Sidonia aveva commesso un errore pericoloso.
Stava scolpendo una statua da una grande lastra di pietra. C’era qualcosa di ipnotico nei fendenti e nei lampi della lama laser, luminosi contro la finestra buia che dava sul paesaggio stellare. Non puntava mai la lama dove mi aspettavo, ma riusciva sempre a trarre dalla pietra un’immagine che la mia fantasia non avrebbe mai potuto evocare. Quel giorno era una stella che diventava una supernova, una scena della storia elionica rappresentata vividamente nella roccia.
A un certo punto, però, aveva asportato un pezzo troppo grosso dal basamento della scultura. Me ne accorsi subito e balzai in piedi, allarmata. La struttura non era più stabile e sarebbe crollata da un momento all’altro.
Donia si inginocchiò per studiare l’effetto visivo che aveva creato, ignara del pericolo.
Mi avvicinai in silenzio. Non volevo gridarle un avvertimento; e se si fosse spaventata, se avesse sussultato o sobbalzato e si fosse tagliata con il laser? Meglio intervenire direttamente. Attraversai la stanza. Quando le fui vicina, si udì il primo scricchiolio e frammenti di polvere le piovvero addosso mentre la statua si inclinava in avanti.
Afferrai Donia e la trascinai via. Fummo assordate dal fragore di uno schianto e l’aria stantia della sala d’arte si riempì di polvere.
Le strappai di mano la lama laser e la spensi.
Lei si liberò dalla mia presa, strofinandosi gli occhi. «Oh, no! Non me n’ero accorta.» Fissò i detriti con espressione costernata. «L’ho rovinata, eh?»
«Lascia perdere la statua» dissi io. «Ti sei fatta male?»
Liquidò la domanda con un gesto irritato. «Non ci posso credere. Che disastro. Stava andando così bene…» Tirò un calcio a un frammento di pietra, poi sospirò e mi rivolse un’occhiata. «Ti ho ringraziata? No. Grazie, Nemesis.»
Non mi interessavano i suoi ringraziamenti. Quello che contava era che lei stesse bene. Ero la sua diabolic. Solo le persone vere desideravano essere lodate.
Noi diabolic non eravamo persone vere.
Ne avevamo l’aspetto, certo. Ne avevamo anche il DNA, ma eravamo qualcosa di diverso: creature progettate per essere assolutamente spietate e totalmente fedeli a un unico individuo. Avremmo ucciso volentieri per quella persona, e solo per quella. Ecco perché le famiglie dell’élite imperiale erano così ansiose di accaparrarsi un diabolic per farne la guardia del corpo dei figli e il flagello dei nemici.
Ma pareva che ultimamente i diabolic stessero svolgendo troppo bene il loro compito. Donia spesso si collegava alle trasmissioni del Senato per guardare suo padre al lavoro. Nelle ultime settimane il Senato imperiale aveva cominciato a discutere della “minaccia dei diabolic”. I senatori parlavano di diabolic fuori controllo, che uccidevano nemici dei loro padroni per affronti minimi, che addirittura assassinavano membri della famiglia della persona a cui erano stati assegnati per difendere o per promuovere i suoi interessi. Per alcune famiglie ci stavamo rivelando una minaccia, più che un vantaggio.
Sapevo che il Senato doveva avere preso una decisione nei nostri confronti perché, quella mattina, la matriarca aveva consegnato a sua figlia una missiva che giungeva direttamente dall’Imperatore. Donia le aveva dato un’occhiata e poi si era messa a scolpire.
Vivevo con lei da quasi otto anni. Eravamo praticamente cresciute insieme, fianco a fianco. Diventava così silenziosa e distratta solo quando si preoccupava per me.
«Che cosa diceva la lettera, Donia?»
Toccò un frammento della statua. «Nemesis… hanno bandito i diabolic. Retroattivamente.»
Retroattivamente. Voleva dire i diabolic già esistenti. Come me.
«E quindi l’Imperatore si aspetta che tu mi elimini.»
Donia scosse la testa. «Non lo farò, Nemesis.»
Certo che non l’avrebbe fatto. Ma poi sarebbe stata punita. Con voce tagliente, dissi: «Se non te la senti di liberarti di me, me ne occuperò io stessa».
