Nuovi Argomenti (71)
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Nuovi Argomenti (71)

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Nuovi Argomenti (71)

Informazioni su questo libro

Hanno collaborato: Alessandro Piperno, Filippo Tuena, Luigi Guarnieri, Manuela Maddamma, Giulio Silvano, Errico Buonanno, Luca Mastrantonio, Gianni Clerici, Debora Omassi, Alessio Schreiner, Orazio Labbate, Francesco Stoppa, Mary Barbara Tolusso, Moira Egan, Damiano Abeni, James Merrill, Angela Ida Murgia, Albert Berryway, Gabriella Nisticò.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804654292
eBook ISBN
9788852067488

IMPOSTORI

INTRODUZIONE

Il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) che ho in mano mentre scrivo questa introduzione non è aggiornato ma fa comunque il suo dovere perché la patologia in questione è antica quanto l’uomo. Sebbene non venga riconosciuta come un vero e proprio disturbo specifico, nella sezione dedicata ai disordini della personalità, rubricata sotto la voce personalità istrionica, trovo finalmente quello che cerco.
Caratteristica fondamentale degli individui che presentano questo disturbo – traduco a braccio dall’inglese – è l’eccessiva e pervasiva ricerca di attenzione. A ciò si somma il disagio per non essere al centro della scena, i repentini e superficiali mutamenti emotivi, un’interazione con gli altri basata su un comportamento eccessivamente seduttivo, una teatrale messa in scena di sé accompagnata da una esagerata manifestazione delle emozioni, un uso dell’aspetto fisico volto a spostare l’attenzione su di sé, un linguaggio iperbolico ma lacunoso nei dettagli, la tendenza a essere facilmente suggestionabili e influenzabili e quella a considerare i rapporti più intimi di quanto non siano in realtà.
Oltre a corrispondere perfettamente alla descrizione di un mio lontano cugino e a circa metà degli scrittori, attori e registi che conosco (l’altra metà, me compreso, appartiene al quadro Personalità Narcisistiche). Mi interessava individuare dei tratti comuni a questi individui scaltri, fantasiosi, seducenti, innocui o pericolosi a seconda dei casi, volgarmente noti come impostori.
Nonostante la letteratura clinica si sia occupata di pseudologia e mitomania, ovvero la tendenza a inventare bugie cui può credere (“Se perdo le elezioni vado in Africa”) o non credere (“Pensavo fosse la nipote di Mubarak”) il soggetto stesso, mancano studi approfonditi sul tema: troppo faticoso persino per gli psicologi capire se i pazienti che collaborano stanno dicendo il vero... Purtroppo nemmeno il numero di «Nuovi Argomenti» che avete in mano – che solo in apparenza somiglia a una raccolta di casi clinici per un congresso internazionale di psichiatria – vi sarà d’aiuto per individuare, smascherare e neutralizzare una volta per tutte gli impostori.
Prendetelo piuttosto come un colorito campionario di bassezze (e grandezze) umane, un trattato sulla nobile arte dell’impostura, un almanacco di personalità curiose e fatti bizzarri.
Alessandro Piperno coglie l’occasione per una impudica quanto esilarante confessione, Filippo Tuena intreccia il delicato filo della sua autobiografia con quella di Cary Grant, Luigi Guarnieri ci conduce nella chiesa sconsacrata della letteratura per officiare una messa in memoria di un prete spretato, Errico Buonanno organizza una visita guidata nel Museo del Falso, Silvano&Trevisani vanno a frugare sotto i tavoli dei medium durante le sedute spiritiche, Luca Mastrantonio mette a segno uno scoop con un professionista dell’apocrifo, Manuela Maddamma pennella le biografie immaginarie di Arshile Gorky, e Gianni Clerici ci racconta di come gli impostori frequentino indisturbati i circoli del tennis (e continuino a rubare imperterriti i punti...)
