Tutto ciò che ti appartiene
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Tutto ciò che ti appartiene

  1. 192 pagine
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Tutto ciò che ti appartiene

Informazioni su questo libro

In un giorno d'autunno stranamente fuori stagione, un giovane americano, arrivato in Bulgaria per insegnare inglese, entra nei bagni del Palazzo della Cultura a Sofia e incontra Mitko. Alto, magro, con un taglio di capelli militare e un'ostentata aria mascolina, vagamente criminale, di quelle che vanno di moda tra certi giovani uomini dell'Est. Mitko per vivere fa ogni tipo di affari e non esita ad accettare soldi in cambio di qualche ora di sesso.

Come a volte capita nelle nostre vite, un incontro accidentale si rivela presto fatidico. I due si trovano intrappolati in una relazione in cui il desiderio si trasforma in una furia predatoria e la tenerezza sconfina nella violenza. E mentre combatte per raggiungere un equilibrio tra il proprio famelico desiderio e l'angoscia che questo gli provoca, il protagonista è costretto a vedersela con la sua biografia già carica di ombre.

Inquietanti somiglianze uniscono il suo passato e il paese straniero dove si trova a insegnare. La scoperta della geografia e delle pene della Bulgaria coincide con la scoperta della storia personale di Mitko, del suo sfruttamento, la povertà e la malattia, ma anche della sua capacità di mentire e di manipolare chi ama.

Garth Greenwell ha un talento che raramente si incontra in un romanzo d'esordio. La sua scrittura è precisa e carica di una forza sconvolgente, ha una conoscenza dell'animo umano che lo assiste in ogni momento e lo rende capace di scendere negli abissi più attraenti e vergognosi dei nostri desideri senza mai dimenticare la grazia e la struggente generosità che accompagnano i nostri amori disgraziati, quelli inevitabili. Un primo romanzo che annuncia con decisione la nascita di uno scrittore.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852081040
Print ISBN
9788804675532
III

CONTAGIO

Quando bussò, rapido e deciso, il rumore non mi colse di sorpresa, la mano rimase sopra il fornello su cui stavo scaldando il semplice pasto che mi ero preparato. Non era tardi, nonostante il buio oltre le finestre alle mie spalle; era febbraio, la sera calava presto, e una stagione rimasta a lungo misteriosamente mite si era fatta rigida e tagliente, l’inverno più freddo da che ricordavo, con un vento feroce che bruciava ogni centimetro di pelle lasciato scoperto. Non aveva citofonato, dandomi un preavviso e qualche istante per prepararmi; doveva aver pensato che la sorpresa lo avvantaggiasse, mi dissi, e lo immaginai mentre aspettava che qualcuno entrasse o uscisse dal portone chiuso, riparandosi come meglio poteva dal vento, una sigaretta fra le labbra. Non ce ne sarebbe stato bisogno; lo avrei fatto entrare immediatamente, come immediatamente aprii la porta del mio appartamento, facendo scorrere il chiavistello senza neppure guardare dallo spioncino, anche se mi soffermai un istante con la mano sulla maniglia, e respirai profondamente. Erano passati quasi due anni dall’ultima volta che avevo visto Mitko. Tornato da Varna avevo fatto tutto il possibile per evitare di rivederlo; l’avevo bloccato su Facebook e Skype, cancellato dalle rubriche di posta elettronica e telefono. Erano misure contro me stesso, a dire il vero, volevo rendermi più difficile ritrovarlo sull’onda del rimorso; e anche se a lui pensavo spesso, se compariva in sogni dai quali mi svegliavo più eccitato che per qualsiasi cosa mi succedesse da sveglio, non mi pentivo di averlo fatto. Mi era mancato, ma più della mancanza provavo sollievo per il fatto che non ci fosse più.
