Harting è un oscuro funzionario dell'ambasciata britannica di Bonn, la «piccola città in Germania» del titolo, dove la burocrazia regna sovrana e «anche le mosche rivestono incarichi ufficiali». Dopo vent'anni di onorato servizio, improvvisamente scompare portando con sé quarantatré pratiche confidenziali di vitale importanza. Preoccupato dal probabile tradimento, in un momento di estrema difficoltà in cui i rapporti fra Gran Bretagna e Germania si stanno facendo sempre più tesi, il Foreign Office incarica di indagare sull'accaduto Alan Turner. In un'atmosfera ingannevole e opprimente, Turner si troverà ben presto a dover fare i conti con personalità ambigue, verità nascoste e rancori personali, con una sola possibilità davanti a sé: portare a termine la sua missione.

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Una piccola città in Germania
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1
Il signor Meadowes e il signor Cork
«Perché non scendi e non vai a piedi? Io lo farei, se avessi la tua età. Faresti sicuramente prima che non restando in mezzo a questa confusione.»
«Per me va bene così» disse Cork, l’albino addetto al cifrario, e guardò ansiosamente l’uomo più anziano che sedeva al volante accanto a lui. «Dovremmo soltanto affrettarci lentamente» soggiunse nel suo tono di voce più conciliante. Cork era un londinese dei quartieri popolari, sempre ottimista, e gli dispiaceva vedere Meadowes tanto infuriato. «Dovremmo soltanto rassegnarci e lasciare che sia; non ti pare, Arthur?»
«Mi piacerebbe farli affogare tutti quanti nel Reno, questi bastardi.»
«In realtà non ne saresti capace, lo so.»
Erano le nove di sabato mattina. Le auto del corteo di protesta gremivano la strada che da Friesdorf conduceva all’ambasciata. Sui marciapiedi troneggiavano le fotografie del capo del movimento, e gli striscioni erano tesi attraverso la strada come annunci pubblicitari: “L’Occidente ci ha ingannati; i tedeschi possono volgersi all’Est senza vergogna”, “Basta con la civiltà della Coca-Cola!”.
Cork e Meadowes si trovavano proprio nel mezzo della lunga colonna, bloccati, mentre il clamore dei clacson si levava intorno a loro come un assordante concerto. A volte i clacson squillavano a gruppi, partendo dalla testa della colonna e risalendola lentamente all’indietro, per cui il loro rombo sembrava passare in alto come un aereo, a volte suonavano all’unisono, linea punto linea, “K”, che stava per Karfeld, il capo eletto; e a volte si scapricciavano tutti insieme, ma ognuno per suo conto, accordandosi prima della sinfonia.
«Cosa diavolo vogliono, si può sapere? Tutto questo casino! Rasarli a zero, accidenti! Ecco che cosa ci vorrebbe per una buona metà di loro: una bella bastonata e rispedirli a studiare.»
«Sono i contadini» disse Cork. «Te l’ho già detto, hanno circondato il Bundestag.»
«Contadini? Questa gentaglia? Ma se la maggior parte di loro si beccherebbe un accidente soltanto se si bagnasse i piedi! Poppanti che non sono altro! Ma guardala, questa feccia: disgustosi, ecco come sono secondo me.»
Alla loro destra, su una Volkswagen rossa, sedevano tre studenti, due giovanotti e una ragazza. Quello al volante indossava un giubbotto di cuoio e portava i capelli lunghissimi; scrutava attentamente, attraverso il parabrezza, l’automobile che lo precedeva, la palma della mano sottile posata sul volante, in attesa del segnale per far squillare il clacson.
I suoi due compagni, allacciati, si stavano baciando con trasporto.
«Sono il pilastro della società» disse Cork. «Per loro è un vero spasso. Conosci lo slogan degli studenti: “La libertà è reale soltanto quando ci si batte per essa”? Non è poi tanto diverso da quello che sta succedendo in patria, no? Hai sentito che cosa hanno fatto ieri sera, in Grosvenor Square?» domandò, tentando ancora una volta di cambiare discorso. «Se questo vuol dire essere istruiti, preferisco l’ignoranza.»
Ma Meadowes non aveva nessuna intenzione di lasciarsi distrarre.
