Sulla spiaggia, nei pressi di una villa, viene trovato il cadavere di una prostituta assassinata. Un caso di routine? No, perché in quella villa c'è Lui, Benito Mussolini, che nuota, gioca a tennis, riposa... Non si può turbare la serenità delle sue vacanze: il colpevole va trovato, e subito. Così avviene e i poliziotti della Questura di Rimini, in «perfetto stile fascista», arrestano il presunto colpevole, un piccolo delinquente già noto. Caso chiuso in fretta... forse troppa. È quello che pensa l'ispettore Marino. Che, nell'Italia che ignora la cronaca nera, nel Paese dove «gli ordini sono ordini», inizia una sua personale indagine. Ovviamente non autorizzata...

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- Italian
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Indagine non autorizzata
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1
C’era odore di pane nell’aria, caldo e croccante, così intenso che copriva il sapore salato della brezza fresca che soffiava dal mare. Lo stomaco di Piscitello gorgogliò così forte che uno dei due cani che teneva al guinzaglio voltò la testa, guardandolo con quegli occhi rotondi e lucidi da bambola, e un angolo di lingua rosa tra i denti appuntiti.
Che bestie stupide, pensò Piscitello, e che abitudine idiota quella di portarle fuori all’alba, tutti i giorni, “a fare i bisognini”, come diceva la moglie del comandante, donna stupida anche lei come i suoi cani, con gli stessi occhi lucidi e rotondi. Ma almeno lei restava a letto, la mattina.
Si fermò al limitare della spiaggia perché, anche se aveva le fasce che dalle scarpe gli salivano fino quasi al ginocchio, la sabbia finiva sempre per entrargli dentro. Sganciò il guinzaglio dei cani, che scattarono come due molle verso il mare. Si slacciò il colletto della camicia e poi si tolse il fez, passandosi una mano tra i capelli ricci, già umidi di sudore. Non erano ancora le sei, ma il sole basso di agosto cominciava a farsi sentire sulla divisa della Milizia, nera e pesante. Durante la notte c’era stato un violento temporale, ma l’umidità della pioggia sembrava già interamente evaporata. Socchiuse gli occhi, facendosi schermo con una mano, per seguire con lo sguardo i due cani che correvano sulla sabbia, Hailè e Selassiè, come li aveva chiamati il comandante, che era un eroe della campagna d’Etiopia e si vantava così di aver messo il guinzaglio al negus.
Uno dei due cani era scomparso dietro una duna, mentre l’altro si rotolava sulla sabbia. Piscitello si guardò attorno, imbarazzato. Si vergognava a urlare “Hailè! Selassiè!” come uno scemo. C’erano dei pescatori, in acqua, che stavano tirando a riva una rete, c’erano due suore che passeggiavano sulla sabbia bagnata, con le sottane bianche sollevate sulle caviglie, e anche i bambini della colonia, sulla strada, tutti in fila. Sospirò e in punta di piedi lasciò la strada per entrare nella sabbia, che già si sentiva dentro le scarpe, fastidiosa. Lanciò un fischio, piano, ma anche il cane che si rotolava per terra scomparve dietro alla duna, mentre l’altro cominciava ad abbaiare. Piscitello si mise a correre, col guinzaglio in mano e la nappa del fez che gli sbatteva sul naso. Raggiunse la duna, ansimando, ma lì si fermò così di colpo che perse l’equilibrio e cadde a sedere per terra.
Davanti ai cani, rannicchiata come un feto, con i capelli neri sparsi sulla sabbia e la sottana sollevata sulle gambe fino a scoprire il sedere nudo, c’era una donna. Si capiva subito, anche senza guardare il sangue incrostato sul viso, che era morta.
Piscitello si alzò di scatto e rapidamente mise il guinzaglio ai cani, strangolando quasi quello che abbaiava. Se ne sarebbe andato di corsa, senza dire niente, ma una delle due suore lanciò un urlo indicando la duna e i pescatori si voltarono, con la rete in mano.
