Quest’ultima affermazione non vale certo solo per il percorso adottivo, ma richiama, in un senso più ampio, la responsabilità adulta impegnata a sostenere il processo di crescita di tutti gli adolescenti nella società complessa e di internet. Questo significa soffermarsi non solo sui rischi, ma anche sulle opportunità di soluzione che la rete offre sia nella crescita fisiologica sia nella crisi dell’adolescente.
Esistono molteplici definizioni di creatività, un’area di studio estremamente affascinante e variegata, che interessa in modo trasversale molte discipline scientifiche a vari livelli. Una delle descrizioni più convincenti è quella che indica nella creatività la capacità di realizzare una produzione che sia allo stesso tempo nuova e adatta al contesto in cui si manifesta, sottolineando così sia l’aspetto dell’originalità individuale sia la spinta a mantenerla all’interno di una cornice, che a me piace pensare sia quella che delimita la conservazione, da parte della persona, del contatto con la realtà, di un funzionamento psichico che non esiti in follia.
Altrettanto suggestivo è l’affermarsi di un concetto di creatività come intelligenza personale al servizio di un progetto capace di dare libera espressione al proprio Sé, alla propria verità personale e al proprio talento. In questa prospettiva, la creatività sovraintende ai processi culturali, scientifici, tecnologici, ma interviene anche nella vita quotidiana, favorendo, per esempio, la risoluzione di problemi pratici e concreti così come di conflitti personali e relazionali.
Questo modo di intendere la creatività non solo conferma, come già noto, il suo ruolo centrale nella fase di sviluppo adolescenziale, ma promuove l’idea dell’adolescenza stessa come processo creativo. La costruzione dell’identità e la definizione del Sé sono un’operazione creativa, la realizzazione dei compiti evolutivi in adolescenza è un percorso creativo. Ogni singolo adolescente è chiamato a lavorare mentalmente intorno alla realizzazione di compiti evolutivi invariabili, che si declinano all’interno di epoche e contesti specifici, in un modo proprio, unico, ispirato dalle proprie verità affettive. L’adolescente è alla ricerca di un proprio modo di essere, di relazionarsi, di pensare, che non può che rivelarsi originale, in quanto unico, ma che allo stesso tempo è auspicabile risulti adatto al contesto in cui si sviluppa e si manifesta. Non sempre le cose filano lisce e, come vedremo più avanti, la creatività può anche manifestarsi in occasione della sperimentazione di difficoltà emotive, quando ci si percepisce come drammaticamente bloccati nella realizzazione dei compiti evolutivi adolescenziali.
L’epoca odierna è caratterizzata significativamente dall’avvento di internet. Il web ha contribuito in maniera importante a trasformare il modo di vivere le relazioni e la quotidianità degli adolescenti, e non solo. Il mondo virtuale costituisce ormai una terza dimensione della realtà, distinta da quella reale e da quella dell’immaginazione, ma profondamente interconnessa con esse. In ogni contesto relazionale, dall’amore all’amicizia, così come in ogni ambito sociale, culturale, artistico, musicale, di divertimento e di apprendimento, l’utilizzo del web ha acquisito un’importanza e un valore imprescindibili. La rivoluzione digitale ha promosso spazi creativi, ambienti espressivi e relazionali, all’interno dei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione del Sé individuale e sociale, ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una sorta di autoricovero che, nello stesso tempo, esprime il disagio e un primo tentativo di risolverlo. Sia nella fisiologia della crescita sia durante la crisi evolutiva adolescenziale, la rete può svolgere una funzione creativa.
Una delle modalità per prevenire e contrastare i rischi legati a internet è quella di riconoscerne le opportunità e di sostenere gli adolescenti in un percorso di formazione alla creatività digitale. L’allarme sociale, più o meno elevato a seconda della drammaticità dei casi di cronaca, spinge quasi sempre in direzione di un invito ad aumentare il controllo sui comportamenti virtuali dei figli. A me sembra evidente che l’adolescente, nella società iperconnessa, meriti qualcosa di più.