Il corridoio era buio quando aprii la porta. Il timer della luce doveva essersi spento dopo che lui aveva premuto il pulsante in fondo alle scale, se l’aveva premuto; o forse aveva pensato che anche il buio lo avvantaggiasse. Lo vidi solo grazie alla luce del mio appartamento, che a malapena lo raggiungeva contro la parete opposta, dov’era appoggiato come se mi avesse aspettato a lungo, o fosse pronto ad aspettare. Raddrizzandosi avanzò nella luce, e vidi che non era sufficientemente vestito per il freddo; indossava una giacca leggera e dei jeans strappati, le scarpe di tela erano fradicie. Aveva la barba incolta ed era trasandato, più magro di prima, anche se magro lo era sempre stato; come se nei mesi trascorsi dall’ultima volta che l’avevo visto si fosse in qualche modo consumato. Stava con le spalle curve, le mani – che ricordavo in costante movimento, sempre in cerca di una qualche occupazione – saldamente infilate in tasca. Dobar vecher, disse, un saluto formale, come se fosse incerto della sua posizione, e io lo ripetei con lo stesso tono. Ma non ero dispiaciuto di vederlo. Vedendolo, qualcosa dentro di me era sussultato, nonostante le sue condizioni e la mia volontà di tenere a freno i sentimenti.
Rimanemmo a guardarci per un istante (che cosa vedeva, mi chiesi, quale storia di quei due anni gli raccontava il mio aspetto?), poi, con un piccolo scatto della testa, lui indicò l’appartamento alle mie spalle. Mozhe li, disse, posso, e scostandomi dalla soglia gli feci segno di entrare, dicendo Sì, certo, zapovyadaite, accomodati. Mi resi conto troppo tardi di aver usato la formula di cortesia, e che il mio invito, nell’accoglierlo, lo teneva a distanza. Avanzò di un passo, solo ora tendendomi la mano, e la sua stretta fu come la ricordavo, forte e cordiale, anche se non mi guardò negli occhi con lo slancio disarmante del nostro primo incontro. Guardò invece le mani, la sua scura contro la mia, le sue dita dalla punta larga e piatta, quasi quadrata, quindi si chinò per slacciarsi le scarpe e io assorbii il suo odore, umido e sporco e alcolico. Lo seguii mentre entrava nel soggiorno, dove nulla era cambiato, il tavolo vuoto sempre accanto alla finestra, il divano consunto contro la parete su cui era appesa una cartina di Sofia. Vedendo il fornello disse Scusa, stavi cenando, ti ho interrotto, e io lo guardai incuriosito, sorpreso da una tesa formalità che in lui non avevo mai visto. Quale sentimento pensava stessi provando, mi domandai, che potesse esserne assecondato o placato? O forse era qualcos’altro, un tentativo di dignità, per sostenersi contro ciò che l’aveva così duramente consumato e infine condotto alla mia porta.
Era fermo al centro della stanza con le braccia incrociate, le mani infilate sotto le ascelle, e si dondolava avanti e indietro, non capii se per nervosismo o per un bisogno di calore. È tanto che non ti vedo, dissi infine, banalmente, come stai? Lui alzò gli occhi, ma solo per un istante e senza sollevare del tutto la testa, incrociando il mio sguardo come dal basso. Non sto bene, disse, e poi, più deciso, sto male, ti devo parlare, sono venuto per dirti una cosa. Tanti non sarebbero venuti, avrebbero detto è americano, che si preoccupi lui di se stesso, ma io non sono come loro. In che senso, gli chiesi, cos’è successo, esasperato e insieme impaurito da ciò che si prospettava. Poi non riuscii più a seguirlo, parlava troppo velocemente o in modo poco chiaro, e anche quando ripeteva ero comunque perso; pur conoscendo le parole non riuscivo a dar loro un senso, e alzai le mani in segno di sconfitta. Vidi la sua frustrazione; per lui era stato difficile, mi resi conto, dire qualunque cosa avesse detto, era come se per dirla avesse dovuto superare un ostacolo, e una volta riuscitoci gli era intollerabile non aver sostanzialmente detto nulla. Andò a sedersi sul divano, con le gambe aperte, e chinandosi in avanti aprì il computer che avevo lasciato sul tavolino. Te lo scrivo, disse, facendo segno di sedermi accanto a lui, e io mi sedetti, eccitato dalla sua vicinanza benché non intendessi toccarlo, benché intendessi resistere a qualsiasi provocazione.
