere sotto al mio piede iniziò a produrre un leggero dolore, pensai di consultare qualcuno: il dolore provocava un impercettibile disassamento nella mia andatura, e la cosa iniziava a infastidirmi.
Quando Nina venne ad aprirmi sembrava a disagio.
«Che vuoi?» domandò.
Scivolai con una certa destrezza nell’ingresso.
«Ho bisogno di un consulto.»
Nina mi guardò male. Per qualche ragione aveva in testa un buffo copricapo simile a un turbante.
«Non ora, Teo, ho da fare.»
Svicolai nella grande porta a vetri.
«Ci vorrà un secondo.»
Nel salotto, riunita intorno a un basso tavolo di cristallo, c’era una dozzina di signore di varia età. Avevano indosso abiti colorati e delle tazze di tè in mano. Sul tavolo erano poggiati dei sacchi di plastica e una delle signore, con i capelli rossi legati in una bizzarra cofana, era in piedi davanti al camino, come se stesse facendo un sermone.
«Oh» dissi fermandomi sull’ingresso del salotto. «Buonasera.»
Le signore sembravano piuttosto impensierite dalla mia apparizione.
«Buonasera» disse qualcuna di loro, non molto convinta.
«Teo, per favore, abbiamo da fare» disse mia sorella alle mie spalle. Sembrava molto preoccu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’uomo nell’armadio e altri due racconti che non capisco
  4. Lo sgabello
  5. Bisturi
  6. L’uomo nell’armadio
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright