
- 304 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Benito Cereno - Daniel Orme - Billy Budd
Informazioni su questo libro
Un capitano spagnolo vittima di un sanguinoso ammutinamento su una nave negriera. Un vecchio marinaio sceso a terra per trascorrervi i suoi ultimi giorni. Un giovane e innocente gabbiere condannato a morte su un vascello da guerra. Tre indimenticabili racconti del "più grande veggente e poeta del mare".
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Informazioni
Print ISBN
9788804449119eBook ISBN
9788852064500Billy Budd, marinaio
(la storia interna)
Dedicato
a
JACK CHASE
inglese
ovunque si trovi ora quel grande cuore,
qui in Terra, o nel porto del Paradiso
Capocoffa di maestra
nell’anno 1843
sulla fregata americana
“United States”1
I
Prima che esistessero le navi a vapore, ovvero allora più frequentemente di oggi, avveniva a chi passeggiava sulle banchine di qualsiasi porto marittimo di una certa importanza di essere attirato dalla vista di gruppi di marinai appartenenti a navi da guerra o a mercantili, a terra in franchigia, abbronzati e tirati a lucido. In certi casi camminavano a fianco o addirittura circondavano, come una guardia del corpo, un personaggio superiore, della loro stessa classe, che si muoveva insieme con loro, come Aldebaran fra le stelle minori della sua costellazione.1 Questo personaggio straordinario era il “Bel Marinaio”, di tempi meno prosaici, della marina militare o di quella mercantile. E senza traccia di vanagloria, anzi con la semplicità disinvolta della naturale regalità, egli sembrava accettare l’omaggio spontaneo dei suoi compagni.
Mi rammento in particolare una di queste occasioni. A Liverpool, una cinquantina d’anni or sono,2 vidi all’ombra del grande e squallido muro del Dock del Principe (uno sbarramento da tempo rimosso) un marinaio semplice, di un nero così intenso che doveva essere un africano della stirpe inalterata di Cam.3 Una figura di proporzioni simmetriche, di altezza molto superiore alla media. Le due cocche di uno sgargiante fazzoletto di seta sciolto che gli girava intorno al collo danzavano sul nudo torace d’ebano; alle orecchie portava grossi cerchi d’oro e sulla testa ben proporzionata calzava un berretto scozzese con la fascia assortita.
Era un caldo meriggio di luglio e una barbara allegria sprizzava dal suo volto, lucido di sudore. Scherzando giovialmente con gli uni e con gli altri, scopriva a tratti i denti in abbaglianti sorrisi, e con i suoi frizzi era al centro di un gruppo di compagni. Questi costituivano un assortimento tale di tribù e di razze che Anacharsis Clootz avrebbe ben potuto farli sfilare davanti alla tribuna della prima Assemblea francese come rappresentanti della razza umana.4 Ad ogni tributo spontaneamente reso dai passanti a quell’idolo nero – una sosta e un’occhiata, e più raramente un’esclamazione – il variopinto corteo dava segni di gloriarsi dell’oggetto di tale tributo, nello stesso modo in cui senza dubbio i sacerdoti assiri si gloriavano del loro grande Toro scolpito, quando i fedeli si prostravano davanti all’idolo.
Ma torniamo a noi.
Anche se in qualche caso si pavoneggiava a terra come una specie di nautico Murat,5 il “Bel Marinaio” del periodo in questione non aveva niente del Billy-va-al-diavolo dandistico, un tipo divertente ora scomparso, ma in cui talvolta ci si può ancora imbattere, e in una forma ancor più divertente dell’originale, al timone dei vascelli nel tempestoso Canale Erie o, più facilmente, a sballarle grosse nelle bettole lungo l’alzaia.6 Invariabilmente espertissimo nel suo pericoloso mestiere, egli era anche quasi sempre un pugile o un lottatore in gamba. Aveva forza e prestanza. Le sue prodezze correvano di bocca in bocca. A terra era il campione, a bordo il portavoce; in prima fila ogni volta che ne valeva la pena. Nella burrasca era là, a far terzaruolo alle vele di gabbia, a cavalcioni dei bracci del pennone, il piede nel “cavallo fiammingo” come staffa, le due mani che tiravano la drizza come una briglia, suppergiù nell’atteggiamento del giovane Alessandro che doma il fiero Bucefalo.7 Una figura superba, che si staglia contro il cielo tempestoso come scagliato dalle corna del Toro, allegramente incitando la strenua squadra lungo l’alberatura.
I caratteri morali di rado non erano in armonia con quelli fisici. E invero, se non fosse stato così, l’avvenenza e la forza, sempre attraenti quando sono entrambe presenti in un uomo, difficilmente avrebbero potuto attirare il genere di sincero omaggio che il “Bel Marinaio”, nei suoi vari esemplari, riceveva dai suoi compagni meno dotati.
Un astro del genere, almeno nell’aspetto e un po’ anche nell’intima natura, sebbene con importanti varianti che appariranno manifeste mano a mano che il racconto procederà, era Billy Budd occhi-di-cielo, ovvero Baby Budd, come più familiarmente egli finì con l’essere chiamato in circostanze che saranno precisate in seguito. Età: ventun anni, gabbiere di parrocchetto della flotta britannica, verso la fine dell’ultimo decennio del secolo XVIII. Non molto prima del tempo in cui si svolge la presente storia egli era entrato al servizio del re; era stato arruolato a forza nella Manica, fatto passare da un mercantile inglese diretto in patria ad un vascello da settantaquattro cannoni, la “Bellipotent”,8 che faceva prua verso il largo e che, fatto non infrequente in quei tempi burrascosi, era stato costretto a salpare con l’equipaggio incompleto. L’ufficiale di reclutamento, tenente Ratcliffe, gettò l’occhio su Billy al primo colpo, ancor prima che la ciurma del mercantile si fosse schierata sul cassero per essere sottoposta alla sua ponderata ispezione. E scelse soltanto lui. Infatti, forse perché gli altri uomini schierati davanti a lui erano svantaggiati dal confronto con Billy, o forse perché ebbe qualche scrupolo vedendo che il mercantile era piuttosto sguarnito, l’ufficiale, qualunque fosse il motivo, si accontentò della sua prima scelta istintiva. Con stupore dei suoi compagni, e con grande soddisfazione del tenente, Billy non mosse obiezioni. È pur vero tuttavia che qualsiasi obiezione sarebbe stata vana quanto la protesta di un cardellino chiuso in gabbia.
Il capitano della nave, notando questa rassegnata acquiescenza, quasi spensierata, diede a Billy un’occhiata piena di sorpresa e di muto rimprovero. Il capitano era uno di quei degni mortali che si trovano in ogni professione, anche nelle più umili, il tipo di persona che tutti sono d’accordo nel definire “un uomo perbene”. E inoltre, fatto meno strano di quanto possa apparire, sebbene fosse avvezzo a solcare acque procellose, alle prese per tutta la vita con le forze della natura ribelli, non c’era nulla che questo spirito onesto avesse più a cuore della tranquillità e della pace. Per il resto, aveva all’incirca cinquant’anni, leggermente tendente alla pinguedine, un volto attraente, senza baffi, con un incarnato piacevole, faccia piuttosto piena, dall’espressione umana e intelligente. In una giornata di bel tempo, con un buon vento e quando tutto andava bene, una certa intonazione musicale nella voce pareva essere la genuina spontanea espressione della sua intima personalità. Era dotato di grande prudenza e di grande coscienziosità, e in certe occasioni queste virtù gli causavano gravi preoccupazioni. Quand’era in navigazione, fintanto che la sua nave veleggiava in una qualche vicinanza alla costa, capitan Graveling non chiudeva occhio. Prendeva a cuore quelle gravi responsabilità per cui certi comandanti non si scomponevano altrettanto.9
Ora, mentre Billy Budd era giù nel castello di prua a raccogliere le sue cose, il tenente della “Bellipotent”, tozzo e brusco di modi, per niente sconcertato dal fatto che il capitano Graveling si fosse sottratto ai consueti doveri di ospitalità in un’occasione a lui così sgradita, omissione dovuta soltanto al suo essere sovrappensiero, si invitò da sé senza tante cerimonie nella cabina, e si impadronì anche di una bottiglia che prese dall’armadietto dei liquori, un ricettacolo che i suoi occhi esperti scoprirono immediatamente. Egli era difatti uno di quei lupi di mare nei quali la durezza e i pericoli della vita navale nelle grandi e lunghe guerre di quel tempo, non attenuarono mai l’inclinazione naturale ai piaceri dei sensi. Faceva sempre fedelmente il proprio dovere; ma il dovere è talvolta un arido obbligo ed egli era propenso a… irrigare quest’aridità, ogni volta che era possibile, con un fertilizzante distillato di acquavite. Al proprietario della cabina non restava che far la parte dell’anfitrione per forza, con tutta la cortesia e lo zelo possibili. Come necessaria aggiunta alla bottiglia, pose in silenzio un boccale e una caraffa d’acqua davanti all’ospite incontenibile. Ma dopo essersi scusato di non bere insieme con lui, osservava tristemente l’ufficiale che per nulla imbarazzato diluiva appena appena, con flemma, il suo liquore e poi lo ingollava in tre sorsate, allontanando il boccale vuoto, ma non tanto da non averlo a portata di mano, e si andava accomodando al tempo stesso a suo agio sulla sedia, facendo schioccare le labbra tutto soddisfatto, e guardava dritto negli occhi il suo anfitrione.
