E il cuore salta un battito
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E il cuore salta un battito

Due ragazzi e la sorprendente semplicità dell'amore

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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E il cuore salta un battito

Due ragazzi e la sorprendente semplicità dell'amore

Informazioni su questo libro

«"Ormai non ti scappo": fu così che Manlio mi salutò a fine serata, qualche ora dopo che ci eravamo conosciuti. E anche se ero già cotto di lui, questa sua uscita non me l'aspettavo proprio. Nella mia testa frullava di tutto: e adesso che faccio, lo bacio?» Roma, giugno 1996, lo struscio del venerdì sera, piazza Ungheria. Camuffato all'interno di un'uscita di gruppo, c'è un appuntamento combinato. I due ragazzi si sorridono, si piacciono.

Ma se a vent'anni la passione può esplodere facilmente, poi però passa con altrettanta rapidità: la storia tra Claudio e Manlio non sopravvive neanche all'estate. Eppure nell'istante in cui si dicono «restiamo amici» comincia a nascere tra loro qualcosa che li coglierà di sorpresa: l'amore di una vita.

Dal primo appuntamento alle pause di riflessione, passando per le notti abbracciati, i tradimenti, la gelosia: potrebbe essere la storia di tanti altri ventenni, ma nel 1996 le giovani coppie omosessuali che vivono il loro rapporto alla luce del sole sono poche. «Non c'erano modelli da indicare ai nostri genitori per spiegargli: ecco, io sono come loro. Gli unici modelli di riferimento che avevamo eravamo noi stessi: bisognava convincere tutti che la nostra vita sentimentale sarebbe stata uguale a quella degli altri, e prima ancora dovevamo convincercene da soli.» E il cuore salta un battito è l'istantanea di quel momento magico, tra i venti e i trent'anni, in cui si vive in balìa delle emozioni ma, al tempo stesso, senza rendersene conto, si gettano le basi della propria vita.

Parallele alla vicenda dei due protagonisti ci sono le esperienze sentimentali dei due più cari amici di Claudio: Susanna, rovinosamente sconfitta nel tentativo di preservare la verginità fino al matrimonio, e Alberto, convinto che l'avvento delle chat sarà la sua salvezza. Intorno a loro c'è la Roma degli anni Novanta, con i locali e le mode del momento, e gli sforzi del movimento lgbt italiano di uscire dall'ombra, culminati nel World Pride del 2000 e nel successo di Muccassassina. Il tutto immerso nella colonna sonora dei successi musicali dell'epoca.

Con ironia e tenerezza, Claudio Rossi Marcelli alterna momenti divertenti e personaggi grotteschi a passaggi di riflessione e grande profondità. E mentre in Italia divampa il dibattito sull'omofobia, il matrimonio gay e l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso, questo libro riporta la questione all'origine: le persone sono persone e quando ci si innamora ci si innamora. Le dinamiche e le emozioni in gioco sono le stesse.

Claudio Rossi Marcelli, che ha sposato Manlio e ha creato con lui una numerosa famiglia, trasforma la semplicità dei primi baci, dei tira e molla, o dell'estenuante attesa di una telefonata in uno strumento per riflettere su grandi temi sociali. E per far rivivere al lettore i propri anni spensierati attraverso il racconto dei due giovani protagonisti.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
Print ISBN
9788804650843
eBook ISBN
9788852065705