Lo schermo si accese sul browser aperto, e Mitko prese a digitare direttamente nella barra di navigazione, all’interno della quale si allungò un’unica linea di testo. Digitava sempre lentamente, usando solo due dita, e adottava i codici e le formule abbreviate delle chat, che solo a poco a poco, durante gli anni in Bulgaria, avevo cominciato a decifrare. Ma adesso seguivo piuttosto bene il suo racconto, e la mia inquietudine crebbe mentre assentivo, scuotendo la testa da sinistra a destra, quando lui si fermava, ogni poche parole, per chiedermi Razbirash li? Qualche giorno prima, lessi, aveva cominciato ad avere un problema, una cosa mai successa, accusava un dolore all’inguine e una perdita bianca dal pene. Mentre digitava mi sfiorò il pensiero, bizzarro e fuori luogo, che quella parola, teche, era la stessa che si userebbe per un rubinetto che perde, e archiviai quel dettaglio linguistico come una distrazione dal timore che provavo. D’accordo, dissi, quando Mitko si fermò per accertarsi che avessi capito tutto, sei andato dal dottore? E lui annuì, chinandosi di nuovo sulla tastiera scrisse che era andato in un ambulatorio a farsi prelevare il sangue, e gli avevano diagnosticato la sifilide. Oh, dissi, ritraendomi involontariamente, di riflesso contro il contagio e contro quella parola, provando orrore per una malattia ottocentesca della quale avevo soltanto letto nei libri, sicché il mio primo pensiero, immediato e vivido, andò a Flaubert e ai suoi viaggi, a un qualche passaggio in cui smontava da cavallo o dal cammello per cambiarsi le bende inzuppate. Mitko dovette prendere il mio sussulto per incredulità, Perché non mi credi?, disse secco, e poi si alzò. Ti credo, ribattei subito, vedendo che si portava una mano alla vita, certo che ti credo, non è necessario, ma si era già slacciato la cintura, e armeggiando un istante con la spilla da balia che teneva insieme i lembi di stoffa (da cui erano scomparsi sia il bottone che la cerniera), con un unico movimento rapido si abbassò i jeans e gli slip fino alle ginocchia. Per l’ennesima volta mi stupì la disinvoltura di cui dava prova in certi momenti, quanto poco gli importasse denudarsi, e non riuscii a non guardargli il cazzo, che conoscevo così bene ed era sempre uguale, grosso e lungo, senza alcun segno di malattia; mi sorprese quanto desiderassi vederlo. Mitko lo prese in mano e premette la base con due dita, facendole risalire lentamente per tutta la lunghezza. Era il gesto che ricordavo come atto finale del sesso, spremere ciò che restava di una sostanza desiderata, e dalla punta vidi emergere una goccia, bianca e torbida, di fatto indistinguibile dallo sperma, e forse fu proprio quella somiglianza a disgustarmi, a rivoltarmi lo stomaco mentre con l’indice dell’altra mano Mitko raccoglieva la perdita, così simile a una perla, perfino nel disgusto il paragone era inevitabile. Fece una smorfia inorridita anche lui; Gadno, disse, che schifo. Tenendo le mani contaminate a distanza dal corpo, si incamminò impacciato verso il bagno, con l’uccello che penzolava, i jeans ancora alle ginocchia, gli slip, mi accorsi, macchiati sul davanti di un bianco sporco che tendeva al marrone, come se soffrisse di un’incontinenza cronica, cosa che probabilmente era. Doveva essere terribile, pensai, ricordandomi quanto teneva alla pulizia, ritrovarsi a generare quella sostanza corrotta, vederla fluire da sé incontrollata.