Terminate queste manovre, il capitano ruppe il silenzio, dicendo con un tono di triste rimprovero nella voce:
«Tenente, state per portarmi via il mio uomo migliore, la perla del mio equipaggio.»
«Sì, lo so» rispose l’altro, riavvicinandosi immediatamente il boccale per prepararsi a riempirlo di nuovo. «Lo so. Mi dispiace.»
«Scusatemi, ma voi non capite, tenente. Vi dirò. Prima di imbarcare quel ragazzo, il mio castello di prua era un covo di liti. Erano tempi brutti, ve l’assicuro, a bordo della “Diritti”. Io ero preoccupato al punto che la mia pipa non mi dava conforto. Ma venne Billy e fu come un prete cattolico che predica pace a degli irlandesi in baruffa. Non che egli facesse loro la predica o dicesse o facesse niente di particolare: ma emanava da lui un potere che ammansiva i più feroci. Essi furono attirati da lui come i calabroni dal miele; tutti, tranne il picchiatore della compagnia, un tipo grosso e villoso con i baffi rosso fuoco. Questi, forse pieno d’invidia per il nuovo venuto e pensando che un così “dolce e bel ragazzo”, come soleva definirlo con gli altri burlandosi di lui, difficilmente potesse avere lo spirito di un gallo da combattimento, si dava da fare per tentare a ogni costo di attaccar briga con lui. Billy pazientò, ci ragionò insieme con maniere cortesi – egli è un po’ come me, tenente, che odio qualsiasi tipo di litigio – ma niente giovò. Così, un giorno durante il secondo turno di guardia “Baffo Rosso” alla presenza degli altri, con il pretesto di mostrare a Billy il punto dove si tagliava una bistecca di lombo – perché il tipo una volta aveva fatto il macellaio – gli assestò brutalmente un colpo sotto le costole. Rapido come il lampo Billy fece scattare il suo braccio. Oso dire che egli non aveva mai avuto intenzione di arrivare proprio a tanto, ma in ogni modo diede a quel grosso cretino una lezione terribile. Ci volle circa mezzo minuto, credo. E, Dio vi benedica, lo zoticone rimase sbalordito da tanta rapidità. E credetemi, tenente, “Baffo Rosso” ora ama davvero Billy: lo ama, o è il più grande ipocrita che io abbia mai conosciuto. Ma tutti lo amano. Alcuni di loro lavano la sua roba, gli rammendano i suoi pantaloni vecchi; il carpentiere a tempo perso gli fa un bel cassettoncino. Tutti farebbero qualsiasi cosa per Billy Budd; e qui siamo una famiglia felice. Ma ora tenente, se questo giovanotto se ne va, lo so cosa succederà a bordo della “Diritti”. Non mi ricapiterà molto presto, alzandomi da tavola dopo pranzato, di appoggiarmi all’argano a farmi tranquillamente una pipata: no, di sicuro non tanto presto. Sì, tenente, state per portar via la perla dei miei uomini: state per portarmi via il mio paciere!» E con questo il brav’uomo riuscì davvero a malapena a trattenere un singhiozzo.
«Bene» disse l’ufficiale che aveva ascoltato tutto ciò, interessato e divertito, e ora si era fatto più allegro grazie al cicchetto «bene, benedetti siano i pacieri, e specialmente i pacieri battaglieri! E tali sono le settantaquattro bellezze, di alcune delle quali voi vedete spuntare il naso fuori dagli oblò di babordo di quella nave da guerra che sta aspettando me» e indicò nel dir questo la “Bellipotent” attraverso la finestra della cabina. «Ma su, coraggio! Non fate quella faccia così sconsolata. Ecco, vi prometto fin d’ora l’approvazione reale. Siate certo che sua maestà sarà felicissimo di sapere che in un’epoca in cui il suo duro pane non viene ricercato avidamente, come dovrebbe, dai marinai, un’epoca inoltre in cui alcuni comandanti di mercantili si irritano in cuor loro perché si prende in prestito un marinaio o due per il servizio, sua maestà, dicevo, sarà felicissimo di apprendere che per lo meno un capitano cede volentieri al re il fiore del suo gregge, un marinaio, il quale, con pari lealtà, non protesta. Ma dov’è la mia bellezza? Ah, eccolo qui» soggiunse dando un’occhiata attraverso la porta aperta della cabina. «Per Giove, porta con sé il suo cassettoncino… Apollo con il suo baule!… Giovanotto» disse, muovendogli incontro «non puoi portare questa grossa cassa a bordo di una nave da guerra. Là le casse sono in maggior parte quelle da munizioni. Metti i tuoi stracci in un sacco, ragazzo. Stivali e sella per il cavalleggero, sacco e amaca per i marinai della nave da guerra.»
