Sono come lei
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Sono come lei

  1. 266 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Sono come lei

Informazioni su questo libro

Sono come lei racconta la storia di tre donne, tre generazioni di madri e figlie, la cui vita prende una svolta inaspettata quando nella loro esistenza irrompono con forza la passione e la malattia. Elizabeth, giovane studiosa di Flaubert, viene convocata a Hollywood per scrivere una sceneggiatura ispirata a Madame Bovary. Il tema dell'adulterio spinge la ragazza a guardare i sentimenti sotto una luce diversa e l'ombra del tradimento si affaccia così nella sua vita. Le cose si complicano quando Greta, sua madre, una donna dolce che ha sacrificato tutta se stessa alla famiglia, le chiede di aiutarla perché la nonna Lotte, un'eccentrica e viziata ottantenne, ha scoperto di avere un tumore alla pelle del viso, quella bellissima pelle che è sempre stata il suo vanto... Amore e tradimento, passione e dolore si intrecciano in questo romanzo irresistibile ed elegante, nel quale Cathleen Schine si conferma scrittrice raffinata, insuperabile nel sondare le pieghe dell'animo femminile e nel descriverle con sottile ironia.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804594970
eBook ISBN
9788852067013

1

È dura per gli orfani di madre, ma per noialtri? pensò Elizabeth. Motherless children have a hard time, when your mother is dead… Doveva aver cantato a voce alta perché Greta, sua madre, le diede un colpetto sulla mano e disse: «Basta con la musica».
Elizabeth l’abbracciò.
«Grazie di essere venuta» sussurrò Greta. «Sei una brava figlia.» Le lacrime sbucarono da sotto i suoi occhiali da sole e le solcarono le guance.
«Mamma, se la caverà» disse Elizabeth. «Non piangere. Anche tu sei una brava figlia.»
Poi si mise a piangere a sua volta. E rimpianse di non avere gli occhiali da sole.
«Fa un caldo fottuto, qui dentro» disse Greta dando dei colpetti sulla schiena di Elizabeth, in un gesto di conforto ritualistico e quasi inconscio. «Perché hanno il riscaldamento acceso? Ci faranno ammalare tutti.» Si voltò verso l’addetta all’accettazione. «Primo: non nuocere!».
La donna, una nera di mezza età con le unghie finte lunghe e squadrate, alzò lo sguardo.
«Forse hai le caldane» disse Elizabeth. Si terse il sudore dalla fronte con il dorso della mano. «Forse abbiamo tutti le caldane.»
Le unghie dell’impiegata ripresero a picchiettare sulla tastiera del computer.
Elizabeth ascoltò il ticchettio della plastica sulla plastica, il ritmo del lavoro. Ordine. Una decisione tranquilla: un piede davanti all’altro. Un’unghia davanti all’altra.
Immaginò la pelle di sua nonna. Sua nonna era così fiera della propria carnagione. Era bianca, bianca come le spalle dell’eroina di un romanzo. Era soffice, soffice come un bacio. Profumata di crema Pond’s. Quante volte quella guancia le era stata offerta per un bacio? Quante volte l’aveva vista avvicinarsi, al rallentatore come in un film dell’orrore? Una volta era fuggita al cospetto della guancia avanzante, e sua nonna aveva pianto. Da adulta, invece, amava baciare sua nonna, amava la delicatezza vecchio stile del suo volto. Ma da bambina a volte si sentiva soffocata da quella guancia, da quelle dita forti e abbrancanti, dalla pretesa. A Elizabeth non piacevano le pretese. A meno che non fossero le sue.
«Povera nonna» disse. Versò qualche lacrima, poi si sforzò di smettere. Tirò su con il naso.
Sua madre si alzò e afferrò una manciata di fazzolettini di carta dalla scrivania della receptionist. «Prendi.»
“Tumore schifoso” aveva detto la nonna quando l’avevano scoperto. “Non poteva venirmi sul culo, dannazione?”
Elizabeth si soffiò il naso. Si asciugò la nuca con un altro fazzolettino. Rimase seduta in sala d’aspetto, sudando, un fazzolettino sporco in ciascuna mano.