In bagno fece le cose con calma, si lavò le mani e poi, alzandosi sulle punte dei piedi e sporgendosi in avanti, mise la punta del pene sotto il getto d’acqua. Dal divano lo guardai asciugarsi con la carta igienica e quindi tirarsi su gli slip, tenendo il tessuto macchiato il più a lungo possibile lontano dalla pelle, per poi lasciarlo andare con uno schiocco.
Tornato in soggiorno, si sedette di nuovo accanto a me. È una cosa seria, dissi, mi dispiace, e lui assentì scuotendo la testa. Poi mi guardò. Tu hai avuto problemi, mi chiese, cose del genere? Io?, dissi, preso alla sprovvista. No, certo che no, niente. All’ambulatorio, proseguì, mi hanno detto che ce l’ho da tanto, per questo sono venuto a dirtelo. Devi farti controllare. Annuii. D’accordo, dissi, lo farò. Non ero particolarmente preoccupato: erano passati due anni e non avevo notato nulla di allarmante, di certo non evidente come i sintomi di Mitko. Ma era pur vero che non facevo esami da anni. Il terrore che da giovane provavo costantemente aveva lasciato il posto a una sorta di noncuranza, che sapevo irresponsabile, anche se in genere prendevo precauzioni, ed era comunque piuttosto semplice evitare quel pensiero. Tanti non te l’avrebbero detto, ripeté Mitko, avrebbero pensato non gli devo niente, che si fotta. Ma io non sono così, insistette, e tu per me sei un amico. Non ho mai smesso di considerarti un amico, disse, cambiando impercettibilmente il tono della conversazione, rendendolo più intimo. Era anche questo un tono diverso, che da lui non avevo mai sentito, un tono retrospettivo, quasi di rimpianto, del quale però non mi fidavo, dubitando che fosse stata la sola coscienza a farlo tornare da me. Sei pentito?, mi chiese allora, con un tono ancora più profondo, ti sei pentito di essere venuto a Varna quella volta? Non risposi subito, ricordando il terrore che avevo provato quella sera, e ripensando anche alla nostra storia, così completamente falsa, più falsa adesso che ci ho riflettuto così tanto. No, dissi, non me ne pento, e mentre lo dicevo era vero. E tu?, gli chiesi. Alzò la testa di scatto, non proprio annuendo, Ne, ne suzhalyavam. Per la prima volta da quando era arrivato sorrise, non il sorriso caloroso che ricordavo, ma riuscì ad alleggerire l’atmosfera. Radvam se, disse, mi fa piacere che non ti sia pentito, poi mi appoggiò una mano sul ginocchio, senza un vero intento seduttivo, la realtà della malattia allontanava anche il solo pensiero, ma per ristabilire un contatto, pensai, lasciar intendere che prima o poi avremmo potuto ricominciare ciò che avevamo interrotto. Mitko, ripresi, devo dirtelo, adesso ho un amico, e mi fermai, non sapendo come chiarire il mio pensiero, la parola bulgara lasciava spazio a varie possibilità; imam postoyanen priyatel, dissi infine, un amico costante, l’unica maldestra espressione che mi venne. Volevo chiarire le cose, tracciare confini netti, ma nel dirlo mi resi conto di dare per scontato che Mitko si sarebbe ripresentato alla mia porta, e che quasi certamente lo avrei fatto entrare. È bulgaro?, mi chiese, cogliendo il senso del discorso, e io risposi di no; ci siamo conosciuti qui, dissi, ma è portoghese, vive a Lisbona, dopodiché mi fermai, perché sentivo di non dover dire altro. Volevo che la relazione con R. rimanesse solo mia, e al pensiero di lui l’avvertimento di Mitko assunse un’urgenza diversa. Come avrei potuto perdonarmi se l’avessi infettato, trascinandolo in quel mondo dal quale lui (ne ero convinto) mi aveva salvato?
