In un torrido pomeriggio di agosto, il giovane aspirante kamikaze Feisal, strizzato in una tuta mimetica di due taglie più piccola della sua, sudava come un cammello. E sudando, emanava dal corpo aromi intensi, ricchi di note speziate.
Avrebbe preferito essere in un altro luogo, il giovane Feisal: all’ombra di una palma, nelle acque del fiume Eufrate, sulla cima di un minareto. Oppure incollato alla mammella di una pecora, suo desiderio erotico fin dall’infanzia. Invece era costretto a stare accovacciato su una stuoia più bollente di una caldaia, sotto la tenda di un campo di addestramento per combattenti jihadisti; nel deserto, in una località segreta nei pressi della città di Tadmur, l’antica e maestosa Palmira.
Con lui c’erano Amira e Salim, suoi coetanei.
Tutti e tre candidati al martirio in nome di Allah.
Erano stati convocati dal comandante del campo, Abdel Salam detto “il Macellaio”, e lo stavano aspettando da due ore. Rigidi, gli sguardi fissi nel vuoto, le bocche spalancate per respirare meglio nell’afa. Senza potersi scambiare una parola: lo imponeva il regolamento. E loro sapevano bene che ogni infrazione al regolamento veniva punita con severità; spesso con ferocia.
Quando il Macellaio entrò nella tenda, impettito nella sua uniforme nera da combattimento, massiccio e imponente, una lunga barba coricata sul petto e due pugnali infilati nella cintura, Feisal, Salim e Amira scattarono sull’attenti.
Abdel Salam li scrutò da capo a piedi, incrociò le braccia, divaricò le gambe e fiutò l’aria.
«Cos’è questa puzza?» chiese arricciando il naso.
I tre kamikaze non fiatarono.
Con un doppio guizzo della lingua, Feisal fece sparire un paio di gocce di sudore che dalla fronte gli erano arrivate agli angoli della bocca e sentì un brivido di paura salirgli lungo la schiena. Del Macellaio si narravano imprese inaudite, tutte con un finale a metà strada fra l’horror e lo splatter.
«Ogni tanto lavatevi!» sbraitò il comandante. «Soprattutto quando dovete parlare con me!»
Da fuori arrivarono delle urla e un crepitìo di mitragliatrici. Le nuove reclute arrivate nel campo stavano partecipando alla prima traumatizzante esercitazione.
Abdel Salam non si scompose più di tanto e annunciò: «Vi ho chiamati a rapporto perché la vostra ora è giunta. Avete superato tutte le prove, tranne l’ultima: dimostrare il vostro valore in una terra ostile. Contro gli infedeli, contro gli apostati. Siete i prescelti. Andrete in missione in un luogo di peccato e di perversione e dovrete colpire con durezza, per vendicare i nostri fratelli trucidati. Siatene fieri: diventerete un luminoso esempio di coraggio che molti, dopo di voi, seguiranno».
Amira, Feisal e Salim si aspettavano questa investitura; la desideravano da tempo. Si erano preparati per l’estremo sacrificio; le loro menti e i loro corpi erano stati forgiati per un duplice scopo: uccidersi e uccidere.
Feisal e Salim erano siriani. Dopo aver lasciato da ragazzi le loro famiglie per entrare nelle milizie che lottavano contro gli eserciti dell’Occidente, avevano assistito a saccheggi, massacri, stupri. Avevano ucciso.
Salim era permeato di fanatismo religioso fino al midollo e non ammetteva obiezioni: i miscredenti dovevano sparire dalla faccia della terra. Ce la metteva tutta per realizzare questo suo intendimento, ma ogni giorno doveva misurarsi con una forza avversa: l’imbranataggine. Più si impegnava e più commetteva errori. Se fosse esistita una scuola di sventure, lui ne sarebbe stato il preside.
Feisal, invece, di tanto in tanto sentiva emergere dalla coscienza un accenno di spirito critico che lo portava a domandarsi se proprio tutti i nemici fossero stati partoriti dall’immondo Maligno; poi ricacciava indietro le titubanze e si immergeva di nuovo nell’inflessibilità della dottrina. Era belloccio, ingenuo, a tratti impacciato; un agnello travestito da lupo. Essendo buono per natura, era stato bocciato due volte ai test d’ingresso nei corpi armati che si battevano contro l’Occidente; prima di fare il terzo tentativo, aveva chiesto una raccomandazione.