Il trasferimento dal cassettone al sacco fu fatto. E dopo che ebbe fatto scendere il suo uomo nella barca e l’ebbe seguito scendendo anche lui, il tenente si allontanò dalla “Diritti dell’Uomo”. Questo era il nome del mercantile sebbene il comandante e l’equipaggio lo abbreviassero alla maniera dei marinai, in “Diritti”. Quel testardo del suo armatore, di Dundee, era un incrollabile ammiratore di Thomas Paine, il cui libro in risposta alle censure di Burke sulla Rivoluzione Francese era stato pubblicato da qualche tempo e si era largamente diffuso.10 Nel battezzare la sua nave con il titolo del volume del Paine, l’uomo di Dundee si comportò un po’ come un altro armatore del tempo, Stephen Girard di Filadelfia, che espresse le sue simpatie sia per la terra natia che per i suoi filosofi liberali, battezzando le sue navi con i nomi di Voltaire, Diderot, e così via.11
Ma ora, mentre la barca scivolava sotto la poppa del mercantile e l’ufficiale e i rematori notavano – alcuni con amarezza e altri con un sogghigno – il nome iscrittovi, proprio in quel momento la nuova recluta balzò in piedi dal posto di prora dove il timonerie l’aveva mandata a sedere, e sventolando il cappello verso i compagni che, silenziosi, tristemente la guardavano dal parapetto di poppa, si accomiatò da loro con un saluto gioviale. Poi salutando anche la nave stessa: «E addio anche a te, vecchia “Diritti dell’Uomo”» disse.
«Seduto!» tuonò il tenente, assumendo immediatamente tutto il rigore del suo grado, ma reprimendo tuttavia a stento un sorriso.
A dire il vero l’azione di Billy era una gravissima infrazione all’etichetta della marina. Ma a questa etichetta egli non era mai stato educato; tenuto conto di questo fatto il tenente difficilmente l’avrebbe ripreso così energicamente se non fosse stato per l’addio finale alla nave. Questo gli parve piuttosto contenere un sottinteso ironico, da parte della nuova recluta, una scaltra allusione all’arruolamento forzato in generale e a quello suo in particolare. Invece, più probabilmente, se si trattò proprio di satira, difficilmente fu fatta con intenzione, perché Billy, sebbene felicemente dotato dell’allegria della buona salute, della gioventù e di un cuore spensierato, non aveva tuttavia affatto uno spirito satirico. Gli mancavano per questo e la volontà e la sinistra destrezza. I doppi sensi12 e le insinuazioni erano del tutto estranei alla sua natura.
Quanto al suo arruolamento forzato, egli pareva averlo preso come era solito prendere ogni mutamento di tempo. Come gli animali, sebbene non fosse filosofo, egli era in pratica un fatalista, senza saperlo. E forse gli piaceva abbastanza questo avventuroso mutamento della sua vita, che prometteva l’apertura di nuovi orizzonti ed esaltanti avventure belliche.
A bordo della “Bellipotent” il nostro marinaio mercantile ebbe subito il grado di sottocapo e fu assegnato al quarto di tribordo della coffa di parrocchetto.13 Fu subito a suo agio nel servizio, molto gradito per il suo bell’aspetto non conscio di sé e per una specie di aria allegra e spensierata. Non c’era uomo più allegro di lui nel suo rancio; in netto contrasto con certi altri individui compresi come lui nella parte della ciurma reclutata forzatamente. Costoro infatti, quando non erano occupati dal lavoro, talvolta, e specialmente nell’ultimo turno di guardia quando l’avvici...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. Il giudizio del capitano
- Vita di Melville
- Bibliografia
- BENITO CERENO – DANIEL ORME – BILLY BUDD
- Benito Cereno
- Daniel Orme
- Billy Budd, marinaio
- Note
- Copyright