Yasno, disse Mitko, ritirando la mano, ho capito; sembrò felice di lasciar cadere il discorso. Avevo visto i suoi occhi guizzare un paio di volte, quasi involontariamente, verso la pentola accanto al fornello, così mi alzai e andai a riaccendere il fuoco, chiedendogli se aveva fame. Non era una vera domanda, e lui non finse di doverci riflettere. Mentre il cibo si scaldava tornò al mio computer, entrò su Facebook e, ne sono certo, anche sul sito bulgaro d’incontri che ricordavo, dopodiché chiuse il computer e venne a sedersi con me al piccolo tavolo. Mi sorprese non riuscire a ricordare un solo altro pasto che avessimo condiviso in quel modo, silenziosamente, seduti e da soli. All’inizio non parlammo; Mitko si gettò sul cibo e lo guardai mangiare, stupito di quanto mi rendesse felice la sua presenza. Mi chiesi quanto quel sentimento fosse dovuto a lui, alla sua compagnia o al piacere che gli dava il misero pasto da me preparato, e quanto dipendesse da una mia compiaciuta idea di me stesso, della capacità che avevo di accantonare il passato, e di quella generosità a cui sapevo avrebbe fatto appello prima di andarsene, che adesso era una generosità reale, pensai, visto che non avrei chiesto niente in cambio. Mitko alzò gli occhi e sorrise, vedendo che lo guardavo, e io ricambiai. Gli chiesi come aveva trascorso gli ultimi due anni, se era stato a Varna, se aveva trovato lavoro. Lui mi guardò, dapprima in silenzio, poi: Ho passato un brutto periodo, disse, quindi tacque di nuovo, quasi non sapesse come proseguire, o si aspettasse che fossi io a farlo parlare. In che senso, gli chiesi, brutto come, allora posò la forchetta, che teneva come i bambini, stringendo il manico con le cinque le dita. Ho fatto delle cose brutte, disse, e mi hanno beccato, sono finito dentro per un anno. In prigione?, chiesi scioccamente, dove altro, e lui scosse la testa, sì. Che cos’hai fatto, gli chiesi, memore ovviamente della scena a Varna, di quella faccia che mi aveva mostrato e che sembrava capace di così tanto, così diversa da quella che vedevo ora.
Mitko rispose con una scrollata di spalle, poi riprese in mano la forchetta. Stavo facendo un lavoro, disse, per un tizio di Varna. Uno che aiuta le persone, dà dei soldi, se ti serve qualcosa puoi andare da lui. Ma non è che i soldi puoi prenderli e basta, disse, come se l’avessi sostenuto, dopo glieli devi restituire. E quando qualcuno non li restituiva, lui mandava noi. Gli facevate male, dissi, e Mitko scrollò di nuovo le spalle. Malko, un po’, mai troppo, quindi, quasi offeso, io non esagero, non sono quel tipo di persona, c’è chi lo fa, ma io no. Abbassando la forchetta sul piatto, smosse un po’ il cibo. Poi, proseguì, se continuavano a non pagare andavamo a casa e portavamo via tutto, e qui abbracciò il soggiorno con un gesto, come immaginando di svuotarlo, televisore, computer, mobili, prendevamo tutto quanto, non gli restava niente. Ma è normale, disse, di nuovo come difendendo una cosa giusta, uno non può prendere i soldi e poi non restituirli. Non obiettai né mi dissi d’accordo, lo guardai senza dire una parola. E basta, concluse Mitko, per lui avevo già lavorato ogni tanto, ma stavolta sono finito nei guai, mi è toccata la galera. Non è stato facile, quello è un brutto posto, com’è stato non te lo racconto. Ma adesso con certe cose ho chiuso, disse, sfregandosi le mani come per pulirle, non le voglio più fare.