Amira, nata in Iraq, all’età di dodici anni aveva perso i genitori e due sorelle in un bombardamento. Adottata da uno zio, aveva subìto maltrattamenti e violenze. Dopo aver saputo che i parenti volevano venderla in sposa a un attempato mercante, era fuggita e si era arruolata in un gruppo di soldatesse al servizio di un califfo. Per la sua indole spigolosa e irruente, la temevano anche i miliziani maschi più brutali. Non era una semplice combattente; era una macchina da guerra.
In tre non arrivavano a ottant’anni di età. Erano giunti nel campo dieci mesi prima, provenienti da aree geografiche diverse in cui avevano preso parte ad azioni di guerriglia: Amira dallo Yemen, Feisal dalla Libia, Salim dall’Afghanistan. Sulle loro schede personali c’era scritto che sapevano leggere e scrivere e che volevano al più presto trasformarsi in kamikaze. Non erano amici e non facevano parte della stessa squadra. Durante le esercitazioni quotidiane, solo in poche occasioni si erano ritrovati gomito a gomito a marciare e strisciare sulla sabbia, sparare a bersagli, sollevare pesi, fare esercizi di stretching, assimilare le tecniche del combattimento corpo a corpo e utilizzare vari tipi di esplosivi.
Le loro giornate erano identiche l’una all’altra e avevano ritmi martellanti: sveglia alle cinque del mattino, sei ore di esercizi fisici, cinque di addestramento militare, tre di preghiere e studio di testi sacri, un’ora di riposo, due ore per i pasti. Alle ventidue a dormire. Tempo per pensare: zero.
Un particolare sostanziale distingueva la preparazione di Feisal, Amira e Salim da quella di tutti gli altri miliziani presenti nel campo, e proprio questo particolare li aveva fatti diventare “i prescelti”: conoscevano molto bene la lingua italiana. Per mesi e mesi un foreign fighter li aveva separatamente indottrinati con prove di grammatica e sintassi, letture, coniugazioni di verbi, test di pronuncia, nozioni di storia e geografia, descrizioni di norme di comportamento in uso nei Paesi europei.
Le lezioni si erano tenute in gran segreto. Ciascuno dei tre discenti non aveva mai sospettato che nel campo ci fossero altri due compagni d’armi impegnati ad apprendere, dallo stesso insegnante, l’idioma, il galateo e i costumi del Belpaese.
«La vostra spedizione avrà inizio domani» proseguì Abdel Salam.«Appena svegli, recatevi dal vostro istruttore, che vi consegnerà l’occorrente: valigie, passaporti, biglietti degli aerei, prenotazioni degli alberghi in cui alloggerete nei primi giorni, carte di credito, telefoni cellulari, vestiario. Salim, tu sarai il capo missione; contiamo molto su di te. Avrai un computer portatile e su dei fogli troverai trascritti i codici da utilizzare per comunicare con me e con il comando e i compiti che ognuno di voi dovrà svolgere; quando avrai memorizzato tutto, distruggerai i fogli e non potrai rivelare a nessuno le informazioni, nemmeno sotto tortura. Feisal e Amira: una volta giunti a destinazione, aspettate che Salim vi contatti. E obbedite sempre ai suoi ordini.»
Poiché da otto ore non riceveva la visita di sostanze alimentari liquide e solide, l’apparato gastrointestinale di Salim produsse, per l’eccitazione e il digiuno forzato, un suono affine al guaito di un cane.
D’istinto, il comandante si portò le mani alla cintura, come a voler afferrare i pugnali. Poi capì che era stato un falso allarme, incenerì con un’occhiataccia il proprietario dell’intestino lamentoso e concluse: «Partirete domani pomeriggio. Un furgone vi trasporterà all’aeroporto di Damasco. Siate astuti e implacabili! Allah vi protegga!».