Per prima cosa, da sempre, l’adolescente è destinato a fuoriuscire dal controllo quotidiano adulto. È sempre successo, anche all’epoca delle cabine telefoniche a gettone, che gli adolescenti uscissero di casa e trascorressero intere giornate fuori dal monitor degli adulti. L’educazione promuoveva l’idea che il senso di responsabilità avrebbe dovuto, a un certo punto della vita dei figli, portarli a decisioni autonome a proprio favore, spingendoli ad assumere comportamenti autoprotettivi e a rifiutare possibili offerte di sostanze o esperienze rischiose. Anzi, in passato questo avveniva già durante la seconda parte dell’infanzia, quando i figli tornavano da soli da scuola e trascorrevano intere giornate estive nei cortili e ai giardinetti, in un’epoca in cui il telefono senza fili era un gioco tra bambini e non la garanzia di essere sempre in contatto con mamma e papà.
Oggi il mondo è percepito come troppo pericoloso e per questo la crescita dei figli è molto più presidiata dall’accompagnamento adulto che, nella persona di parenti o di collaboratori domestici, rende in realtà la presenza genito-riale molto più pervasiva di quanto accadesse in passato, anche se mamma e papà sono fisicamente al lavoro. Insieme a tutto questo, la rete si è diffusa, parallelamente ad apparecchi che consentono l’accesso ai contenuti e alle relazioni del web in ogni momento della giornata.
Se in linea di massima ci si riconosce in questa realtà, si può forse convenire su due aspetti fondamentali, che dovrebbero sostenere l’elaborazione di strategie educative adeguate. In primo luogo va considerato che l’adolescenza è una fase del ciclo di vita in cui i figli sono destinati a spingersi in territori non più controllabili dai genitori e ciò avviene in una società iperconnessa dove è già possibile, e presto probabilmente lo sarà in modo ancora più pervasi-vo, collegarsi in qualsiasi momento a internet. Questa realtà richiede dunque di ampliare i pensieri educativi sul controllo, accettandone i limiti e individuando altri modelli di intervento a protezione dei figli adolescenti.
Una prospettiva di cui si sente spesso parlare è quella, per esempio, dell’accompagnamento a un uso consapevole di questi strumenti anche a scuola. Oltre alla famiglia, anche l’istituzione scolastica può far molto, promuovendo iniziative di educazione consapevole all’uso del digitale, così come di educazione critica ai mass media, inclusi i programmi televisivi che, non dimentichiamolo, contribuiscono in modo decisivo, anche nell’epoca di internet, a promuovere cultura o sottocultura, all’interno della società del narcisismo, della visibilità, del successo e della popolarità a tutti i costi.
Internet, infatti, rappresenta una pedina fondamentale di una scacchiera sociale che è influenzata dalla potenza di questo mezzo di comunicazione e che, a sua volta, influenza il modo in cui le persone lo utilizzano. Molte delle drammatiche vicende che coinvolgono gli adolescenti su internet non possono certo essere attribuite semplicemente a tale strumento. Contrastare la tendenza esagerata dell’apparire nonché la confusione, che può avere esiti drammatici, tra ciò che accade nella vita privata e ciò che avviene nella vita pubblica, tra ciò che è intimo e ciò che è social, tra una scena erotica fra due persone e una riproduzione a diffusione potenzialmente planetaria richiede l’attivazione di interventi preventivi e educativi più ampi di quelli basati sul convincimento che sia possibile isolare lo strumento internet dalla società in cui è nato e continua a prosperare.
È importante definire obiettivi preventivi e educativi che tengano conto della complessità di una società dove la prima fotografia è l’ecografia, e all’interno della quale i bambini trascorrono i primi anni di vita inquadrati da una popolazione di parenti fotografi, sempre pronti a immortalarli, in ogni occasione, grazie alla diffusione di strumenti di ripresa presenti, dagli otto agli ottant’anni, in tasche, borse e borselli di chiunque.