E quando sei uscito?, chiesi, che cos’hai fatto? Un’altra scrollata di spalle, per un po’ sono venuto a Sofia, disse, ho trovato da fare qui, e mi raccontò di aver lavorato in un cantiere, non come muratore ma come addetto alla sicurezza, faceva il guardiano notturno. Skuchna rabota, disse, lavoro noioso. Ho pensato di chiamarti, avevo ancora il numero, ma non sapevo se volevi, pensavo che eri ancora arrabbiato. Mi strinsi nelle spalle, domandandomi io stesso se lo fossi, e lui continuò, ci ho lavorato per qualche mese, ma poi si sono fermati. Vedendo il mio sguardo interrogativo: sono finiti i soldi, disse, succede sempre, abbiamo dovuto smettere. Era tornato da sua madre a Varna, che andava bene d’estate, quando c’era gente, disse, qualcosa da fare si trovava, e pensai a quanto dovevano piacergli quelle poche settimane in cui la sua città diventava una piccola Europa, i bei giovani che dall’Ovest venivano a cercare spiagge economiche e birra, il carnevale balcanico, doveva sembrargli la vita che gli spettava. Ma adesso non c’è nessuno, disse, la città è vuota, e così era dovuto tornare a Sofia per cercare lavoro. Solo che di lavoro non ce n’è, che ci vuoi fare. Per un po’ sono stato da amici, ma qui non puoi contare su nessuno, e il viso gli si rabbuiò, dicono che sono tuoi amici e poi non lo sono per niente. E adesso è successa questa cosa, aggiunse, indicandosi l’inguine, e io non ho soldi; vogliono prima farmi prendere delle pastiglie, e se non funzionano devo fare una puntura. Ma le pastiglie costano quaranta leva, disse, e poi, con finto candore, io quaranta leva dove li trovo? Ti aiuto io, dissi, com’era ovvio, non preoccuparti. Avevamo finito di mangiare, così mi alzai e andai a prendere il portafoglio dalla mensola accanto alla porta, tirando fuori quaranta leva e poi altri venti. Tieni, gli dissi, per le medicine. Shte se opravish, dissi, vedrai che guarirai, e Mitko prese i soldi e mi ringraziò, per la cena e per l’aiuto, disse, stringendomi una mano fra le sue. Fui tentato di chiedergli dove sarebbe andato, se avesse un posto dove passare la notte, ma temevo mi incalzasse per farmi estendere quella generosità fin dove non poteva arrivare. Si inginocchiò davanti alla porta per rimettersi le scarpe, che erano ancora umide, e indossare la giacca leggera, quindi si alzò e aprì la porta, alle sue spalle il corridoio buio. Grazie ancora, disse, dopodiché, così veloce che non potei fermarlo, mi appoggiò le mani sulle spalle e si sporse in avanti, sfiorandomi la guancia con le labbra. Scostandosi sorrise, poi tolse le mani, non prima di avermi dato una scompigliata ai capelli, e il suo sorriso aveva di nuovo la naturalezza che ricordavo. Fu un gesto amichevole, in nessun modo romantico, che senza togliere intimità al suo bacio lo modulava in una tonalità nuova, e mentre usciva e si richiudeva la porta alle spalle mi sentii colmo d’affetto. Non c’era stata tentazione, pensai, nessun pericolo che Mitko turbasse il nuovo equilibrio che avevo trovato, quella monogamia che era ancora una novità, l’interruzione di un’antica abitudine. Girata la chiave nella serratura, rimasi fermo con la mano sulla porta, non perché pensassi di riaprirla, ma per ascoltarlo mentre si allontanava. Aveva già sceso le scale quando mi ricordai di premere l’interruttore della luce in corridoio, avviando il timer che ormai non serviva più.
