Introduzione
1. La dichiarazione del presidente Carlo Azeglio Ciampi, datata 17 febbraio 2000, venne ripresa da tutti i quotidiani (in particolare cfr. «Corriere della Sera», 18 febbraio 2000). Ciampi affermava che «è indelebile la memoria del sacrificio dei soldati e degli ufficiali che combatterono in questo deserto ... In migliaia caddero in questa battaglia, in migliaia vennero fatti prigionieri». A cinquant’anni di distanza, egli scriveva, «è difficile immaginare che la migliore gioventù d’Italia, di Germania, del Regno Unito e del Commonwealth si sia affrontata e duramente combattuta in queste pietraie, su queste sabbie; che la vita di migliaia di quei giovani sia stata stroncata in questo deserto. Eppure questa lotta fratricida avvenne». Dal terreno della commemorazione, il presidente si spostava poi su quello del presente, ricordando come mezzo secolo dopo l’Europa aveva cambiato volto e come contingenti italiani, tedeschi e britannici fossero impegnati insieme nella missione di peacekeeping in Kosovo. Il presidente Ciampi tornò a El Alamein il 20 ottobre 2002, pronunciando un discorso analogo e concludendo la giornata insieme ai reduci della «Folgore».
2. Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi, 1964, p. 128.
3. Rosario Romeo, Scritti Politici 1953-1987, Milano, il Saggiatore, 1991, p. 322.
I. Alessandria d’Egitto, 19 dicembre 1941
1. Testimonianza di Junio Valerio Borghese, in Luciano Garibaldi e Gaspare Di Sclafani, Così affondammo la Valiant. La più grande impresa navale italiana della Seconda guerra mondiale, Torino, Lindau, 2010, p. 54.
2. Dopo l’attacco di Alessandria, Luigi Durand de la Penne fu portato prigioniero prima in Palestina, quindi in India, infine in Gran Bretagna, da dove fu liberato nel febbraio 1944 per essere impiegato nel gruppo mezzi di assalto dell’unità speciale Mariassalto, che combatteva accanto agli Alleati nella campagna d’Italia. Nel marzo 1945 fu decorato a Taranto con la medaglia d’oro e ad appuntargli la decorazione fu l’ammiraglio inglese Charles Morgan, che nel 1941 era il comandante della Valiant colpita dall’SLC di de la Penne. Nel dopoguerra, dopo un’esperienza diplomatica in Brasile, entrò in politica e nella seconda legislatura fu eletto alla Camera dei deputati nel collegio di Genova nelle liste del Partito liberale, venendo poi riconfermato sino al 1976. Nel 1972-73 fa parte del secondo governo Andreotti come sottosegretario alla Marina mercantile. Posto in aspettativa dalla Marina e iscritto nel Ruolo d’onore, raggiunse il grado di ammiraglio di squadra. Morì a Genova nel 1992. L’anno successivo la Marina militare ribattezzò col suo nome il cacciatorpediniere lanciamissili Animoso, realizzato nel cantiere navale di Riva Trigoso e varato nel 1989.
3. L’ingresso in Marina di Emilio Bianchi fu quasi casuale: secondo una sua testimonianza, egli lesse a Sondrio un manifesto che diceva: «Vuoi girare il mondo? Entra in Marina». Curioso di novità e desideroso di viaggiare, fece domanda e fu arruolato, nonostante non sapesse nuotare e non avesse mai visto il mare. Nel dopoguerra egli continuò la carriera nella Marina militare, diventando ufficiale del CEMM (Corpo equipaggi militari marittimi) e congedandosi con il grado di capitano di corvetta: eccezionalmente longevo, trascorse la lunga vecchiaia a Torre del Lago, non distante da dove aveva fatto le prime esercitazioni da incursore subacqueo, e morì ultracentenario a Viareggio il 15 agosto 2015.
4. Prigioniero prima in Palestina poi in India, Marceglia fu rilasciato nel febbraio 1944 e partecipò alla guerra di liberazione accanto agli anglo-americani. Spartaco Schergat rimase invece in Palestina sino all’ottobre 1944, quindi partecipò come il suo comandante alle operazioni di Mariassalto. Sia Marceglia che Schergat fecero parte di quella cospicua maggioranza delle comunità giuliano-dalmate che dopo la guerra lasciarono la propria regione entrata a far parte della Repubblica iugoslava: Marceglia si stabilì a Venezia, dove morì nel 1992, Spartaco Schergat a Trieste, dove morì nel 1996.