Nel frattempo, il mio suggerimento alle madri e ai padri di oggi è di provare ad abbandonare il pregiudizio che, anche comprensibilmente, spinge a intravedere in internet una «non attività» che sottrae tempo allo studio, e a trattare la rete come un ambiente indifferenziato. Ancora oggi molti genitori, durante il primo colloquio in cui mi descrivono le abitudini del figlio, a un certo punto, dopo aver articolato con dovizia di particolari e raffinate interpretazioni la relazione da lui intrattenuta con la scuola, i docenti, lo studio, lo sport, un allenatore, uno strumento musicale, l’amico, il gruppo e così via, utilizzano l’espressione generica: «Va su internet» o «sta in internet». Davanti alla mia domanda «a fare cosa?», spesso mi guardano con stupore, a volte con incredulità, quasi li volessi mettere in difficoltà. Straordinariamente attenti e preparati, competenti nella materia e capaci di presentare le caratteristiche del figlio o della figlia come mai nessun’altra generazione di madri e padri avrebbe neanche potuto immaginare di fare, esprimono un certo disinteresse per la sua vita virtuale e qualcuno, con franchezza, anche per la mia domanda, che appare loro come una possibile perdita di tempo, avendo solo un’ora a disposizione per affrontare i problemi riguardanti la vita reale del figlio, ciò che conta davvero.
La realtà è che per noi adulti è ancora molto difficile capire che dire che il proprio figlio «è in internet» non vuol dire praticamente nulla, anzi è un equivalente moderno del dire: «Mio figlio è fuori casa». Sì, ma a fare cosa? Se si è fuori casa si può essere a scuola, a correre, ad allenarsi, in un parchetto a fumare canne, a fare l’amore con il proprio ragazzo, in un centro commerciale, al cinema, a mangiare una pizza con gli amici, in biblioteca, in centro città a fare shopping con un’amica, a giocare a basket o a calcio. L’adolescenza del figlio o della figlia rende difficile saperlo. Ma è molto probabile che, al ritorno a casa, la mamma o il papà chiedano incuriositi: «Cosa hai fatto oggi?». Ed è quasi certo che chiedano: «Come è andata a scuola oggi?». È molto più raro che domandino: «Come è andata in internet oggi?».
Non credo che l’assenza di informazioni sulla vita virtuale del figlio dipenda soltanto dalla difesa, fisiologicamente adolescenziale, dello spazio di vita privato, dalla necessità evolutiva di sperimentare la gestione di aree segrete. Il rispetto dell’intimità del figlio non significa evitare di chiedere. Discuto da diversi anni con i genitori sulle modalità più adeguate di gestire la relazione con internet del figlio o della figlia adolescente. Dipende dalle singole storie ma, provando a semplificare, non ritengo sia fondamentale sedersi a fianco del ragazzo e chiedergli di giocare insieme a uno sport o a una battaglia virtuale, né che sia utile costringere un padre o una madre a immergersi in un blog o in un video di YouTube per condividere le aree di interesse virtuale della figlia.
Potrebbe essere invece di qualche utilità modificare un sistema di rappresentazioni che guarda a internet come a un ambiente uniforme, cercando di cogliere i motivi e il significato delle scelte del proprio figlio di fronte a un’offerta variegata, diversificata e poliedrica, nel quadro delle esigenze evolutive della fase di sviluppo adolescenziale. Come è andata oggi su internet? È successo qualcosa di cui desideri parlare? Cosa hai fatto oggi in internet? Quali risultati hai raggiunto? È stata una buona o una cattiva giornata virtuale? Pensi di poter fare progressi all’interno della tua esperienza virtuale? Ti stai allenando bene per la crescita, per il tuo futuro?
Nessuna illusione sul fatto che queste domande esauriscano una questione così complessa, ma sicuramente costituiscono un’apertura alla possibilità di affrontare insieme ciò che accade in uno dei contesti più significativi della vita odierna dei figli e in uno degli ambienti guardati con maggiore preoccupazione e sospetto dai genitori. La relazione, più che il controllo, può favorire lo svolgimento di una funzione adulta davvero autorevole. Così facendo è possibile si riaprano canali comunicativi interrotti, così come è plausibile che l’adolescente trovi il coraggio di chiedere aiuto rispetto ad avvenimenti e relazioni virtuali che eventualmente lo coinvolgano e lo preoccupino.