Quella notte faticai a dormire. Avevo cominciato a preoccuparmi più o meno nell’istante in cui Mitko se n’era andato, e steso a letto mi chiedevo cos’avrei detto a R. qualora gli esami fossero risultati positivi, cosa di cui ormai ero certo. Gli avevo scritto una mail, dicendo che ero troppo impegnato per parlare su Skype, come facevamo ogni sera prima di andare a dormire. Non avevo fatto parola della visita di Mitko. Non avevo intenzione di mentire, e R. già sapeva di lui, che come tutto il mio passato faceva parte della storia che aveva portato al nostro incontro; è una modalità dell’amore, trovo, considerare il passato in questi termini. R. si sarebbe preoccupato anche più di me, pensai, era meglio risparmiarlo finché non ne avessi avuto la certezza. Il giorno dopo era venerdì, e avevo le prime due ore della mattinata libere. Nei miei tre anni a Sofia non mi ero mai ammalato, o mai abbastanza da necessitare di cure; non mi piace andare negli studi dei medici, li detesto fin da bambino, con le loro umiliazioni, il loro violare un’intimità necessaria. Ma c’era un ambulatorio vicino alla mia scuola, in un palazzo nuovo con la facciata di vetro all’angolo tra viale Malinov e la strada privata che porta all’accademia di polizia e all’American College. Ci passavo accanto tutti i giorni, e sapevo che gli altri insegnanti andavano lì, che era moderno, efficiente, e c’era qualcuno che parlava inglese. Cosa importante, perché mi resi conto che mi mancava il vocabolario per richiedere gli esami di cui avevo bisogno, o spiegare le circostanze della mia situazione, e immaginai che il senso d’impotenza legato alla lingua avrebbe acuito quello legato alla malattia. Mi rassicurò, aprendo la porta dell’ambulatorio, trovare una sala d’attesa che non sarebbe apparsa inappropriata nemmeno in America. Diverse donne erano affaccendate dietro un lungo bancone nella stanza surriscaldata, già piena benché fossi arrivato poco dopo l’apertura. Entrai nervoso, e infastidito dal mio stesso nervosismo. Malgrado gli orrori letterari, sapevo che la sifilide era facilmente curabile, sarebbero bastati degli antibiotici, probabilmente una sola iniezione. Provare imbarazzo era stupido, mi dissi, era un’infezione come tante altre. Ma avvicinandomi al bancone niente di tutto questo alleggerì ciò che provavo, che era forte e profondamente radicato, parte del più generale senso di vergogna di cui tutta la mia vicenda con Mitko, dal nostro primo incontro a quella conseguenza differita, non era stata che l’ennesima espressione.
Una delle donne alzò lo sguardo, fermò le dita sulla tastiera, e la mia tensione fu alleviata da una vivacità d’accoglienza a cui non ero più abituato. Mi guardò incuriosita, aspettando che dicessi qualcosa, e quando in bulgaro le chiesi se parlava inglese sembrò sinceramente dispiaciuta di non saperlo, nemmeno una parola. Si rivolse alle altre donne dietro il bancone, e tutte ammisero la stessa ignoranza. Aspetti un attimo, disse, alzando la cornetta del telefono, adesso troviamo qualcuno, e in piedi davanti al bancone mi guardai intorno, constatando con sollievo che non una delle otto o nove persone sulle sedie di plastica della sala d’attesa, nessuna delle quali visibilmente malata, sembrava prestarci la minima attenzione. Ecco, disse la donna, che nel frattempo si era alzata e sporgendosi mi stava indicando un corridoio su cui si affacciavano diversi ambulatori, quella signora la può aiutare. Girandomi vidi una donna robusta e molto più anziana venire verso di noi, con indosso un’uniforme sformata da inserviente o infermiera, i radi capelli biondi pettinati in un severo taglio maschile. Anche il viso aveva un che di severo, nonostante la sua massiccia rotondità, una tensione intorno alle labbra da cui si intuiva non solo una mattinata difficile, ma una stanchezza più essenziale. Buongiorno, disse, con un affettato accento britannico che trapelava da quello balcanico, di cosa ha bisogno? Parlava più forte del necessario, sfoggiando il suo inglese, come qui fanno spesso perché parlarlo bene conferisce una sorta di prestigio, e io mi resi conto di averla già presa in antipatia. Sì, ecco, dissi, in un tono non esattamente furtivo ma a un volume molto più basso, vorrei fare una serie comp...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tutto ciò che ti appartiene
  4. I. MITKO
  5. II. UNA SEPOLTURA
  6. III. CONTAGIO
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright