Il Morrison Café è il tempio della scena musicale alternativa romana, e qui il giovedì sera suonano i Bangers, vent'anni e un rock "come un cielo sterminato e altissimo, bianco di nuvole trascinate via da un vento violento". Lodo è il cantante. Grande talento e un'assodata allergia al palcoscenico, occhi azzurri magnetici e un'energia irrequieta che attende di potersi sprigionare, se solo lui sapesse come farlo. Lodo è innamorato di Giulia, una delle sue coinquiline, a Roma per studiare recitazione e cercare di sfondare come attrice, una ragazza intensa e carismatica che con la sua sola presenza è in grado di mandarlo in tilt e azzerargli i pensieri. Libero Ferri è un cantautore pop che un tempo riempiva gli stadi, ma dopo un paio di dischi sbagliati non riesce a venir fuori da un terribile blocco creativo. Il successo gli ha assicurato il benessere e una villa dotata di una sala d'incisione super accessoriata, in cui trascorre giornate frustranti a caccia di un'ispirazione che pare svanita. Accanto a lui Luna, la sua bellissima moglie, affermata press agent, sicura di sé, che da anni lo sostiene, ma che Libero teme di perdere, come ha perso il successo e la fama. Una ragione in più per cercare di mettere a segno il Grande Ritorno. Lodo sente che il mondo è là fuori, pronto a essere conquistato, ma talvolta gli sembra impossibile persino provarci. Vorrebbe essere più simile a Giulia, che affronta la grande città con coraggio, nonostante una famiglia lontana e ostile. Libero dal canto suo teme che il meglio per lui sia passato, ha bisogno di tornare a credere in ciò che fa, di ritrovare il se stesso di una volta. Luna invece vorrebbe spingerlo a vivere guardando avanti, magari mettendo al mondo un figlio. Strade che parrebbero destinate a non incontrarsi mai, quelle di Lodo e Libero, ma quando invece si incrociano, ecco scoccare la scintilla in grado di rimettere tutto in gioco. Tra amori e tradimenti, concerti travolgenti, party lussuosi, incomprensioni e riconciliazioni, successi, fallimenti e colpi di scena, i protagonisti si troveranno a fare i conti con i propri punti di forza e le fragilità, e a compiere scelte che condizioneranno le vite di tutti. Coniugando talenti e temperamenti in una jam session inattesa e sorprendente, Federico Zampaglione e Giacomo Gensini danno vita a un romanzo fresco, generoso e pieno di ritmo, che racconta l'amicizia, i sogni e le passioni di donne e uomini di generazioni diverse, disperatamente, come tutti, alla ricerca della felicità.

- 312 pagine
- Italian
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1
Time Is Running Out - Muse
Si chiamava Morrison Café e aveva una gigantesca insegna rosa al neon, con tanto di immagine stilizzata del grande Jim, che non mancava mai di attirare l’attenzione. Era costata cara, diceva sempre Rocco, il proprietario del locale, a chi si complimentava per quella sfavillante striscia che pareva fatta di gomma da masticare: radioattiva, seccata e ricoperta di vernice lucida. Ottocentomila lire, che per un’insegna luminosa non erano mica uno scherzo nel 1979. Ma lui ci teneva che fosse fatta per durare, perché Rocco (detto Rock) sapeva, quasi l’avesse letto nelle stelle, che il suo locale sarebbe durato, che avrebbe visto il futuro. E infatti da quell’assegno staccato erano passati poco meno di quarant’anni, e il Morrison era ancora vivo e vegeto su questa terra, a differenza, per fare un esempio, dell’Unione Sovietica o della Disco Music, che pure ai tempi parevano così in forma. A Roma, per la scena musicale alternativa, era un punto di riferimento fin da allora, dalla fine dei Settanta. Anche se dal punk e dal rhythm and blues di quel primo periodo e di tutti gli anni Ottanta era passato, a metà dei Novanta, alle sonorità della scuola di Seattle, per poi approdare nell’ultimo decennio all’indie.