I

Colonna sonora
«HE’S ON THE PHONE» SAINT ETIENNE
La prima volta che Manlio mi ha lasciato non me n’è fregato niente. Era l’11 settembre 1996 e, con un certo imbarazzo, mi stava spiegando che durante le vacanze aveva incontrato il suo ex ragazzo, avevano parlato e, una cosa tira l’altra, si erano accorti di amarsi ancora. Buon per voi, che ti devo dire. Il fatto che il ragazzo in questione, Luigi, passasse l’estate dai suoi a Gela non aveva minimamente influito sulla decisione di Manlio di andare in vacanza proprio in Sicilia. E anche il fatto che a un certo punto Manlio l’avesse chiamato e si fossero visti era stato uno sviluppo del tutto imprevisto. Quel bacio al tramonto, con annesso giuramento d’amore eterno, era avvenuto assolutamente per caso. Diceva lui.
In realtà Manlio si guardava bene dal raccontarmi i dettagli, ma io me lo figuravo proprio così: bacio al tramonto sugli scogli di Gela e giuramento d’amore eterno. Solo che, nella mia immaginazione, poi arrivava uno tsunami che li spazzava via entrambi.
Siamo seduti sul prato nel parchetto di via Panama, che in effetti è solo un lembo particolarmente curato dell’immensa Villa Ada, arricchito da un bar con i tavolini all’aperto. In primavera gli alberi da frutto lo trasformano in un trionfo di fiori dai colori pastello, ma nel tiepido settembre romano siamo circondati solo da foglie che cominciano a sbiadire. Dopo i fasti della stagione calda, la natura si prepara all’arrivo di temperature più rigide. Proprio come me.
«Guarda, lo capisco.» Mentre parlo, fisso un punto imprecisato all’orizzonte e cerco di sembrare il più corretto possibile. Mi sforzo di avere una reazione matura e composta, ma dentro sto ribollendo: non me ne frega assolutamente niente che ci lasciamo. Niente. E comunque mi stai pure sul cazzo. Provo uno strano misto di sentimenti, uno di quei complicati turbinii emotivi pieni di contraddizioni che si provano solo a vent’anni.
Il problema è, innanzitutto, che quell’appuntamento alle tre del pomeriggio al parchetto di via Panama gliel’ho dato io, con l’intenzione di lasciarlo. O comunque di spiegargli che, durante il lungo viaggio da cui sono appena tornato, sono andato a letto con un numero imprecisato di ragazzi, e alla fine non ho più pensato a lui. Questo colpo di scena, però, mi innervosisce proprio. E a peggiorare la situazione c’è un sacchetto di cd che tengo ancora in mano. «Ah, li hai trovati?» dice lui notandolo, e perde ogni traccia d’imbarazzo.
La sera prima che partissi per gli Stati Uniti questo mio fidanzato nuovo di zecca mi aveva accompagnato a piedi fin sotto casa. E, insieme a una buona quantità di baci, mi aveva dato anche una lunghissima lista dei desideri, perché voleva che gli comprassi dei cd singoli usciti solo in America. «Non tutti, solo quelli che riesci a trovare.» Certo, non tutti, pensavo io, altrimenti il mio bagaglio al ritorno si ridurrà a un’unica cassa di cd. Ma alla fine qualcuno gliel’ho comprato, e ora mi ritrovo con quel sacchetto di Tower Records in mano. La ciliegina sulla torta della mia umiliazione: vengo qui a farmi mollare in tronco, e già che ci sono ti porto anche un regalo.
Non me ne frega niente che mi stia lasciando, ma in realtà mi frega. Ok, nelle ultime settimane ad Atlanta non è stato in cima ai miei pensieri, ma in fondo non ho mai perso la speranza che, tornando a Roma, la mia storia con lui potesse avere una possibilità. Come se quelle due assolate settimane di giugno passate insieme prima che me ne andassi fossero state una falsa partenza, l’anteprima di qualcosa di più grande che sarebbe potuto succedere dopo. A quanto pare, però, non ci sarà nessun dopo. «Ti va di restare amici?» mi domanda. «Ma certo, rimaniamo amici» (ti odio).
Più tardi, mentre guido il motorino verso casa, mi rendo conto che il turbinio emotivo di prima è confluito in un’unica, limpida sensazione: sono triste. Perché Manlio mi piace. Mi piace un sacco, ma per ricordarmelo ho dovuto sentire il suo odore.
Quella maledetta partenza per gli Stati Uniti mi aveva creato problemi fin dall’inizio. Prendermi qualche mese per passare del tempo in America era un sogno che coltivavo da tanto e, per l’estate dei miei vent’anni, ero finalmente riuscito a organizzarmi una vacanza-lavoro: attraverso un programma stagionale offerto dalla John Cabot University di Roma avevo ottenuto un visto per lavorare qualche mese negli Stati Uniti e l’indirizzo di una famiglia che mi avrebbe accolto. Avevo in mente di andare a San Francisco, sistemarmi in una casetta color pastello su una salita vertiginosa e contemplare da lassù la fresca estate della California settentrionale. Questo tizio della John Cabot che si occupava del mio progetto mi aveva però scoraggiato: «Ma no, che San Francisco! La vita lì costa tantissimo, e poi ci vogliono andare tutti, quindi è più difficile trovare una famiglia per farsi ospitare. Finiresti chissà dove, per carità! Perché non vai ad Atlanta invece?» mi aveva suggerito. Quell’anno ci sarebbero state le Olimpiadi e la città della Cnn e della Coca-Cola sarebbe diventata il centro del mondo. Con relative offerte di lavoro a palate. Che poi il mio lavoro sarebbe stato il cameriere, al limite il commesso, ma il miracolo delle Olimpiadi avrebbe fatto la fortuna di tutti, camerieri e commessi compresi.
