Eravamo in svantaggio di un gol durante il recupero quando Lachelle cominciò a concentrare l’azione a centrocampo, passando la palla a Mariah. Lei la servì a Lindsay, nell’angolo destro, che anticipò la sua marcatrice sulla linea di fondo e fece un cross basso in direzione dell’area di rigore. Cat scattò avanti, attirò l’attenzione della giocatrice che la marcava e quella del portiere, poi con una finta lasciò passare la palla tra le gambe senza toccarla; una mossa che le riuscì benissimo, dato che l’avevamo provata all’infinito. Io mi trovavo a soli sette metri dalla porta, spalancata come una bocca intenta a sbadigliare. Dovevo solo mettere dentro la palla. Ma ero talmente impaziente, mentre in testa mi scorrevano le immagini delle mie azioni migliori, che la colpii fortissimo. La palla schizzò contro la traversa e rimbalzando finì fuori campo.
La folla rumoreggiò, e io rimasi lì in piedi, affranta. Avevo appena fallito un gol facile che ci avrebbe consentito di pareggiare la nostra prima partita di campionato. “Complimenti, Megan” pensai. “Complimenti davvero.”
Un minuto dopo si udì il fischio. Università dell’Oklahoma 2, Università Metodista del Sud 1.
Rovesciai con un calcio il distributore dell’acqua fredda e mi stavo dirigendo a bordo campo quando comparve l’allenatrice Nash.
«Ehi, smettila!» gridò. Aggrottò le sopracciglia, e io percepii la sua delusione. «Cosa hai imparato oggi?»
«Che non devo comportarmi da stupida idiota?»
«L’importanza dell’autocontrollo» mi ripeté per l’ennesima volta da un anno a quella parte. «Devi mantenere la concentrazione in ogni momento, anche sotto pressione. È meglio essere costantemente brava che occasionalmente brillante.»
«Mi dispiace» dissi.
«Non mi interessano le tue scuse.»
Ahi. «Ho deluso tutti» osservai, inclinando il capo.
«Già, proprio così.»
Di male in peggio.
Mi sollevò la testa e mi fissò dritto negli occhi. «Adesso ascoltami. Segnerai un sacco di gol quest’anno.» Addolcì il tono, passando con disinvoltura da quello di un sergente istruttore del corpo dei marine a quello di una madre protettiva. «Andrà tutto a posto, okay?»
«Okay.» Annuii nuovamente, e lei mi abbracciò.
«Non pensarci più. E fatti controllare quella.» Indicò la ferita sul mio stinco.
«Ah ah» risposi. Mi sentivo ancora come se qualcuno avesse appena sparato al mio cane.
«Ci vediamo lunedì.»
Cat si avvicinò lentamente. Catalina Esmeralda Graciela Martinez detta “Cat” era la mia migliore amica all’interno della squadra, la mia ala e l’unica abbastanza coraggiosa da parlarmi in una circostanza simile. Ci conoscevamo da quando avevamo dodici anni e giocavamo insieme nella DeSoto Bobcats. Adesso eravamo entrambe Ponies, il soprannome degli studenti dell’SMU, l’Università Metodista del Sud. Ero stata alla festa del suo quindicesimo compleanno, la quinceañera, e avevo distrutto la piñata al primo colpo. I dolcetti che conteneva si erano sparpagliati fino in fondo alla strada.
«Andiamo, mangiagol» fece, cingendomi con un braccio.
Risi. Come sempre, aveva trovato la cosa giusta da dire. «Vai tu. Io resto qui a tenere il broncio.»
Fu il suo turno di ridere. «D’accordo. Ti serve un fazzoletto?»
«No, ho la manica.»
«Ci vediamo martedì sera, okay?» Il martedì era la serata televisione, tempo sacro fra amiche.
«Certo» le risposi mentre si incamminava verso lo spogliatoio.
«Mandami un messaggio più tardi!» gridò da sopra una spalla.