Era composto da due grandi stanzoni paralleli e comunicanti grazie a tre aperture ad arco che ne facevano un unico ambiente. Il colore dominante era un rosa di un tono appena più chiaro di quello dell’insegna, con il bancone del bar strategicamente piazzato lungo un lato stretto del primo stanzone e il palco sul lato opposto del secondo. Il resto del locale era occupato da tavoli da quattro, che potevano diventare da otto nelle serate più intense, perché il rock dal vivo, come diceva sempre Rocco, significa anche condividere stille di sudore ammucchiati come dentro un pollaio e senza rompere troppo i coglioni. E comunque i tavolini a una certa ora svanivano, per lasciare spazio a chi voleva ballare. Tutto era identico a come era stato il giorno dell’apertura, lo stile del Morrison non era mai cambiato. Rocco si era limitato a lifting periodici, nulla di più. E tutto, per qualche incomprensibile motivo, era oggettivamente affascinante.
Anche la posizione era perfetta: il Morrison brillava a metà della via che gira attorno al Monte Testaccio (una collina composta dai resti di una delle più antiche discariche mai create dall’uomo), tra i tanti cloni che lo avevano affiancato negli anni. E brillava, oltre che del neon della mitica insegna, della fama di essere il trampolino perfetto. Almeno nell’ambiente delle etichette indipendenti. Se suonavi lì, insomma, avevi una certa classe e buone possibilità di spuntare qualche contratto in un tempo relativamente breve, questo si diceva in giro. Che poi fosse o non fosse vero aveva poca importanza, le leggende non necessitano di approfondimenti, e il mondo della musica rock è, a ogni livello, per tre quarti leggenda.
Rocco era stato il bassista di un gruppo cover dei Doors nei primi anni Settanta. Nel ’76 si era trasferito a Los Angeles, dove, raccontava con una certa aria autoironica molto studiata, aveva suonato, ovviamente come turnista, con gente pesante. Soprattutto gruppi punk, che erano nati in città uno dopo l’altro in seguito al concerto dei Dumned allo Starwood dell’aprile del ’77. Come se l’aria fosse stata inquinata da una tossina di follia, come se la zona metropolitana di L.A. fosse stata ingravidata da spermatozoi punk, disseminati, nella notte, dalle note di quel gruppo inglese in tournée sulla West Coast.
Non erano balle, e a provarlo erano esposte – ben custodite dietro una vetrina chiusa, che si diceva fosse a prova di bomba – un paio di copertine di album in vinile, con il nome di Rocco al basso su ben tre pezzi.
Quando era in buona, vale a dire quando ad ascoltarlo c’era qualche ragazza appetibile, Rock raccontava anche della sera in cui aveva suonato al Whisky a Go Go, il mitico locale, sempre di Los Angeles, sul quale poi aveva modellato il suo Morrison Café. Era una bella storia, piena di colore e gente strafatta e contrattempi e nomi che ormai erano a buon diritto nel mito, nella leggenda delle leggende, una storia che colpiva sempre i presenti. Anche quelli che non avevano la minima idea di cosa diavolo fosse il Whisky a Go Go.
Insomma, non era un posto qualunque il Morrison, né era un tipo qualunque il suo proprietario, e questo lo sapevano tutti quelli che erano del giro. Come sapevano che Rocco, con la sua lunga coda di capelli bianchi e il perenne sorriso amichevole, che gli davano una paciosa aria hippie, in realtà era un figlio di puttana spietato.
Quella sera, un giovedì, al Morrison suonavano i Bangers, un gruppo che chiaramente si ispirava ai Muse – sonorità acide e molto rock, potenti, come un cielo sterminato e altissimo, bianco di nuvole trascinate via da un vento violento. Suonare di giovedì al Morrison non era cosa da poco, perché la scaletta settimanale era rigidamente strutturata. Rocco pagava a biglietti d’ingresso staccati e quando si veniva ammessi nel suo locale (cosa tutt’altro che facile) si iniziava obbligatoriamente il lunedì, la serata più rognosa di tutte: chi la affrontava era ben consapevole che, se non avesse riempito la sala, difficilmente avrebbe calpestato una seconda volta il mitico palco. Rocco non perdonava un flop. Si finiva così per pregare chiunque di fare almeno una scappata: genitori, nonne, zii, ex fidanzate, vicini semisconosciuti… qualsiasi cosa, pur di non essere tagliati fuori.