«Dovrebbero introdurre il servizio militare obbligatorio» dichiarò, fissando con ira la Volkswagen. «Questo li educherebbe.»
«Lo hanno già. Lo hanno da vent’anni, e anche più.» Intuendo che Meadowes si accingeva a calmarsi, Cork scelse l’argomento che, con maggiore probabilità, avrebbe potuto incoraggiarlo.
«Ehi, senti: com’è andata poi la festa di compleanno di Myra? È riuscita bene, eh? Scommetto che lei si è divertita un mondo.»
Per qualche oscuro motivo, la domanda fece incupire ancora più profondamente Meadowes, e Cork scelse allora il silenzio come l’alternativa più saggia. Aveva tentato di tutto, inutilmente. Meadowes era una persona perbene – il tipo di uomo che frequenta assiduamente la chiesa, uno all’antica – e meritava che gli si dedicasse tutta l’attenzione di cui aveva bisogno: ma anche la devozione filiale di Cork aveva un limite. Aveva provato a riscuoterlo parlandogli della nuova Rover che Meadowes aveva acquistato in vista della pensione: esentasse e scontata del dieci per cento. Ne aveva elogiato la robustezza, il comfort e l’eleganza delle finiture fino a non avere più voce; ma, in cambio di tutti i suoi sforzi, non aveva ottenuto altro che un grugnito. Aveva tentato con l’Exiles Motoring Club, del quale Meadowes era un membro entusiasta; poi con la manifestazione sportiva per i bambini del Commonwealth, che speravano di organizzare quel pomeriggio nei giardini dell’ambasciata. E adesso si era spinto persino a chiedergli della grande festa della sera prima, alla quale Janet e lui avevano preferito non andare, essendo Janet così vicina al parto. Per quanto lo riguardava, aveva esaurito gli argomenti e Meadowes poteva andare all’inferno. Se non si fosse preso una vacanza, si disse Cork, una lunga vacanza al sole, lontano da Karfeld e dalle trattative di Bruxelles, e lontano da sua figlia Myra, Arthur Meadowes avrebbe finito con il darsi all’alcol.
«Ehi,» disse Cork, compiendo un ultimo, disperato tentativo «lo sai che le Dutch Shell sono salite di un altro punto?»
«Sì, e le Guest Keen ne hanno perduti tre…»
Cork aveva risolutamente investito in azioni non inglesi, ma Meadowes preferiva pagare lo scotto del patriottismo.
«Una volta conclusasi Bruxelles, tutte le azioni risaliranno, non devi preoccuparti.»
«Chi vuoi prendere in giro? Le trattative sono fallite, no? Non sarò intelligente quanto te, ma so leggere anch’io, sai?»
Meadowes – e Cork era il primo ad ammetterlo – aveva tutte le ragioni per essere malinconico, indipendentemente dai suoi investimenti in azioni siderurgiche inglesi.
Era arrivato lì senza nemmeno una parentesi, dopo quattro anni trascorsi a Varsavia, e questo sarebbe bastato a rendere nervoso chiunque. Era al suo ultimo incarico, in autunno lo aspettava il pensionamento e, stando all’esperienza di Cork, tutti peggioravano, anziché migliorare, a mano a mano che il giorno fatidico si avvicinava. Per non parlare del fatto che sua figlia era ridotta a un relitto nevrastenico: Myra Meadowes stava ormai per guarire, questo sì, ma, se si doveva credere anche soltanto alla metà delle voci che circolavano su di lei, aveva ancora molta strada da percorrere prima che potesse venire considerata completamente a posto.