Rimasta sola, mi sedetti ed esaminai il mio stinco. Un rivolo di sangue colava lungo la ferita. Avevo rimediato un’altra cicatrice e nessun risultato di cui essere fiera. Nel calcio le vere occasioni da gol sono poche, e io, in quanto attaccante, avevo il compito di sfruttarle al meglio. Il mio fallimento quel giorno ci era costato un punto importante. Tolsi dei fili d’erba dalla ferita, lanciai uno sguardo oltre il Westcott Field, verso il sole di fine agosto, e mi chiesi se le cose sarebbero potute andare peggio di così.
Non dovetti aspettare molto.
«Ehi.»
Alzai lo sguardo verso mia sorella Julia. Era più alta e più carina di me: capelli biondi, incredibili occhi azzurri, pelle vellutata e senza difetti. In pochi avrebbero indovinato che eravamo gemelle, chiaramente nate da due ovuli e non da uno.
«Eri alla partita?»
Lei annuì, ma rimase a una certa distanza. «Odio infierire, però ho pensato che avresti voluto vedere questo.» Mi consegnò il suo cellulare con il browser aperto sul “Dallas Morning News”.
Il Bluebonnet Club annuncia i nomi delle debuttanti dell’anno 2016, recitava il titolo. Scorsi l’articolo. Bla bla bla… “Ashley Harriet Abernathy, Lauren Eloise Battle, Ashley Diann Kohlberg, Margaret Abigail Lucas, Julia Scott McKnight, Megan Lucille McKnight, Sydney Jane Pennybacker…”
Un momento, Megan Lucille McKnight?! Doveva esserci un errore, perché quella ero io!
«La mamma ti ha… ti ha chiamata?» le domandai.
«No.»
«Messaggi?»
Julia scosse la testa. Incredula, avrei voluto dire qualcosa, gridare, arrabbiarmi, protestare violentemente. Ma mia madre era al ranch, a cinquanta chilometri da lì. Continuai a leggere.
In fondo all’articolo c’erano delle foto: sette ragazze dall’aspetto curatissimo, con un sorriso a trentadue denti, che presto avrebbero occupato il loro posto nel pantheon delle debuttanti del Bluebonnet; un ruolo ambito e bramato, la cui tradizione risaliva al 1882, come la mamma ci aveva ricordato spessissimo. La mia foto, piuttosto insolita, era una sorta di offerta di pace nei suoi confronti, scattata solo perché lei non faceva che lamentarsi perché le uniche immagini che aveva di me mi ritraevano piegata su un ginocchio con accanto un pallone.
Per immortalare quel momento mia madre non aveva badato a spese. Aveva assoldato un parrucchiere, mi aveva costretto a indossare un vestito scollato di Stella McCartney e si era affidata a un fotografo fissato con la penombra e i cespugli di mirto crespo lungo il Turtle Creek. Con la mano appoggiata su un ramo in una posa che avrebbe dovuto essere naturale e il sorriso sgargiante, sembravo una campagnola che aveva vinto un buono per rifarsi il look. Non avrei mai immaginato, neanche nei miei peggiori incubi, che un anno dopo quella foto sarebbe apparsa sul quotidiano più letto della città, sotto l’annuncio di un’asta per la verginità.
«Magari è uno sbaglio?» chiesi fiduciosa, restituendo il telefono a mia sorella.
Julia non rispose. Era stata ammessa al corso preuniversitario di calcolo quando frequentava ancora il secondo anno delle superiori e adesso si stava laureando in ingegneria strutturale. Come parecchie ragazze molto intelligenti, aveva imparato presto che il silenzio era spesso una scelta saggia.
«Va bene» commentai. «Mi faccio una doccia e andiamo a sentire cosa ha da dirci.»
Julia mi rivolse un sorriso un po’ troppo smaccato. «Preparerò i popcorn» si offrì.