«Bambini!» gridò qualcuno dalla strada, e in un attimo Piscitello si trovò circondato da bambini in canottiera a righe e berrettino blu da marinaio, con gli occhi spalancati e le mani sulla bocca.
«Oddio, ma questa è morta…» mormorò una suora, pallida, che si appoggiò a Piscitello, mentre la signorina della colonia urlava: «Non toccate niente, non toccate niente!» perché un pescatore aveva cercato di voltare la donna, che era rimasta rigida nella sua posizione. Uno dei cani aveva alzato il muso e si era messo a ululare. Un uomo alto, con una giacca chiara e due macchie scure di sudore sotto le ascelle, si avvicinò, facendosi largo tra i bambini.
«Polizia!» disse brusco. «Guardia personale del Duce» e indicò col pollice dietro di sé, verso la villa sulla spiaggia, nascosta dalla recinzione, dove c’erano altri due uomini che guardavano. «Che cosa succede qua? Che fa ’sta gente? Che è ’sto bordello? Graduato, mandate via tutti e chiamate il commissariato.»
Ma Piscitello non c’era più. Aveva lasciato i cani, che lo guardavano curiosi, con la testa piegata di lato, e in ginocchio, dietro alla duna, vomitava, con le mani contratte sullo stomaco.
«Perché, perché, perché, perché?»
Il commendator Arenzano calò un pugno a martello sul cruscotto della macchina, facendo sobbalzare l’agente che guidava. «Ammazzano una donna a due passi dalla spiaggia privata del Duce e proprio quando lui è qui a Riccione in vacanza! Cristo d’un Dio, ma è mai possibile?»
«Per me è Marino che porta sfortuna» sussurrò Cavaliere, che si teneva una mano sui capelli lisciati all’indietro dalla brillantina, perché l’aria che entrava dal finestrino non glieli scompigliasse. Venturini sorrise, sotto i baffi sottili, e il vicecommissario Marino, che aveva gli occhi chiusi e una mano sulla fronte perché in auto soffriva anche con i vetri aperti, si scosse, sentendo il proprio nome.
«Cosa?» disse. «Non ho capito.»
«Silenzio, Marino!» ringhiò Arenzano. «Sto cercando di pensare! Ma non riusciamo a passare la rogna ai carabinieri di Riccione? Dev’essere proprio di competenza del commissariato di Rimini? Gesù, Gesù… spero solo che non sia politico…»
L’autista frenò quasi sulla spiaggia e Cavaliere saltò fuori per aprire la portiera ad Arenzano. Marino scese dall’auto, raddrizzando le spalle, e rabbrividì, perché la camicia bagnata di sudore gli si era attaccata alla schiena. Cercò nella giacca gli occhiali da sole, ma si accorse che nella fretta li aveva lasciati al commissariato; così socchiuse gli occhi, facendosi schermo con la mano, e seguì il resto della squadra mobile, col commissario in testa, sulla spiaggia. Il medico legale, con il cappello in mano, era quasi arrivato sulla strada, e si stava passando un fazzoletto sul collo, sotto la camicia sbottonata.
«Le hanno sparato» disse, prima ancora che Arenzano aprisse la bocca. «Un colpo solo, piccolo calibro, direi 6.35. In un occhio. Morte istantanea.»
«Quando?»
«Eh…» Il dottor Casati agitò la mano col fazzoletto. «Quando, quando… Prima l’autopsia e poi vedremo. Comunque direi ieri sera, lunedì dieci agosto 1936. Sulle nove… dieci o dodici ore fa, insomma. Con questo caldo è difficile dirlo…»
«Eccellenza! Di qua, signor commendatore!»
Un brigadiere in uniforme era uscito da dietro la duna e sventolava il berretto, col sole che si rifletteva a tratti sulla visiera lucida e sull’aquila dorata della PS. La borsa da donna che stringeva contro la bandoliera bianca della divisa gli dava un’aria ridicola.