Insomma, Lotte, sta’ zitta, si disse Lotte. Figlia di puttana, hai avuto una bella vita. E la vecchia giumenta non è ancora spacciata.
Si sistemò il cappello, si carezzò i capelli. Magnifici capelli dall’ondulazione naturale. Il parrucchiere veniva a casa, ora. Quindici dollari, e niente supplemento per la seduta a domicilio. Certo, lei gli dava una grossa mancia. Era un tesoro, e così affezionato. Be’, si disse, io sono fatta così.
Sua figlia Greta stava parlando con il dottore. Bello? Come un idolo delle platee femminili. Un tale spreco, per un pesce lesso come quello. Un uomo importante, certo, famoso in tutto il mondo, il migliore nel suo campo, con un faretto sulla fronte come un minatore. Bisognava superare due assistenti prima di parlare con lui, ed era sempre brusco e maleducato. Tutto quello che vogliono questi macellai sono i soldi, e ciò malgrado questo bellimbusto con un palo infilato nel suo preziosissimo culo era rimasto a parlare con lei, aveva riso alle sue battute, l’aveva chiamata per nome e le aveva detto che era un peperino.
«E la chemioterapia?» stava chiedendo Greta.
Greta si vestiva in modo ridicolo per essere una donna adulta. Non era affatto brutta, e non avrebbe mai più ripreso i chili persi, beata lei. Ma si trascurava. Lotte si chiese come avesse fatto, lei, Lotte Franke nata Levinson, praticamente cresciuta da Levinson’s, il grande magazzino di famiglia – un’attrice o comunque una ballerina, e a Broadway, non dimentichiamolo –, come avesse fatto a crescere una figlia capace di mostrarsi in pubblico vestita in modo così squallido.
«È un abbigliamento da rodeo» disse Lotte in macchina sulla via del ritorno.
Elizabeth rise dal sedile posteriore. «Nonna, hai mai visto un rodeo? Voglio dire, come puoi saperlo?»
«Mi sono messa dei jeans, per l’amor del cielo» disse Greta. «Non dei gambali di cuoio.»
Lotte si mise a piangere. «Non voglio un buco in faccia.»
«Nonna, nonna, il buco lo coprono» cercò di confortarla Elizabeth. Strinse la spalla di Greta. «Non è vero?»
«Chirurgia plastica» disse Greta. «E sono blue jeans, mamma, come quelli di chiunque altro sul pianeta.»
«Hai sentito?» fece Elizabeth. «Chirurgia plastica. Come una stella del cinema.»
Elizabeth era una ragazza fantastica. Non vistosa, ma elegante. Se soltanto si fosse sciolta i capelli, invece di raccoglierli sulla nuca come una bibliotecaria. «Belli, ondulati…» disse Lotte schioccando la lingua in segno di disapprovazione.
«Ci siamo andati, a un rodeo» disse Greta. «Ricordi, mamma? A Lake George. Faceva così caldo che papà guidava solo con i boxer.»
«Il mio Morris» sospirò Lotte. Che incubo era stato quel viaggio. E la sporcizia! «Tu sì che hai stile» aggiunse rivolgendosi a Elizabeth. «È genetico.»
Anche se un pizzico di trucco non sarebbe stato male. Un tocco di eleganza. Troppo seri, questi giovani. Lavorano troppo. Hanno tutti un’aria emaciata.
«Se è così genetico, a me cosa è successo?» chiese Greta.
«Tu» disse Lotte. Fece spallucce. «Per il rodeo, non sei tanto male.» All’improvviso sollevò le sue grosse mani ossute. Le giunse come in preghiera. I braccialetti sbatacchiarono. «Cosa farei senza di voi? Senza voi due? La mia famiglia. La mia famiglia.» La voce le venne meno. Abbandonò la testa all’indietro. Era così stanca. Le avrebbero tagliuzzato la faccia. Tanto valeva attaccarsi alla canna del gas.
La sua faccia. La bellissima pelle che tutti guardavano con ammirazione. Per tutta la vita avevano ammirato la sua carnagione soffice e bianca. Mai un foruncolo. Lotte si drizzò a sedere, abbassò gli occhi sulla fede matrimoniale, non l’originale e semplice vera ma un grosso cerchio d’oro tempestato di diamanti. Smettila di fare la musona, Lotte.