Indi voltò gli stivali e fece per uscire dalla tenda, ma fu interrotto dalla voce di Amira: «Comandante, mi è permessa una domanda?».
Il Macellaio la guardò di sbieco: «Ti è permessa».
«Qual è la nostra destinazione?»
«La risposta già la conosci: è l’Italia.»
«Chiedo perdono, comandante, ho formulato male la domanda. Intendevo: in quale città dovremo agire?»
«Perché vuoi saperlo?»
«Per cominciare a concentrarmi sull’obiettivo.»
Abdel Salam si grattò il barbone e con tono esitante specificò: «Si trova nel Sud della penisola italiana. È una città complessa, differente da ogni altra al mondo. Ed è molto pericolosa».
«Palermo?»
«No. Napoli.»
Nell’apprendere il nome del luogo in cui avrebbe dovuto immolarsi, Feisal si irrigidì come un tronco, e i suoi lombi in una frazione di secondo giunsero a un tale grado di tensione da causare un rumoroso squarcio nella tuta, proprio all’altezza del cavallo.
Stavolta le mani del Macellaio agguantarono davvero i pugnali, e per poco le punte delle loro lame non saettarono verso la gola di Feisal.
Un cono scuro, gigantesco. Al suo vertice, un cratere impressionante. Tutt’intorno, un intrico di case e strade, cemento e asfalto. A lambire la terraferma, uno specchio d’acqua solcato da navi, motoscafi, barche a vela. E il sole; potente, accecante.
Il Vesuvio, Partenope, il suo Golfo. Furono queste le prime immagini che Amira, Salim e Feisal videro dal cielo al loro arrivo a Napoli. Uno spettacolo di forte impatto, ben più elettrizzante delle foto e dei filmati che avevano visionato sul web.
I tre kamikaze giunsero all’aeroporto di Capodichino con voli separati e in giorni differenti. Gli ordini ricevuti erano chiari: qualora Salim, unico custode dei segreti del piano, fosse incappato nella rete delle forze dell’ordine, gli altri due sarebbero dovuti rientrare subito alla base.
In un solo momento Salim aveva pensato che la missione sarebbe potuta fallire prima ancora di iniziare. Nell’area controlli dello scalo di Fiumicino, prima di imbarcarsi sul volo per Napoli, aveva depositato negli appositi vassoi tutto ciò che poteva far scattare l’allarme, era passato sotto il metal detector e la sirena si era messa a suonare.
Un addetto alla sicurezza gli aveva chiesto di tornare indietro e di togliersi le scarpe. Salim aveva eseguito ma, riattraversato il varco, la sirena aveva suonato di nuovo.
Sottoposto a una perquisizione manuale, era scoppiato a ridere.
«La facciamo divertire così tanto?» gli aveva chiesto un vigilante.
«Voi no, il solletico sì» aveva risposto Salim.
Lo avevano invitato a riprovare. Il metal detector non ne aveva voluto sapere.
Un agente lo aveva ispezionato con un body scanner palmare, e lo strumento aveva fatto molto bene il suo mestiere: appena era entrato in contatto con i piedi del terrorista, aveva emesso un segnale acustico di emergenza accompagnato dall’accensione di un led rosso.
Due militari armati di mitraglietta si erano avvicinati.
Alcuni passeggeri si erano allontanati impauriti.
L’agente aveva invitato Salim a sfilarsi i calzini.
Quando il kamikaze era rimasto a piedi nudi, l’arcano si era svelato: all’alluce destro Salim teneva infilato un luccicante anello di metallo.
«Uh, me n’ero scordato» era stata la sua giustificazione.
Non era una bugia, ma l’agente non aveva ammesso attenuanti: «La prossima volta l’anello se lo ficchi da un’altra parte!».
«Dove?» aveva chiesto Salim.
«Dove preferisce. Non conosco i suoi gusti.»
«Se vuole, glieli dico.»
«Vada via!»
Salim, Amira e Feisal presero alloggio in tre diversi hotel nei pressi della stazione centrale di Napoli. La zona, frequentata e abitata da migliaia di immigrati, dava agio a chiunque di mimetizzarsi con facilità.
Dopo un’att...