«Ho fatto allontanare tutti. I testimoni sono laggiù, con la guardia Pastore. Questa è la borsa della defunta, ma è vuota, dentro non c’è niente…» Il commissario gliela strappò di mano, senza neanche aprirla, e la passò a Venturini, che la passò a Marino, che invece un’occhiata gliela diede. «E questo è il corpo, signor commendatore. Guardate… nessuno ha toccato niente, cioè quasi… una suora le ha tirato giù la sottana perché offendeva la decenza. Sa, era senza le mutande…»
«Un maniaco!» disse Venturini, e Arenzano gli lanciò un’occhiata cattiva, stringendo i denti.
«Per carità! Ci manca solo un altro caso Girolimoni! Brigadiere, avete fatto allontanare tutti, eh? E quelli chi sono?»
«Quelli? Quella è la Presidenziale, signor commendatore…»
Arenzano si irrigidì. C’erano due uomini accanto alla duna, in disparte: uno alto, con una sahariana chiara, e uno magro, in maniche di camicia, seduto sul bordo di una barca, con la giacca piegata sulle gambe. Guardavano in silenzio, seri, senza muoversi. Il commissario sorrise, imbarazzato.
«Scusate, eccellenza, col sole negli occhi non vi avevo riconosciuto… Avete visto che macello, eh? Ma risolviamo la cosa subito, facciamo presto. Piuttosto, sentite un po’… Lui» lo disse alzando il labbro inferiore, per sottolineare che la elle era maiuscola. «Che dite… se n’è accorto, Lui?»
Accanto alla donna, piegato in avanti, con le mani appoggiate alle ginocchia e la borsa stretta sotto un braccio, Marino cercava di osservare il volto senza guardare la ferita. Avrebbe voluto scostare i capelli che lo coprivano e aveva quasi allungato la mano quando il pensiero di toccarla lo fece rabbrividire. Ma vide il neo, sul mento, tra due ciocche di riccioli neri, e sorrise.
«Che schifo» disse Cavaliere. «Sono in polizia da anni, ma non mi ci abituo ancora a certe cose. Chissà chi era…»
«Miranda Rubino.»
«Chi?»
Marino si alzò, passandosi una mano tra i capelli umidi.
«Si faceva chiamare Miranda Rubino, ma il suo vero nome era…» Si morse il labbro inferiore socchiudendo gli occhi, poi annuì deciso «Palmina, Palmina Tabanelli… pensa un po’. La chiamavano la Bella Culona.»
«Una puttana?»
«Una soubrette, diceva lei. Ma era una puttana. Stava con un delinquente che si chiamava come lei, anche se non erano sposati… Tabanelli… Tabanelli… Oscar. Ecco, sì… Oscar.»
Cavaliere strinse le labbra, alzando un sopracciglio, e lo guardò.
«Il commissario vuole che interroghiamo i testimoni» disse. «Venturini si prende il milite, io le suore e i pescatori, tu la colonia dei bambini. Ti va?»
Si allontanò prima che Marino potesse rispondere, ma era lo stesso, perché Venturini era vicecommissario e Cavaliere, nonostante fosse vicecommissario come lui, e più giovane, finiva sempre per fargli fare quello che voleva. Marino si strinse nelle spalle e si avvicinò ai bambini, che ammassati sotto una tenda inclinata, tesa come una vela, gli fecero venire in mente un branco di pecore in un accampamento beduino, come in certe cartoline dell’Etiopia e i suoi abitanti. La signorina della colonia era una ragazza grassottella, con gli occhiali, che indossava una camicia bianca col distintivo dell’Opera Nazionale Balilla. Aveva il naso rosso, spellato dal sole, e agitava le mani per zittire i bambini, che parevano eccitatissimi. Ce n’era uno, molto piccolo, col berretto da marinaio calcato sulla testa, che lo guardava con tanta serietà, aggrappato al palo della tenda, che Marino si sentì un po’ a disagio.
«Luce Marianna, da Napoli, Giovane Italiana» disse la ragazza, irrigidendo il braccio nel saluto romano.