Dalle aule universitarie ai campi in terra battuta, da Hollywood alle redazioni dei giornali, dalle calli di Venezia ai musei di Biella, a leggere questo numero di «Nuovi Argomenti» sembrerebbe che gli impostori siano davvero dappertutto. Dovremmo dunque rassegnarci a una convivenza forzata con questi individui? Così pare: proprio come i vampiri, gli alieni e gli incaricati dell’Acea che hanno appena suonato per offrirmi una tariffa più vantaggiosa sulla bioraria, gli impostori vivono tra noi, come si intitolava un vecchio albo di Dylan Dog. Anzi, ormai sono così tanti che altro che vivono tra noi: viviamo tra loro, sarebbe il caso di dire.
Per riconoscerli bisognerebbe avere i magici occhialetti di Roddy Piper in Essi vivono (tipo quelli per vedere le donne nude che vendevano sull’Intrepido, Lire 3.7001), mitico film di Carpenter che Tiziano Sclavi e gli autori dell’Indagatore dell’Incubo hanno sempre saccheggiato senza vergogna, tanto per restare in tema. Ma gli occhiali servirebbero solo a dimostrare una terribile verità: siamo circondati. A volte invisibili, discreti, insospettabili, altre sfrontati, esibizionisti, megalomani, gli impostori raggiungono ogni anfratto della società, nidificano e lo colonizzano. I professionisti tra loro siedono in parlamento, parlano a mezzobusto dagli studi televisivi, vincono gli Oscar spacciando boiate di film per capolavori assoluti; i dilettanti raccontano al bar che se non era per la rottura di quel maledetto crociato a quest’ora erano in serie A, al figlio che gli mancavano due esami alla tesi e alla nuova amante che è la prima volta che tradiscono la moglie.
Noi tutti ne conosciamo a dozzine, gli stringiamo la mano al lavoro, li salutiamo nel cortile mentre scendono col cane e accettiamo la loro amicizia su Facebook: hanno attecchito e proliferato così bene nella società contemporanea da far pensare che, se non l’hanno già fatto prima che voi arriviate alla fine di questo paragrafo, presto conquisteranno il mondo intero. Al sicuro dietro l’anonimato dei loro indirizzi IP possono sembrare i più formidabili interpreti dell’era digitale, ma gli impostori non sono un’invenzione moderna.
Stirpe maledetta, legione immortale che si perpetua nei secoli dei secoli, la storia è costellata dalle loro sventate prodezze. Prendete il tizio che nel 1598 si presentò a Venezia affermando di essere il mitico Re Sebastiano del Portogallo, misteriosamente scomparso in battaglia. In effetti molti tratti somatici corrispondevano alla descrizione, poteva ben essere il sovrano con qualche anno sul gobbo. Peccato non conoscesse neanche una parola di portoghese. Sotto tortura il tapino confessò e fu giustiziato in patria. O vogliamo parlare dei sette falsi delfini che si spacciarono per il povero figlio di Luigi XIV?2 Poi vengono i pretendendi al trono, i sedicenti zar, i ciarlatani, gli stregoni, gli alchimisti, i millantatori, i cerusici, gli imbonitori, le donne che si spacciavano per uomini e gli uomini per donne (oggi transgender), tra i quali, forse, Elisabetta I, figlia di Enrico VIII. Dunque era questo il suo segreto? Era per questo motivo che la regina non poteva avere figli? Sembra una puntata di Voyager, invece è un gustoso quanto disordinato saggio di Bram Stoker3, una