Questa tortura proseguiva finché non si passava al martedì, che in realtà non cambiava poi di molto le cose, ma era un pizzico più semplice da affrontare, se non altro psicologicamente, perché si intravedeva una progressione positiva. Considerato che venerdì e sabato te li potevi scordare, perché Rocco aveva i suoi contatti con artisti quasi famosi, e che la domenica era chiuso, il top della settimana era il giovedì. Lo era sia dal punto di vista del prestigio, perché arrivarci non era da tutti, sia da quello del potenziale guadagno per la band di turno. Suonare il giovedì permetteva di lasciare finalmente a casa i nonni e, quando andava davvero bene, ti mettevi in tasca quanto bastava per arrivare quasi a fine settimana. Suonare il giovedì significava saperci fare, significava essere, se non altro nel microcosmo del Morrison oltre che nella considerazione di Rocco, una band di quelle “forti”.
Infatti i Bangers non erano niente male, almeno così la pensava Alberto Maria Esposito, un manager di lunghissimo corso (aveva quasi sessant’anni, quaranta di carriera), originario di Caserta ma a Roma da una vita, che sedeva tranquillo in un angolo del bancone dal quale godeva di un’ottima vista trasversale verso il palco, anche grazie al suo metro e novantasei di statura. Più che un talent scout, sembrava un allenatore di lotta libera. Alberto Maria passava al Morrison di tanto in tanto: non che fosse un grande amico di Rock, benché si conoscessero da tempo, semplicemente sapeva che nel suo locale c’era la possibilità di beccare roba interessante. E quei quattro ventenni, più li ascoltava, più gli parevano interessanti: perché almeno un paio di loro possedevano, oltre al talento, anche un discreto carisma, che poi era la cosa più rara.
Il batterista ad esempio, i capelli biondi lunghi, le braccia nude, i muscoli nervosi, l’energia esplosiva, ricordava il grande Terry Bozzio e doveva essere una calamita per le donne. Questo almeno Alberto intuiva dai commenti delle due ragazze che gli sedevano vicino e che parevano indecise tra lui (il batterista, non Alberto Maria) e il chitarrista che, sul palco, gli suonava accanto. Un tipo scuro di capelli e di carnagione, l’aria affilata da lupo, una rabbia che esprimeva in ogni singolo gesto. Ma, bisognava ammettere, anche un tipo che la sapeva suonare quella dannata chitarra, nonostante la tendenza a mettersi in mostra allungando gli assoli.
Il bassista, invece, alto ma grassottello, con gli occhiali, molto concentrato su quel che faceva, dava più che altro l’idea di un simpatico secchione. Cosa che però bene o male ci stava, anzi valorizzava addirittura il gruppo, perché lo rendeva più naturale, più vero. Non un prodotto artificiale, studiato e leccato, prestampato da qualche casa discografica, come avveniva sempre più spesso.
Solo il cantante lo lasciava perplesso. Certo la voce era buona, con una nota disperata di fondo, un bagliore appena percepibile molto raro a trovarsi, che lo aveva da subito interessato. Ma si esibiva come avvolto, arrotolato su se stesso. Cantava con lo sguardo basso, rigido, ignorando il pubblico, quasi fosse solo nella sua stanza e non in un posto affollatissimo con la prima fila di tavolini a venti centimetri dal palco. Il suo era un magnetismo al contrario, più che attrarre respingeva. Pareva quasi sofferente, e Alberto Maria, che per queste cose si vantava di avere naso, lo riteneva il punto debole del gruppo, nonostante la voce.
Questo almeno finché, ormai al terzo pezzo e senza un motivo particolare, il cantante non sollevò lo sguardo da un punto imprecisato tra i suoi piedi, sparandolo sulla gente che stava lì ad ascoltarlo. Fu un lampo azzurro, improvviso, accecante quasi, e in quel momento cambiò tutto. Nulla e nessuno esisteva più, come se tutto il mondo, tranne quel ragazzo con in mano il microfono, fosse divenuto di colpo privo di importanza, e l’unica cosa vera, reale, degna di attenzione, fosse lui.
“E questo chi diavolo è?” pensò Alberto Maria, mentre le ragazze accanto a lui erano scattate in piedi per guardarlo meglio, facendosi la medesima domanda. Rimasero tutti lì, annichiliti, vittime di una strana sospensione dello spazio-tempo, un vuoto assoluto di percezioni, tranne quella voce e quello sguardo, una pausa dalla realtà che durò ben trenta secondi.