«Ho detto che non lo farò, Nemesis, e non lo farai neanche tu!» ribatté con un lampo negli occhi. Sollevò il mento. «Troverò una soluzione.»
Sidonia era sempre stata mite e timida, ma l’apparenza ingannava: avevo imparato molto tempo prima che in lei c’era un nucleo d’acciaio.
Suo padre, il senatore von Impyrean, si rivelò un alleato. Nutriva una forte animosità nei confronti dell’Imperatore, Randevald von Domitrian.
Quando Sidonia perorò per la mia vita, negli occhi del senatore apparve un luccichio di sfida. «L’Imperatore esige la sua morte, eh? Bene, non ti preoccupare, tesoro mio. Non perderai la tua diabolic. Dirò all’Imperatore che il suo ordine è stato eseguito e la faccenda finirà qui.»
Il senatore si sbagliava.
Come la maggior parte dei potenti, gli Impyrean preferivano vivere isolati e socializzare solo negli spazi virtuali. I più vicini eccedenti – cioè gli umani liberi sparsi sui pianeti – erano a diversi sistemi stellari di distanza dal senatore von Impyrean e dalla sua famiglia. Lui esercitava la propria autorità sugli eccedenti da una distanza strategica. La fortezza della famiglia orbitava attorno a un gigante gassoso disabitato e circondato da lune senza vita.
Quindi qualche settimana dopo rimanemmo tutti sorpresi quando dalle profondità dello spazio giunse una nave stellare non annunciata. Era stata inviata dall’Imperatore con il pretesto di “ispezionare” il cadavere del diabolic, ma a bordo non c’era un semplice ispettore.
C’era un inquisitore.
Il senatore von Impyrean aveva sottovalutato l’ostilità dell’Imperatore nei confronti della sua famiglia. La mia esistenza gli forniva una scusa per piazzare uno dei suoi agenti nella fortezza degli Impyrean. Gli inquisitori erano un tipo speciale di sacerdoti, addestrati ad affrontare i peggiori infedeli e a far rispettare gli editti della religione elionica, spesso con l’uso della violenza.
L’arrivo dell’inquisitore avrebbe dovuto terrorizzare il senatore convincendolo a obbedire, ma il padre di Sidonia continuò a eludere la volontà dell’Imperatore.
L’inquisitore era venuto a vedere un cadavere, e un cadavere gli venne mostrato.
Solo che non era il mio.
Uno dei servitori degli Impyrean soffriva da tempo di morbo solare. Come i diabolic, i servitori erano stati progettati geneticamente per servire le famiglie. A differenza di noi, non avevano bisogno di prendere decisioni e quindi non gliene era stata fornita la capacità. Il senatore mi portò al capezzale del servitore malato e mi passò il pugnale. «Fai quello che sai fare meglio, diabolic.»
Fui grata che avesse mandato Sidonia nelle sue stanze; non avrei voluto che lo vedesse. Affondai il pugnale sotto la cassa toracica della creatura. Lei non si ritrasse, non tentò di sfuggire. Mi guardò con occhi vacui, vuoti, e un attimo dopo era morta.
Solo allora fu permesso all’inquisitore di attraccare alla fortezza. Fece un’ispezione sommaria del corpo e disse soltanto: «Che strano. Sembra… appena morta».
Il senatore si trovava alle sue spalle, irritato. «La diabolic stava morendo di morbo solare da diverse settimane. Avevamo appena deciso di porre fine alle sue sofferenze quando sei arrivato nel nostro sistema.»
«A differenza di quanto diceva la tua missiva» gli fece notare l’inquisitore, voltandosi. «Asseriva che era già stata eliminata. Ora che la vedo, poi, mi stupiscono le sue dimensioni. È un po’ piccola per essere una diabolic.»
«Ora metti in discussione anche il cadavere?» ruggì il senatore. «Ti ho già detto che stava deperendo da settimane.»
Io osservavo l’inquisitore da un angolo. Indossavo una veste nuova da servitore, che nascondeva le dimensioni e la muscolatura del mio corpo sotto pieghe voluminose. Se avesse subodorato lo stratagemma, l’avrei dovuto uccidere.