specie di Giacobbo ante litteram. Godendo di alterna fortuna, ma di fantasia invidiabile, gli impostori hanno attraversato i secoli per arrivare fino a noi. Ci sono stati casi drammatici, clamorosi, paradossali. Sono stati oggetto di libri memorabili, come il Jean-Claude Romand de L’avversario4, il falso medico francese che sterminò la famiglia sopraffatto dall’immane castello di debiti e menzogne che aveva eretto. O di documentari imperdibili come il Donald Crowhurst di Deep Water5, cronaca della prima edizione della Golden Globe Race, giro del mondo a vela e senza scali durante il quale un elettrotecnico senza esperienza di mare iniziò a fornire falsi punti nave alla giuria, tenendo addirittura due diari dell’impresa, uno vero e disperato, l’altro falso e celebrativo, scoperti dopo la sua agghiacciante fine6. Dunque, come oggi, un destino tragico sembrerebbe accomunare tutti gli impostori, per lo meno i più sfacciati e grandiosi. Tuttavia, nelle strategie dell’impostura tra il passato e il presente c’è una differenza: mentre ieri venivano o dicevano di venire da luoghi remoti e inaccessibili così da poter nascondere informazioni sul loro conto, oggi vivono nella villetta accanto alla nostra e sono direttamente loro a fornire informazioni, false, d’accordo, ma pur sempre informazioni, sul proprio conto. Hanno bigliettini da visita, lauree comprate in Albania, PHD tarocchi presi a Chicago, home page, profili Facebook e account Twitter da cui spararle grosse indisturbati. In nome della riservatezza nessuno si prende la briga di controllare titoli e credenziali (o forse perché anche i controllori temono che così facendo a qualcuno prima o poi venga in mente di controllare loro?) e gli impostori continuano a esercitare impuniti il loro inarrivabile magistero.
Va bene, fin qui tutto vero – o falso – ma che importa? Voi ve la sentite di condannarli a pene severe? Io no. O per lo meno concedo loro robuste attenuanti. E non solo perché gli impostori spesso e volentieri sono più simpatici, vitali e creativi degli altri (e i loro antagonisti chi sarebbero? I leali? Gli affidabili? I sinceri?) ma perché quello che non abbiamo detto in fondo è chi sono, o meglio, chi non sono gli impostori.
Semplice. Non sono ciò che dicono di essere. O ancora, sono ciò che non sono. Quindi alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non è stato azzurro di sci, proprio come il ragionier Ugo Fantozzi a Cortina. Certo, da qui alla patologia ce ne corre, ma dobbiamo riconoscere che impostori, almeno un po’ lo siamo – lo siamo stati – o lo saremo tutti. Forse è per questo che sotto sotto, se non sono criminali psicopatici, ci fanno anche simpatia. Per cui, cimentatevi pure nell’ingegnosa arte dell’impostura, coraggio, uscite allo scoperto, non vi faremo niente.
Ma fate attenzione a una cosa soltanto: sceglietevi bene il personaggio da mettere in scena. Perché, come diceva il vecchio Kurt Vonnegut “Noi siamo ciò che fingiamo di essere. Quindi dobbiamo stare attenti a ciò che fingiamo di essere.”
Filippo Bologna
1. Li comprai ma erano una truffa: le donne nude le vidi solo molti anni dopo, e senza occhiali.
2. In realtà morto a undici anni nelle galere giacobine.
3. Bram Stoker, Doppie identità, Robin
4. Emmanuel Carrère, L’avversario, Adelphi
5. Deep Water (2006), di Louise Osmond e Jerry Rothwell
6. Le comunicazioni via radio di Crowhurst cessarono il 29 Giugno 1969. La sua barca venne trovata alla deriva a largo delle Bermude. Il suo corpo non venne mai recuperato.