A sedici anni Marta ha attraversato due mesi che lei stessa definisce «d’inferno», a seguito di un video che ha deciso di inviare a un ragazzo conosciuto on line. La spinta a sperimentare un’area dello sviluppo non ancora lambita, quella del corteggiamento e della seduzione erotica, l’ha indotta ad accettare la proposta di un suo coetaneo, resa ancora più attraente dalla mancanza di richieste simili nella quotidianità scolastica e sociale e dalla percezione di essere in ritardo rispetto al procedere in questo ambito da parte delle sue coetanee, in particolare di Giulia, un’amica molto significativa sin dai tempi delle scuole medie. I racconti intimi di Giulia e il confronto con le sue coetanee a scuola hanno indotto Marta a spingersi alla ricerca in internet di contatti capaci di colmare il gap che lei si rappresentava. Marco, come mi spiegherà la ragazza, era perfetto rispetto a questo obiettivo: gentile, carino e residente in una città sufficientemente lontana da non prefigurare un incontro di persona, possibilità troppo perturbante rispetto ai tratti inibiti e al pudore sperimentato da Marta.
L’interruzione del contatto, avvenuta all’improvviso a seguito proprio del rifiuto da parte di Marta di un possibile incontro di persona, ha determinato uno stato di profonda agitazione, che comunque la ragazza riusciva a mascherare bene. Marta sperimentava dei forti conflitti tra il desiderio di riprendere il contatto, la paura di una possibile vendetta con diffusione del video in cui compariva in parte svestita, il compiacimento per gli apprezzamenti ricevuti da Marco e la vergogna per un’azione più spudorata di quanto lei stessa immaginasse di poter compiere. La ragazza aveva cancellato il video e ogni traccia dal suo telefonino. L’intrusione e il controllo adulto non avrebbero potuto ottenere risultati, ma la relazione e la sensibilità curiosa di una madre attenta sì.
A seguito dell’interesse dimostrato dalla madre, oltre che nei riguardi degli apprendimenti scolastici e musicali della figlia, nei confronti degli avvenimenti virtuali, Marta è riuscita a raccontare la vicenda e a condividere la sofferenza sperimentata. Insieme alla madre, e una volta coinvolto il padre, hanno deciso di intraprendere un percorso di consultazione psicologica e parallelamente individuato una modalità per gestire l’accaduto che risultasse accettabile per Marta. La ragazza ha ricontattato Marco, ricevendo conferme sulla mancanza di intenzioni vendicative, ristabilendo una relazione virtuale su nuove basi e ottenendo senza evidenti difficoltà la cancellazione del filmato dallo smartphone del suo interlocutore. A distanza di un paio d’anni, Marta ha affrontato l’esame di maturità senza alcun problema, sostenuta anche dalla relazione con Giovanni, un ragazzo di un’altra classe della sua scuola con il quale si è fidanzata e insieme al quale si è avvicinata, senza forzature di tempi e modi, alla sperimentazione delle proprie competenze seduttive, erotiche e sessuali.
Anche Elia ha attraversato, dopo pochi mesi del primo anno della scuola secondaria, una fase molto difficile. A quasi quattordici anni Elia affronta l’ingresso nella nuova scuola e subisce l’impatto con un ambiente molto diverso rispetto a quello di provenienza. Il nuovo contesto costringe, come spesso accade nel passaggio dalle medie alle superiori, a riadattamenti non semplici. Per lui, molto bravo a scuola, l’incontro con il gruppo dei coetanei delle superiori, più propensi a valorizzare il successo nelle relazioni che l’impegno nello studio, risulta davvero complicato. Il suo look, ancora troppo infantile, e i suoi valori, che gli impediscono di far copiare i compagni in difficoltà, lo rendono bersaglio di prese in giro in classe, promosse dai compagni maschi più spavaldi e presto sostenute anche da altri sottogruppi, tra cui quello delle femmine. Le prevaricazioni si trasferiscono poco dopo nella vita virtuale, inondando il suo smartphone di fotografie a contenuto sessuale. Immagini di rapporti omosessuali maschili tratte dal web e inviategli anche più volte alla settimana, che lui si affretta a cancellare.