Una magia quasi, troncata dall’intervento di Padella, il tecnico del suono residente, padrone assoluto del destino di chiunque si affacciasse su quel palco. Una specie di dio bizzoso e irrazionale, anzi, decisamente folle oltre che, si sussurrava, sordo da un orecchio.
Di colpo la voce del cantante era sparita, mentre il basso era salito oltre il tollerabile, sovrastando qualsiasi altro strumento. Faceva così Padella, seguendo l’istinto, un apparato uditivo a suo dire ipersensibile (da cui il soprannome) e le spie dei suoi strumenti, mai sostituiti dall’apertura del locale. Quindi, più che obsoleti, arcaici. Faceva così e nessuno poteva permettersi di dirgli nulla, o sarebbe immediatamente stato espulso da Rocco, che su Padella, con lui dal primissimo giorno, non aveva dubbi. La follia durò un minuto buono, poi ogni cosa tornò più o meno normale, ma quel minuto bastò per ricacciare il cantante nella sua tana.
La magia era svanita, tutto era tornato ordinario, ma Alberto Maria lo aveva visto, il miracolo, e non aveva nessuna intenzione di dimenticarlo. Per questo ordinò un secondo drink e si dispose ad aspettare la fine del concerto, deciso a fare due chiacchiere con quei ragazzi.
Il camerino era una stanzaccia umida dalle pareti rosse, con un lavandino da una parte, uno specchio dall’altra, un divano sfondato e due sedie. La moquette era blu, antica e segnata da innumerevoli bruciature di sigarette, alcune delle quali probabilmente di marchi ormai estinti. Appoggiate alle pareti c’erano le custodie degli strumenti, mentre accatastati in un angolo giacevano un paio di vecchi amplificatori da tempo defunti e un barile vuoto di birra. La band ci si era rintanata dopo il secondo bis, nonostante almeno una decina di ragazze fosse in evidente attesa fuori dalla porta, ansiose forse, per citare Frank Zappa, di prendersi cura dei “membri” del gruppo. Alberto Maria sorrise tra sé ricordando la risposta che quel sublime, pazzo e straordinario artista aveva dato in un solenne processo, davanti a un giudice inglese con tanto di parrucca bianca incipriata, alla domanda su cosa fossero le groupie.
Il gruppo sembrava però restio a concedersi e non usciva né permetteva che le fan entrassero. Alberto Maria apprezzò la cosa, se non altro perché gli semplificava il lavoro. Fece un cenno a Rocco, che afferrò al volo e lo raggiunse, e con lui superò il buttafuori. Fu sempre Rocco a bussare, una cosa pro forma, perché aprì senza aspettare risposta.
«È permesso?» disse.
Otto occhi lo fissarono perplessi. Lui non tergiversò: «Questo è Alberto Maria, un amico, sentite quello che ha da dirvi».
Poi, dopo un cenno di saluto al manager, se ne tornò a guardia della cassa.
L’odore della marijuana impregnava l’aria, ma se uno spinello c’era stato (e c’era stato) doveva essere finito. Alberto Maria fece finta di nulla ed entrò, chiudendosi la porta alle spalle e riempiendo con la sua massa tutto lo spazio libero rimasto nel camerino. Quindi chiese scusa per l’intrusione. Il bassista, che a fine concerto era stato presentato come Ciccio, lo rassicurò: «Non si preoccupi, non si preoccupi, di che si tratta piuttosto?» disse con quella che pareva una disponibilità innata. Una cortesia istintiva, decisamente poco metropolitana e poco rock.
«Intanto volevo farvi i complimenti, siete forti ragazzi, davvero.»
Il chitarrista con la sua faccia affilata sbuffò, poi, l’espressione distante, il tono scazzato, disse: «Grazie, ma se è per un’intervista meglio fare un’altra volta, avremmo appena finito di suonare e vorremmo rilassarci». Dopodiché gli diede ostentatamente le spalle, si tolse la maglietta esponendo una minacciosa schiena ultratatuata e prese a strofinarsi il petto sudato con un asciugamano. Mentre, ovviamente, si guardava allo specchio.