LA SINDROME DELL’IMPOSTORE

Alessandro Piperno
Da quando un paio d’anni fa è morto il mio Maestro (così gli accademici chiamano i professori che li hanno formati) non passa giorno che non pensi a lui. Seduttore mefistofelico, manipolatore senza scrupoli, nevrotico spaventoso, invidioso di lungo corso, non c’era nessuno più compreso nel ruolo di Professore e tuttavia così poco professorale. Una mattina mi disse che era tempo di darsi del tu (ci conoscevamo da dieci anni): all’inizio del pomeriggio ci aveva già ripensato, inorridito all’idea che mi rivolgessi a lui in modo informale.
Non doveva essere facile coniugare attitudini antitetiche come la pompa accademica e la freschezza artistica. (E quando dico artistica alludo agli artisti di strada, funamboli pieni di improntitudine). Se è vero che il talento è il modo di rendere personale l’ordinario, allora il mio Maestro resta l’individuo più talentuoso in cui mi sia mai imbattuto (lo dico avendo stretto la mano a due premi Nobel, una manciata di stilisti di fama e un allenatore di calcio campione del mondo). Vorrei specificare però che il terriccio spirituale in cui il suo genio fruttificava non aveva niente di fragrante: egotismo, malinconia, disperazione. Poi c’era la crudeltà, ma temo derivasse dall’infantile incapacità di comprendere fino a che punto le sue parole potessero massacrare l’interlocutore. Al fondo di tutto, la paranoia. Vedeva nemici ovunque, soprattutto dove non c’erano. Ai coetanei preferiva i giovani: il suo era il solo disincanto che tollerava.
Il mio Maestro adorava essere chiamato Professore. E bastava vederlo in azione per capire che quel titolo gli stava come un blazer doppiopetto a David Niven. La lezione era la sua riserva di caccia, in cui l’eloquenza naturale spiccava il volo fino a sfiorare altezze soprannaturali. Non aveva pudore a parlare di argomenti che l’accademico medio evita come la peste: amore, gelosia, denaro, morte, eternità, insomma la battaglia per la vita. Spaziava da Platone a Walter Chiari con la naturalezza del crooner. Ma non divagava in modo sciatto e demagogico, la forbitezza era stupefacente, per non dire degli improvvisi cambi di registro. Non c’era studente che non abboccasse.
La fine dei corsi, gli ultimi giorni di primavera, corrispondeva alla morte civile. Una volta mi disse: «Oggi mi sento un campo da calcio vuoto». L’aula universitaria (quella che oggi gli hanno melanconicamente intitolato) era il suo ring, la pista di pattinaggio, l’arena imbrattata di sangue dei mille tori che aveva infilzato. Nell’anfiteatro digradante verso la cattedra lignea aveva fatto vibrare i cuori di giovani disadattati e nutrito le fantasie bovariste di procaci squinziette. E lo aveva fatto con ingenuità e cinismo encomiabili. Non c’era ragazza che dopo una decina di lezioni non decidesse di lasciare il fidanzato per abbandonarsi a un’allegra promiscuità sessuale (anche di questo, caro Maestro, ti ringraziamo).
Un giorno mi telefona per dirmi che l’indomani dovrò sostituirlo. Gli chiedo in che senso. Irritato, mi spiega che ha una visita oculistica (per un professore gli occhi sono lo strumento incantatorio per antonomasia, e i suoi erano vulnerabili e feroci come quelli di un Grizzly). Non ha potuto avvertire gli studenti. È troppo indietro con il programma per concedersi un’assenza. Non devo preoccuparmi: è una lezione su Le peintre de la vie moderne di Baudelaire, argomento che da mesi sviscero nella mia tesi di dottorato. Devo essere limpido, didascalico; proibirmi le digressioni; ma soprattutto tenere a mente che quei mocciosi capiscono poco di qualsiasi cosa se non della capacità di un docente di dominarli . Le mie proteste, colorite da commenti spudoratamente autodenigratori, non sortiscono alcun effetto se non quello di irritarlo ancora di più. Dopo aver attaccato, mi getto sul mio Baudelaire, tentando di trovare qualcosa di interessante da dire.
La notte fu animata da incubi di pubblica gogna. Sebbene la lezione fosse a mezzogiorno (il mio Maestro era solito esibirsi in orari baronali), alle sette ero già in facoltà, un paio di caffè in mano e una manciata di libri aperti. Quel mattino iniziai a fumare la pipa. Il bisogno di feticci non prevedeva nessuna originalità iconografica. Non misi la giacca di tweed solo perché la stagione lo sconsigliava, ma non potei fare a meno di rubare una delle pipe più sobrie di mio padre e sfoggiarla con la goffaggine con cui i sovrani bambini stringono lo scettro di fronte a sudditi esitanti.
Avrò avuto al massimo venticinque anni. Alcuni degli studenti a cui fra poche ore avrei distillato il mio sapere incerto erano stati miei compagni di corso, qualcuno più grande di me. L’idea di leggere pubblicamente nel mio francese scolastico la prosa di Baudelaire era resa imbarazzante dalla presenza di un paio di ragazzi di Nantes, in Erasmus presso il nostro ateneo. Del resto, parlare di fronte a una platea avvezza alle lezioni del mio Maestro era come palleggiare a centrocampo in un San Paolo gremito subito dopo la famosa performance di Diego Armando Maradona.
La voce con cui spiegai agli studenti che quel giorno avrei sostituito il mio Maestro andò subito in pezzi, e con essa l’autorevolezza vagheggiata e i sogni di gloria. Dopo una trentina di minuti di dotti farfugliamenti baudelairiani, avendo esaurito gli argomenti,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. DIARIO - Emanuele Trevi
  4. IMPOSTORI
  5. SCRITTURE
  6. LETTURE
  7. POESIE
  8. FONDAMENTA
  9. QUESTIONARI
  10. Copyright