Ero indeciso. Non sapevo nulla di Atlanta.
«Cosa c’è ad Atlanta?»
«Ah be’, un sacco di cose» rispose il tipo con nuovo slancio. «Vediamo… la Cnn, la Coca-Cola e poi… aspetta, ah sì, poi chiaramente è la città dove è ambientato Via col vento
Ecco. Se potevo passare qualche ora, non dico nella tenuta di Tara, ma almeno alle Dodici Querce sarei stato un ragazzo felice. «Eh no, questo no» ribatté lui perplesso. «Quei posti sono tutti inventati. Non esistono. Però c’è la casa dell’autrice del libro, come si chiamava...»
«Margaret Mitchell.»
«Ecco, sì: c’è la splendida dimora di Margaret Mitchell ancora perfettamente integra.» Magra consolazione, certo, ma comunque c’erano le Olimpiadi.
«E vabbè dai, facciamo Atlanta e non se ne parli più.»
«Perfetto! Hai fatto un vero affare, vedrai che non te ne pentirai!»
Avrei dovuto capire dal suo tono da venditore di auto usate che mi stava tirando un gran bidone. E invece me ne resi conto troppo tardi, quando misi piede agli arrivi dell’aeroporto Hartfield-Jackson di Atlanta. Mi pentii della mia scelta nell’istante in cui, tra la gente in attesa, vidi un uomo con il naso livido da avvinazzato e una barba rossa e lunga, con in mano un cartello con scritto «Clawdio». Non riuscivo a credere che si trattasse di me, perciò l’oltrepassai con lo sguardo e continuai a scandagliare la folla mantenendo un fragile sorriso di cristallo. Quando però la sala si svuotò e rimanemmo solo io e lui, l’uno di fronte all’altro, capii che era inutile illudersi: Clawdio ero io.
Ma il peggio doveva ancora venire: questo Uncle Bubba in camicia a scacchi e bretelle, che sembrava uscito da una puntata di Willy il Coyote, mi parlò un po’ di sé durante il tragitto in auto. Cercando faticosamente di interpretare le sue parole, distorte da un marcato accento del Sud, a un certo punto mi sembrò che dicesse «I’m single». «Ah, niente moglie? Niente bambini?» gli chiesi con un tono di voce troppo alto e il sorriso di cristallo pronto ad andare in frantumi. Niente, era single. La mia famiglia ospite era solo lui.
Il quartiere dove abitava non era male: casette di mattoni rossi e altre di legno colorato si alternavano su lunghi viali alberati e deserti. Era sera tardi e in giro c’era giusto qualcuno che faceva jogging sul marciapiede.
«Quella è casa mia» disse. Ma l’unica cosa che vedevo in direzione del suo sguardo era una specie di ranch abbandonato, con piante rampicanti ovunque e una fatiscente staccionata che qualche decennio prima doveva essere stata bianca. Io ero ammutolito dall’orrore, e trovai la forza di riaprire bocca solo una volta entrati, quando Bubba mi disse che la mia stanza era «di sotto». «Co… come di sotto?» «Eh già, le stanze da letto al piano di sopra sono tutte occupate da altri ospiti, quindi ti ho sistemato nel seminterrato.»
Mentre varcavamo quella porta – anzi, mentre scendevamo in quella botola – sentii affiorare una sensazione che provavo di rado: la paura. Se Uncle Bubba mi avesse chiuso dentro, nessuno sarebbe mai venuto a saperlo. Sarei potuto rimanere prigioniero per sempre e questo bel pensiero mi rimbombò in testa fino a notte fonda mentre, sdraiato sul letto con gli occhi sbarrati per via del fuso orario e del terrore, mi chiedevo se avrei mai più rivisto la luce del sole.
In quelle lunghe ore passate in bianco ripensai a Manlio. Manlio, il ragazzo che avevo conosciuto appena due settimane prima di partire, e che con il suo sorriso luminoso era riuscito a incrinare l’entusiasmo per un viaggio pianificato da anni. Perché l’avevo incontrato proprio alla vigilia della partenza? I pochi giorni passati insieme mi avevano fatto perdere la voglia di partire e adesso, nel buio della botola in cui mi aveva infilato questo probabile serial killer, rivivevo il mio primo appuntamento con lui.
Sdraiati sul prato di Villa Borghese, ridendo a crepapelle per la faccia del venditore di rose quando si era accorto che eravamo due maschi. In motorino sul Lungotevere per andare a prendere un gelato a Prati. E poi da Orbis a comprare i biglietti per il concerto di Alanis Morissette. Io al concerto non ci potevo andare perché sarei partito per Atlanta il giorno prima. Che cazzata enorme avevo fatto. Mi ero scavato la fossa con le mie stesse mani, nel seminterrato della casa di Uncle Bubba.