«Dài, Zed, stai tranquillo, cazzo in genere sei così disponibile!» esclamò Attila, il biondo ipercinetico batterista.
La frase, evidentemente ironica, provocò un’esplosione di risate che coinvolse lo stesso “Zed”, pur non ammorbidendolo di un millimetro, perché il chitarrista ribadì la sua posizione, nel caso fosse stata male interpretata: «Dico sul serio, nonno, non è serata per intervistarci, se ti è piaciuto il concerto scrivine bene, se no fai come cazzo ti pare, non staremo comunque qui a leccarti il culo per una buona recensione. Non è nel nostro stile».
Alberto Maria sorrise: quante volte aveva vissuto una scena come quella nella sua carriera? Mille? Diecimila? Se quel ragazzino lo avesse immaginato e avesse capito che con la sua spocchia da bello e dannato non lo impressionava per niente, avrebbe aiutato tutti a risparmiare tempo. Ma la vita non è mai perfetta, e il manager questo lo sapeva bene. Oltre al fatto che aveva la tendenza a cercare la pace e la fratellanza. E poi quello che più lo interessava tra i quattro della band non aveva ancora aperto bocca, si era semplicemente limitato a scrutarlo con quegli strani occhi azzurri, come si trovasse davanti un animale sconosciuto. Si chiamava Lodo, o almeno così era stato presentato a fine concerto da Zed, e il suo silenzio non faceva che incuriosire ancora di più il manager.
«E tu cosa ne pensi?» gli domandò quindi per stimolarlo.
Lodo sorrise, un bel sorriso aperto che gli piacque subito. «Che non sei un giornalista» disse, definitivo.
Zed si voltò, la faccia dapprima perplessa, poi illuminata da un mezzo sogghigno: «Ah no? E quindi chi saresti? Una guardia? Sappi allora che l’erba ce l’ha Ciccio!».
Ciccio fece per protestare la sua innocenza. Alberto Maria sorrise: «No, non sono una guardia, né appunto un giornalista. Sono un manager» ammise.
Poi senza lasciare spazio a ulteriori commenti da parte dei quattro, perché era tardi e aveva sonno, si accomodò su una sedia, facendola malamente cigolare, e andò dritto al punto: «Penso che ci siano delle potenzialità in voi, ragazzi, anche se bisognerà lavorarci e ripensare lo stile e cambiare un poco le cose. Ma a me interesserebbe molto farlo. Lavorare con voi, occuparmi di costruirvi un percorso. Mettere su una bella barca insomma, con tutto quel che serve per farla navigare lontano».
I quattro si guardarono tra di loro, di colpo ammutoliti. Alla fine fu Zed a domandare per tutti: «Cambiare un poco le cose cosa?».
Alberto Maria fece un profondo sospiro, ora arrivava la parte antipatica.
«Intanto la lingua. Cantare in inglese va bene qui, in questo tipo di locali, a q...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- DOVE TUTTO È A METÀ
- 1. Time Is Running Out - Muse
- 2. Help! - The Beatles
- 3. Piece of My Heart - Janis Lyn Joplin
- 4. Independence Day - Bruce Springsteen
- 5. Brava - Vasco Rossi
- 6. Because the Night - Patti Smith
- 7. Music - Madonna
- 8. Paranoid - Black Sabbath
- 9. Under Pressure - Queen
- 10. Should I Stay or Should I Go - The Clash
- 11. Running on Faith - Eric Clapton
- 12. It’s a Man’s Man’s Man’s World - James Brown
- 13. Back to Black - Amy Winehouse
- 14. Father, Son - Peter Gabriel
- 15. Freelove - Depeche Mode
- 16. Run, Baby, Run - Sheryl Crow
- 17. La stagione dell’amore - Franco Battiato
- 18. Protection - Massive Attack
- 19. La sera dei miracoli - Lucio Dalla
- 20. Someone Like You - Adele
- 21. Smalltown Boy - Bronski Beat
- 22. Money for Nothing - Dire Straits
- 23. Empire State of Mind - Jay-Z & Alicia Keys
- 24. Perfect Day - Lou Reed
- 25. Rocket Man - Elton John
- 26. Sober - Tool
- 27. People Are Strange - The Doors
- Copyright