Se a tutto questo si aggiungevano le sue preoccupazioni di capoarchivista, vale a dire di responsabile di un archivio politico nel periodo più critico che chiunque di loro riuscisse a ricordare, ce n’era più che a sufficienza. Persino Cork, comodamente sistemato all’Ufficio cifra, aveva risentito molto della tensione, tra l’aumento delle comunicazioni e le ore di lavoro straordinario, il bambino di Janet che stava per nascere e le continue pressioni esercitate da quasi tutti gli uffici della cancelleria. E ciò che era toccato a lui, come ben sapeva, non era nulla in confronto a ciò che aveva dovuto sopportare il vecchio Arthur. A scombussolarti in quei giorni, decise Cork, erano gli assilli provenienti da tutte le direzioni. Ora ti toccava fornire una risposta immediata per i disordini di Brema o per i fatti del giorno dopo ad Hannover, ora ti assediavano con la corsa all’oro, con Bruxelles o con la necessità di raccogliere alcune altre centinaia di milioni a Francoforte e a Zurigo. E se la vita era dura al cifrario, era ancora più dura per quelli che dovevano rintracciare le pratiche, classificare i vari documenti, archiviare i nuovi fascicoli e poi rimetterli in circolazione… il che gli ricordò, chissà per quale motivo, che doveva telefonare al suo consulente finanziario. Se il fronte del lavoro alla Krupp avesse continuato in quel modo, sarebbe stato bene dare un’occhiatina alle azioni siderurgiche svedesi: magari soltanto una puntata, comprare e vendere, per il conto in banca del bambino…
«Ehi!» disse Cork, riscuotendosi. «A quanto pare, sta per scoppiare una bella zuffa!»
In effetti due poliziotti si erano staccati dallo schieramento sul marciapiede per protestare con un robusto agricoltore alla guida di una Mercedes diesel. Dapprima l’uomo aveva abbassato il cristallo del finestrino e sbraitato contro di loro; poi aveva aperto lo sportello e continuato a urlare. Ma poi i poliziotti lasciarono perdere.
Cork, deluso, sbadigliò.
Un tempo, ricordò malinconicamente, le ondate di panico si presentavano singolarmente. La situazione si complicava per il corridoio di Berlino, perché alcuni elicotteri russi avevano sorvolato il confine, per una violenta contesa nella commissione delle quattro potenze a Washington. Oppure c’era un intrigo: una sospetta iniziativa diplomatica tedesca a Mosca che bisognava stroncare sul nascere, una sospetta frode nell’embargo rhodesiano, la necessità di domare una rivolta nell’esercito del Reno, a Minden. Ma tutto finiva lì. Mangiavi in fretta e furia, aprivi bottega e rimanevi in ufficio finché tutto non era stato sistemato. Poi te ne tornavi a casa da uomo libero. Ed era tutto: la vita era fatta di questo. Così si viveva a Bonn. Che tu fossi un diplomatico d’alto rango come de Lisle, oppure un semplice impiegato dell’ambasciata, la scena era sempre la stessa: un po’ di dramma, un po’ di atmosfera rovente, un po’ di movimento nei titoli e nelle azioni, e poi si tornava alla solita noia e si passava all’incarico successivo.
Fino a Karfeld. Cork osservò sconsolato i manifesti. Finché non si era fatto avanti Karfeld. Nove mesi, rifletté guardando quel volto paffuto e senza vita, quell’espressione di enfatica sincerità; erano trascorsi nove mesi da quando Arthur Meadowes era entrato agitatissimo dalla porta che collegava il suo ufficio all’archivio con la notizia delle dimostrazioni a Kiel, della nomina a sorpresa, della partecipazione degli studenti e di quel po’ di violenze che a poco a poco avevano finito con l’imparare ad aspettarsi. Chi c’era andato di mezzo quella volta? Alcuni controdimostranti socialisti. Uno percosso a morte, un altro preso a sassate… si scandalizzavano, in quei tempi lontani. Erano inesperti, allora. “Cristo,” pensò “sembra che sia successo dieci anni fa”; ma sapeva benissimo quando era cominciato, ora più ora meno.
I disordini a Kiel, infatti, erano scoppiati il mattino in cui il medico dell’ambasciata aveva annunciato che Janet era incinta. Da quel giorno tutto era cambiato.
I clacson esplosero di nuovo intonando il loro selvaggio ritornello; la colonna di automobili ebbe uno scatto in avanti e bruscamente si fermò, squillando e facendo stridere note diverse.
«Sei poi riuscito a sistemare quella faccenda delle pratiche?» domandò Cork, mentre i suoi pensieri si soffermavano sulla probabile causa dell’ansia di Meadowes.
«No.»
«E il carrello non si è più visto?»
«No, il carrello non si è più visto.»