Guidò lei, in modo che io potessi tenere la gamba sollevata. Non c’era stato bisogno di punti, ma i preparatori atletici avevano disinfettato la ferita con l’acqua ossigenata e applicato una pomata antibiotica prima di bendarla, raccomandandomi di non togliere la garza per un po’ per evitare che sanguinasse. Perciò, durante il tragitto di mezz’ora da Dallas al ranch, tenni il piede sul cruscotto e feci più cose contemporaneamente, come fissare fuori dal finestrino e preoccuparmi del motivo per cui mia madre volesse rovinarmi la vita. Julia, ancora in lutto per la fine del rapporto con Tyler, il suo fidanzato storico, scelse i Tame Impala come deprimente colonna sonora. Mancava solo la pioggia.
È una verità universalmente riconosciuta che tutte le figlie prima o poi arrivino alla conclusione che le loro madri sono pazze e, anche se da tempo sapevo che Lucy McKnight aveva qualche rotella fuori posto, pensai che quell’annuncio fosse troppo assurdo persino per lei. Io non avevo la stoffa della debuttante. Neanche un po’. E la mia non è falsa modestia. Indossavo sempre Wrangler sbiaditi, vecchie magliette e stivali, o in alternativa pantaloncini larghi di nylon e infradito. Compravo reggiseni sportivi e slip di cotone in confezione risparmio. Avevo le lentiggini e un’abbronzatura da contadina, e i miei capelli, banalmente castani, erano sempre legati in una coda di cavallo, eccetto durante gli allenamenti e le partite, quando aggiungevo una fascia in stile Alex Morgan ricavata da un cerotto sportivo rosa. Avevo le labbra costantemente screpolate, dato che vivevo in uno stato di perenne semidisidratazione, e le unghie rovinate e sporche. Le mie gambe muscolose erano una zona di guerra, e per il resto avevo un fisico secco come carne di pollo stufata a causa delle migliaia di ore passate a correre sotto il sole del Texas.
«Alla fine è diventata completamente pazza» dissi a Julia, che arricciò le labbra, mantenne il silenzio e non distolse gli occhi dalla strada.
La sua reazione aveva senso, visto che lei era una debuttante. Delicata come un séparé in carta di riso giapponese, i ragazzi si innamoravano perdutamente di lei, a frotte. A essere sincera, era proprio il tipo di ragazza che normalmente avrei preso in giro e disprezzato; faceva parte di una confraternita, le Pi Phi, era ben vestita, aveva buone maniere, era una studentessa modello ed eccelleva in tutte quelle cose da donne che io non avrei mai saputo padroneggiare, come sbattere le ciglia, truccarsi e flirtare. Ma, siccome era la mia unica sorella ed era stata la mia compagna nel grembo materno, la amavo moltissimo, e guai a chi me la toccava.
Julia imboccò l’uscita 47, l’unica sulla South I-35 che avessimo mai preso, e svoltò a sinistra sulla FM 89. Un altro chilometro e mezzo e saremmo arrivate al ranch. Quando vidi il bordo del recinto che segnava il confine occidentale di Aberdeen, rimisi delicatamente a terra la gamba e mi preparai per la battaglia.
«MAMMA!» tuonai. «MAAAMMA!» Nessuna risposta. Ero ferma nel vialetto d’ingresso di casa. “Si è nascosta” pensai. “Ha paura di farsi vedere. Vigliacca.”
Julia, la borsetta sul braccio, entrò dopo di me. Era evidente che si stava divertendo come una bambina che guarda i carri sfilare alla parata del giorno dell’Indipendenza. Girai attorno alla scala con lo sguardo torvo e mi diressi in fondo al corridoio fino allo studio di nostro padre.
La porta era chiusa. Quando la aprii facendola sbattere contro la parete, lui balzò in piedi.
«Ehi» disse sorpreso. In tivù davano una partita di football tra squadre del college. Poverino, stava dormendo sul divano. I suoi stivali impolverati erano sotto il tavolino.
«Devi dirmi qualcosa, papà?» chiesi.
«No» mi rispose lentamente.
Julia, muovendosi sulla mia scia, entrò dopo di me.
«Sai, sarebbe educato informare tua figlia quando la metti in vendita.»
Ah, ora...