Speravo che non fosse necessario. Nascondere la morte di un inquisitore si sarebbe potuto rivelare… complicato.
«Forse, se la tua famiglia avesse maggiore rispetto per il Cosmo Vivente» commentò l’inquisitore «le sarebbe stata risparmiata una malattia orribile come il morbo solare.»
Il senatore prese fiato per rispondere, rabbioso, ma in quel momento intervenne la matriarca, che era rimasta defilata nel vano della porta. Afferrò il braccio del marito prima che potesse parlare.
«Hai proprio ragione, inquisitore! Ti siamo immensamente grati per questa opinione.» Gli rivolse un sorriso deferente, perché la matriarca non condivideva l’atteggiamento del marito, sempre pronto a sfidare l’Imperatore.
Quando era bambina aveva sperimentato sulla propria pelle la collera imperiale. La sua famiglia d’origine aveva contrariato l’Imperatore e la madre ne aveva pagato il prezzo. In quel momento era in preda all’ansia, desiderosa solo di placare il loro ospite.
«Mi farebbe tanto piacere se stasera potessi assistere al nostro servizio religioso, inquisitore. Forse potresti aiutarci a capire che cosa sbagliamo.» Aveva pronunciato quelle parole con grande gentilezza; una cosa strana per lei, che di solito parlava in tono aspro.
«Lo farò volentieri, grandée von Impyrean» rispose l’inquisitore, rabbonito. Prese una mano della donna e se la portò alla guancia.
Lei si scostò. «Andrò a dare disposizioni ai servitori. Prendo questa con me. Tu! Vieni.» Mi fece un cenno con la testa perché l’accompagnassi.
Non avevo intenzione di allontanarmi dall’inquisitore. Volevo guardare ogni suo movimento, osservare ogni sua espressione, ma la matriarca non mi aveva lasciato scelta: dovevo seguirla come avrebbe fatto un servitore. Non appena fummo uscite dalla stanza, fuori dalla portata dello sguardo dell’inquisitore, la matriarca accelerò il passo e io feci altrettanto. Percorremmo insieme il corridoio che portava alle stanze del senatore.
«Follia» borbottò. «È pura follia correre un rischio simile in questo momento! Tu dovresti essere morta davanti a quell’inquisitore, non qui a camminare al mio fianco!»
La guardai a lungo, scrutandola con attenzione. Sarei morta volentieri per Donia, ma se avessi dovuto scegliere tra la mia vita e quella della matriarca, avrei dato la precedenza alla mia. «Hai intenzione di dire all’inquisitore che cosa sono?»
Mentre parlavo, visualizzavo già come l’avrei uccisa. Un unico colpo alla nuca… Inutile rischiare che gridasse. Se avesse sentito qualcosa, Donia sarebbe potuta uscire dalle sue stanze e l’ultima cosa che volevo era ammazzarle la madre sotto gli occhi.
La matriarca aveva l’istinto di sopravvivenza che mancava al marito e alla figlia. Nonostante avessi usato un tono neutro, vidi un lampo di terrore attraversarle il viso, anche se scomparve così in fretta che mi venne il dubbio di averlo immaginato. «Certo che no. Ormai la verità ci condannerebbe tutti.»
Potevo lasciarla in vita, quindi. Rilassai i muscoli.
«Già che sei qui» disse con voce cupa «puoi renderti utile. Mi aiuterai a nascondere il lavoro di mio marito prima che l’inquisitore ispezioni le sue stanze.»
Quello lo potevo fare. Ci precipitammo nello studio del senatore, dove la matriarca si sollevò l’orlo della veste per passare tra le cose sparse ovunque: frammenti di database blasfemi che avrebbero istantaneamente condannato l’intera famiglia se l’inquisitore vi avesse posato gli occhi.
«Svelta, ora» disse, facendomi cenno di iniziare a raccoglierli.
«Li porto all’inceneritore…»
«No» disse con amarezza. «Mio marito la prenderebbe soltanto come una scusa per procurarsene altri. Per il momento dobbiamo limitarci a nasconderli.» Infilò le dita in una fessura nella parete e il pavimento si aprì, rivelando uno scomparto seg...