“Cuscinetti a sfere,” pensò Cork a un tratto “una simpatica piccola industria svedese dalla politica disinvolta, una ditta davvero capace di affermarsi rapidamente… un investimento di duecento sterline e possiamo filarcela tutti…”
«Dài, Arthur, non lasciarti deprimere. Non sei a Varsavia: sei a Bonn, adesso. Sta’ a sentire: lo sai quante tazze sono mancate allo spaccio, soltanto nelle ultime sei settimane? E non intendo dire rotte, bada, ma semplicemente scomparse. Be’, ventiquattro.»
Meadowes non parve affatto colpito.
«Ebbene, chi può voler rubare una tazza dell’ambasciata? Nessuno. La gente è distratta. Sono tutti preoccupati. È la crisi, capisci? Sta succedendo dappertutto. Ed è la stessa cosa anche con le pratiche.»
«Le tazze non sono segrete: la differenza è tutta qui.»
«Nemmeno i carrelli per trasportare le pratiche,» insistette Cork «se è per questo. E nemmeno la stufetta elettrica a due resistenze che è scomparsa dalla sala delle conferenze e per la quale l’amministrazione si sta spremendo tanto il cervello. E nemmeno la macchina per scrivere a carrello lungo del magazzino, e nemmeno… Sta’ a sentire, Arthur: non possono dare la colpa a te di tutto quello che sta succedendo. Come sarebbe possibile? Lo sai come fanno i diplomatici quando scrivono le bozze dei telegrammi. Pensa a de Lisle, pensa a Gaveston: sono dei sognatori. Non dico che non siano in gamba, ma per una buona metà del loro tempo non sanno nemmeno dove si trovano, hanno la testa tra le nuvole. Non possono dare la colpa a te.»
«Sì che possono farlo. Sono il responsabile.»
«E va bene, torturati!» scattò Cork, avendo dato fondo alle ultime riserve di pazienza. «In ogni modo la responsabilità è di Bradfield, e non tua. È lui il capo della cancelleria: è il responsabile della sicurezza.»
Dopo questo commento finale, Cork ricominciò a osservare la scena odiosa che si stava svolgendo intorno a lui. In un modo o nell’altro, si disse, Karfeld avrebbe dovuto rispondere di molte cose.
Il panorama che si presentò agli occhi di Cork avrebbe potuto consolare ben poco chiunque, quali che fossero le sue preoccupazioni. Il tempo era schifoso. Un’opaca nebbia della Renania, simile al fiato che appanna uno specchio, si stendeva sull’intero e vasto caos della burocratica Bonn. Edifici immensi, non ancora ultimati, si alzavano tetri dai campi non arati. Davanti a lui l’ambasciata inglese, con tutte le finestre illuminate, campeggiava sulla bruna landa come un ospedale improvvisato nel crepuscolo della battaglia. Al cancello principale la bandiera inglese, misteriosamente a mezz’asta, penzolava malinconicamente sopra le teste di un gruppo di poliziotti tedeschi.
La scelta stessa di Bonn come anticamera di Berlino aveva rappresentato per molto tempo un’anomalia; e ora era diventata un abuso. Forse soltanto i tedeschi, dopo l’elezione di un cancelliere, avrebbero portato la capitale alla sua porta. Per ospitare l’immigrazione di diplomatici, di uomini ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- UNA PICCOLA CITTÀ IN GERMANIA
- Prologo. Il cacciatore e la preda
- 1. Il signor Meadowes e il signor Cork
- 2. Le loro grida al telefono
- 3. Alan Turner
- 4. Tra un dicembre e l’altro
- 5. John Gaunt
- 6. L’“uomo memoria”
- 7. Peter de Lisle
- 8. Jenny Pargiter
- 9. Colpevole giovedì
- 10. Cultura dai Bradfield
- 11. Königswinter
- 12. Leo, nella sala d’aspetto di seconda classe
- 13. La fatica di essere un porco
- 14. Gli incontri del giovedì
- 15. Il ripostiglio delle cianfrusaglie
- 16. Tutto un inganno
- 17. Praschko
- Epilogo
- Dossier. VITA DA SPIA. a cura di Paolo Bertinetti
- Copyright