Life can be delish with a sunny disposish… Intonò mentalmente la vecchia canzone, cercò di sorridere. L’aveva cantata al Roxy. Oppure era l’Orpheum? Poteva udire il suono delle sue scarpette sul palco, la polvere gessosa che si levava come una piccola nube e si posava sul pavimento lucido. Un’indole solare. Ma si sentiva così stanca. Non poteva semplicemente morire e farla finita? Era ora, fra l’altro. Era vecchia. Sarebbe stato molto più semplice. Per Greta. Per Elizabeth. Per tutti loro.
«Ma non sono ancora pronta» disse, solo in parte a se stessa.
La 405 va a nord e a sud, la 10 va a est e a ovest. Elizabeth recitava queste parole in una silenziosa cantilena.
Dunque, prendo la 10. No, no. La 405. Supero il passo sulla collina, entro nella Valley e imbocco la 134, che poi diventa la 101… C’è un che di snervante, a Los Angeles, nel recarsi dove non si è mai stati. Ognuno tiene in macchina una carta stradale, anche quelli che hanno trascorso lì la loro intera esistenza. Elizabeth aveva imparato a guidare sulla North Shore di Long Island, dov’era cresciuta. Aveva ancora la sensazione che in California l’oceano fosse nella posizione sbagliata. Va’ verso ovest, ti dicevano, ma non riuscivi nemmeno a seguire il sole quando tramontava perché in realtà nessuno intendeva il vero ovest. Intendevano l’oceano Pacifico, ma la costa formava penisole e baie o faceva qualsiasi cosa le venisse in mente di fare per far sembrare che l’ovest non avesse niente a che vedere con la posizione della lunga spiaggia bianca e dei frangenti. Quando aveva cominciato a guidare a Los Angeles, Elizabeth si era presa una bussola, ma in quella strana terra la bussola non serviva a nulla.
“E le donne!” aveva detto sua nonna quando Elizabeth le aveva confidato quanto trovasse strana quella città. “Con le tztizkes sempre al vento!”
Elizabeth strizzò gli occhi nel sole radioso. Magnifici fiori gialli fiancheggiavano l’autostrada. Imboccò l’uscita giusta. Reggendo in mano le indicazioni che aveva scaricato da Internet, cercò di seguirle.
“Dopo un quinto di chilometro, girare a sinistra. Proseguire per mezzo chilometro e prendere la seconda strada a destra.”
Le indicazioni erano esageratamente dettagliate, al tempo stesso svianti e prive di interesse. Espressione di una persona noiosa, ma Elizabeth non era annoiata. Era agitata. E quanto faceva un quinto di chilometro più mezzo?
Arrivò in abbondante anticipo. Ma era sfinita, aveva le ascelle sudate e la testa che pulsava. E doveva fare pipì. Non capiva bene perché si trovasse lì. Perché fosse stata convocata. Non poteva competere con donne con le tztizkes al vento.
Trovò il cancello giusto al terzo tentativo. Un uomo in uniforme uscì da un gabbiotto di vetro.
Elizabeth gli disse: «Elizabeth Bernard per…».
«La sta aspettando» rispose il guardiano.
Un portiere con una giacca dai bottoni di ottone la condusse in un piccolo ascensore rivestito di legno esotico e poi in una grande sala d’aspetto rivestita di legno esotico.
«Eliz…»
«La sta aspettando» disse la receptionist alla prima scrivania.
«Avrà qualche minuto di ritardo» disse una seconda receptionist.
«Le chiede scusa» aggiunse la prima.
Potrei fare la riunione con loro, pensò Elizabeth. Erano entrambe decisamente poco eleganti, notò leggermente delusa. Si dimenticò della pipì, prese posto su una sedia e guardò un albero in fiore fuori dalla finestra. La sala d’aspetto era un pezzo di storia, lo sapeva. Lo stile del capo degli studi che vi aveva dettato legge negli anni Trenta era rimasto intatto. Imponenti porte argentee con ornamenti in stile art déco. Statuette di cristallo. Modanature in legno. Perché sono qui? si domandò di nuovo. Non c’entro nulla con questo posto. Dovrei essere in un angusto ufficetto a correggere elaborati sulle implicazioni lacaniane di Come sposare un milionario.
I portali argentei si aprirono.
«Si accomodi!» disse un u...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. SONO COME LEI
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. Copyright