Elia, come mi spiegherà nel momento in cui ripercorreremo insieme gli avvenimenti, non sa cosa fare e decide di provare a gestire in solitudine i dolorosi sentimenti sperimentati. Ogni soluzione comunicativa gli appare inappropriata. Rivolgersi ai docenti o ai suoi genitori rischierebbe di rafforzare l’immagine di «bambino sfigato» che già in classe sembra prevalere, soprattutto se sua madre, come è probabile, reagisse ricorrendo a un intervento diretto a scuola, magari con un’incursione in classe che potrebbe incrementare il senso di vergogna che Elia già sperimenta. Provare ad affrontare direttamente la questione con i compagni più accaniti è una soluzione che gli piacerebbe essere in grado di percorrere, ma teme di uscirne più fragile di quanto già si senta.
Sarà papà Antonio, con il suo interesse non intrusivo nella vita del figlio, a cogliere i segnali di disagio e a chiedergli informazioni circa le relazioni su WhatsApp, creando così le condizioni che porteranno Elia a raccontare gli avvenimenti e a chiedere aiuto. Come prima esigenza, il ragazzo chiederà al padre di non informare la madre, almeno all’inizio, onde evitare reazioni scomposte. A seguito di trattative volte alla ricerca di soluzioni percorribili, i due decideranno che sarà il padre a parlare con un insegnante individuato da Elia come il più adatto a gestire la prima fase del coinvolgimento degli adulti a scuola, per poi informare il coordinatore di classe e il dirigente scolastico. Al ritorno da questo incontro con l’insegnante, il padre dovrà riferire a Elia e in seguito alla madre.
Questa gestione attenta e autorevole da parte di tutti gli adulti coinvolti nell’intervento ha consentito a Elia di proseguire il percorso formativo all’interno della stessa classe, trasformando la situazione di crisi in un’occasione di crescita per tutto il gruppo. Molto spesso, invece, le conseguenze di questi avvenimenti, anche a seguito di reazioni adulte troppo angosciate e poco articolate, finiscono per penalizzare ulteriormente colui che subisce la prevaricazione, determinando la fuoriuscita del ragazzo o della ragazza da quel contesto scolastico.
Se si è disposti a interessarsi davvero alla vita virtuale dei figli si possono scoprire cose anche terribili. Ma può anche capitare di ampliare le proprie conoscenze e di comprendere il significato di scelte e vicende altrimenti inspiegabili. Per quanto mi riguarda, attraverso l’esperienza clinica e di ricerca mi sono, per esempio, convinto che gli adolescenti odierni abbiano individuato soluzioni creative in internet per soddisfare alcune esigenze evolutive. La mentalizzazione del corpo e la socializzazione avvengono oggi anche all’interno di un territorio virtuale che ha eroso quello ambientale. La sperimentazione e l’allenamento delle nuove competenze corporee e relazionali, da sempre operazione fondamentale in adolescenza, si sono riproposti nelle battaglie e nelle piazze virtuali, a seguito della chiusura di ogni spazio cittadino e metropolitano imposta dall’urbanizzazione ma, soprattutto, dalla paura degli adulti. In un passato non troppo remoto, l’ambiente educativo permetteva il ritorno a casa da scuola in compagnia del proprio amico sin dalla più giovane età e il gioco, più o meno virile, in strada e nei cortili. La sperimentazione delle nuove dotazioni corporee e relazionali avveniva al di fuori della serrata organizzazione adulta dei tempi e delle attività quotidiane. Il processo che noi chiamiamo di «paranoicizzazione del mondo esterno» - la largamente condivisa tendenza a percepire la società come sempre più pericolosa - ha contribuito, insieme al marketing, al fascino immersivo dei videogiochi e alla società della sovraesposizione e popolarità, a incrementare la diffusione di sport e guerre virtuali dove il corpo dei figli è in realtà protetto da ogni rischio di ammaccatura, e di spazi di socializzazione spontanea in rete che mettono al riparo da incontri con i malintenzionati appostati fuori delle scuole e in ogni altro luogo delle nostre città.
Come ho già detto, isolare l’ambiente internet dal contesto sociale e educativo non è un’operazione utile ad affrontare la...