5. Anche Vincenzo Martellotta partecipò dopo l’8 settembre alla guerra di liberazione accanto agli Alleati, rimanendo poi in Marina sino al 1960, quando venne collocato in ausiliaria: morì a Castelfranco Emilia nel 1973. Mario Marino, dall’ottobre 1944 impegnato nelle azioni dell’unità speciale Mariassalto, restò a sua volta sotto le armi, ottenendo nel 1962 il passaggio al ruolo di ufficiale e congedandosi nel 1977 col grado di capitano di corvetta. Morì a Salerno nel 1982.
6. Junio Valerio Borghese, Decima flottiglia Mas. Dalle origini all’armistizio, Milano, Garzanti, 1950, pp. 245-46.
7. Il telegramma di Mussolini a Graziani, datato 18 agosto 1941, è riportato in Ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito, In Africa Settentrionale. La preparazione del conflitto. L’avanzata su Sidi el-Barrani, Roma, Tipografia Regionale, 1955, p. 95. Rodolfo Graziani, capo di stato maggiore dell’esercito, viene inviato in Africa in luglio dopo che il 28 giugno è stato abbattuto per errore dalla contraerea italiana Italo Balbo, designato comandante superiore in Africa Settentrionale in quanto governatore della Libia, maresciallo dell’aria e uno dei personaggi più importanti del regime.
8. La 1a divisione di camicie nere «23 marzo» (costituita nel 1935) derivava il suo nome dal 23 marzo 1919, giorno in cui a Milano furono fondati i Fasci italiani di combattimento.
9. L’esperienza militare del maresciallo Graziani era maturata negli anni Venti, quando Mussolini gli aveva affidato la «riconquista» della Libia, dove il potere italiano era nei fatti limitato alle città della fascia costiera; le operazioni di repressione coloniale erano state condotte con estrema durezza ed efficacia, ma erano certo altra cosa dal confronto con un esercito regolare europeo come quello britannico.
10. Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005, p. 297.
11. I tedeschi, in particolare, trasferirono dal fronte orientale il 2° Fliegerkorps: la rigidità dell’inverno russo rendeva infatti inagibili molti campi di aviazione in Unione Sovietica e impossibile la maggior parte delle missioni su quel fronte.
12. Giorgio Rochat e Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978, pp. 216-17.
13. Giorgio Giorgerini, Attacco dal mare. Storia dei mezzi d’assalto della Marina italiana, Milano, Mondadori, 2007, p. 205.
14. Supermarina fu la denominazione data al comando superiore della Regia Marina durante la Seconda guerra mondiale; analogamente, Superaereo fu la denominazione del comando superiore della Regia Aeronautica (e Superesercito quella del Regio Esercito). Tutti e tre i comandi furono istituiti il 1° giugno 1940 e dipendevano direttamente dal comando supremo delle forze armate italiane.
15. Virgilio Spigai, Cento uomini contro due flotte, Livorno, Tirrena, 1954, p. 176. Dopo l’8 settembre 1943, Spigai (nato a La Spezia nel 1907) seguì le scelte del proprio comandante, l’ammiraglio Luigi Mascherpa, e si batté per la difesa di Lero dal 23 settembre al 17 novembre contro gli attacchi aerei e gli sbarchi tedeschi; dopo la resa fu fatto prigioniero e internato in Germania, da dove rientrò in Italia nel settembre 1945. Nel dopoguerra raggiunse il grado di ammiraglio, fu consigliere militare del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e ricoprì la carica di capo di stato maggiore della Marina; morì a Roma nel 1976.
16. Testimonianza di Luigi Durand de la Penne, in Luciano Garibaldi e Gaspare Di Sclafani, Così affondammo la Valiant, cit., p. 18.
17. Testimonianza di Emilio Bianchi, in Idem, p. 33.
18. Testimonianza di Luigi Durand de la Penne, in Idem, p. 19.
19. Giorgio Giorgerini, Attacco dal mare, cit., pp. 209 e 427.
20. In particolare, l’attacco alla Valiant è stato oggetto di una ricostruzione di Durand de la Penne che minimizza il contributo di Emilio Bianchi; quest’ultimo ha replicato offrendo una propria ricostruzione al giornalista Aldo Cazzullo, pubblicata sul «Corriere della Sera» del 17 dicembre 2004.
21. La relazione di Antonio Marceglia è riportata in Giorgio Giorgerini, Attacco dal mare, cit., pp. 211-13.