«Ormai non ti scappo»: era stato così che Manlio mi aveva salutato a fine serata sotto casa sua quando ci eravamo conosciuti. Anche se ero già cotto a puntino, avevamo passato solo qualche ora insieme e questa sua uscita di punto in bianco non me l’aspettavo proprio. Nella mia testa frullava di tutto: e adesso che faccio, lo bacio? Mi vergognavo troppo per farlo lì, accanto alla mia macchina, mentre sul sedile posteriore c’erano altri tre amici. E il fatto che due di loro si stessero già baciando avrebbe reso la cosa ancora più ridicola. Non lo bacio, allora. Ma se poi mi scappa? No, l’ha detto anche lui: ormai non mi scappa. L’intesa tra noi era stata troppo evidente perché la cosa potesse finire lì. Ma poi, appena misi in moto l’auto, avrei voluto prendermi a schiaffi da solo: come facevo a ritrovarlo se non gli avevo neanche chiesto il numero di telefono?
Il nostro incontro di quella sera era stato combinato, alla faccia di chi pensa che queste cose non funzionino. Il trucco sta tutto in chi organizza, e nel nostro caso ci eravamo messi nelle mani di un vero mago dell’appuntamento al buio: Daniele K.
Io e lui eravamo amici fin dal primo giorno della scuola media ed erano pochi quelli che mi conoscevano bene quanto lui. Eppure, quando mi propose di incontrare l’amico di una sua amica, gli risposi male. Primo, perché non mi andava giù l’implicito messaggio «siccome siete gay vi dovete incontrare e vi dovete piacere». E inoltre non ero ancora pronto ad ammettere che la mia precedente storia d’amore, quella che pensavo sarebbe durata tutta la vita, era invece arrivata a un punto morto. Era finita, schiacciata dall’insormontabile distanza tra Roma e Firenze.
Così, all’inizio avevo maleducatamente declinato l’offerta di Daniele K, facendogli notare che i ragazzi gay non sono carlini da far accoppiare, ed ero tornato a vegliare in silenzio la mia agonizzante relazione con Filippo, il mio ragazzo fiorentino di tre anni più giovane di me.
Approfittando del silenzio della notte però il mio inconscio, in modo del tutto non richiesto, aveva deciso di mettermi davanti a una realtà meravigliosa: questo Manlio aveva la faccia, la voce, il sapore di Filippo, c’era lo stesso amore, portava perfino la stessa camicia bianca con le maniche arrotolate, solo che abitava dietro casa mia. Ah, sì, perché, tra le poche informazioni che mi aveva dato Daniele K su questo mio presunto uomo ideale che lui stesso aveva incontrato appena una volta, c’era che abitava ai Parioli, vale a dire a un passo da me. Inoltre si trattava di un ragazzo allegro, che aveva viaggiato molto, che studiava Scienze della comunicazione e aveva una grandissima passione per la musica, «ma proprio un po’ fissato con i cantanti pop come sei tu. Per esempio gli piace Ivana Spagna». «Ivana Spagna? Daniele K, ma sei fuori? A me Ivana Spagna mi fa ridere.» In effetti io ascoltavo veramente di tutto, ma Ivana Spagna no, perché a un certo punto dei paletti bisogna pur metterli.
Anche se non avevo voluto incontrarlo, mentre le costosissime telefonate con Filippo andavano facendosi sempre più rare, mi sorprendevo a fare il giro lungo quando tornavo a casa la sera. Era tarda primavera, e girare per le strade vuote di Roma cominciava a diventare piacevole. Con un misto di speranza e malinconia mi chiedevo se in una di quelle strade buie abitasse questo fantastico Manlio. Ma, se chiudevo gli occhi, vedevo ancora il sole filtrare dalle foglie gialle dei colli toscani e sentivo una stretta al cuore.
«Claudio, ora però finiamola con questi piagnistei.»
Susanna è seduta alla mia scrivania con un libro di storia di diritto pubblico aperto sulle ginocchia, mentre io sono steso sul letto con lo sguardo fisso sul soffitto. «È stato bello finché è durato, ma adesso ficcati in testa che con Filippo è finita. Smettila con questa tragedia greca e riprendiamo a studiare. Guarda che abbiamo ancora un capitolo intero da ripetere.» Susanna ha l’innato talento di dire sempre la cosa sbagliata: «Fra l’altro è pure un mezzo bifolco, dai, ma ti rendi conto di home hazzo parla?». Sempre.
Io e lei eravamo stati nella stessa classe durante i primi due anni del liceo e, prima che lei migrasse in una scuola privata per evitare di essere bocciata, avevamo scambiato sì e no tre parole. Quattro anni dopo ci incontrammo di nuovo in un’aula di scienze politiche e, a quel punto, la disperazione ci costrinse a diventare compagni di studio. Daniele K, che la ricordava a malapena, non se n’era fatto una ragione: «Pensa tu che razza di cadavere sei andato a riesumare!». Io...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. E il cuore salta un battito
  4. I
  5. II
  6. III
  7. IV
  8. V
  9. VI
  10. VII
  11. VIII
  12. Copyright