«Vicecommissario Marino, da Rimini, squadra mobile» rispose Marino, alzando anche lui il braccio. «Volevo farle qualche…»
«Ma davvero c’è il Duce là dentro?» La ragazza indicò la villa, dietro la recinzione, quasi sulla strada, e Marino si voltò a guardare in quella direzione. Notò che la folla era aumentata. La voce stava circolando velocemente, nonostante l’ora.
«Sì» disse. «Credo di sì. Signorina, io…»
«Oh, Gesù! E noi che ci passavamo vicino tutte le mattine senza neanche saperlo! Guardate, bambini, guardate: là dentro c’è il Duce!»
«Il Duce! Il Duce!» urlarono i bambini, tranne quello piccolo e serio, mentre Marino intimava il silenzio schiacciandosi un dito sul naso.
«Per favore, signorina, per favore… Facciamo in un attimo, basta che mi diciate quello che avete visto…»
«Ho già detto tutto a quella guardia là. Stavo portando fuori i bambini, come tutte le mattine presto, a respirare un po’ di iodio che fa tanto bene, quando abbiamo visto quella confusione, le suore… e c’era quella brutta cosa. Gesù mio, non mi ci fate pensare…»
«E voi portate sempre i bambini fuori all’alba? Tutti i giorni?»
«Sicuro! Basta con la vita comoda; lo ha detto anche il Duce! È così che si formano i futuri soldati dell’Impero… Oh Dio!» La ragazza si irrigidì, spalancando la bocca, e Marino incassò la testa tra le spalle istintivamente. «È lui, l’ho visto! Il Duce è passato davanti a una finestra… Duce! Duce!»
«Per favore, signorina, per favore…» Marino cercò di afferrare la ragazza per un braccio, ma lei si divincolò, agitando le mani.
«Cantiamo, bambini! Così ci sente! Fischia il sasso, il nome squilla, del ragazzo di Portoria…»
«Oh, Dio mio…» Marino alzò gli occhi al cielo, mentre i bambini cominciavano a cantare, stonati e fuori tempo, tutti assieme. Tranne quello serio, che si staccò dal palo e venne verso di lui.
«Perché porti la borsa?» chiese. Marino si accorse solo in quel momento che aveva ancora in mano la borsa della donna uccisa.
«È del…» iniziò, poi scosse la testa, perché stava per dire “del cadavere” e di fronte a quel bambino minuscolo, dalla fronte corrugata, gli sembrava fuori luogo. «È mia» disse. «Mi serve per metterci dentro le prove.»
«Allora puoi metterci anche questo.» Il bambino allungò una mano chiusa a pugno e la infilò nella borsa, che Marino spalancò subito.
Dentro, sul fondo scuro di gabardine, vide un bossolo, opaco e pieno di sabbia. Calibro 6.35.
«In macchina, Marino!»
Il ruggito del commissario coprì le grida dei bambini e della ragazza, che urlava più di tutti. Marino raggiunse la macchina, sulla strada, che stavano già chiudendo gli sportelli.
«Ho trovato un bossolo, commendatore» disse ansimando. «Piccolo calibro, sicuramente un’automatica. Ci sono i segni del percussore, e di fianco si vede una rigatura che…»
«Sì, sì. Bravo…» Il commissario fece un gesto indifferente, senza neanche voltarsi. «Ci penserà il gabinetto scientifico a dire che pistola è. Adesso corriamo al commissariato. Il vicecommissario Cavaliere ha riconosciuto la donna, tale Palmina… Palmina…»
«Tabanelli, signor commendatore, detta la Bella Culona» intervenne prontamente Cavaliere, che poi guardò Marino e si strinse nelle spalle, con un sorriso imbarazzato. Marino fece una smorfia, poi chiuse gli occhi e ricominciò ad aspirare l’aria calda che entrava dal finestrino, con la bocca aperta, perché già gli si era chiuso lo stomac...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Indagine non autorizzata
- 1
- 2
- 3
- 4
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- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
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